Destra di Popolo.net

ENNESIMA STRAGE DI MIGRANTI, ENNESIMO SCARICABARILE

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

ALARM PHONE: “UE HA NEGATO I SOCCORSI”… FRONTEX: “RESPONSABILITA’ DI ITALIA E LIBIA”

Tutti sono arrivati sul posto tardi. Troppo tardi per riuscire a evitare l’ennesima strage nel Mediterraneo, stavolta a nord est di Tripoli.
“A bordo su quel gommone ci saranno state 100, 120, 130 persone… non lo sapremo mai”, si dispera Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranee e soccorritore a bordo della Ocean Viking che ieri ha avvistato alcuni dei cadaveri in acqua, vicino ad un gommone grigio alla deriva in un mare in tempesta. Tardi sono arrivati anche i tre mercantili allertati dalle autorità di soccorso italiane, a loro volta allertate dall’agenzia europea di soccorso in mare Frontex, che aveva sentito anche i libici e i maltesi.
Questa storia è una catena di errori – forse l’ennesima – e di scaricabarile. Alarm Phone, il contatto di emergenza organizzato da ong e attivisti, punta il dito su “Frontex e le autorità europee che sapevano dell’esistenza di una imbarcazione in difficoltà, ma hanno negato il soccorso”. Interpellata da Huffpost, Frontex a sua volta scarica sull’Italia e la Libia.
Partiamo dalle accuse pesanti di Alarm Phone, che da 48 ore aveva diramato una richiesta di soccorso alle autorità libiche, dopo la segnalazione di un pescatore locale sulla presenza di un gommone in difficoltà in zona ‘Search and rescue’ (Sar) libica. Ma dopo richieste andate a vuoto e conversazioni senza frutto, i libici non sono intervenuti.
E nemmeno le altre autorità avvisate, visto che Alarm Phone si era messa in contatto anche con il ‘Maritime Rescue Coordination Centre’ (Mrcc) italiano. E visto che l’area era sorvolata anche da un aereo di Frontex. Tutti sapevano, nessuno è intervenuto: Alarm phone lancia una durissima accusa all’Ue e alla sua agenzia addetta alle frontiere esterne.
Non è la prima tempesta su Frontex, agenzia sulla quale sta indagando il Parlamento europeo per le accuse di aver operato respingimenti invece di aver salvato vite nel mar Egeo. Frontex è inoltre oggetto di un’inchiesta dell’Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode per presunte irregolarità nella gestione dell’agenzia. Quest’ultima tragedia del mare li richiama in causa, Frontex respinge tutte le accuse e ci dà la sua versione dei fatti
Dall’agenzia ci dicono che l’aereo di Frontex è stato il primo ad avvistare i migranti in difficoltà, ha avvisato le autorità di soccorso in Italia, Malta e Libia.
Dall’Italia è partita la richiesta a tre mercantili di intervenire, perché si trovavano in zona. L’Italia comunque deve aver chiesto prima ai libici, se, come ci dice Frontex, sono stati loro a chiedere al nostro paese di inviare aiuti.
Quanto alla stessa agenzia europea di soccorso, in quell’area non ha navi, ma solo aerei, ci viene riferito dal loro servizio stampa. Il suo velivolo, tra l’altro, a un certo punto è dovuto tornare alla base per le pessime condizioni meteo.
Insomma, Alarm phone dà l’allarme, Frontex sapeva e vedeva dall’aereo, l’Italia chiede alla Libia, la Libia risponde di inviare sul posto soccorsi, l’Italia chiede ai mercantili che si trovavano lì vicino.
Ma anche i mercantili arrivano tardi, per le cattive condizioni del mare. Nel frattempo un’altra strage si consuma. Ma stavolta lo scaricabarile di accuse è più denso, tradisce l’allarme che questa possa essere solo la prima di un’altra serie di stragi nel Mediterraneo anche in questa primavera-estate 2021.
Cosa fanno gli Stati dell’Ue, oltre che affidarsi ai mercantili, imbarcazioni private costrette a fornire il soccorso che le autorità pubbliche di questa Europa non vogliono predisporre?
David Sassoli cerca di ribaltare il ragionamento. Per il presidente dell’Europarlamento è il momento per tentare di fare sull’immigrazione ciò che la Commissione Europea ha fatto sui vaccini: agire a nome degli Stati membri, con il mandato degli Stati membri. “Non si perda altro tempo e non si metta a rischio altra povera gente – dice Sassoli – I governi nazionali diano poteri e mandato all’Unione europea per intervenire, salvare vite, realizzare corridoi umanitari e organizzare un’accoglienza obbligatoria. È necessario perché è oramai chiaro che le politiche nazionali non sono in grado di gestire con umanità ed efficacia i movimenti di migranti e richiedenti asilo. È su queste omissioni che si misurano le responsabilità delle morti in mare. Sulle dinamiche di questa ennesima strage, il Parlamento europeo vuole che sia fatta subito chiarezza e accertate eventuali colpe”.
È d’accordo il presidente della Commissione per le libertà civili del Parlamento europeo Juan Fernando Lopez Aguilar: “C’è urgente bisogno di un meccanismo europeo di salvataggio e salvataggio in mare, rotte legali e sicure, visti umanitari, trafficanti da combattimento e protezione delle loro vittime, che sono alternative: niente più naufragi, fallimento, niente più tragedie, niente più duelli, né nel Mediterraneo, né nell’Atlantico”.
“Una tragedia che ci interroga sulle responsabilità dei governi nazionali – dice l’eurodeputato del gruppo socialista Massimiliano Smeriglio – L’Europa può e deve fare di più, come ha dichiarato il presidente Sassoli. Continuare a legittimare la guardia costiera libica significa rendersi corresponsabili di stragi che la politica ha il dovere di prevenire ed evitare”.
“Frontex si sta rivelando totalmente inutile. Va drasticamente cambiata la direzione. E servono una nuova missione europea di soccorso in mare corridoi umanitari e la cancellazione dei campi libici”, taglia corto Pierfrancesco Majorino, eurodeputato del Pd. “L’Unione Europea non può e non deve più girarsi dall’altra parte. La ricerca e il soccorso in mare spettano a noi, anche dal punto di vista etico e morale. È una nostra precisa responsabilità, rispetto alla quale non possiamo arretrare di un millimetro”, dice l’europarlamentare del Pd Pietro Bartolo.
Il deputato radicale di ‘Più Europa’ Riccardo Magi chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli “accordi tra Italia e Libia”, lodati da Mario Draghi nella sua recente visita a Tripoli.
“Siamo davanti a una tragedia annunciata, che conferma quello che purtroppo abbiamo sempre detto, senza essere mai ascoltati: non esiste un sistema di soccorso in mare nel Mediterraneo centrale. Un’assenza che provoca la morte di centinaia, migliaia di persone”, commenta Luca Casarini, capo missione di Mediterranea Saving Humans, finito sotto inchiesta per aver salvato vite nel Mediterraneo. Proprio quelle vite che lo Stato affida ai mercantili privati i quali, quando riescono a soccorrere, sono costretti a cercare sistemi in mare per ‘liberarsi’ dei naufraghi: tornare a terra costerebbe troppo e loro preferiscono pagare il servizio alle ong in mare, è questa l’ipotesi d’accusa.
Ma oggi piovono accuse anche dalla stessa Onu. Non verso l’Ue, sarebbe troppo generico. L’Ue sono gli Stati nazionali.
E allora, dice Safa Msehli, portavoce di Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu: “Gli Stati sono rimasti inerti e si sono rifiutati di agire per salvare le vite di oltre 100 persone. Loro hanno implorato e lanciato chiamate di emergenza per due giorni, prima di affondare nel cimitero blu del Mediterraneo. È questa l’eredità dell’Europa?”.
(da Huffingtonpost)

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IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE BOCCIA LA FLAT TAX ITALIANA PER LE PICCOLE IMPRESE E SUGGERISCE DI AUMENTARE LE ALIQUOTE PER I PIU’ RICCHI

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

“IL REGIME DI FAVORE PER LE PICCOLE IMPRESE INDUCE ALL’ELUSIONE FISCALE”: SMONTATA LA MARCHETTA DELLA LEGA

Il Fondo monetario internazionale boccia la flat tax per le piccole imprese, storico cavallo di battaglia della Lega e oggi applicato alle sole partite Iva fino a 65mila euro . “Il regime speciale previsto per le imprese molto piccole sembra piuttosto generoso e capace di indurre all’elusione” ha affermato il responsabile della divisione Politica fiscale del Dipartimento Affari Fiscali del Fmi Ruud de Mooij che oggi è stato ascoltato dalle commissioni Finanze della Camera e del Senato nel quadro dell’indagine conoscitiva sulla riforma fiscale.
“I regimi semplificati (flat tax ndr) – ha proseguito – inducono le piccole imprese a voler rimanere nel sistema agevolativo e quindi rischiano di essere un disincentivo alla crescita delle imprese e dell’economia”.
Un giudizio analogo era stato espresso tre settimane fa dall’Ocse quando il responsabile del centro di politica fiscale Pascal Saint-Amans, aveva rimarcato come l’attuale situazione fiscale in Italia sia un disincentivo all’occupazione.
In generale il tasso effettivo (che tiene conto anche del diverso modo con cui paese per paese viene calcolata la base imponibile) applicato in Italia ai profitti d’impresa non è particolarmente elevato.
Stando ai dati Ocse si ferma infatti al 21%, contro il 24% degli Stati Uniti, il 27% del Giappone, Il 28% della Germania e il 31% della Francia. “L’aliquota unica crea distorsioni. L’aliquota unica crea minor distorsioni in cima ma crea grandi distorsioni ai redditi del ceto medio. E’ abbastanza inefficiente all’interno del sistema. Nei paesi centro orientali che hanno adottato un’aliquota unica, anche molto bassa, hanno introdotto un’Iva molto alta. Hanno deciso un’esenzione fiscale all’Iva per alcuni gruppi per sostenere i redditi ma creando problemi alla redistribuzione. E’ un modo un pò brusco”, ha continuato l’esponente del Fmi.
“Serve calibrare meglio il peso fiscale sui redditi da lavoro dove il meccanismo delle detrazioni e dei crediti d’imposta vengano a determinare aliquote marginali troppo elevate per fasce significative di lavoratori”, ha aggiunto de Mooij. “Un buon sistema deve essere inclusivo e semplice. Dobbiamo pensare a un sistema di tassazione redistribuibile. Per la tassazione dei redditi più alti serve aumentare le aliquote marginali”.
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL RECOVERY DI DRAGHI E QUELLO DI CONTE A CONFRONTO: LA DISCONTINUITA’ NON C’E’

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

I SALDI DELLE 6 MISSIONI IN CUI E’ DIVISO IL PIANO SONO SIMILI… IRRISOLTE QUELLE CHE PER RENZI ERANO PECCHE DEL VECCHIO PIANO

C’è poco di nuovo nel tanto atteso Recovery plan firmato da Mario Draghi, finanziato con 191,5 miliardi di risorse europee più 30 miliardi presi a prestito sul mercato.
Il “piano verde“, come l’ha definito qualcuno, è verde esattamente quanto quello inviato al Parlamento da Giuseppe Conte lo scorso gennaio.
È giusto un po’ più digitale e certo non molto più amico della ricerca, come hanno fatto notare su Twitter gli scienziati che avevano promosso il piano Amaldi.
Quanto all’eccesso di progetti senza una visione di fondo, che per Matteo Renzi era una delle gravi pecche del “vecchio” Pnrr, non si può dire che il problema sia superato: le tabelle preparate dal Tesoro elencano ancora ben 135 progetti di investimento.
Per non dire governance, sulla carta l’innesco della crisi di governo (il coordinamento sarà al Mef e la supervisione politica accentrata a palazzo Chigi, in mano a un comitato in cui siederanno solo i ministri competenti) e della necessità di dar voce al Parlamento, a cui il premier riferirà lunedì e martedì a poche ore dall’invio del testo a Bruxelles.
Stando alle 319 pagine di bozze in circolazione venerdì – quando era atteso un primo cdm sul testo, rinviato invece a sabato mattina – i saldi delle 6 “missioni” in cui è diviso si discostano pochissimo da quelli del piano di gennaio.
L’unica grande voce che salta è il cashback, che però stando a indiscrezioni non è destinato a saltare: potrà comunque essere coperto con fondi nazionali. Per il superbonus 110% nel complesso i soldi a disposizione restano gli stessi previsti dal precedente governo (circa 18 miliardi) e le preoccupazioni sulla mancata proroga sembrano smentite dalle bozze, che ne prevedono l’estensione fino al 2023.
Restano identiche, poi, le cosiddette priorità trasversali: parità di genere, opportunità per i giovani e sviluppo del Sud.
Che cosa cambia, insomma? L’equilibrio interno si sposta a favore dei finanziamenti “aggiuntivi“, cioè di progetti nuovi, rispetto a quelli “sostitutivi” (tra cui quello del cashback).
E’ questo che aumenta – di poco – l’impatto atteso sul pil: nel 2026, a fine piano, il prodotto interno lordo italiano dovrebbe essere più alto di 3,6 punti percentuali rispetto allo scenario senza Recovery, contro i 3 punti stimati dal Tesoro a gennaio. La differenza vale circa 10 miliardi su un pil di 1.800, la cifra su cui era assestato prima del crollo causato dal Covid.
Il confronto: risorse quasi invariate. Con il React Eu più fondi a lavoro e coesione
Il confronto dei numeri non è immediato perché a gennaio le tabelle del governo incorporavano i soldi del Recovery in senso stretto (all’epoca stimati in 196 miliardi), i 13 miliardi del React Eu e 20 miliardi di fondi di sviluppo e coesione: sommandoli si arrivava a 222,9 miliardi.
Ora invece lo schema preparato per i ministri comprende la prima voce (aggiornata però dalla Commissione Ue a 191,5 miliardi) più 30 miliardi di fondo complementare nazionale finanziato in deficit.
Manca il dettaglio sulla ripartizione del React Eu, il cui piano di spesa è già stato inviato a Bruxelles dalla ministra del Sud Mara Carfagna all’inizio di aprile. Senza quel fondo comunque il “nuovo” piano arriva a 221,5 miliardi, cifra molto vicina al totale del “vecchio” piano. Affiancando i due schemi si può quindi farsi un’idea dei cambiamenti fatti, visto che i nomi delle sei missioni restano identici.
A Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura vanno 48,6 miliardi contro i 46,1 di gennaio, alla Rivoluzione verde e transizione ecologica 68,6 miliardi contro 68,9, alle Infrastrutture per una mobilità sostenibile 31,4 miliardi dai 31,9 del piano precedente, a Istruzione e ricerca 31,9, in lieve aumento dai 28,4 precedenti, e alla Salute 19,7 miliardi – suddivisi tra assistenza territoriale, digitalizzazione e riqualificazione degli ospedali – esattamente come nella versione di tre mesi fa.
Solo la macro area Inclusione e coesione scende sensibilmente, a 22,3 miliardi contro i 27,62 precedenti. Ma lì dentro ci sono le politiche per il lavoro e la coesione territoriale, che riceveranno gran parte dei fondi del React Eu: 4 miliardi per esempio andranno alla decontribuzione al Sud, 1,5 miliardi al fondo nuove competenze, quasi 500 milioni ai bonus per chi assume donne o giovani. La cifra finale sarà dunque anche superiore a quanto previsto in gennaio.
Aumentano i soldi per la banda larga, non per asili e ricerca di base
In attesa del testo completo, che lunedì e martedì sarà presentato alle Camere, è possibile scendere un po’ più nel dettaglio guardando alle singole voci elencate nella maxi tabella con gli investimenti. Anche in questo caso si scopre che sui temi caldi le variazioni sono spesso impercettibili: lo stanziamento per asili nido e servizi di cura per la prima infanzia, cruciali anche per la parità di genere nel mondo del lavoro, resta per esempio a 4,6 miliardi e si prevede di creare 228.000 nuovi posti contro i 622.500 che erano l’obiettivo messo nero su bianco a gennaio.
La dote del piano Transizione 4.0 cala un po’, da 18,9 a 18,4 miliardi, e il potenziamento dei fondi per la ricerca di cui si parla in queste ore è molto relativo, come hanno fatto notare su Twitter gli scienziati che avevano promosso il piano Amaldi da 15 miliardi in cinque anni.
La voce “Dalla ricerca all’impresa” sale da 11,7 a 12,4 miliardi grazie a un incremento delle risorse per il Programma nazionale di ricerca, ma per i progetti dei giovani ricercatori non si va oltre i 600 milioni e per i partenariati su progetti di ricerca di base ci sono 1,6 miliardi come a gennaio.
A essere potenziato è invece il piano per la banda larga e il 5G caro al ministro Vittorio Colao, che incassa 5,3 miliardi a valere sul Recovery e 1,4 di fondi nazionali, a fronte dei 4,2 miliardi della vecchia versione.
Quanto alla sanità, la cifra complessiva a disposizione resta come visto invariata anche se cambia notevolmente il peso dei singoli progetti: si dimezzano da 4 a 2 miliardi i fondi per le nuove case della comunità (saranno 1.288 e non 4.800 come previsto a gennaio) mentre salgono da 1 a 4 miliardi gli investimenti nell’assistenza domiciliare e telemedicina.
Nell’ottica, evidentemente, di privilegiare le cure a domicilio rispetto al pur virtuoso modello degli ambulatori che offrono servizi socio-sanitari di prossimità. Ma la novità sarà anche gradita alle aziende che si occupano di domotica e sanità digitale.
Le riforme: nuova solo la concorrenza
Per quanto riguarda le riforme che accompagneranno il piano, l’unica novità è l’annuncio di un ddl per promuovere la concorrenza, tema su cui Draghi aveva chiesto spunti all’Antitrust. Che ha consigliato tra l’altro di sospendere temporaneamente il Codice appalti. Il piano di gennaio si limitava invece ad annunciare la riforma delle concessioni statali, tra cui quelle delle autostrade.
Gli altri interventi strutturali, su pubblica amministrazione, giustizia e semplificazione legislativa, erano invece già previsti. Sul primo fronte i cardini sono lo snellimento delle procedure di selezione, il miglioramento delle competenze e la digitalizzazione (niente di nuovo), accompagnati dallo stop agli adempimenti non necessari e da un disboscamento delle procedure non necessarie.
Ci sono poi altre mini riforme di settore, da quella della proprietà industriale all’alta formazione resa obbligatoria per dirigenti scolastici, docenti e personale tecnico-amministrativo. E quella, attesa da anni, delle politiche attive del lavoro. Senza la quale sarà impossibile affrontare le ricadute occupazionali della crisi pandemica.
(da “il Fatto Quotidiano”)

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GLI STUDI SCIENTIFICI CHE DIMOSTRANO COME IL COPRIFUOCO RIDUCE I CASI DI COVID

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

DEDICATO AI CAZZARI SOVRANISTI CHE VORREBBERO FAR MORIRE ALTRI ITALIANI

Tra le misure anti contagio più severe introdotte in Italia e in altri Paesi vi è anche il coprifuoco, un vero e proprio lockdown notturno che permette di uscire di casa soltanto per motivi di necessità, urgenza e lavoro, da dimostrare con l’immancabile autocertificazione.
Nel nostro Paese è attivo da circa 6 mesi e viene applicato tra le 22:00 e le 05:00 del mattino del giorno successivo, mentre altrove, come in Francia, è anche più duro; in base alla curva epidemiologica, infatti, il coprifuoco può essere fatto partire alle 18:00, alle 19:00 o alle 20:00 e fino alle 06:00.
In Canada generalmente viene applicato dalle 20:00 alle 05:00.
Com’è ampiamente noto, la misura è al centro di un aspro dibattito all’interno della maggioranza del Governo, tra chi preme per uno slittamento alle 23:00 (in particolar modo la Lega) e chi preferisce per il momento mantenere lo status quo in attesa di dati migliori, la linea abbracciata dal premier Mario Draghi nell’ultimo decreto dedicato all’emergenza coronavirus.
L’obiettivo, naturalmente, non è quello di mantenerlo in vigore fino alla fine dello stato di emergenza (slittato al 31 luglio), ma di “restringerlo” – e magari eliminarlo – nelle prossime settimane sulla base dei dati.
Ma il coprifuoco è davvero una misura così efficace per ridurre il rischio di contagio? Vediamo cosa dicono gli esperti.
Il coprifuoco, innanzitutto, esattamente come il lockdown ha l’obiettivo di mantenere le persone a distanza.
Come tutti sappiamo il coronavirus SARS-CoV-2 si trasmette attraverso le goccioline respiratorie grandi (droplet) e piccole (aerosol) che espelliamo quando tossiamo, starnutiamo, parliamo o semplicemente respiriamo, pertanto tagliare di netto i contatti sociali non può che avere un effetto meccanico vantaggioso sull’indice Rt, il numero medio di persone che ciascun positivo può infettare.
La notte, si sa, è “giovane”, ed evitare alla fonte gli immancabili assembramenti che si verificano all’intero e all’esterno dei locali ha indubbi benefici in termini di appiattimento della curva.
Gli esperti tengono anche in considerazione il fatto che la sera, magari dopo una giornata di lavoro, molte persone sono abituate ad alzare un po’ troppo il gomito e perdono di lucidità, una condizione che può ridurre l’adesione alle misure anti contagio di base, come l’uso delle mascherine, mantenere la distanza di almeno un metro dagli altri e lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o un gel idroalcolico.
Insomma, dal punto di vista squisitamente intuitivo il coprifuoco è utile al contrasto di una pandemia come quella di COVID-19.
Ma lo confermano anche alcune ricerche.
Secondo lo studio “Understanding the effectiveness of government interventions in Europe’s second wave of COVID-19” guidato da scienziati dell’Università di Oxford, ad esempio, il coprifuoco notturno può far abbassare l’indice Rt del 13 percento.
Non si tratta di un vero e proprio crollo, ma è comunque una riduzione che può avere il suo peso in un contesto in cui le strutture sanitarie sono fortemente sotto pressione. La ricerca “Impact of a nighttime curfew on overnight mobility” del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Ontario ha dimostrato che in Quebec, dove era attivo il coprifuoco, la mobilità notturna era stata abbattuta del 31 percento rispetto a quella dell’Ontario, dove invece non era stato introdotto.
E meno mobilità vuol dire meno contatti sociali e contagi. “Il Quebec ha avuto un numero di casi stabile o in diminuzione nella maggior parte degli ultimi mesi, anche quando altre province canadesi stavano peggiorando”, ha dichiarato a DW il professor Jay Kaufman, epidemiologo presso l’Università McGill di Montreal.
Lo scienziato naturalmente non associa al solo coprifuoco la migliore condizione epidemiologica del Quebec, ma certamente ne riconosce l’effetto positivo.
Del resto, spiega lo scienziato, i casi hanno mostrato un incremento quando il coprifuoco è stato posticipato dalle 20:00 alle 21:30
(da Fanpage)

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CRISANTI: “CON LE RIAPERTURE SI RISCHIA DI ARRIVARE A 600 MORTI AL GIORNO”

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

“LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE NON MUORE IN TERAPIA INTENSIVA MA VIGILE E IN CONDIZIONI DI ASFISSIA”

Che Andrea Crisanti non fosse favorevole alle riaperture a partire da lunedì 26 aprile decise dal governo guidato da Mario Draghi è fatto noto.
Ma oggi il professore di microbiologia dell’Università di Padova ha dato anche dei numeri per far capire quanto potrà essere pericoloso allentare le misure restrittive mentre ci sono almeno 300 morti e più di 10mila nuovi casi Covid al giorno in Italia. “Se noi continuassimo a stare nella situazione attuale in un mese il numero dei casi diminuirebbe a poche migliaia e avremo una drastica riduzione dei morti, poche decine. Con le riaperture c’è la possibilità che il numero dei morti aumenti, arrivando anche a 5/600″, ha detto intervenendo alla trasmissione di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora aggiungendo che “il rischio sono le persone che muoiono. E la maggior parte delle persone non muore in terapia intensiva ma vigile ed in condizioni di asfissia, una morte orribile, cominciamo a dire anche queste cose”.
L’esperto ha continuato affermando che “da lunedì non andrò al ristorante, perché sono convinto che è sbagliato, voglio dare il buon esempio. Come aiutare queste attività? Penso che ai ristoratori bisognerebbe dare esattamente quello che hanno dalle tasse”.
Rispetto alla questione coprifuoco, ha affermato che lo “spostamento coprifuoco dalle 22 alle 23 è ininfluente, diciamo che l’unica differenze è che alle 23 i ristoranti possono fare due turni”.
Da sola, per Crisanti, la zona gialla non funziona, e porta a sostegno della sua tesi il caso del Veneto, che nei mesi scorsi ha vissuto un riemergere dei casi Covid: “È rimasta zona gialla per tutto il tempo ed è stata la regione che, in proporzione rispetto al numero di abitanti, ha avuto il maggior numero di casi e decessi”.
Ed anche il fatto che ci avviciniamo alla stagione estiva, e quindi più calda, non deve far abbassare la guardia. “Non facciamoci illusioni sul clima: in Brasile la temperatura è costantemente mite”, ha spiegato riferendosi all’emergenza che il paese sudamericano sta affrontando in questi giorni, con nuovi record di infezioni e vittime, “e l’anno scorso Israele è andato in lockdown a metà agosto, quindi…”.
Tutto ciò per dire che, come ha dimostrato anche il caso della Sardegna, passata dalla zona bianca a quella rossa, “quando si tolgono le restrizioni le misure di controllo non sono più sufficienti, quindi è chiaro che si sbilancia tutta la dinamica dell’epidemia a favore del virus”.
(da Fanpage)

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CALABRIA, IL COMMISSARIO ALLA SANITA’ CHE DA’ IL VACCINO AI “SUOI” DIPENDENTI REGIONALI

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

LA DECISIONE NON RISPETTA LE PRIORITA’ FISSATE DAL GENERALE FIGLIUOLO, UN’ASSURDITA’

Lunedì 19 aprile tra i corridoi della Regione Calabria inizia a spargersi una voce. Il commissario straordinario per la Sanità calabrese Guido Longo avrebbe autorizzato la vaccinazione anti-Covid per i dipendenti del dipartimento regionale alla Salute.
Una scelta fatta in sfregio a tutte le priorità fissate dal piano nazionale.
La voce si ingrossa, corre tra i dieci piani della cittadella regionale, tanto che un gruppo di lavoratori di altri dipartimenti si presenta davanti agli uffici del commissario, per protestare contro la decisione.
Segue un faccia a faccia a tratti surreale tra i manifestanti e Longo, che si conclude con una promessa da parte del commissario che somiglia molto a una toppa peggiore del buco. Per rimediare al torto, dice Longo, entro dieci giorni quasi tutti i 1976 dipendenti della Regione saranno vaccinati.
Le performance calabresi in tema di vaccini sono da incubo.
Secondo il report del 19 aprile scorso, solo il 76 percento delle dosi consegnate erano state somministrate, il dato peggiore a livello nazionale. Solo il 53 percento degli over 80 aveva ricevuto la prima dose, mentre oltre l’83 percento degli ultra-settantenni non è stato convocato per un’iniezione.
Insomma, se c’è una regione che più di altre dovrebbe attenersi al piano stabilito dal generale Figliuolo, che prevede di concentrarsi prima di tutto su anziani e fragili, questa è proprio la Calabria.
Invece, il commissario Guido Longo – nominato dal governo nel novembre scorso per provare a risollevare le sorti della disastrata sanità regionale – ha ritenuto di dare il via libera all’immediata vaccinazione di circa cinquanta colletti bianchi della sanità regionale.
Un numero che potrebbe crescere, se altri addetti dello stesso settore faranno richiesta. Attenzione, è bene specificare che non parliamo qui di sanitari in prima linea, ma di personale d’ufficio che lavora nella sede centrale della Regione: impiegati, addetti al protocollo, amministrativi
La protesta dei dipendenti regionali
Una volta diventata di dominio pubblico, la decisione ha scatenato le critiche da più fronti: dai sindacati confederali ai partiti politici. Come detto, c’è però anche chi non ha perso tempo e ha cercato un confronto immediato con il commissario. Appresa la notizia, infatti, un decina di dipendenti di altri dipartimenti regionali, aderenti alla Csa Cisal, ha affrontato direttamente Longo.
I video che circolano in rete testimoniano l’acceso botta e risposta tra le parti. Una volta scoperto, Longo prova a giustificare la sua scelta con la necessità di garantire il funzionamento di “un dipartimento a rischio”, che non può bloccarsi.
Si sa, però, che eccezione chiama eccezione. E così nel confronto tra il commissario e i manifestanti si fa presto spazio la domanda: perché a loro sì e a noi no? “Tutti quelli che lavorano dentro la cittadella regionale – spiega Gianluca Tedesco della Cisal -, condividono gli stessi spazi e hanno le stesse funzioni. La scelta di vaccinare solo qualcuno allora è discriminatoria e irrazionale”.
Di fronte a questa contestazione, Longo in evidente imbarazzo prova a rassicurare: “Mandatemi gli elenchi ed entro dieci giorni tutti i dipendenti regionali saranno vaccinati”. Unica eccezione, chi lavora in smartworking. E ci mancherebbe, viene da dire.
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BIG PHARMA: QUEI MILIARDI SULLA PELLE DEI PIU’ POVERI, UNO SCANDALO PLANETARIO

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

PANDEMIA COME OPPORTUNITA’? CERTO, DEI PIU’ RICCHI PER DIVENTARLO ANCORA DI PIU’

Si è detto: la pandemia come opportunità. Sì, opportunità dei più ricchi di diventarlo smisuratamente di più. Sulla pelle, e non è una metafora, di milioni e milioni di poveri. Nonostante gli ingenti finanziamenti pubblici ricevuti per la produzione dei vaccini Covid, Pfizer, Johnson & Johnson e AstraZeneca nell’ultimo anno hanno corrisposto ai propri azionisti 26 miliardi di dollari tra dividendi e riacquisto delle proprie azioni.
Una cifra sufficiente a vaccinare 1,3 miliardi di persone, vale a dire l’intera popolazione in Africa.
È l’allarme lanciato da Oxfam e Emergency, membri della People’s Vaccine Alliance, in occasione delle assemblee degli azionisti di Pfizer e Johnson & Johnson in programma oggi, a cui seguiranno quelle di Moderna e AstraZeneca nelle prossime settimane.
In concomitanza delle assemblee sono previste manifestazioni di protesta della società civile negli Stati Uniti e nel Regno Unito per spingere le aziende a cambiare rotta.
La disuguaglianza di accesso ai vaccini e la cronica carenza di dosi spingeranno inoltre una parte degli stessi azionisti ad avanzare proposte per aumentare la produzione, nel quadro di un crescente movimento di pressione in tutto il mondo, che chiede a Big Pharma di rinunciare ai diritti di proprietà intellettuale sui brevetti, condividere le tecnologie e il know-how per produrre vaccini in ogni parte del mondo
Quanto stanno guadagnando top manager e azionisti di Big Pharma
Mentre si rischia una catastrofe economica globale, con perdite stimate dall’International Chamber of Commerce fino a oltre 9.000 miliardi di dollari nel 2021, le fortune di top manager e azionisti delle aziende produttrici sono cresciuti a dismisura. Il fondatore di BioNTech, Ugur Sahin, ora detiene un patrimonio di 5,9 miliardi di dollari, mentre l’amministratore delegato di Moderna Stephane Bancel vale 5,2 miliardi e ha già incassato, dall’inizio della pandemia, oltre 142 milioni di dollari dalla vendita di parte delle azioni possedute.
“Siamo di fronte alla più grave emergenza sanitaria della storia recente, che non può risolversi in un’opportunità di extra-profitti per pochi. Non dovremmo lasciare all’industria farmaceutica il potere di decidere chi deve vivere o morire. Tutto questo è semplicemente ingiusto e deplorevole- denunciano Sara Albiani, responsabile salute globale di Oxfam Italia e Rossella Miccio, Presidente di Emergency – L’attuale disuguaglianza di acceso ai vaccini Covid, non è altro che il risultato della miope visione degli stati che hanno stipulato i contratti di fornitura con le aziende farmaceutiche, senza considerare che soltanto vaccinando anche la popolazione nei paesi in via di sviluppo e non solo nei paesi ricchi, si potrà davvero sconfiggere la pandemia”.
Nei paesi ricchi è stata vaccinata 1 persona su 4, nei paesi poveri appena 1 su 500
Mentre le aziende che possono produrre i vaccini Covid restano una manciata in tutto il mondo, ad oggi nei paesi ricchi in media 1 persona su 4 è stata vaccinata, mentre nei paesi poveri appena 1 su 500. La diffusione del virus resta di fatto fuori controllo e il numero di vittime continua ad aumentare, mentre gli epidemiologi – secondo una ricerca pubblicata dalla Pva – prevedono che le mutazioni potrebbero rendere inefficaci gli attuali vaccini in meno di un anno.
Un crescente movimento di pressione a livello globale per rendere i vaccini un bene pubblico
La scorsa settimana 175 tra Premi Nobel ed ex capi di Stato e di Governo hanno inviato una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, invitandolo a sostenere la proposta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale, con l’obiettivo di consentirne l’accesso in tutto il mondo e poter così fermare la pandemia. Un appello a cui si sono unite 1 milione e mezzo di persone in tutto il mondo.
Più di 100 paesi a basso e medio reddito, sulla spinta dell’iniziativa di India e Sud Africa, stanno chiedendo all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) una sospensione della proprietà intellettuale sui vaccini anti Covid-19 fino a quando l’emergenza pandemia non sarà superata. Ebbene la proposta è osteggiata attualmente da Stati Uniti, Ue e altre nazioni ricche, anche se l’amministrazione Biden ha mostrato delle aperture, stando all’intervento di Katherine Tai, rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, all’ultima conferenza virtuale dell’OMC: “Ancora una volta il mercato ha mancato di rispettare il diritto alla salute nei paesi in via di sviluppo”.
A Big Pharma 88 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici
Moderna, Pfizer/BioNtech, Johnson & Johnson, Novovax e Oxford/AstraZeneca hanno ricevuto 12 miliardi di fondi pubblici e garanzie di preacquisto solo dal governo americano; gli investimenti pubblici totali per lo sviluppo dei vaccini ammontano a 88 miliardi di dollari. Queste case farmaceutiche hanno inoltre potuto usufruire dei risultati di ricerca e sviluppo, ottenuti con soldi pubblici: uno studio delle Universities Allied for Essential Medicines mostra che solo il 3% dei costi in R&S per il vaccino Oxford/AstraZeneca è stato finanziato da privati.
“I vaccini anti Covid sono oggi disponibili anche grazie alle risorse pubbliche, ma per porre fine alla pandemia c’è un disperato bisogno di un numero tale di dosi da soddisfare la domanda globale. – continuano Albiani e Miccio – È un fallimento morale che i leader dei paesi ricchi consentano a un pugno di grandi corporation di tenere in cassaforte brevetti, tecnologie, know-how e vendere un numero insufficiente di dosi al miglior offerente.”
I vaccini Pfizer e Moderna hanno un costo di produzione di meno di 2 dollari, ma vengono venduti a più di 70 dollari a ciclo
I vaccini Moderna e Pfizer/BioNTech – entrambi a mRNA – potrebbero essere 2 dei 3 prodotti farmaceutici più venduti al mondo, con una previsione di ricavi di 33,5 miliardi di dollari nel 2021. Sono anche i più cari, con un prezzo che va dai 13,50 ai 74 dollari a ciclo, che entrambe le aziende hanno intenzione di aumentare. In risposta a una richiesta degli azionisti, Pfizer ha sostenuto che il prezzo per un vaccino è normalmente tra i 150 e i 170 dollari, eppure uno studio dell’Imperial College di Londra mostra che il costo di produzione dei vaccini a mRNA è tra i 60 centesimi e i 2 dollari a dose.
Moderna e Pfizer hanno inoltre venduto la stragrande maggioranza dei loro vaccini alle nazioni ricche: il 97% la prima e l’85% la seconda. Con un vaccino sviluppato insieme a National Institutes of Health del Governo americano, Moderna farà profitti per 5 miliardi di dollari nel 2021.
Tutte le maggiori case farmaceutiche si oppongono decisamente alla condivisione della tecnologia e alla sospensione della proprietà intellettuale. L’amministratore delegato di Pfizer di fronte al tentativo dell’Omc di mettere altre aziende nelle condizioni di produrre il vaccino, ha detto che è un nonsense, forse anche pericoloso. Ebbene, la logica del profitto non può prevalere sulla salute dell’umanità: è necessario – sottolineano le due organizzazioni – mettere in campo azioni politiche che permettano a tutti di risollevarsi dalla drammatica crisi sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo.
Un appello, una battaglia di civiltà
Tra i sottoscrittori ci sono l’ex primo ministro inglese Gordon Brown, l’ex presidente francese Francois Hollande, l’ex presidente dell’URSS Mikhail Gorbaciov e Yves Leterme, ex primo ministro belga. Tra le firme anche gli ex presidenti del Consiglio italiani Romano Prodi e Mario Monti. A spendersi per la sospensione delle licenze sono anche i premi Nobel Joseph Stiglitz, Francoise Barre-Sinoussi e Muhammad Yunus.
Nel testo si invitano gli Stati Uniti ad intraprendere “un’azione urgente” per sospendere i diritti di proprietà intellettuale per i vaccini Covid-19 per contribuire ad aumentare le vaccinazioni a livello globale. Una misura simile è stata proposta all’Organizzazione mondiale del commercio da India e Sud Africa in rappresentanza di 60 paesi ma è stata respinta con voto contrario di quasi tutti i paesi occidentali, Italia compresa. Una misura di questo tipo avrebbe riflessi sui profitti delle case farmaceutiche che producono il farmaco. Alcune, come AstraZeneca hanno affermato di non avere intenzione di guadagnare sui vaccini finché la pandemia è in corso. Altre, a cominciare da Pfizer che ha già messo a bilancio profitti aggiuntivi per 15 miliardi di dollari, seguono una linea opposta. Linea che cozza con gli ingenti finanziamenti pubblici che queste aziende hanno ricevuto nelle fasi iniziali, e più rischiose, della messa a punto del vaccino.
Se passasse la sospensione dei brevetti i paesi in via di sviluppo potrebbero produrre autonomamente copie dei vaccini senza timore di essere citati in giudizio per violazioni della proprietà intellettuale. “Una rinuncia ai diritti è un passo fondamentale e necessario per porre fine a questa pandemia. Deve essere combinato con la garanzia che il know-how e la tecnologia sui vaccini siano condivisi apertamente ”, hanno scritto i firmatari. Aggiungono che una deroga unita ad altre misure “amplierebbe la capacità di produzione globale, non ostacolata dai monopoli industriali che sono causa della terribile carenza di approvvigionamenti che frena l’accesso ai vaccini”. I firmatari aggiungono che l’accesso iniquo ai vaccini avrebbe un impatto sull’economia globale che pregiudicherebbe la ripresa. Un avviso peraltro insistentemente ripetuto anche dal Fondo monetario internazionale. “Il mondo ha visto uno sviluppo senza precedenti di vaccini sicuri ed efficaci, in gran parte grazie agli investimenti pubblici statunitensi”, si legge nella lettera. “Eppure per la maggior parte del mondo l’accesso al vaccino è ancora una lontana speranza. Nuove ondate di sofferenza stanno sorgendo in tutto il mondo. La nostra economia globale non può ricostruirsi se rimane vulnerabile a questo virus “.
Interpellato dal Financial Times il premio Nobel Stiglitz ha ricordato come la sospensione dei brevetti per ragioni di emergenza sia un’opzione già contemplata dai trattati ma che i paesi raramente vi fanno ricorso senza accordi per timori di ritorsioni. L’economista ha sottolineato anche il ruolo dei fondi pubblici nello sviluppo del vaccino e come le aziende farmaceutiche abbiano già incassato ingenti guadagni sulle fiale.
(da Globalist)

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LA GERMANIA CHIUDE, L’ITALIA RIAPRE: SIAMO RIDICOLI

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

E CI PRENDONO IN GIRO SU UN’ORA DI DIFFERENZA DI COPRIFUOCO

Mentre il Governo italiano si spacca sull’orario del coprifuoco, in Germania la Merkelsfodera il pugno di ferro e si prepara a imporre una nuova stretta per arginare il virus. Con curve dei contagi abbastanza simili e con campagne vaccinali, più o meno equivalenti, le due Nazioni europee sembrano divergere in maniera sostanziale sulle misure da adottare per contrastare una possibile quarta ondata.
Se in Germania le scuole sono aperte sono per gli alunni dell’asilo e delle ultime classi del Liceo, in Italia ci prepariamo, anche se con qualche retromarcia, a riaprire le classi, anche delle Superiori, in quasi tutte le Regioni, il prossimo 26 aprile.
Dopo aver monitorato per settimane l’andamento della variante inglese, fonte di preoccupazione principale rispetto all’aumento dei contagi negli under 20, improvvisamente abbiamo valutato come “gestibile” l’eventuale rischio connesso alla riapertura delle Secondarie, mettendo sotto al tappeto l’ormai acclarato nesso tra contagi e scuola in presenza.
Nel magico spazio temporale che inghiotte le sedute del Consiglio dei Ministri dalla realtà contingente, sono spariti i problemi derivanti dagli assembramenti di adolescenti in entrata e uscita, e le problematiche legate all’insufficienza dei mezzi di trasporto. Nonché le preoccupazioni riguardo la circolazione delle ben note varianti inglesi e brasiliane, ormai cadute nel dimenticatoio, in nome del dio delle riaperture che reclama il posticipo del coprifuoco alle 23.
Come se fosse normale, con oltre 16mila contagi (stimati, non effettivi) e 360 decessi, preoccuparsi di allungare l’orario di apertura dei ristoranti
Ma nel magico mondo della propaganda Made in Italy è essenziale salvare il rientro a scuola, a un mese dalla fine, per portare a casa il consenso dell’opinione pubblica.
Nella Germania della Merkel, a quanto pare, si preferisce non barattare la salute pubblica con l’approvazione popolare e si procede in maniera totalmente opposta a quanto deciso qui da noi. Qui da noi è tutta un’altra storia, ma ci piacerebbe se non fossero i posteri a decretarne l’ardua sentenza. Ma le responsabilità di un Governo davvero coeso e orientato al bene comune.
(da TPI)

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QUIRINALE PREOCCUPATO DALLO SCONTRO SALVINI-DRAGHI: “QUI FINISCE COME CON CONTE”

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

“QUESTI ATTEGGIAMENTI DI SALVINI MINANO LA CREDIBILITA’ DELL’ITALIA SUL RECOVERY”: E VE NE SIETE ACCORTI ORA?

Il “non possumus” al decreto sulle riaperture a causa del coprifuoco alle 22 anzichè alle 23 è risultato “indigesto” anche ai piani altissimi della Repubblica.
Nemmeno al Quirinale, dunque, sono tranquilli per l’accaduto: “Speriamo che non si ritorni alle logiche del governo Conte” spiegano a mezza bocca, scuotendo la testa, del Colle.
Perchè il vero incubo è che Salvini ricominci a fare il Pierino puntando a logorare consenso e immagine del governo sia a livello interno che a livello internazionale. “Queste azioni minano la credibilità non soltanto del governo ma dell’intero sistema-paese e proprio alla vigilia della presentazione del Recovery Plan in Europa” il refrain.
Insomma, era il momento meno opportuno per cominciare a piantare bandierine. Anche perchè questo strappo si aggiunge a quello delle Regioni (“capitanate” ora dal salviniano Fedriga) che hanno cominciato ad accusare il premier di non rispettare la Costituzione ed hanno tutta l’intenzione di continuare a mettersi di traverso andando a rimorchio del leader leghista.
Dunque l’incubo del Colle è di ricominciare a vedere lo stesso “film” dei due governi passati, Conte 1 e 2, con tensioni quotidiane tra governo ed enti locali e tra i partiti della maggioranza. Un “fantasma” che ai piani altissimi della Repubblica con l’avvento di Mario Draghi speravano di aver definitivamente scacciato.
(da TPI)

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