Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile
NESSUNO DICE CHE LA DECISIONE DEL GOVERNO NON SERVE A NULLA PERCHE’ ASTRAZENECA NON FARA’ ALTRO CHE TAGLIARE DI 250.000 DOSI LA PROSSIMA CONSEGNA
L’Australia ha chiesto alla Commissione Europea di rivedere una decisione dell’Italia di bloccare la spedizione del vaccino di AstraZeneca. L’Italia, sostenuta dalla Commissione Europea, ha vietato la prevista esportazione di circa 250.000 dosi di vaccino dopo che la casa farmaceutica non ha rispettato gli impegni contrattuali con l’Unione Europea.
“L’Australia ha sollevato la questione con la Commissione europea attraverso più canali, e in particolare abbiamo chiesto alla Commissione europea di rivedere questa decisione”, ha detto ai giornalisti a Melbourne il ministro della Salute australiano Greg Hunt
Hunt ha detto che il suo Paese aveva già ricevuto 300.000 dosi di vaccino AstraZeneca, che sarebbe durato fino a quando la produzione locale del vaccino non fosse aumentata. E un portavoce del suo dicastero ha minimizzato le conseguenze del blocco deciso da Roma: “Si tratta di un lotto da un Paese. Non è stata presa in considerazione nel nostro piano di distribuzione per le prossime settimane”.
La Francia potrebbe essere la seconda dopo l’Italia a bloccare l’invio dei vaccini. Lo ha detto il ministro della Salute francese Olivier Veran.
L’Australia ha iniziato il suo programma di inoculazione due settimane fa, vaccinando il personale sanitario in prima linea e gli anziani con il preparato Pfizer, sebbene le dosi di quel vaccino siano limitate a causa delle scarse scorte globali.
Invocando l’intervento della Commissione europea, il primo ministro australiano Scott Morrison ha affermato di poter comprendere le ragioni dell’Italia: “In Italia le persone muoiono al ritmo di 300 al giorno. E quindi posso certamente capire l’alto livello di ansia che esiste in Italia e in molti Paesi in tutta Europa”.
L’Australia ha ordinato 53,8 milioni di dosi di AstraZeneca, sviluppato in collaborazione con l’Università di Oxford. L’azienda farmaceutica locale CSL Ltd si è assicurata i diritti per la produzione di 50 milioni di queste dosi in Australia e prevede di rilasciare il primo lotto verso la fine di marzo. Le dosi prodotte localmente forniranno la spina dorsale del programma di vaccinazione dell’Australia, che i funzionari sperano di completare entro ottobre. L’Australia è sotto pressione minore rispetto a molti altri Paesi, avendo registrato poco meno di 29mila casi di coronavirus e 909 decessi.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
“IL FINE E’ QUELLO DI FAR MANEGGIARE I SOLDI AI SOGGETTI “GIUSTI””
Il Governo dei Migliori è una grande opera di restaurazione messa in atto anche al fine di far maneggiare i
soldi ai soggetti “giusti”. Proviamo a decifrarne l’origine e la natura con Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico e di Filosofie della polis, studioso degli antichi e di Vico, di potere e democrazia.
Professore, cosa è tecnicamente questo Governo dei Migliori? Una forma della democrazia? Un suo commissariamento? Un’oligarchia?
È un referto anatomo-patologico, piuttosto. La certificazione che quella che continuiamo a chiamare democrazia rappresentativa non esiste più o gode di pessima salute. Quello che è salutato come governo dei migliori è l’ennesima conferma di un processo di trasformazione della democrazia in tecnocrazia e, più in generale, del governo in governance. La sede della decisione politica si sposta verso poteri senza delega, legittimati solo dal possesso esclusivo di un sapere tecnico.
Quali sono i rischi della tecnocrazia?
L’opacità della decisione politica, presa in nome di una tecnica non discutibile e sciolta dall’obbligo di rendiconto. Già Erodoto, invece, sosteneva che non c’è democrazia dove non c’è bisogno di rendere ragione delle decisioni. E quanto più il potere è invisibile, scrive Spinoza, tanto più si alimentano la superstizione, l’infelicità e la tristezza del popolo.
A leggere i giornali, sembrerebbe una nuova aristocrazia dei competenti. Una Repubblica platonica. È così, anche se 15 ministri su 23 sono in politica da anni?
In un Paese come il nostro, incline alla genuflessione, l’apertura di credito verso il governo ha toccato vertici grotteschi di quello che Arbasino definiva “leccaculismo”, malattia nazionale. Se è indubbio che una parte della compagine governativa, a cominciare da Draghi, è fatta di esperti, la parte restante contraddice la retorica dei migliori. Anzi, rivela le ragioni meno confessabili della caduta del secondo governo Conte. Al quale nessuno ha perdonato il vizio d’origine: essere un outsider, non riconducibile a nessuna delle “famiglie” politiche che bloccano il sistema. La continuità è quanto di più antiplatonico possa immaginarsi: la polis perfetta presuppone l’azzeramento del personale della polis storica, una rifondazione radicale dell’assetto politico.
È una reazione delle èlite contro gli incompetenti?
Non vedo èlite all’orizzonte. Non le vedevo prima, non le vedo oggi. La retorica dell’uno vale uno ha fornito un assist formidabile alla retorica del merito. Ma il paradosso è che populismo e tecnocrazia sono il recto e il verso di una stessa medaglia: la crisi della democrazia rappresentativa. Che la competenza si formi in ambiti distinti dalla politica, dovrebbe poi far piangere lacrime amare a chi oggi, invece, esulta.
Se questa è una restaurazione, quale evento è stato la rivoluzione delle masse? Il Sussidistan, come lo chiama il capo di Confindustria?
Il reddito di cittadinanza è stato un tentativo di risposta, per molti versi sbagliata, a un problema reale. Che la sinistra abbia rinunciato a politiche redistributive del reddito e non abbia fatto argine alle derive censitarie della società italiana, accettate come se obbedissero a una legge di natura, è la causa principe del suo declino. Anche l’ostinazione a non vedere che il costo della crisi pandemica non è ripartito equamente produrrà conseguenze drammatiche. Ma è difficile che, con Salvini al governo, si possa anche soltanto pensare di onerare i garantiti con un tributo di solidarietà nazionale.
Il rischio è perdere anche quei minimi diritti sociali che i cittadini e i lavoratori del ‘900 hanno conquistato?
Molti governi di centro-sinistra hanno fatto a gara con quelli di centrodestra nello smantellamento dei diritti sociali. La crisi pandemica sta completando quest’opera.
I giornali influenti sono posseduti da editori che hanno interessi nella finanza e nell’imprenditoria. È per questo, e per l’arrivo di 209 miliardi, se la figura di Draghi narrata dai media è quella di un demiurgo?
Il sistema dei media è un sistema bloccato. L’effetto loop prodotto da certi talk show politici, il cui format ripete i canovacci della commedia dell’arte, con maschere fisse, è nauseante. Nel discorso pubblico, anche Draghi diventa un costrutto semiotico, il re taumaturgo.
Il Governo dei Migliori è il governo di quelli che hanno sempre maneggiato i soldi?
Si è rivelato finora quello della restaurazione, del ripristino dell’ordine infranto. È qualcosa di più profondo dell’enorme massa di denari in arrivo.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
BISOGNEREBBE PRIMA FARLA ANCHE AI POLITICI
Prima lezione della settimana: mai mettere alla gogna una persona sfruttando la propria community di followers.
Seconda lezione: evitare lo shitstorm nei confronti di minori.
Terza lezione: impedire ai propri amici di accanirsi nei confronti delle donne. Immaginiamo che questi argomenti farebbero tutti parte di un programma didattico di educazione social alle scuole elementari.
Fa quasi strano che a proporlo sia il senatore della Lega Matteo Salvini. Ricordiamo soltanto una cosa: il suo sistema di comunicazione — e non è un soprannome, ma un nome sdoganato dagli stessi ideatori — viene chiamato “La Bestia”.
Matteo Salvini è intervenuto nella Sala Caduti di Nassyria del Senato per parlare della proposta di legge contro l’incitazione all’autolesionismo, in compagnia dell’altro parlamentare leghista Simone Pillon.
Si tratta di una proposta che mira a punire chi, in qualche modo, incita le persone — soprattutto se minorenni — a compiere atti di violenza contro la propria persona.
Non propriamente una novità nel quadro normativo, ma comunque una battaglia che può essere considerata bipartisan e condivisibile. Sicuramente, questa proposta di legge ha preso spunto anche da alcuni comportamenti dei minori sui social network, a partire dal caso della morte di una bambina di 10 anni di Palermo che stava registrando un video con il proprio cellulare, forse da pubblicare su TikTok.
Matteo Salvini — e ce lo ha detto da papà -, prima di entrare nel merito della questione, nel corso della conferenza stampa ha proposto, oltre all’ora di educazione civica, anche un’ora di educazione social, a partire dalle scuole elementari: «Un’ora di educazione social contro i pericoli della rete, a patire dalle scuole elementari — ha chiesto il leader della Lega -: perchè soprattutto con le chiusure i bambini sono chiusi in casa spesso da soli con telefonino. Visto che ormai è una battaglia persa quella di togliere i cellulari ai più piccoli, almeno spieghiamo loro le cose di cui bisogna aver paura e su cui bisogna drizzare le antenne».
Già , è importante. Ben vengano dieci, cento lezioni di educazione social (ma più in generale, di educazione digitale). Ma non solo nelle scuole elementari.
Anche tra i banchi delle superiori, anche nelle case degli italiani, persino nelle sedi di partito o nelle aule delle istituzioni, compreso il Senato, compresi gli scranni della Lega, compreso il seggio di Salvini.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
PRIMA DI FARE ANNUNCI ROBOANTI AVREBBERO FATTO MEGLIO AD ASPETTARE
Vi ricordate quando Salvini, ancora non diventato completamente europeista, spiegava di voler proporre a
Mario Draghi il modello Bertolaso per imprimere una svolta decisiva alla campagna vaccinale in Italia?
Sembra passato un secolo. Intanto la Lombardia chiude le scuole e va in zona arancione rafforzato.
Il modello scelto da Draghi non è quello lombardo, anzi va in un’altra direzione, affidandosi al nuovo capo della Protezione Civile e al neo commissario per l’emergenza COVID Figliuolo che centralizzeranno le vaccinazioni.
E cosa è successo in Lombardia con le vaccinazioni over 80?
Dopo il flop iniziale delle prenotazioni che non funzionavano (la regione ha provato a dare la colpa a Tim ma non era andata così), sembra che il ritmo promesso non si stia realizzando. Il Fatto analizzava qualche giorno fa i dati elaborati da Lorenzo Ruffini di Youtrend:
L’assessore Letizia Moratti prevedeva di vaccinare 15 mila anziani nella prima settimana, 50 mila nella seconda, 100 mila nella prima di marzo. Previsioni che si scontrano con la penuria di vaccini. Così, molti dei 473.212 ultraottantenni che si sono già prenotati non hanno ancora un appuntamento. Non c’è certezza sulla disponibilità delle dosi, si è giustificata Regione. Per capire che non va tutto liscio, basta uno sguardo ai dati elaborati dal ricercatore Francesco Ruffino (Youtrend), secondo i quali ha ricevuto la seconda dose meno del 10% dei circa 3.369 over 80 vaccinati prima dell’inizio della Fase 1ter. E non va meglio per le altre fasce di età , tutte sotto il 10%. Tra il 18 e il 21 febbraio, a ricevere la seconda dose sono stati solo 1.626 lombardi
L’opposizione in regione, tramite il 5 Stelle Massimo De Rosa intanto denunciava: “Domenica hanno ricevuto la prima dose poco più di 2.000 over 80. Se si considera che in attesa ci sono circa 500 mila persone, di questo ritmo la loro salute sarà a rischio per molto tempo”, accusa l’M5S Massimo De Rosa, che aggiungeva: “Da inizio campagna hanno ricevuto la prima dose 14.000 over 80 su 500 mila”.
La situazione non è migliorata nel frattempo. Anzi. Proprio ieri Bertolaso, che paventa una zona rossa in arrivo per tutta l’Italia, si lamentava: “Avrei molti motivi per essere avvilito: due province sono in zona rossa e tutte le rianimazioni piene, oltre al problema delle convocazioni per gli over 80 con il sistema che continua a funzionare male”.
Ma del modello Bertolaso, che vorrebbe vaccinare 6 milioni di lombardi entro marzo, con 140 mila dosi al giorno nei 55 hub pubblici, cui si aggiungono le 30 mila giornaliere dei privati, dubitano in tanti.
Ad esempio è un rebus il personale necessario: a partire dai 4mila infermieri che mancano, come sottolineava il sindacato Nursing Up, per arrivare ai medici specializzandi, che per Bertolaso vanno precettati, ma che denunciano di “essere sfruttati a costo zero“.
Intanto i numeri parlano chiaro: Ats Milano dovrebbe somministrare dosi a 50mila persone al giorno mentre ad esempio il 1 marzo ne ha conteggiate appena 2.713.
Il Fatto di oggi fa un po’ di conti: “dal 18 febbraio al 1° marzo gli over 80 vaccinati sono stati 72.282, a fronte di una platea di 720.000. Mentre la fase 1, che avrebbe dovuto coprire tutti i 319.952 sanitari e ospiti delle Rsa, è ancora in corso (hanno ricevuto due dosi 243.027 persone, il 76%). I 200.000 insegnanti (esclusi quelli di nidi e materne) inizieranno le iniezioni l’8 marzo. Ma dovranno attendere l’sms dalla piattaforma che sta raccogliendo le adesioni, che però nel primo giorno di funzionamento ha mostrato più di un bug. Per esempio non accettava le prenotazioni di docenti non residenti in regione, ma che in Lombardia lavorano”.
Insomma, qualche tempo fa Fontan presentava ricorsi contro la zona rossa: poi tutta l’Italia scopriva che se la Lombardia ci era finita era invece per un errore di calcolo dell’indice RT dovuto ai dati sbagliati che arrivavano dalla regione.
E non è tutto: questo grafico mostra come i dati dell’RT lombardo consolidati dimostrano che la regione, in zona gialla, si doveva trovare in zona arancione da una settimana:
A TPI Nicoletta, che riporta il grafico, ha spiegato: Praticamente, dall’excel della Regione Lombardia bisogna sommare le quattro colonne dei pazienti con “nessuno stato clinico”, “solo stato lieve paucisintomatico severo grave”, “con stato lieve paucisintomatico severo grave guarito” e “stato lieve paucisintomatico severo grave deceduto”.
Si otterranno così tutti i pazienti sintomatici. E per calcolare l’Rt basta usare questa formula. “C’è da dire — sottolinea il ricercatore — che se anche le altre regioni o pubbliche amministrazioni rilasciassero i dati dei sintomatici a inizio sintomi potremmo fare le stesse verifiche”.
Ora di certo la situazione non è rosea in nessuna parte del paese. Però nessuno ha detto di avere una ricetta magica per risolvere l’avanzata delle varianti e della terza ondata.
Gli unici a fare annunci roboanti sono stati Salvini e Bertolaso. Forse era meglio aspettare.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
“LO STILLICIDIO NON FINISCE, MI VERGOGNO CHE NEL PD DA 20 GIORNI SI PARLI SOLO DI POLTRONE E PRIMARIE”… I RENZIANI INFILTRATI ORA POSSONO VOTARE BONACCINI E VENDERE IL PARTITO AI POTERI FORTI
“Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni”.
Lo scrive su Facebook Nicola Zingaretti. “Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità . Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili”.
Il messaggio integrale di Nicola Zingaretti
Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni
Sono stato eletto proprio due anni fa. Abbiamo salvato il Pd e ora ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee, la nostra visione. Dovremmo discutere di come sostenere il Governo Draghi, una sfida positiva che la buona politica deve cogliere
Non è bastato. Anzi, mi ha colpito invece il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni.
Ma il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd.
Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità . Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili.
Io ho fatto la mia parte, spero che ora il Pd torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli. A tutte e tutti, militanti, iscritti ed elettori un immenso abbraccio e grazie.
Ciao a tutte e tutti, a presto. Nicola
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
“IL BONIFICO DELLA MAERSK E’ UNA DONAZIONE, PREVISTA DALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI E REGISTRATA A BILANCIO, NESSUN ACCORDO PER TRASBORDO MIGRANTI”
Alessandro Metz è furibondo. “Sono un operatore sociale che lavora da 30 anni nel campo della salute mentale”, grida al telefono. “Lavoro da una vita coi disabili, coi minori, nel settore accoglienza, con le cooperative sociali: questo è il mio stipendio. Che adesso qualcuno si permetta di dire che sto lucrando sul salvataggio dei migranti in mare è una cosa intollerabile”.
La sua rabbia è comprensibile. L’accusa che gli muove la procura di Ragusa — aver accettato in qualità di armatore della Mare Jonio il trasbordo dei 27 migranti della Maersk Etienne solo per soldi – è di quelle che, se provate, fanno tabula rasa. Della credibilità , del sostegno, del futuro del progetto Mediterranea.
E però un bonifico tra la compagnia danese Maersk e la Idra, la società di Metz e Giuseppe Caccia, c’è. E’ agli atti dell’indagine.
E’ un bonifico di 125.000 euro. E’ datato 30 novembre. Metz, cosa sono quei soldi?
“Una liberalità da parte della Maersk, i cui rappresentanti abbiamo incontrato per la prima volta il 6 ottobre. Quasi un mese dopo il trasbordo”
Liberalità per cosa? Vi fate pagare i trasbordi adesso?
“No. Il 6 ottobre veniamo invitati a Copenaghen dalla Danish Shipping, l’associazione che riunisce i maggiori armatori danesi. A Copenaghen va Beppe Caccia. E’ un convegno tra diverse associazioni di categoria in cui si discute proprio il caso di settembre della Maersk Etienne. Lì Caccia incontra Tommy Thomassen, uno dei dirigenti della Maersk”.
Di cosa parlano?
“Caccia spiega a Thomassen che, dopo il trasbordo e l’attracco a Pozzallo, Mare Jonio ha avuto problemi con le autorità italiane, perchè è stata aperta un’indagine, siamo stati diffidati e non ci hanno fatto più riprendere il mare nè imbarcare tecnici armatoriali. Nei due mesi successivi all’operazione abbiamo avuto spese per 270 mila euro. A quel punto Thomassen dice a Caccia che è loro intenzione ristorare il danno che abbiamo subito”.
Perchè Maersk non ha fatto semplicemente una donazione a Mediterranea?
“Beppe gliel’ha suggerito! Ma i legali della Maersk hanno detto che la soluzione migliore, di maggior trasparenza, era seguire i dettami della Convenzione di Londra del 1989”.
Che dice cosa?
“Codifica la modalità di aiuto e supporto in acque internazionali tra assetti navali diversi. Così arriviamo alla fattura da 125 mila euro della nostra Idra Social Shipping, regolarmente rendicontata nel nostro bilancio. Niente di illegale, di oscuro o di strano”.
Però è la prima volta che si sente di un passaggio di denaro in seguito a un intervento di carattere umanitario. Siete andati a prendere migranti che stavano su quella petroliera da 37 giorni e li avete portati in Italia. Non crede che le questioni commerciali dovrebbero rimanere fuori da questo campo?
“Nessuno nella Idra prende soldi, i soci non si spartiscono dividendi. Tutto ciò che incassiamo lo usiamo per mantenere la Mare Jonio attiva, per metterla in mare e salvare i naufraghi”.
Avevate informato gli altri di Mediterranea del bonifico?
“Il direttivo e l’assemblea dei soci di Mediterranea hanno i bilanci di Idra”.
I pm di Ragusa ritengono che prima del trasbordo abbiate contattato gli armatori della Maersk per mettervi d’accordo.
“E’ una falsità indegna”
Ci sono i tabulati delle telefonate tra Beppe Caccia e un numero danese. Almeno 4 chiamate.
“Quel numero non è di un dirigente della Maersk, ma della rappresentante della Danish Shipping, l’associazione di categoria degli armatori danesi”.
E non è strano che proprio prima della vostra partenza dal porto di Licata Beppe Caccia telefonasse ai danesi? Di cosa parlava con la Danish Shipping?
“Il caso della Etienne era diventato la vergogna d’Europa, 37 giorni fermi in mare con i 27 migranti e Malta che negava lo sbarco. In quel momento l’elemento politico era fondamentale per arrivare alla soluzione del caso. Caccia stava cercando di capire se c’era la possibilità , attraverso Danish che ha una potenza di lobbying notevole, di fare pressioni su Ursula Von Der Leyen per mettere fine a quello scandalo”.
Non può essere che l’accordo avveniva tramite lei?
“Le rispondo con la nostra storia: in questi 30 anni di attività politico-istituzionale e sociale che ognuno di noi ha svolto, ci possono accusare di tutto, ma non di lucrare e speculare sulla pelle delle persone. E poi la Maersk si è esposta pubblicamente, negando che ci fosse un accordo preventivo. Perchè, mi chiedo, i pm di Ragusa non hanno ascoltato anche la loro versione prima di venirci a sequestrare telefoni e computer e far scoppiare questo scandalo?”.
Sostengono che avete falsificato i report medici sulle condizioni di quei migranti, per spingere il Centro di soccorso italiano a concedervi il porto di sbarco. E’ così?
“A fare il report medico è stata una dottoressa seria che ora lavora in ospedale», ribatte Metz. «Solo dei pm in malafede possono sostenere che quelle persone, dopo tutto ciò che avevano passato in Libia e da 37 giorni confinate in uno spazio di 20 metri quadrati sulla prua della petroliera, non fossero in stato di necessità . Stanno criminalizzando la solidarietà ”.
Come sta reagendo la vostra comunità alle notizie che arrivano da Ragusa?
“Massima solidarietà da parte di tanti che fanno parte della civil fleet e hanno capito che è in atto un attacco pretestuoso a Idra Social Shipping. Alla procura di Ragusa non interessa la questione dei soldi, quello è fango immesso nel ventilatore. Fango che poi non se ne va facilmente, perchè rimane il dubbio…è una situazione fortemente penalizzante”.
La trattativa per comprare la maxi nave da 500 posti procede lo stesso?
“No, al momento è saltata. L’operazione della procura di Ragusa mira a mettere in ginocchio Idra Social Shipping che nasce per gestire le navi della società civile di mediterranea. L’intento è ovvio”.
Sta dicendo che c’è un complotto contro di voi?
“No. Osservo solo che uno dei magistrati, Fornasier, è quello che anni fa mise sotto inchiesta la Cap Anamour che aveva portato in salvo 37 naufraghi del Sudan. Io e Beppe Caccia allora andammo in Sicilia per protestare, e trovammo quelle persone rinchiuse nei container del centro di detenzione. Quella giornata finì con l’intervento delle forze dell’ordine, io sono finito in ospedale. Nel processo sulla Cap Anamour, poi, tutti gli imputati sono stati assolti”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
I 32 MILIARDI STANZIATI DAL GOVERNO CONTE ANCORA OGGETTO DI DISCUSSIONE NEL GOVERNO DRAGHI: ARRIVERANNO “TEMPESTIVAMENTE” DOPO PASQUA
Avrà pure la bacchetta magica, come giornaloni e talk show tv ci fanno credere da un mese, ma al
momento l’unico prodigio riuscito a Mario Draghi è aver fatto sparire i ristori alle imprese chiuse per Covid.
Il decreto Ristori 5 è in alto mare e lo scostamento di bilancio da 32 miliardi fatto approvare in Parlamento dall’Esecutivo giallorosso resta inutilizzato, nell’attesa che i nuovi ministri si mettano d’accordo su chi beneficiare di più con questo tesoretto.
A sentire i leader e i sottopancia dei partiti che fino a gennaio scorso stavano all’opposizione, adesso sarà sempre Natale e festa tutto l’anno, perchè una fetta importante andrà alle partite Iva, una fetta ancora maggiore al turismo, col grosso si pagherà la Cassa integrazione e con tutto il grasso che resta si darà molto più di prima a ristoratori, palestre, estetisti, artisti e compagnia cantando.
La propaganda funziona così: più prendono in giro gli italiani più hanno consenso.
Ma a venti giorni dal giuramento del nuovo premier qualcuno comincerà pure a svegliarsi, e dopo essersi infinitamente rallegrato insieme a Salvini, Renzi e Meloni per il cambio del commissario Arcuri e del capo della Protezione Civile Borrelli magari verificherà se gli è arrivato in tasca un solo euro in più, se si sono fatti concreti passi avanti sulle vaccinazioni o se è improvvisamente finita la pandemia.
Un fact-checking disastroso, perchè i contagi aumentano e l’unica novità sui ristori è che adesso si chiameranno sostegni. Anzi, non adesso, ma quando arriveranno — se arriveranno — non prima di Pasqua e in misura inferiore rispetto ai tempi di Conte.
(da Infosannio)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
IL MICROBIOLOGO: “SE AVESSIMO DIECI MILIONI DI VACCINI NON SAPREMMO DISTRIBUIRLI”
Andrea Crisanti, il microbiologo che ebbe un ruolo di primo piano nel contenimento della pandemia in Veneto lo scorso marzo, critica in maniera decisa il nuovo commissario all’emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo.
“Due mesi fa avevo detto che il Governo” per la distribuzione dei vaccini anti-Covid “doveva consultare quelli di Amazon. Non lo avevo detto a caso, Amazon è un gigante nella logistica. Con tutto il rispetto, il nostro generale del Genio, in confronto agli ingegneri di Amazon, è un apprendista”, ha affermato Andrea Crisanti intervenendo a ”ilcafFLEdelmercoledì”, rubrica settimanale della Fondazione Luigi Einaudi.
Amazon “è in grado di movimentare miliardi di pacchi al giorno e distribuirli capillarmente su tutto il territorio – ha argomentato il microbiologo – Il fatto che Figliuolo sia un Generale ha un grosso impatto mediatico e di comunicazione, ma vi assicuro che per distribuire i vaccini probabilmente ci volevano esperti in ingegneria e informatica che stanno in Amazon non nell’Esercito. Se avessero preso lo chief executive officer di Amazon sarei stato più tranquillo”.
Crisanti ha criticato in generale il piano vaccinale italiano: “Se oggi avessimo dieci milioni di dosi non sapremmo come distribuirle. Abbiamo iniziato la vaccinazione con quella “pagliacciata” del “vaccination day”, illudendo tutti gli italiani. Fino ad ora non si era fatto nulla ed era stato programmato pochissimo, senza rendersi conto delle difficoltà logistiche di una vaccinazione di massa con un vaccino come quello di Pfizer, che ha problemi giganteschi di logistica”.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
COME SONO LE COLONIE PENALI RUSSE
Al suo arrivo nella colonia penale IK-1 della località russa di Yaroslavl, Ruslan Vajapov avrebbe dovuto
ricevere un materasso nuovo, un cuscino, lenzuola e coperte.
Sulla branda di uno dei due stanzoni della baracca che condivideva con altri 130 detenuti ereditò invece la dotazione personale di un altro recluso, che aveva già scontato la pena. «Nient’altro. Letti infestati di cimici, soltanto quattro bagni e quattro lavandini per oltre cento uomini, senza acqua calda. E lavoro», ricorda Vajapov, 39 anni.
In quell’istituto penale, su cui si accesero i riflettori dopo che un video filtrato all’esterno svelò i pestaggi a un detenuto, Vajapov ha trascorso più di cinque anni, condannato per un caso che le organizzazioni per i diritti civili ritengono costruito ad hoc.
Lavorava come padroncino e venne arrestato nel 2012 quando, sceso dal camion, orinava sul ciglio della strada, e condannato per esibizionismo nei confronti di minori, dopo essersi rifiutato di pagare mazzette alle autorità , dichiarano i suoi avvocati.
Una eredità dell’Urss
Il sistema penitenziario russo è basato su centri come l’IK-1. Colonie penali ereditate dalla vecchia URSS, circondate di fili spinati, composte da grandi baracche di legno o di mattoni nei cui stanzoni vivono tutti insieme i detenuti, senza alcuna distinzione che tenga conto del reato commesso, pur esistendo colonie più o meno severe a seconda della gravità della colpa.
Sono strutture nate all’epoca degli zar ma sviluppate a partire dal modello dei campi di lavoro forzato del Gulag sovietico e nelle quali i detenuti sono obbligati, esattamente come allora, a lavorare. Sono colonie — situate, nella maggioranza dei casi, in luoghi sperduti dell’estesissimo territorio del paese euroasiatico – dentro le quali le organizzazioni specializzate denunciano il verificarsi di continue violazioni dei diritti umani.
«Lavoro schiavista, mancanza di assistenza sanitaria, abusi, torture», spiega Inna Bazhibina, coordinatrice dell’organizzazione umanitaria Russia in Carcere. «In fondo il gulag continua a essere gulag», assicura.
È il sistema che potrebbe trovarsi costretto ad affrontare il noto oppositore Aleksei Navalnyj. Un tribunale di Mosca ha respinto il suo ricorso in appello e ratificato la condanna a tre anni e mezzo, da scontare nella colonia penale N2 a Prokrov.
Il critico più severo e noto dell’operato del Cremlino è stato condannato lo scorso 2 febbraio per aver trasgredito agli obblighi della libertà condizionale stabilita da una discussa sentenza del 2014, sentenza che quattro anni fa venne considerata «arbitraria e ingiusta» dal Tribunale Europeo per i Diritti Umani di Strasburgo. Navalnyj, 44 anni – noto per aver rivelato scandali di corruzione dell’èlite economica e politica russa -, mentre era in Germania, dove si trovava per curarsi dall’avvelenamento di cui era stato vittima in Siberia lo scorso agosto, non si è presentato ai controlli giudiziari obbligatori.
La sostanza usata per avvelenare l’oppositore è una neurotossina di uso militare in epoca sovietica; Navalnyj punta direttamente il dito contro il presidente russo Vladimir Putin, dietro la cui figura l’Occidente scorge la longa manus del Cremlino.
I trasferimenti nelle colonie di solito hanno tempi molto lunghi e si svolgono con grande opacità ; lo denunciano organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, e descrivono viaggi dei detenuti a bordo di vagoni sigillati e senza finestrini; tragitti che a volte durano un mese, prima che il prigioniero, ignaro di tutto, arrivi a destinazione.
Per il momento le autorità russe non hanno tenuto in alcun conto le pressioni nazionali e internazionali, e nemmeno la sentenza del Tribunale di Strasburgo che il 17 febbraio scorso, con una deliberazione finale quasi senza precedenti, ha chiesto la scarcerazione immediata di Navalnyj.
La scelta, tra le colonie penali, era vasta: in Russia ce ne sono circa 670, mentre i penitenziari sono appena una decina (centri più simili alle carceri occidentali, con piccole celle, che di solito vengono utilizzate solo per il tempo che dura lo stato di arresto provvisorio o preventivo), secondo i dati del Ministero della giustizia.
Colonie in luoghi privi di popolazione come la Carelia, al confine con la Finlandia, dove fu rinchiuso per qualche tempo l’oligarca Mikhail Khodorkovskij, dopo aver lavorato cucendo guanti in una colonia siberiana quando fu condannato per frode in un processo considerato politico; sul Mar Bianco; in Mordovia, dove rimase per un paio d’anni Nadia Tolokno, membro del movimento punk russo Pussy Riot; lì Tolokno cuciva uniformi per la polizia, mentre scontava una pena per «vandalismo causato dall’odio religioso», dopo aver protestato contro Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore, a Mosca; nel territorio del Litorale, nell’estremo oriente del paese, vicino al mar del Giappone.
Luoghi sparsi sul territorio e legati al concetto di sviluppo economico dell’epoca sovietica, quando i lavori forzati dei prigionieri svolgevano una funzione essenziale nella struttura dello Stato.
Il paese con più detenuti d’Europa
La Russia è il paese con più detenuti d’Europa, pur essendo lontana dalle cifre degli Stati Uniti o del Brasile. Il paese euroasiatico ha circa 144 milioni di abitanti, e attualmente 483.000 persone stanno scontando una pena in carcere. Nel 2020, per la prima volta da quando si fanno questi conteggi, la cifra dei detenuti è inferiore al mezzo milione, spiega Eva Merkacheva, esperta in colonie penali e membro di varie commissioni ufficiali. Merkacheva sottolinea come l’assenza del concetto di «reato di minore gravità » nel Codice Penale comporti un’altissima percentuale di condanne che implicano la privazione della libertà .
La percentuale di casi giudiziari che terminano con l’assoluzione, inoltre, è molto bassa. «Quando ho iniziato a visitare i centri ho visto una tale saturazione di detenuti che alcuni di loro erano costretti a dormire per terra; altri avevano costruito amache che penzolavano tra i letti a castello; il cibo era pessimo e la puzza insopportabile», racconta al telefono Merkacheva, che assicura che negli otto anni trascorsi da quando studia i centri di detenzione russi la situazione è leggermente migliorata.
Aleksei Polijovich è convinto di essere stato fortunato, in qualche modo. Venne arrestato a 22 anni, nel 2012, durante le manifestazioni di massa di piazza Bolotnaya, a Mosca, in protesta contro i brogli elettorali e contro Putin. Fu condannato a tre anni e sei mesi di carcere per aver partecipato alle «sommosse» e per minacce o uso della violenza – senza rischio per la loro persona – contro funzionari del governo. Tuttavia scontò la pena in una colonia «vicina»al luogo di residenza della sua famiglia, cioè a poco più di quattro ore di treno dalla capitale russa. «I miei genitori potevano andare e tornare in giornata. Non come accade ad altre persone, che devono prendere l’aereo e spendere moltissimi soldi per far visita ai propri cari», commenta al telefono Polijovich, che ora è diventato attivista.
Le visite dei familiari
Non c’è una legge che stabilisca che i detenuti debbano scontare la pena in luoghi geograficamente vicini a dove vivono i loro familiari, sottolinea Oleg Novikov, della fondazione Verdetto Pubblico, un’organizzazione che presta assistenza legale; segnala anche che le autorità delle colonie penali esercitano pressioni, ricattano e puniscono i detenuti servendosi proprio delle visite dei congiunti.
In base a una distinzione generica, retaggio dell’estesa cultura carceraria di epoca sovietica, le colonie maschili russe si suddividono in «rosse» —centri brutali, controllati con mano dura dal direttore del carcere, dove le regole sono inflessibili e sono stati rilevati numerosi casi di torture – e «nere», dove le norme sono meno rigide e i boss criminali della colonia arrivano a negoziare con le autorità penitenziarie e «controllano» in modo informale il resto dei detenuti attraverso una serie di regole tacite, che in fondo sono le stesse regole della criminalità .
Polijovich era in una colonia «nera». «Era una buona colonia», racconta. «La si potrebbe quasi definire una ‘colonia commerciale’, perchè il sistema era molto più flessibile rispetto a una colonia propriamente «nera»: se qualcuno infrangeva le regole la situazione a volte poteva essere risolta pagando del denaro», racconta. Scontò la condanna in uno dei laboratori tessili associati al carcere. Guadagnava circa 400 rubli (poco più di 4 euro) al mese per otto ore di lavoro cinque giorni a settimana. Riceveva il salario sotto forma di sigarette, che usava per «comprare piccoli servizi», spiega.
Non si possono superare le 40 ore di lavoro settimanali – lo stabilisce la legge-, che prevede anche che i detenuti delle colonie penali ricevano un salario. Contribuire inoltre a far funzionare correttamente questo sistema garantisce loro alcuni incentivi, come l’incremento del numero di visite ricevute in carcere. Queste regole generali, però, non vengono rispettate, segnala la attivista Bazhibina: ci sono persone che non sono in grado di lavorare e che per questo motivo vengono penalizzate. Oppure si vedono costrette a farlo in posti in cui guadagnano appena un paio di rubli al mese: una somma talmente esigua da non permettere loro di comprare nemmeno la carta igienica, un bene di lusso nelle colonie, racconta una detenuta in una lettera scritta a mano, dove spiega che se avesse i soldi per comprarsi degli occhiali da vista potrebbe lavorare in un laboratorio di sartoria del centro e ricevere almeno un salario un po’ più alto.
Con lo stipendio di un mese, che guadagna cucendo uniformi, Tania Kuznetsova ha potuto comprare, nello spaccio della colonia, una confezione di caffè solubile e due pacchetti delle caramelle meno care.
La donna, di 53 anni, ne ha scontati sei e mezzo di condanna in una colonia correzionale per un caso di frode che coinvolse l’agenzia di viaggi in cui lavorava. Racconta che la sua giornata lavorativa era di 12 ore quotidiane, sei giorni a settimana, e che per «schivare» le norme sul lavoro e le possibili ispezioni — dato che la colonia era vicina a Mosca – le autorità carcerarie obbligavano le detenute a firmare una dichiarazione in cui specificavano che le ore extra erano «del tutto volontarie».
Una potente macchina finanzaria
Il Servizio Penitenziario Federale è una potente macchina finanziaria. Le colonie hanno contratti con organismi statali — e a volte anche con entità private – e le quote di produzione non sono stabilite dalla legge, ragion per cui a volte schizzano ai massimi livelli. Oltretutto in alcune regioni, come nel caso della Mordovia, l’apporto produttivo delle colonie è ormai imprescindibile al bilancio regionale. Per questo la catena lavorativa messa in movimento dai detenuti non si ferma mai, sottolinea Inna Bazhibina.
Nonostante l’imponenza di una simile struttura, spesso ai detenuti mancano i generi di prima necessità , dice la coordinatrice di Russia in Carcere.
Tania Kuznetsova racconta che tutte le detenute della colonia in cui lei è stata dovevano indossare sempre l’uniforme e portare il fazzoletto in testa, ma non disponevano di ricambio. «Così, private della possibilità di cambiarsi o di lavare l’uniforme, alcune ragazze tentavano di cucirsene un’altra, rubando il tessuto dalla fabbrica; a volte rubavano e cucivano per rivendere», racconta. Soltanto una volta, in tutto l’arco di tempo in cui rimase in carcere, le consegnarono un pacchetto che conteneva prodotti per l’igiene personale: dentifricio in confezione da viaggio, spazzolino da denti, carta igienica e assorbenti. Un solo paio di scarpe: «E la suola era talmente sottile che sembrava carta, durava pochissimo. Dall’etichetta scoprimmo poi che erano le scarpe che si usano per seppellire i morti», dice la donna.
Organizzazioni come Verdetto Pubblico — che contribuì a portare alla luce le torture praticate nel carcere di Yaroslavl,dove fu imprigionato Ruslan, e che riuscì a far condannare diversi ufficiali — hanno fornito numerose prove di sfruttamento della forza lavoro, spiega il portavoce Oleg Novikov. I detenuti però faticano molto a denunciare, temono le rappresaglie.
Le «occasioni » di castigare i detenuti sono parecchie. L’attivista Konstantin Kotov venne sbattuto in isolamento soltanto per aver usato dei guanti che un altro detenuto gli aveva prestato. Il magnate KHodorkovskiJ, invece, per aver accettato della frutta da altri reclusi, una sera che era stato costretto a saltare la cena. Punizioni che allontanano i detenuti di spicco dagli altri e dai propri familiari, e che sono provvedimenti «più abituali» rispetto alla violenza fisica, nel caso in cui il recluso goda di notorietà .
Gli altri, invece, ricevono un trattamento diverso, racconta Vajapov, che oggi dà una mano ai detenuti a orientarsi nel complicato sistema penale; parla di pestaggi «preventivi» due volte l’anno; di mancanza di assistenza medica e di criminalizzazione del malato: «In Russia, nelle colonie penali, domina la cultura dell’impunità ».
(da El Paàs/Lena- Leading European Newspaper Alliance)
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