Agosto 23rd, 2016 Riccardo Fucile
NIENTE ORATORI DI PARTITO ALL’EVENTO, RETI MEDISET ALLERTATE PER LA MASSIMA COPERTURA… TRA GLI OSPITI L’EX NUMERO UNO DI CONFINDUSTRIA SQUINZI
I motori torneranno a girare a pieno regime domani. Quando Stefano Parisi sarà di nuovo a Milano
dopo qualche giorno di vacanza per mettere a punto l’organizzazione della convention di metà settembre.
Negli ultimi giorni la sua attività è stata quella che in Forza Italia chiamano (con apprensione) «point to point».
Significa che l’attività si è limitata ad alcune telefonate a interlocutori che potrebbero partecipare all’appuntamento tutto contenuti che Parisi ha in mente di realizzare.
Un evento su cui è mantenuto stretto riserbo, anche allo scopo di aumentare l’hype, l’attesa.
La location in zona via Tortona
La location attende soltanto il definitivo via libera del promotore, ed è comunque significativa.
Si tratta di un locale per eventi della zona di via Tortona, il quartiere che fu industriale e che iniziò la sua trasformazione (e la sua gentrification) proprio negli anni in cui Parisi era il direttore generale del Comune di Milano, con Gabriele Albertini sindaco.
In realtà , il super consulente di Silvio Berlusconi aveva pensato a qualcosa di ancora più specifico come sede per la sua convention: la Fabbrica del Vapore.
Un vecchio stabilimento dismesso recuperato dalla giunta Albertini e trasformato in uno spazio polifunzionale. Ma dal Comune, oggi guidato dall’avversario Beppe Sala, è arrivato un no.
A Pontida il raduno della Lega
Anche la scelta dei giorni potrebbe non essere casuale. Il weekend di metà settembre è quello in cui la Lega si darà appuntamento per il più classico dei raduni, quello di Pontida. Sulla coincidenza dei due eventi, esistono due interpretazioni.
Quella maliziosa, che indica nella data un modo garbato per mettere fuori gioco eventuali presenze leghiste.
E quella invece accomodante: la data sarebbe stata scelta proprio per evitare imbarazzi: ciascuno a casa sua, e tutti contenti. Forse la spiegazione è più semplice: la settimana prima era ancora troppo a ridosso delle ferie.
«La crescita cultura dell’area moderata»
Comunque sia, la convention parisiana, almeno per il momento, non prevede oratori di partito. In realtà , neppure è un appuntamento di Forza Italia.
La sua organizzazione è parallela a quella dell’incarico di due diligence sul movimento che gli ha conferito Silvio Berlusconi. Parallela ma, come si sottolinea, separata.
Certo, l’ex premier ha «apprezzato e condiviso» l’iniziativa di Parisi. Che tuttavia, resta «un contributo» del solo Parisi «alla crescita ideale e culturale per l’area moderata». Anche se le televisioni del Biscione sono state già allertate: massima copertura all’evento. Nei giorni del suo svolgimento, ma soprattutto in quelli successivi per far risuonare le nuove parole d’ordine.
Tra i presenti, poche certezze: l’ex numero uno di Confindustria Giorgio Squinzi, il presidente di Federacciaio Antonio Gozzi e quello di Ance Claudio De Albertis.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile
NELLA LETTERA A “REPUBBLICA” PARISI PROPONE DI SEPARARE IL LUOGO DELLE RIFORME DALL’ATTIVITA’ LEGISLATIVA “PER UN PAESE PIU’ MODERNO”
Caro direttore, ho letto l’articolo di Stefano Folli su Repubblica di ieri. 
Propongo l’Assemblea Costituente perchè sostenere le ragioni del No impone di battere la propaganda renziana del “o Sì o caos”.
Chi è per il No e ha uno spirito riformatore deve indicare una prospettiva e determinare un campo di ragionevolezza e responsabilità per il dopo referendum. L’Assemblea Costituente non ha nulla a che vedere con le larghe intese, che sono la causa del nostro gigantesco debito pubblico.
Anzi, è l’esatto contrario, proprio per avere Governi con una maggioranza chiara, non rabberciata di giorno in giorno con lo scempio dei transfughi, con migrazioni opache che certo non aiutano l’immagine di una politica ormai logorata nell’opinione pubblica, è necessario separare il luogo delle riforme costituzionali da quello dell’attività legislativa.
Il centrodestra e il centrosinistra sono alternativi, competono per il futuro Governo del Paese.
L’Assemblea Costituente non è un modo per sdrammatizzare il referendum.
E’ l’unica proposta concreta per avviare una fase riformatrice efficace, rapida e consapevole.
Se c’è volontà e forza politica una legge snella, di 2 o 3 articoli, che abolisce il Senato e istituisce l’Assemblea Costituente, può essere approvata in pochi mesi, insieme alla legge elettorale, per poi andare al voto già nella primavera del 2017.
La riforma costituzionale del Presidente del Consiglio è confusa, rischia di creare un grave contenzioso tra Regioni, Comuni e Stato, non garantisce nessuna stabilità di Governo nè rapidità nel processo decisionale.
Ha avuto un percorso parlamentare confuso, con maggioranze mutate nel tempo, circostanza che ha ulteriormente squalificato sia il suo contenuto che il dibattito politico che ha accompagnato il processo parlamentare e oggi, la campagna referendaria.
Ha ragione il Presidente della Repubblica, dobbiamo portare il confronto sul merito della riforma.
Non dobbiamo arrivare a votare sotto la minaccia del crollo della nostra economia. La riforma Renzi non è l’ultima spiaggia.
Subire questa pessima riforma pensando che per parecchio tempo non si potrà mettere mano all Costituzione vuol dire condannare il nostro Paese alla inefficienza, alla marginalità , al declino politico ed economico.
Questa riforma va respinta. Bisogna votare No. E devono poter votare No anche coloro, e sono tanti, che pensano che questa riforma sia un gran pasticcio ma che sia necessario scongiurare il vuoto politico.
Nei prossimi anni i Paesi europei saranno chiamati a prove molto difficili, abbiamo molta incertezza di fronte a noi.
Risultati elettorali incerti in molti Paesi, una forte spinta anti-europea, gravi fratture politiche e sociali conseguenti la pressione migratoria, un’evidente drammatica debolezza dell’Europa sul difficile fronte del terrorismo accompagnata da un sempre maggiore disimpegno degli Stati Uniti.
Una evidente marginalizzazione dei Paesi europei proprio nello scenario dal quale sono più colpiti. Il rafforzamento delle relazioni politiche tra la Russia e la Turchia la dicono lunga sull’incapacità dell’Europa di gestire il drammatico scenario internazionale.
A questo quadro di grave incertezza dobbiamo aggiungere i problemi interni generati da un Governo che assolutamente non all’altezza della situazione: crisi del sistema bancario, gravissimo debito pubblico al quale non si mette mano, crisi economica, disoccupazione, aumento della povertà , incapacità di gestire i flussi migratori, finanziamento del sistema sanitario, incapacità di attrarre investimenti.
La profonda frattura che sarà generata dall’esito del referendum rischia di portare l’Italia in un lungo periodo di instabilità , debolezza e ulteriore vulnerabilità .
L’Italia ha bisogno di riforme, profonde, efficaci, chiare. Abbiamo bisogno di un Governo sì forte, ma soprattutto stabile, di una chiara ripartizione di competenze tra Governo centrale e Amministrazioni locali, una sola Camera, meno Regioni, una chiara scelta verso il federalismo fiscale che avvii una dinamica positiva tra territori competitivi, e un Parlamento la cui maggioranza corrisponda alla maggioranza degli italiani. E’ necessario costruire con ordine una nuova Costituzione che, dopo 70 anni, dia un quadro solido e coerente al nostro Stato.
Una Costituzione che accompagni l’Italia nel futuro con solide basi democratiche, che le consentano di tornare ad essere un’economia forte, luogo di crescita e di opportunità per tutti.
Stafano Parisi
(da “La Repubblica”)
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Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL PELLEGRINAGGIO DEL POSTULANTE SALVINI, OGGI TOCCA ALL’EX NCD
L’ex capogruppo di Ap Renato Schifani torna in Forza Italia. 
Ad annunciarlo è una nota di FI.
Schifani ha “continuato a coltivare le radici e i valori fondativi di FI, tanto da essere indotto al gesto di abbandono della sua importante carica nel momento in cui ha riscontrato una divergenza insanabile tra l’indirizzo politico di Ap ed il suo pensiero”, si legge nella nota nella quale si spiega come Silvio Berlusconi abbia accolto “con favore” la disponibilità di Schifani a tornare in FI.
“Il Presidente Berlusconi ha preso atto delle avvenute dimissioni dalla carica di Presidente del gruppo di Area Popolare da parte del Sentore Renato Schifani e delle relative motivazioni, rese pubbliche attraverso una nota inviata ai suoi colleghi Senatori”, si legge nella nota di Forza Italia che spiega: “in considerazione di quanto avvenuto, il Presidente Berlusconi ha accolto con favore la disponibilità del senatore Schifani a tornare e dare il suo valido contributo all’attività politica e parlamentare di Forza Italia”.
“Il Senatore Schifani, nel ringraziare sentitamente il Presidente Berlusconi, ne ha raccolto con convinzione ed entusiasmo l’invito rivoltogli, impegnandosi fin da adesso a dare il proprio massimo contributo per le iniziative politiche di Forza Italia”, conclude la nota del partito azzurro.
(da “agenzie”)
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Agosto 3rd, 2016 Riccardo Fucile
“ABBIAMO BISOGNO DI PERSONE CAPACI DI AGGREGARE, NON DI DIVIDERE”
«Parisi? Ha dimostrato, in un contesto come quello di Milano, di aggregare il popolo del centrodestra».
E Giovanni Toti? «Non è disoccupato, è il politico di Forza Italia che ha il più importante incarico di governo».
Stefania Prestigiacomo, fin dal ’94 fra le fila degli azzurri, elogia l’ex direttore di Confindustria, scarta l’ipotesi di una leadership di Giovanni Toti, ma allo stesso tempo precisa che il capo carismatico resta ancora Silvio Berlusconi.
Onorevole Prestigiacomo, Stefano Parisi ha già ricevuto i gradi da Silvio Berlusconi. È la scelta migliore?
«Credo che il centrodestra oggi abbia bisogno di persone con la capacità di aggregare e non di dividere, con la capacità di convincere i moderati e non di spaventarli».
All’interno di FI c’è chi ha perplessità su Parisi. C’è il rischio che si possa assistere all’ennesima scissione del partito?
«Al di là dei mugugni fisiologici io credo che oggi non esistano spazi nè condizioni per ulteriori divisioni. La parola d’ordine dev’essere quella di riunire perchè solo riunendo il nostro elettorato si può vincere».
Perchè nel centrodestra si continua a procedere per designazione e mai attraverso le primarie?
«Le primarie all’Italiana, il Pd insegna, hanno dimostrato tutti i propri limiti. Forza Italia ha un capo carismatico che è Silvio Berlusconi, in cui il nostro elettorato si identifica. Fino a che in campo ci sarà lui parlare di primarie non ha senso. Non escludo in futuro un coinvolgimento del popolo del centrodestra nella scelta del candidato premier».
Si parla anche di rottamazione. È vero che Berlusconi vorrebbe far fuori tutta la vecchia classe dirigente compresa lei?
«Non mi risulta assolutamente, c’è tutto lo spazio per nuove energie e nuove forze in grado di rilanciare Forza Italia valorizzando l’esperienza di chi ha dato molto al partito ed è riconosciuto dalla gente come un punto di riferimento».
Anche Giovanni Toti, governatore della Liguria, avrebbe più volte esternato il suo malcontento. Non ha il quid per guidare FI?
«Giovanni Toti non è disoccupato. Ha vinto, dopo una appassionante campagna elettorale all’insegna dell’unità di liberali e riformisti, le elezioni in Liguria e oggi governa una regione importante e politicamente strategica. È il politico di Forza Italia che ha il più importante incarico di governo in questo momento. Credo che sia interesse anche suo ampliare il parterre degli uomini di valore nella squadra del nostro partito e del nostro schieramento politico».
Nel centrodestra targato Parisi ci sarà spazio per Matteo Salvini e per Giorgia Meloni?
«Se l’obiettivo di Forza Italia fosse una battaglia di testimonianza potrei rispondere di no. Ma nel nostro dna politico c’è l’impegno per cambiare il Paese e per cambiare il Paese bisogna governarlo. Credo che sia Salvini sia Giorgia Meloni vogliano vincere le prossime elezioni e quindi alla fine sarà interesse comune trovare una intesa per una proposta di governo del Paese».
Giuseppe Alberto Falci
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 1st, 2016 Riccardo Fucile
HA BALLATO IL MERENGUE DEL “FEDERATORE” PER UNA SOLA STAGIONE, ORA TOCCA ALL’INDEFESSO SERVITORE DEL CAPITALISMO RELAZIONALE
Dalle stanze di Regione Liguria trapela la notizia di un Giovanni Toti abbastanza furioso per la drastica rimessa in riga da parte del signore e padrone Berlusconi, che ne ha piallato via con un sol colpo le aspirazioni a svolgere un ruolo nazionale da leader e il sistema di alleanze su cui basava la conquista della centralità a destra.
Dopo aver ballato per una stagione il merengue del nuovo federatore di tutta la paccottiglia politica sul trucido — dalla Santanchè a Calderoli — deve essere stato duro per il governatore ligure, nato in Versilia e con il cuore a Cologno Monzese, sapersi confinato in un territorio marginale e doversi impegnare in qualcosa di cui ignora perfino i rudimenti: amministrare.
Soprattutto, suona stridente essere sopravanzato al vertice da uno come Stefano Parisi, le cui ricette in politica sono identiche alle proprie (mettere insieme una coalizione dagli alfaniani fino ai leghisti); con il piccolo particolare che in Liguria si è vinto mentre a Milano no. Insomma, un clone perdente.
Perchè questo improvviso cambio di cavallo, deciso in quel di Arcore?
Rispondere al quesito può offrire utili indicazioni sull’intero quadro politico e sui movimenti in atto. Accelerati dall’appuntamento referendario autunnale.
Come, per altro verso, dimostra il cambio repentino nella direzione di Libero — da Maurizio Belpietro, critico della riforma costituzionale/elettorale Boschi-Renzi, al renziano di complemento Vittorio Feltri — non meno delle acrobazie in Rai per coprire tutte le testate giornalistiche della casa con pasdaran del “sì”.
Ecco — dunque — il perchè del cambio in corsa ai vertici di Forza Italia: Toti dava crescenti segni di scandalosa indipendenza, evidenziata dalla sintonia oppositiva nei confronti del governo con gli anti-renziani dichiarati Renato Brunetta e Paolo Romani, i lepenisti alla amatriciana (e cassoeula) Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Al contrario il cinguettante ex dg confindustriale Parisi assicura maggiore flessibilità e conoscenza delle compatibilità da navigato uomo di mondo.
Ossia, può garantire al padrone la ripresa della linea consociativa (inciuciesca/nazzarena) con il premier Renzi.
Ciò dimostra che — al di là delle manfrine — il Berlusconi sul viale del tramonto è consapevole di essere aziendalmente sotto schiaffo da parte del governo (leggi Renzi). Non a caso è stato proprio il partito azienda dei Felice Confalonieri a spingere per un riassetto delle faccende politiche che salvasse il salvabile del business; già lesionato da un Bollorè (Vivendi) che si muove alla Berlusconi.
Sull’altro fronte, tutto questo segnala anche il crescente nervosismo del premier, riguardo agli esiti presunti del referendum.
E le spregiudicate pressioni a 360 gradi che sta esercitando (unitamente alla campagna di propaganda, tra il terroristico e il demenziale, in cui è impegnata a spron battuto la ministra Boschi) dimostrano che i sondaggi riservati in suo possesso non sono per nulla tranquillizzanti.
Più in generale, i posizionamenti in atto ci forniscono importanti indicazioni sull’orografia in gestazione nella scena politica: se il ridisegno dello Stato oggetto della consultazione novembrine promuove l’ordine postdemocratico tendente alla democratura, con cui la corporazione della politica e relativi partner blindano il loro controllo sulla società (preminenza dell’esecutivo, o meglio della premiership, sugli altri poteri; riduzione del controllo elettorale sugli organigrammi pubblici), quanto attorno a Renzi si sta coagulando è un vero blocco d’ordine a tutela del privilegio.
In altri tempi lo si sarebbe definito “la destra” (con tante scuse per i 5S e le loro rudimentali strumentazioni politologiche che rifiutano le distinzioni cultural-ideali).
È dunque normale che Berlusconi subisca il richiamo (oltre che i ricatti) dell’operazione: cane non mangia cane.
E che come pegno di buona fede sacrifichi il vitello grasso Toti, per festeggiare l’arrivo di un indefesso servitore del potere purchessia, sia esso capitalismo relazionale o carrierismo politicante, quale il Parisi.
Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 29th, 2016 Riccardo Fucile
“SERVE UNA CLASSE DIRIGENTE ONESTA E DI QUALITA’, BASTA URLA IN TV, SI TORNI A VOTARE PER QUALCOSA, NON CONTRO QUALCUNO”
«Tocca all’area moderata stabilire la rotta. Tocca ai moderati riconsegnare a quest’area la sua
centralità e il suo primato».
L’«Incaricato» non parla mai di «egemonia» ma è chiara la traccia politica e culturale del suo progetto liberal-popolare.
Così Stefano Parisi si intesta l’idea – «un’idea di governo, non un’idea minoritaria» – e assegna a Silvio Berlusconi «l’input di modernizzatore»: «È lui che sta spingendo per il cambiamento, in modo da recuperare almeno una parte di quei dieci milioni di voti persi dal centrodestra».
Per riuscirci, «serve una linea alternativa al centrosinistra e competitiva con i Cinque Stelle. Serve una politica nuova, con una classe dirigente onesta e di qualità che muova dentro processi decisionali trasparenti. Serve un linguaggio di verità sui temi più scottanti per il Paese, fuori dal politicamente corretto di certe èlite che hanno fallito. E serve anche un fair play politico che superi le logiche di delegittimazione tra forze avversarie. Perchè questi atteggiamenti, le urla in tv, hanno indotto i cittadini a disertare le urne. O a votare contro qualcosa e non più per qualcosa».
Prima del fair play con gli avversari, al centrodestra servirebbe un fair play tra alleati.
«Le liti che si sono succedute negli anni, i meccanismi autoreferenziali, l’attardarsi a discutere solo di questioni interne, hanno determinato le sconfitte. Ma appena si dà una speranza, la classe dirigente si mobilita e si mobilita la militanza. Il progetto liberal-popolare – per riconquistare la fiducia della pubblica opinione – punta certo a un dialogo tra le strutture dei partiti esistenti ma punta anche ad andare oltre: per coinvolgere in politica i giovani, il mondo delle imprese e dell’associazionismo, in modo da affrontare dossier complicati».
Immagino sappia che da «incaricato» si sta attirando i sospetti di chi pensa che voglia essere il «candidato» a Palazzo Chigi.
«Non mi preoccupo del mio ruolo, vedremo più avanti quale sarà . Per ora ho assunto questo doppio incarico: Berlusconi mi ha chiesto un progetto per il rilancio di Forza Italia e al contempo lavoro alla costruzione dell’area liberal-popolare. A questo servirà la Convenzione in programma a Milano per settembre».
Pensa di affidarsi agli Stati generali, come ai tempi della giunta Albertini?
«Gli Stati generali promossero un confronto tra istituzioni e partiti. La Convenzione servirà a raccogliere nuovi contributi utili a costruire la piattaforma programmatica liberal-popolare».
Al segretario della Lega, Matteo Salvini, questo presepe già non piace. Dice che se nel vostro programma ci saranno la difesa dell’euro, di Angela Merkel e di Hillary Clinton, dovrete scordarvi dei loro voti.
«Intanto la nostra priorità oggi è stabilire la rotta di governo dei moderati. Prima vengono i moderati. E nel perimetro moderato ovviamente non c’è spazio per modelli lepenisti. Chiarito questo, penso che porre adesso delle pregiudiziali sia un errore e che – se vuole governare il Paese – la Lega debba porsi questo problema».
Complicato adottare il «modello Milano» su base nazionale: un conto è accordarsi per amministrare una città , altra cosa un programma per governare il Paese.
«Il principio è lo stesso. E credo che attraverso il dialogo si possa trovare un’intesa di programma. Se invece si partisse dalla necessità di tenere tutti insieme, per forza, si sbaglierebbe. Sembrerebbe la riedizione dell’Unione di Romano Prodi».
Come andrebbe strutturata la nuova coalizione?
«Molto dipenderà dalla legge elettorale. L’ideale sarebbe un meccanismo federativo, per tenere unite l’anima moderata e quella più radicale, consentendo a tutti una certa autonomia. Non dimentichiamoci che il centrodestra ha subito varie diaspore in questi anni e non sarebbe immaginabile rimettere tutti subito insieme. Da questo punto di vista il “modello Milano” ha funzionato».
Ritiene che Angelino Alfano e Matteo Salvini possano convivere o alla fine verranno elise le parti estreme?
«Siamo in presenza di una grave crisi del Paese dentro una grave crisi mondiale e pensiamo di riportare al voto milioni di elettori attardandoci sulle alchimie politiche? Con le soluzioni di programma si risolveranno i problemi: se ci saranno tutti bene, altrimenti qualcuno deciderà di restare fuori. Anche su questo bisogna cambiare schema, insieme all’impegno di rinnovare in profondità la classe politica».
Sta dicendo che andrebbero superate le attuali forze politiche?
«Non è detto, ma non c’è dubbio che debbano rigenerarsi, darsi nuove forme organizzative, dotarsi di un nuovo personale e di un linguaggio adeguato ai tempi».
E magari servirebbe anche adottare il meccanismo delle primarie per scegliere il candidato premier…
«Non ci sono solo le primarie per evitare che la scelta sia frutto di una nomina. Altri processi democratici potrebbero definire la leadership».
Come va con i dirigenti di Forza Italia?
«L’accoglienza è stata spettacolare».
Lì sanno che ogni incaricato da Berlusconi è stato sempre scaricato da Berlusconi.
«Ma no… Stiamo lavorando a un grande progetto. L’ambizione è di rigenerare la politica italiana».
Non teme che una vittoria del Sì al referendum possa compromettere il suo progetto, visto che si è schierato per il No?
«Andrei avanti comunque, anche perchè sono convinto che la riforma costituzionale varata dal governo genererebbe il caos e sarebbe causa di contenziosi come fu la modifica del Titolo V, anche quella approvata a maggioranza. Per questo, e solo per motivi di merito, auspico la vittoria del No. Ed è stato un errore del premier ridurre tutto a un plebiscito sul suo governo. Bisogna evitare la logica del ricatto. Bisogna evitare di impaurire i cittadini e i mercati. Si deve discutere del merito, come ha sottolineato giustamente il presidente della Repubblica».
Se vincesse il No ha detto che Matteo Renzi dovrebbe comunque restare a Palazzo Chigi.
«Se vincesse il No ho detto che la legislatura dovrebbe continuare per consentire al Parlamento di tornare a legiferare, così da abolire il Senato e consentire – nella prossima legislatura – la nascita di un’Assemblea costituente, cui spetterebbe modificare in modo più compiuto la nostra Carta. L’Italia ha bisogno di un governo più forte, con un presidente del Consiglio più forte. Per fare tutto questo servirebbe un esecutivo chiamato a predisporre un processo Costituente nuovo e bipartisan. Bisognerebbe dare il tempo alle Camere di lavorare fino al 2018, anche per varare una legge elettorale adeguata: perchè la maggioranza di governo deve rispecchiare la maggioranza degli italiani».
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile
PARISI: “MI E’ STATO OFFERTO IL POSTO DI COORDINATORE, HO RIFIUTATO, A ME INTERESSA RINNOVARE IL CENTRODESTRA NEI CONTENUTI, NON UNA POLTRONA”… MATTEOLI SE LA PRENDE CON LE DECISIONI CALATE DALL’ALTO: PARLA LUI CHE E’ SEMPRE STATO ZITTO SIA CON FINI CHE NON SILVIO QUANDO NE TRAEVA VANTAGGIO
Stefano Parisi va avanti a costruire il polo dei moderati con la benedizione di Silvio Berlusconi e
convoca i moderati a Milano il 16 e 17 settembre.
Annuncia una convention aperta, stile Usa e in una mail già inviata alla sua mailing list, e che oggi sarà rilanciata sui social, spiega: “Si è fatto un gran parlare di leadership, quando il primo problema sono i contenuti: io ho dato la mia disponibilità a costruire un programma liberal popolare concreto e vincente, la cui definizione è preliminare a qualsiasi discorso”.
Invita: “Ci ritroveremo tutti per far sì che da Milano parta la rigenerazione del centrodestra prima e del paese poi. Il cantiere è appena aperto”.
La partita tuttavia è appena cominciata.
In Forza Italia, la corazzata del centrodestra ridotta ora al lumicino, che proprio nella vittoria di Parisi a sindaco di Milano puntava per riscattarsi e invece è stata sconfitta, c’è aria di rivolta.
In un colloquio con Repubblica, Parisi parla del futuro politico del centrodestra: “Voglio creare una alternativa liberale a Renzi. Altrimenti la gente pensa che se il premier perde il referendum e va a casa, poi vincono i 5Stelle o c’è il baratro. Per questo serve un progetto di rinnovamento nei contenuti e Forza Italia deve tornare a essere forza di governo”.
Ribadisce: “Ho un progetto e rispondo solo a Berlusconi”.
Rivela anche che gli è stato offerto il ruolo di coordinatore di FI, ma ha rifiutato perchè ci vuole altro.
Quindi la convention di Parisi si terrà in settembre e oggi stesso saranno annunciati data e luogo. Di certo l’ex manager non immaginava una strada facile, conoscendo le lacerazioni forziste e il lungo braccio di ferro con la Lega di Salvini per la leadership,
Giovanni Toti per alcuni anni “consigliere politico” di Berlusconi, critica e in uno sfogo ha minacciato di andarsene.
L’operazione-Parisi di fatto è un reset dell’attuale classe dirigente forzista. Dalla sua Parisi ha il sostegno di Fedele Confalonieri, il presidente Mediaset e fidato consigliere dell’ex premier, di Marina Berlusconi e di Niccolò Ghedini, l’avvocato e amico.
Formalmente l’ex manager è “l’incaricato”: nella nota con cui la segreteria di Berlusconi annuncia l’investitura è scritto: “E’ stato dato incarico al dottor Stefano Parisi di effettuare una analisi approfondita della situazione politica e organizzativa di Forza Italia. Dovrà elaborare un progetto per il rilancio e il rinnovamento della presenza dei moderati italiani nella politica”.
All’ex ministro Altero Matteoli appare “una scelta calata dall’alto”.
“E’ giusto che Berlusconi decida da solo ma non possiamo cambiare linea politica ogni sei mesi”, ragiona in un’intervista alla “Stampa” .
E aggiunge: “Conosco Parisi da quando era direttore della Confindustria. E’ persona capace ma non mi piacciono le decisioni calate dall’alto. Questo l’ho detto espressamente al Berlusconi nella riunione della settimana passata”.
La piega che stanno prendendo le cose nel centrodestra non piace neppure al capogruppo al Senato, Paolo Romani.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 24th, 2016 Riccardo Fucile
L’IDEA DI PARISI: CAMBIARE NOME E LANCIARE UN NUOVO PARTITO PER UN CENTRODESTRA MODERNO, LIBERALE, CHE SAPPIA PARLARE ANCHE AGLI ELETTORI DI SINISTRA E NON INSEGUA I FANTASMI DEL LEPENISMO
Per la prima volta dopo l’operazione al cuore, nei prossimi giorni Silvio Berlusconi dovrà fare una
scelta politica vera e forte: a chi mettere in mano Forza Italia e quale centrodestra rilanciare. La prossima settimana incontrerà Stefano Parisi per capire la disponibilità dell’ex candidato di Milano a far parte della squadra.
Ma tutto lascia immaginare che Parisi darà un dispiacere al Cavaliere perchè non intende farsi inglobare nelle dinamiche di un partito diviso in correnti e di quei colonnelli azzurri che hanno le loro ambizioni di leadership.
Parisi vuole le mani libere, carta bianca dentro Forza Italia, a Roma come in periferia, per rivoltare come un calzino i gruppi dirigenti locali, aprendo a nuove energie e personalità . Addirittura vuole cambiargli nome e in parte anche linea politica perchè a suo parere occorre andare oltre il perimetro tradizionale del centrodestra.
Un centrodestra moderno, liberale, credibile, che sappia parlare anche agli elettori della sinistra, non insegua «i fantasmi del grillismo e del lepenismo».
E non utilizzi nei confronti del premier la stessa tecnica demonizzatrice utilizzata per anni dal centrosinistra contro il centrodestra berlusconiano», precisa Parisi in colloquio con il direttore Claudio Cerasa del Foglio.
Un colloquio che si inserisce sulla scia della prima intervista rilasciata alla Stampa nella quale anticipava a Luca Ubaldeschi le sue intenzioni di scendere in campo.
Ed era già chiaro che Parisi non aveva alcuna voglia di rinchiudersi nelle classiche riunioni di Arcore e di Palazzo Grazioli insieme a coloro che hanno un piano diverso.
Ovvero promuovere le primarie del centrodestra e far vincere Giovanni Toti.
Piano che vedeva e vede tra i più attivi, oltre l’interessato Toti, il capogruppo del Senato Paolo Romani, Maria Stella Gelmini e Altero Matteoli.
Ma le cose non stanno andando in questa direzione sia perchè Berlusconi vorrebbe un radicale rinnovamento sia per l’irrompere di Parisi con la sua richiesta di cambiare nome, statuto e regole interne: «Ma soprattutto dovrà assumere un nuovo modello organizzativo, basato sul modello del ’94, che scoraggi lotte di potere intestine e correnti e invece premi e selezioni la leadership sulla base di chi porta voti e crea consenso intorno al partito».
Berlusconi, nella riunione dell’altro ieri ad Arcore, ha ammesso di avere l’impressione che Parisi sia andato oltre al mandato che gli aveva affidato, cioè fare il manager di Fi, di dare un mano. Invece Stefano lo ha spiazzato.
Dice che se vince il no al referendum non è scontato che Renzi si debba dimettere. E che in ogni caso, con questo o con un altro governo, occorrerà fare una nuova legge elettorale (addirittura proporzionale, è la sua proposta) e trasformare il Senato in un’assemblea costituente.
Idee che fanno infuriare Salvini e Meloni, la quale proprio ieri ad Arezzo per promuovere il Comitato del No ha detto chiaro e tondo che se il referendum dovesse essere bocciato, non c’è altra strada che elezioni.
Le idee di Parisi non sono certo da manutentore di un partito, come apparentemente vorrebbe Berlusconi. Anche se c’è chi pensa che il Cavaliere stia bluffendo con i suoi colonnelli per tenerli buoni e invece sotto sotto mandi avanti Parisi.
Nei prossimi giorni, quando lo incontrerà , dovrà fare una scelta: tenersi buoni i suoi dirigenti che fanno muro al «Papa straniero» oppure avrà la forza di un nuovo predellino, dando tutti i poteri a Parisi, come faceva quando si inventava nuove svolte senza averle discusse e annunciate al partito?
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO SALVATO DAL CAVALIERE CHE HA COPERTO LE ESPOSIZIONI CON BANCHE E CREDITORI CON 43 MILIONI CASH
Dire che “Forza Italia è Silvio Berlusconi” è corretto anche da un punto di vista giuridico. Dalla relazione sul bilancio 2015 del partito azzurro, a firma della senatrice Mariarosaria Rossi, emergono infatti due notizie fondamentali: Forza Italia è in rosso, con oltre 98 milioni di disavanzo patrimoniale, e il suo unico creditore è Silvio Berlusconi, in qualità di fideiussore, che lo scorso anno ha contribuito a coprire buona parte i debiti del partito con un esborso di 43 milioni di euro.
Per effetto di una perdita di 3.546.281 euro — si legge nella relazione — il disavanzo patrimoniale complessivo accumulato è passato da 95.430.062 euro del precedente esercizio agli attuali 98.976.343 euro.
Il mega assegno di 43 milioni di euro è servito a estinguere gli ultimi debiti con le banche ma non a mettere del tutto a posto i conti di Forza Italia.
Questa operazione, al netto delle beghe interne al partito sui futuri assetti amministrativi, rende di fatto Silvio Berlusconi l’unico proprietario del partito da lui stesso fondato nel 1994 e resuscitato nel 2013.
“Nei primi mesi dell’esercizio — si legge nella relazione firmata dalla senatrice Rossi — a causa dell’escussione di fideiussioni personali rilasciate in precedenti anni a diversi istituti bancari, a garanzia di affidamenti da questi concessi al nostro Movimento, il presidente Berlusconi ha provveduto a saldare in qualità di fideiussore gli ultimi debiti esistenti nei confronti delle banche per un importo complessivo di 43 milioni 915 mila 812 euro“.
“Il presidente è così divenuto il nuovo creditore nei confronti di Forza Italia per l’importo pari ai pagamenti da lui effettuati per un ammontare globale di 90.433.600 euro, somma comprensiva dei versamenti già effettuati al 31 dicembre 2014″.
Pertanto, spiega la parlamentare, il “nostro movimento non ha più alcun affidamento bancario e di conseguenza alcun debito verso le banche; naturalmente, le fideiussioni a suo tempo rilasciate sono totalmente estinte”.
Rossi, al centro di polemiche perchè accusata dalla figlia Marina di aver ritardato il ricovero dell’ex premier dopo il malore al cuore, non è più l’amministratore unico azzurro (è solo tesoriere del gruppo al Senato) ma ha voluto difendere il lavoro svolto negli ultimi anni precisando che, nonostante i conti siano ancora in rosso, il “disavanzo di 3 milioni 546 mila 281 euro subito nell’anno in esame appare in fortissima riduzione rispetto a quello di 11 milioni 881mila 327 subito nell’esercizio 2014, con un divario tra i due risultati di 8 milioni 335mila e 46 euro”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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