Giugno 10th, 2015 Riccardo Fucile
INCONTRO CON BERLUSCONI… CON LUI SE NE ANDREBBERO IN 13… BILANCIO DEL PARTITO IN ROSSO
Denis Verdini ha passato la serata di martedì 9 a Palazzo Grazioli per incontrare Silvio Berlusconi.
La gatta da pelare è quella delle riforme, tema che divide l’ex premier dal suo vecchio braccio destro.
Perchè se Verdini è intenzionato a sostenere la linea di Matteo Renzi al riguardo, Berlusconi non la pensa allo stesso modo. E durante il faccia a faccia dell’ora di cena, Verdini avrebbe spiegato la sua volontà di staccarsi da Forza Italia con la necessità di sostenere quanto contenuto nel patto del Nazareno in tema di riforme.
La separazione, almeno a sentire i più pessimisti dentro Forza Italia, è ormai questione di giorni. L’ex presidente del Consiglio, rientrato oggi a Roma, in precedenza aveva incontrato lo stato maggiore del partito.
Insomma: ne nascerebbe un gruppo autonomo che, con un governo in piena tempesta (tra l’inchiesta Mafia capitale che travolge il Pd romano, ma anche Ncd con il sottosegretario alfaniano Castiglione), potrebbe diventare un’insperata ciambella di salvataggio.
La linea del senatore azzurro sembra essere condivisa anche da Gianni Letta e Fedele Confalonieri.
Ma, se Verdini non è disposto a rivedere la sua posizione, anche Berlusconi non è da meno. Anzi, a sentire i suoi fedelissimi, dovrebbe evitare di fare aperture: non c’è niente da discutere, la linea è già decisa.
E Verdini, in caso di punto di non ritorno ha preparato il piano B: cioè la creazione di gruppi autonomi.
A Palazzo Madama l’ex coordinatore azzurro può contare su 13 senatori.
Da Forza Italia dovrebbe andar via anche Riccardo Mazzoni mentre è in forse Riccardo Conti (sono entrambi toscani).
A questi si dovrebbero aggiungere poi diversi esponenti del gruppo Gal (che raccoglie vari parlamentari eletti in diversi partiti di centrodestra).
E, oltre alla grana Verdini, ora Berlusconi deve fare i conti anche con le finanze di Forza Italia. Mariarosaria Rossi, tesoriera da un anno, ha presentato il bilancio 2014.
C’è stata una discussione prettamente tecnica, in cui i temi politici sono stati marginali.
Stando alla sua relazione, comunque, le casse del partito non sono messe proprio bene e difficilmente potranno essere riempite.
La tesoriera ha illustrato nei dettagli i tagli che è stata costretta a fare. Poi c’è la questione della cassa integrazione dei dipendenti, che sarebbe l’unica soluzione per evitare il licenziamento.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
CINQUE ANNI FA NE RACCOLSE IN CAMPANIA OLTRE 15.000 CONTRO LE 60.000 DELLA CARFAGNA… E’ ORA DI CALARE IL SIPARIO
Probabilmente non le hanno portato fortuna le dichiarazioni proferite quando al voto mancava ancora un annetto. Era il 24 giugno 2014 e, mentre l’ipotesi di una Francesca Pascale candidata governatrice in Campania scuoteva il centrodestra, Alessandra Mussolini commentava: «Ne avrebbe tutte le capacità . Lei ha il quid, a differenza di Caldoro».
Insomma, vedere la nipote del Duce in campagna elettorale fianco a fianco con il governatore uscente deve aver disorientato un po’ l’elettorato.
E non è bastato per recuperare sentirla definire l’esponente ex socialista un politico «pacato, sobrio, responsabile», che «ha governato bene, ha risanato lo sfascio lasciato dal centrosinistra e ora deve avviare la fase della crescita e dello sviluppo».
E così, per la Mussolini è stato impossibile replicare il risultato ottenuto cinque anni fa nella stessa competizione.
Allora si fermò a 15.486 voti, e già si parlò di mezzo flop, considerato che Mara Carfagna ne aveva raccolti quasi sessantamila.
Stavolta, invece, la nipote del Duce si è fermata poco sopra le duemila preferenze. Poche, decisamente troppo poche per chi in passato aveva persino sfidato Antonio Bassolino per la poltrona di sindaco di Napoli.
Eppure Alessandra in campagna elettorale non si è risparminata. Ha indossato una maglietta bianca con scritto «jamm’a vota’» (andiamo a votare) e si è spesa fino in fondo per la causa di Forza Italia: «È stata una scelta di cuore» disse dopo aver accettato la proposta di Berlusconi di guidare le liste azzurre.
«Mi ha chiamato il presidente, come sempre è stato gentile e affettuoso, mi ha chiesto di affrontare questa battaglia per Napoli. Sono una militante, sono stata felice di dirgli di sì». «Il mio amore per Napoli è vero e forte – chiosava – se sia corrisposto non lo so, non lo devo dire io, lo devono dire i napoletani. Ma ho sempre ricevuto rispetto e simpatia. Poi sa, la politica è ondivaga, ci sono le mode…».
Ecco, appunto. Si direbbe che la moda del momento non sia proprio quella di votare Mussolini, per lo meno in Campania.
E qualche sospetto lo deve aver avuto la stessa Alessandra, se è vero che non ha pensato neanche per un attimo di dimettersi da parlamentare europea. A Strasburgo, un anno fa, arrivò sull’onda di 84mila preferenze. Ma fu candidata nella circoscrizione Centro, non nel sud. Presagi?
Come che sia, il risultato delle elezioni campane è destinato a causare un piccolo terremoto in Forza Italia, per lo meno a livello locale.
La ricandidatura di Stefano Caldoro non era ben vista da larghe fette del partito, al punto che era stato lo stesso governatore uscente a porre un ultimatum alla coalizione. «O sono tutti con me, o non mi ricandido».
E a quel punto gli azzurri gli erano andati dietro, probabilmente anche per mancanza di alternative, vista la ritrosia di Mara Carfagna a scendere direttamente in campo.
Ora sono in tanti a pensare che altri candidati avrebbero avuto più chance di trionfare. Anche perchè un’occasione simile, con un avversario mezzo appiedato dalla legge Severino e per giunta «impresentabile» per la commissione parlamentare Antimafia, difficilmente si ripresenterà .
E così, a pagare la debacle in una delle regioni chiave del cerchio magico (oltre alla Carfagna, ha dato i natali anche alla fidanzata di Berlusconi Francesca Pascale) potrebbe essere proprio il governatore uscente.
Secondo Dagospia, infatti, Caldoro sarebbe stato già estromesso dall’ufficio di presidenza di Forza Italia, nel quale si trovava addirittura nella prima cerchia, tra i membri con diritto di voto.
Da governatore a soldato semplice in una notte.
(da “il Tempo”)
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Giugno 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA BIASOTTIANA, SECONDA CON 2.525 PREFERENZE, CONTESTA IL SINDACO DI CASARZA, PRIMO CON 3.066, APPOGGIATO DA BAGNASCO… “A CASARZA SCHEDE UNIFORMI, NESSUN VOTO DISGIUNTO, TUTTE COL NOME E NESSUNA COL SOLO SIMBOLO”…MA UN POSTO DA ASSESSORE POTREBBE RICOMPORRE LA LITE
Gli avversari politici hanno coniato per lei il soprannome di “pescivendola” per via della sua esuberanza oratoria e i modi bruschi.
Ora pare che non siano solo loro a dover fare i conti con la sua ira, ma anche i colleghi di Forza Italia, di cui lei è capogruppo in Comune a Genova.
Candidata alla Regione con un mese di anticipo, aveva tappezzato tutta Genova con i suoi manifesti giganti e l’appoggio del coordinatore di Forza Italia Sandro Biasotti, certa di classificarsi prima nella corsa elettorale alle preferenze.
Quando ha dovuto prendere atto di essere solo seconda con 2.525 voti, Lilli Lauro non l’ha presa bene e la lotta con Claudio Muzio, sindaco di Casarza, che ha raccolto 3.066 preferenze (molte delle quali nella sua cittadina), rischia di trasferirsi in tribunale con annessi ricorsi e accuse.
Come sottolinea il Secolo XIX, “la Lauro avrebbe messo sotto la lente di ingrandimento i voti
ottenuti da Muzio proprio a Casarza: i sospetti riguarderebbero l’uniformità delle schede per Muzio (nessun voto disgiunto, tutte con nome e nessuna con il solo simbolo) e un annuncio di vittoria fatto pubblicamente prima della conclusione dello spoglio”.
La replica di Muzio non tarda ad arrivare: “Sono letteralmente esterrefatto ed auspico che venga fatta chiarezza da parte delle autorita’ competenti sulla gravita’ delle dichiarazioni che ho letto. Purtroppo le sconfitte elettorali bruciano e anziche’ riflettere sui propri errori si segue la strada della delegittimazione dell’avversario”.
E già chiamare “avversario” una collega di partito è segno del clima che si respira all’interno di Forza Italia.
Non sappiamo se voleranno solo gli stracci o anche i pesci, certo che per l’armata brancaleonica di Toti non è un buon inizio.
Una soluzione pare si stia profilando all’orizzonte e questo spiegherebbe il silenzio insolito della Lauro nelle ultime ore: alla pupilla di Biasotti sarebbe stata prospettata la possibilità di nomina ad assessore esterno della giunta Toti.
Un buon motivo programmatico per far rientrare la guerra interna ?
“Vedremo” ha risposto la Lauro a chi le chiedeva lumi.
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Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile
SEMBRA LA CARFAGNA L’UNICA IN GRADO DI GUIDARE IL PARTITO DEL FUTURO
Se chiedi in Forza Italia chi sia l’erede di Silvio Berlusconi la risposta di rito è: «Nessuno».
Negli ultimi giorni la risposta è cambiata: «C’è solo uno che aspira a diventarlo. Anzi, una». La deputata che alla vigilia del voto sta percorrendo la sua regione, la Campania, incontri, comizi, conferenze stampa a ritmo indiavolato, chilometri macinati, come se fosse lei in gara per la presidenza e non il suo amico Stefano Caldoro.
Stringe mani, bacia militanti, promuove candidati al consiglio regionale: qualche sera fa un ingresso da star, la scalinata, gli applausi, i jingles della bella stagione berlusconiana, quando toccava a lei aprire le convention nazionali con il Presidente.
E invece era solo l’inaugurazione del comitato elettorale a Sala Consilina del candidato locale.
Pazienza, lei si è prestata all’evento per così dire minore con il consueto professionismo.
Mara Carfagna compirà quarant’anni alla fine del 2015, è quasi coetanea del premier Matteo Renzi, più giovane di due anni di Matteo Salvini.
Con i due Matteo di governo e di opposizione ha in comune un esordio in televisione, un presente da politica pura e un futuro da leader, forse.
In queste settimane il suo nome è tornato in testa alla lista dei sorvegliati speciali all’interno di Forza Italia.
È bastato che l’ex Cavaliere dichiarasse di vedere bene una donna come prossimo leader dei moderati per scatenare nel partito azzurro le fazioni contrapposte: i conservatori, che vogliono blindare l’attuale equilibrio fondato sull’eternità di Berlusconi e chi invece è terrorizzato dell’ascesa di Salvini e vorrebbe trovare una figura da contrapporre al capo della Lega.
Qualcosa di più della solita discussione sul dopo-Berlusconi, tema di attualità da almeno dieci anni, che in genere parte con le migliori intenzioni e si conclude con un nulla di fatto.
Perchè questa volta il partito che ha dominato il centro-destra per più di un ventennio è davvero a un passo dall’implosione post-elettorale, soprattutto se le cose dovessero andare male in Campania (con una sconfitta di Caldoro) e in Liguria (dove contro il Pd si è candidato il coordinatore nazionale forzista Giovanni Toti).
C’è il panico che trascina una parte dei parlamentari in direzione Renzi e un’altra a gravitare intorno al nuovo padrone della destra, Salvini.
Una barca senza rotta che aspetta un segnale di vita dal suo anziano condottiero.
Eppure, nei ragionamenti di Berlusconi degli ultimi giorni di segnali ce ne sono stati. Primo, l’Italicum ormai è legge, la riforma elettorale è una realtà , bisogna fare i conti. Divisi i partiti del centrodestra perdono, va trovato il modo di riunirli, come fece il presidente della Fininvest nel 1994 quando con la nuova legge elettorale (il Mattarellum) costruì un cartello che andava dalla Lega di Umberto Bossi ad An di Gianfranco Fini.
Secondo, il federatore non c’è, non esiste un personaggio come Berlusconi in grado di tenere insieme le anime del centro-destra e di convincere Salvini ad annegare il simbolo vincente della Lega dentro un listone dei moderati.
Serve qualcosa di più: un Renzi, o almeno qualcuno che conquisti la leadership come ha fatto il premier nel centrosinistra. «Renzi è spuntato sotto un cavolo», spiega l’ex premier, ma sa che il cavolo da cui è uscito il leader sono le primarie.
L’ultima volta che nel Pdl hanno provato a organizzarle era la fine del 2012 ed è stato un disastro.
Doveva correre Angelino Alfano, ancora numero due del partito, all’ultimo momento Berlusconi annunciò che si sarebbe ricandidato, fine della ricreazione, tutti i concorrenti si ritirarono in silenzio.
Questa volta, però, la macchina delle primarie potrebbe partire da Arcore, per imbrigliare Salvini e intrappolarlo nel campo del listone moderato.
«Servono primarie regolate per legge», teorizza Berlusconi. Ma la strada è segnata, perchè l’alternativa è che ogni formazione vada per la sua strada e si candidi per i fatti suoi. Un suicidio.
La Carfagna si è sintonizzata su questa lunghezza d’onda.
Si propone come un anti-Salvini nel centrodestra: meridionale e donna. Mai una parola invece sulle beghe interne di Forza Italia, perchè non si corre per conquistare la guida di un partito in via di smantellamento.
L’ex ministro deve far dimenticare agli occhi dei berlusconiani duri e puri la recente stagione in cui aveva affiancato Raffaele Fitto nella corrente dei lealisti, quelli che si erano rifiutati di seguire Alfano nell’Ncd ma che reclamavano un repulisti al vertice in Forza Italia.
Oggi Fitto è fuori, sta organizzando i suoi gruppi parlamentari, in Puglia si è messo in proprio e combatte voto su voto per superare lo schieramento fedele a Berlusconi.
Mara invece si è smarcata dal compagno di strada, «mi dispiace per la guerra fratricida scatenata da Raffaele», dice, ha giurato fedeltà a Berlusconi, è rimasta in Forza Italia, la sua campagna elettorale è da donna di partito all’antica: territorio, candidati e simbolo ben esposto nelle manifestazioni.
In nome dell’unità del centrodestra ha perfino fatto pace con Alessandra Mussolini con cui in altri tempi erano volate parole molto colorite.
In Parlamento non partecipa alla conta di molti colleghi, quelli che meditano di seguire Fitto e quelli che si stringono attorno a Denis Verdini.
È intervenuta in Parlamento sull’Italicum. Sulle unioni civili ha presentato un progetto di legge e già si parla di un tandem con la renziana Maria Elena Boschi.
Il riconoscimento delle coppie gay è una sua vecchia battaglia, in Forza Italia era in totale solitudine, ma ora anche Berlusconi sostiene una svolta all’irlandese per l’Italia. «Mara è bravissima, l’unica che si batte per i diritti civili», l’ha battezzata la donna più influente del cerchio magico berlusconiano, campana come la Carfagna, la compagna di Silvio Francesca Pascale. Quasi un’investitura.
Quando entrò per la prima volta in Parlamento, nel 2006, l’ex soubrette sembrava vivere una favola, nel 2008 a 33 anni diventò ministro glamour, gratificata dalle copertine dei settimanali di mezzo mondo e da numerose maldicenze.
Da allora in poi la fiaba è finita, la Carfagna ha dovuto attrezzarsi alla durezza della battaglia politica, quella di cui parlava il socialista Rino Formica, sangue e altre nobili sostanze.
Trappole, cattiverie, fuori e soprattutto dentro il suo partito. Anche negli ultimi giorni il cerchio magico berlusconiano si è rinchiuso attorno al suo leader e ha cominciato a delegittimare l’ascesa dell’ex ministro.
Ma Salvini sembra prenderla sul serio: «Sono pronto a sfidare la Carfagna alle primarie». E un forzista di alto rango ritiene che per sfidare il leader della Lega il suo sia il solo nome spendibile.
E i nemici? «Se la sceglierà Berlusconi saranno tutti amici».
Marco Damilano
(da “L’Espresso”)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
MA TUTTO QUESTO LA TOSCANA NON LO SA
Con le elezioni regionali in Toscana il problema più grosso è di ricordarsi che ci sono le
elezioni.
La propaganda questa volta non aiuta.
Nel centro di Firenze non c’è nulla, ma proprio nulla. Nessun cartellone, nessun volantino. Sul retro degli autobus le pubblicità sono quelle di rito, nessun faccione di aspirante presidente o consigliere.
Le uniche affissioni abusive sono quelle di agenzie immobiliari e centri termali che si mangiano lo spazio lasciato vuoto dai partecipanti a una competizione politica mai così in incognito.
Alla fine dello scorso agosto Matteo Renzi prese di sorpresa i suoi fedelissimi della prima ora, che meditavano rivincite alle primarie dopo anni di presunte angherie da parte di Enrico Rossi, governatore berliguerian-bersaniano per qualche tempo ritenuto dai sostenitori della ditta un possibile argine all’ascesa del rottamatore.
Fermi tutti, va bene così. Ciao primarie, riconferma «naturale» per l’ex rivale. Gli storici renziani sono incerti se attribuire quell’improvvisa benedizione alla stima reciproca tra due soggetti agli antipodi, come da versione ufficiale, oppure se considerarlo effetto collaterale del pastrocchio emiliano-romagnolo combinato dal fedelissimo Matteo Richetti che per eccesso di zelo si era candidato in solitaria alle primarie contro Stefano Bonaccini, causando un maremoto nel partito. Ma poco importa.
L’unica certezza è che nel centrosinistra le elezioni sono finite quel giorno. Da allora il pisano Rossi non ha più detto una parola contro il fiorentino Renzi, incassando i dividendi di una intesa più che cordiale.
Solo nell’ultimo anno ha portato a casa la riqualificazione dei porti di Piombino e Livorno, il via libera all’autostrada tirrenica e a breve il rilancio della zona industriale di Carrara.
Appena il caso di notare che sono provvedimenti che riguardano la costa, zona più colpita dalla crisi e per tradizione la più ostile al centrosinistra.
Una volta superato il dettaglio di elezioni che sembrano svolgersi all’insaputa della Toscana, ci sarebbe poi il compito non facile di tenere a mente tutti i nomi dei candidati del centrodestra e la sua scomposizione modello cubo di Rubik.
Sembra ieri che c’era il patto del Nazareno.
Chi decideva in Toscana aveva per forza di cose l’egemonia all’interno di Forza Italia, questione di contiguità con Matteo Renzi. La nuova legge elettorale regionale, così simile a quella nazionale, approvata poco prima che l’accordo trasversale andasse gambe all’aria è uno degli ultimi frutti di quella stagione.
Denis Verdini comandava qui da quindici anni almeno.
Adesso la resa dei conti tra l’ex uomo forte di Forza Italia e la viareggina Deborah Bergamini che lo ha scalzato dai posti di comando del partito è in realtà una corsa impari. Memore di recenti tentativi di rivolta, Verdini aveva contribuito a varare un listino facoltativo che avrebbe dovuto decidere a priori i nomi degli eletti, sconosciuti persino agli elettori.
Ma la sua arca di Noè è stata subito colpita e affondata. La «nuova» Forza Italia ha deciso di non fare ricorso a quell’espediente che aveva imposto come conditio sine qua non per far passare la nuova legge.
La sfida con la Bergamini si gioca sulle preferenze.
«Così vediamo un po’ chi conta davvero da queste parti» avrebbe detto Verdini. Ma è il ruggito di un leone sdentato che ha dovuto ingoiare l’umiliazione di vedere imposto come capolista Marco Stella, già candidato sindaco contro Fausto Nardella, conosciuto come paladino dei bancarellai ambulanti, è figlio d’arte, ma da sempre il più feroce degli anti-verdinisti, così cocciuto nella sua opposizione da essere passato nel giro di pochi mesi da panda compatito da tutti e beniamino di Deborah Bergamini.
Il suo pupillo Tommaso Villa è terzo in lista, la nuova legge prevede l’alternanza uomo-donna. Verdini ha dato ordine di concentrare le preferenze su di lui, senza dispersioni, anche perchè non tira certo aria di gran raccolto.
La Lega Nord corre da sola, così come Passione Toscana, che è la lista di Gianni Lamioni, l’imprenditore maremmano scelto da Verdini prima del crollo che si è poi messo in proprio.
Dai fasti del patto del Nazareno alla gara per il premio di consolazione rappresentato da un consigliere regionale. Così va la vita.
Nel crepuscolo azzurro rischia di perdersi la candidatura a presidente di Stefano Mugnai, che promette almeno di restare a fare opposizione. Una novità .
L’indubbia attrazione rappresentata da schede a lenzuolo capaci di contenere i nomi dei 715 candidati consiglieri non sembra suscitare curiosità negli elettori. Ieri Renzi ha esortato i suoi corregionali «a non fare i bischeri» e quindi a votare in massa.
L’astensione avanza del dieci per cento a ogni giro di giostra. Per la prima volta il numero di quelli che resteranno a casa potrebbe essere superiore a quello di chi prenderà la strada del seggio.
Cosa farà Livorno dopo il terremoto a Cinque Stelle delle Amministrative?
E siamo proprio sicuri che a giochi fatti l’assessorato alla Sanità , ovvero il controllo dell’ottanta per cento del bilancio, finirà come promesso all’ultrarenziana Stefania Saccardi, attuale vice di Rossi?
In ogni elezione non mancano mai gli spunti interessanti.
Ma tutto questo la Toscana non lo sa
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
TRA EREDI, DINASTIE ED ESTREMISMI: “CON SALVINI NON SI VINCERA’ MAI”
Il partitone unico del centrodestra, che non è mai nato, è già finito. 
E il progetto, com’era prevedibile, naufraga sulla leadership, che Matteo Salvini immagina già sua e che Silvio Berlusconi non vuole in realtà cedere a dispetto dei voti che scemano e del tempo che passa.
«Non ci sono eredi e dinastie, ma i cittadini che dovranno scegliere programmi e candidati», avverte il capo del Carroccio all’indomani dell’uscita berlusconiana sul nuovo partito dei moderati.
«Ha detto di voler scegliere il suo erede, lui però non è la regina Elisabetta», lo sferza da Reggio Emilia senza alcuna remora ormai Salvini, il quale sogna di doppiare o quasi le percentuali di Forza Italia a queste regionali.
Il leader forzista sbarca dopo cinque anni a Napoli, prima delle due giornate campane al fianco di Stefano Caldoro.
Le bordate sono da campagna elettorale, ma come va dicendo Berlusconi ai suoi che chiedono spaesati lumi in queste ore, «dobbiamo ormai smarcarci da Salvini ».
E nel giro di un pomeriggio lui lo fa anche in pubblico: «In tutti i Paesi europei, non è con una destra provocatoria che si riesce a catturare il consenso per governare il Paese».
Il partito che verrà sarà un affare tutto interno a Forza Italia, al Ncd e a chi vorrà starci.
Lo conferma anche il coordinatore degli alfaniani Gaetano Quagliariello: «Nel centrodestra del futuro che siamo impegnati a costruire non c’è spazio per Salvini».
Si parte all’indomani delle regionali. Già , ma come? Il successore non c’è, non si vede all’orizzonte.
Il nuovo brand avrà un richiamo esplicito ai “Popolari”, antidoto al leghismo estremista.
«Ho deciso di dividere il partito in tre grandi aree – ha spiegato Berlusconi a pochi – Il Nord, il Centro e il Sud, ognuno con un suo coordinatore, io sovrintenderò il tutto».
Sarà la fase transitoria in attesa del vero leader. E le ipotesi già si sprecano su chi guiderebbe le tre branche.
Attenzione puntata sugli eurodeputati (eletti in più regioni) al Nord, da Giovanni Toti alla giovane ma già d’esperienza Lara Comi. Antonio Tajani, pur in corsa per la presidenza del Parlamento Ue l’anno prossimo, potrebbe coordinare il centro, in alternativa la già plenipotenziaria senatrice Mariarosaria Rossi. Mara Carfagna in pole al Sud.
Sull’erede a cui aveva fatto cenno il giorno prima, da Napoli Berlusconi non si sbilancia, con molta evidenza perchè ancora non c’è, come confermano i suoi.
Conferma, prima in conferenza stampa in hotel poi dal palco alla Mostra d’Oltremare, che a guidare i moderati sarà una figura non selezionata attraverso le primarie perchè quello è un sistema «manipolabilissimo che ha portato i sindaci peggiori in Italia» selezionati a sinistra. Già , ma allora come avverrà la selezione?
«In democrazia il leader viene scelto dal popolo, solo nelle monarchie il re sceglie il successore», tiene a precisare per spazzare via le voci tornate insistenti sul filo dinastico che porterebbe a Marina se non a Barbara.
Dunque, «ci sono già protagonisti del centrodestra che saranno in grado di proporsi come leader e saranno gli elettori a decidere».
Andrà da Fazio domani sera «grazie al cerchio tragico», dice con autoironia guardando Francesca Pascale, la Rossi sotto il palco.
«Renzi e Salvini vanno in televisione 6 ore a settimana noi abbiamo diminuito i consensi perchè per un anno a Berlusconi è stato impedito di partecipare a comizi e interventi tv per una legge applicata in maniera retroattiva », dice riferendosi alla legge Severino.
Peccato che quella norma non preveda affatto quel divieto.
«Io leader?», si schermisce la Pascale al suo fianco, «assolutamente no, l’unico leader è Berlusconi».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
FRATELLI D’ITALIA E FORZA ITALIA PROMETTONO ASSISTENZA LEGALE PER FARE RICORSO CONTRO SE STESSI
«Renzi e Padoan non giochino sulla pelle dei truffati dalla Fornero con la scusa delle regole
imposte da UE. #giulemanidallepensioni». Lo scrive in un tweet la pugnace deputata Barbara Saltamartini.
Che il 16 dicembre 2011 benedisse quella «truffa» votando a favore.
E non fu l’unica, tra quanti sparano oggi a pallettoni contro il «salva Italia» del governo Monti.
È divertente sentire oggi gli «hurrah!» per la sentenza della Consulta e le ringhiose ingiunzioni al governo perchè rispetti immediatamente il verdetto a dispetto dello squarcio nei conti pubblici, confrontando tutto con il voto e le parole di quattro anni fa.
Sia chiaro, non vale per tutti. Leghisti e dipietristi, che si schierarono contro, hanno buon diritto a rivendicare. E così Alessandra Mussolini che, a dispetto del Pdl, dichiarò alla Camera: «Voterò “no” alla fiducia e “no” alla manovra.
Alcuni si astennero, come Antonio Martino, Sandro Biasotti, Michaela Biancofiore… Altri, per motivi diversi, risultarono assenti come Mariastella Gelmini, Ignazio La Russa, Giulio Tremonti o Michela Vittoria Brambilla.
Ieri contrari oggi favorevoli
Nella stragrande maggioranza, però, quanti oggi esultano contribuirono attivamente al varo di quella legge che, bloccando l’indicizzazione delle pensioni, passò alla Camera con l’80,6% di voti favorevoli, il 15% di contrari e il 4,4% di astenuti.
Nè andò diversamente al Senato. Dove passò con 257 si e 41 no.
Votò a favore, dice il sito openpolis.it , l’attuale capogruppo berlusconiano Renato Brunetta, che oggi esulta: «Renzi è in un mare di guai. L’Europa gli sta mandando una lettera di grande critica perchè i conti non tornano, il Def deve essere riscritto, c’è un buco di 20 miliardi. C’è un buco di 20 miliardi nel Def!».
Di più: «Renzi pare sia andato via di testa dopo la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni, imprecando contro la Consulta che, evidentemente non più ammorbidita da Napolitano, ha cominciato a fare il suo mestiere». Come bocciare una legge che anche lui, più o meno obtorto collo, risulta avere condiviso.
E votò a favore Osvaldo Napoli, che oggi bacchetta: «Il governo Monti ha scelto, come ogni governo tecnico privo di investitura popolare, di tagliare il nodo previdenziale con un atto autoritativo, infischiandosene dei diritti di oggi ma preoccupato unicamente di far quadrare i conti».
E votò a favore Francesco Paolo Sisto, che ieri ha sancito: «Ognuno può interpretare le cose a modo suo, ma le sentenze della Corte costituzionale si rispettano e, anche se quella sulla riforma Fornero incide notevolmente sui conti pubblici del Paese, è evidente che va applicata. Ciò che è stato tolto in modo illegittimo ora va restituito».
E votò ancora a favore Giorgia Meloni che oggi, alla guida di Fratelli d’Italia, assicura che il suo partito «metterà a disposizione dei pensionati un pool di avvocati per fare tutti i ricorsi che serviranno se il governo non dovesse restituire i soldi che lo Stato deve loro dopo la sentenza della Corte costituzionale. Così come ha trovato e restituito i soldi ai pensionati d’oro quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale il prelievo di solidarietà sulle loro pensioni, oggi lo Stato deve fare la stessa cosa con tutti gli altri cittadini italiani. Il governo ha il dovere di trovare i soldi per la gente normale».
«Attentato alla Corte costituzionale»
Su tutti svetta però Maurizio Gasparri. Il più combattivo: «Se il governo limita i rimborsi fa un attentato alla Corte costituzionale perchè verrebbe aggirata la sentenza: non vogliamo trucchi» ha detto a Francesco de Dominicis di Libero . Ancora: «Perseguiteremo questo cialtrone di Renzi tutti i giorni, non riusciranno a farla franca e se ci sarà un decreto daremo assistenza a tutti». Cioè? «Siamo disposti a offrire assistenza legale ai cittadini danneggiati dalla riforma del governo Monti e che ora rischiano di veder negati i loro diritti».
Il 22 dicembre del 2011, quando passò la legge oggi sotto accusa, era addirittura capogruppo del Pdl al Senato.
Due sole volte parlò del tema attuale: per rivendicare che il suo partito aveva ottenuto «una maggiore indicizzazione delle pensioni» e per avere «detto no al tetto di 500 euro per i contanti e ad un uso troppo esteso dei conti in banca per anziani con pensioni minime». Fine
Dopo di che precisò solenne: «Ci sono quindi in questa manovra luci e ombre, ma il Popolo della Libertà ha assunto una posizione seria e coerente e, come ha già detto alla Camera il segretario del nostro partito Alfano, voteremo favorevolmente perchè siamo persone serie, leali e coerenti e non sono cambiate le condizioni che hanno portato a sostenere la nascita di questo governo». Annota il resoconto stenografico: «Applausi dal Gruppo PdL».
E chiuse tra nuovi applausi: «Del resto, abbiamo sempre messo al primo posto il bene dell’Italia e oggi il caos non sarebbe il bene dell’Italia».
Fu così convincente che il suo gruppo lo seguì in massa. C’erano sei assenti e votarono sì in 128.
Uno solo disse no. Non era lui.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 16th, 2015 Riccardo Fucile
“BISOGNA ARCHIVIARE IL SUO CENTRODESTRA, DA NOI PROPOSTE, CONTENUTI E VOGLIA DI RIDARE SPERANZA AL POPOLO DI CENTRODESTRA”
“Lo dico con amarezza, leggendo i giornali, guardando le tv, ascoltando e incontrando tanta gente
che mi incoraggia ad andare avanti. Da una parte, nella mia e nostra campagna elettorale, ci sono ovunque piazze piene, clima positivo e propositivo, proposte di contenuto, una proiezione verso il futuro, la voglia di costruire e ricostruire, di ridare una speranza a un popolo di centrodestra che vede oggi tanti delusi”, dall’altra per il Cavaliere in Puglia ci sono state “48 ore di flop tardoberlusconiano, tra sedie vuote e offese”.
Lo ha detto l’europarlamentare di Forza Italia Raffaele Fitto, commentando la conclusione della visita di due giorni del leader di Forza Italia in Puglia.
“Silvio Berlusconi, nella crisi drammatica che ha devastato Forza Italia (si pensi al recente tracollo che l’ha fatta precipitare al 3-4% in Trentino) – afferma Fitto – non ha trovato di meglio che venire in Puglia, per poi disdire quasi tutti gli appuntamenti, far mascherare malamente i vuoti della sala di Lecce, insultare me e offendere chi si sta impegnando a dare un futuro al centrodestra”.
“Così – aggiunge – sono passate queste 48 ore di flop tardoberlusconiano, tra sedie vuote e offese. Il sipario cala tristemente su una lunga stagione, che ha avuto in passato meriti e pagine belle, e oggi si è purtroppo ridotta così”.
“Che tristezza…Berlusconi ha scelto di interpretare il centrodestra del passato – conclude Fitto – Non resta che archiviarlo e aprire una pagina futura”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 15th, 2015 Riccardo Fucile
“E’ UNA FREGATURA PER MANDARCI A CASA DOPO LE REGIONALI”: LA DENUNCIA DEI 30 IMPIEGATI AL SENATO CHE SI SONO VISTI TRASFORMARE I CONTRATTI DA PRECARI A TEMPO INDETERMINATO
Forza Italia fa dietrofront e dà il via libera al Jobs Act.
Ma non in Parlamento. Piuttosto per modificare il contratto dei suoi dipendenti al Senato per effetto della riforma del governo Renzi.
“Con la presente sono lieto di informarla che a partire dal 1° maggio 2015 il contratto ad essere con lo scrivente gruppo parlamentare sarà convertito in rapporto a tempo indeterminato“, si legge nella lettera inviata il 13 maggio e firmata dal capogruppo Paolo Romani.
I diretti interessati contestano la formula “senza alcuna soluzione di continuità rispetto all’originario rapporto”, perchè — dicono — nega i “benefici” del vecchio contratto ed è “una fregatura“.
I dipendenti sarebbero almeno una trentina e si tratta per lo più di persone che hanno già avuto contratti in passato, spesso rinnovati di legislatura in legislatura seppure con la recondita speranza di vederli trasformati, prima o poi, in indeterminati.
Ma del vecchio tipo.
Il timore — confessano — è che se le elezioni regionali dovessero andare male per Fi, il partito riduca ancora il personale e li mandi a casa da un giorno all’altro.
I precedenti non incoraggiano: gli 81 dipendenti della sede di Forza Italia in San Lorenzo in Lucina, a Roma, inaugurata in pompa magna a inizio legislatura, sono stati messi in cassa integrazione.
Alla Camera il capogruppo Renato Brunetta — ricordano — iniziò il suo mandato con un “repulisti generale“.
In realtà i dipendenti di Forza Italia non sono gli unici nel Palazzo ad aver visto il loro contratto trasformato con il Jobs Act ma sorprende che ad applicarlo stavolta sia stato un partito che si è opposto fortemente a quel provvedimento.
In fase di discussione della riforma del lavoro, i parlamentari del partito di Silvio Berlusconi protestarono vivacemente e votarono contro.
Ora il gruppo azzurro al Senato sembra aver cambiato idea, quantomeno nel merito della legge.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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