Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
POTREBBE CANDIDARSI CON UNA LISTA CIVICA E MANDARE ALL’ARIA IL PASSAGGIO DI TESTIMONE CON UN ALTRO CINQUESTELLE
Fabio Fucci, sindaco M5S di Pomezia, ha attaccato spesso la regola dei due mandati
che non gli permetterà di correre di nuovo con il MoVimento 5 Stelle per essere confermato come primo cittadino.
Complice forse anche la sua forsennata sponsorizzazione di Valentina Corrado, uscita perdente nelle Regionarie del Lazio contro Roberta Lombardi e Davide Barillari, alla fine però non è stato molto ascoltato anche perchè i grillini hanno scelto come prossimo candidato sindaco il presidente del Consiglio comunale Adriano Zuccalà .
Ma a quanto pare Fucci non ha tanta voglia di rassegnarsi.
E così, su Facebook, a chi si rammarica per il fatto che non potrà più correre con il M5S, ha deciso di ricordare che in teoria lui potrebbe tranquillamente ricandidarsi per un secondo mandato. Ovviamente senza l’appoggio del MoVimento 5 Stelle
E a chi gli fa notare che sarebbe necessario rivedere lo Statuto, Fucci conferma che sarebbe in effetti “opportuno, ragionevole e strategicamente vincente”.
Insomma, Fabio Fucci sta puntualizzando quanto già si sa, ma è curioso che non ci sia cenno sulla sua pagina nè nei commenti alla prossima candidatura di Zuccalà .
Anzi: quello che scrive sembra far pensare che possa addirittura ricandidarsi come ha fatto Federico Pizzarotti a Parma a capo di una lista civica con il suo nome, per sfidare a quel punto anche il MoVimento 5 Stelle.
Se questo succedesse i cittadini di Pomezia potrebbero trovarsi nella non facile posizione tra dover scegliere tra un’appartenenza politica e l’esperienza già vissuta al governo della città .
Con buone probabilità , vista la notorietà superiore riservata a qualunque primo cittadino rispetto al presidente del Consiglio comunale, che alla fine vinca quest’ultima.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
SI STUDIA UNA DEROGA PER LE AREE METROPOLITANE: CHI PRENDE PIU’ VOTI, SCEGLI DOVE CORRERE
La campagna elettorale – o meglio «il rally» come l’ha ribattezzata Luigi Di Maio – è partita, i collegi elettorali sono stati definiti e le Parlamentarie (la selezione Cinque Stelle per i candidati da presentare in lista) si avvicinano: un cocktail di eventi che nel Movimento sta già creando qualche grattacapo.
Tra i parlamentari uscenti, infatti, si registra qualche preoccupazione e qualche malumore.
Ci sono aree dove la sfida elettorale interna si presenta come serrata tra riconferme, volti nuovi e (in alcuni casi) attriti con i militanti a livello locale.
I nodi
I nodi riguardano soprattutto circoscrizioni e aree metropolitane: Milano, Roma, Napoli anzitutto. Zone in cui le sfide «fratricide» tra deputati e senatori pentastellati rischiano di concretizzarsi (anche per via del Rosatellum e dei nuovi collegi).
Nel Lazio l’ingorgo coinvolge diversi big: da Paola Taverna a Carla Ruocco, da Stefano Vignaroli a Massimo Baroni oltre a qualche possibile new entry come l’ex consigliere regionale Gianluca Perilli.
Stesso copione in Lombardia, dove tra gli uscenti – in una folta pattuglia di esponenti dell’ala ortodossa (che però non vedrà più la presenza di Dino Alberti e Vincenzo Caso)– ci sono anche Paola Carinelli, che fa parte del collegio dei probiviri M5S e Manlio Di Stefano, spesso in prima linea per le questioni di politica estera del Movimento.
In Campania non ci dovrebbero essere problemi per la rielezione di due big come Roberto Fico e Di Maio, ma a rischiare il seggio per via delle nuove norme (o a contendersi un posto in lista) – sarebbero soprattutto le seconde linee.
C’è chi come Vega Colonnese ha già annunciato che non si candiderà e farà la mamma.
Le altre regioni
Ma il tema ricandidature sta creando frizioni anche in altre regioni. In Puglia e in Piemonte è la base storica a contestare qualche eletto e il voto locale potrebbe riservare delle sorprese.
In Trentino Alto Adige le due anime Cinque Stelle che fanno a capo al consigliere regionale Filippo Degasperi e al fedelissimo di Di Maio, Riccardo Fraccaro, si stanno scontrando e a farne le spese potrebbe essere proprio quest’ultimo.
Nel 2013 solo Fraccaro venne eletto per i Cinque Stelle in tutta la Regione. Di segno opposto i problemi in Friuli Venezia Giulia: i tre eletti di cinque anni fa hanno tutti lasciato il Movimento.
L’ipotesi
Proprio per ovviare a dispute interne – oltre a far saltare il tetto dei 40 anni per la Camera – nel Movimento, in primo luogo tra i parlamentari uscenti, si sta caldeggiando un compromesso, una soluzione che permetterebbe in parte di evitare sfide fratricide ma che suona anche come una deroga ad uno dei principi cardine dei pentastellati: ancorare l’elezione al luogo di residenza.
L’idea allo studio è quella per le aree metropolitane principali (che presentano sia confini elettorali più ravvicinati sia un maggior numero di conflitti potenziali nel Movimento) di far scegliere dove correre in base al numero di preferenze raccolte alle Parlamentarie.
In pratica, chi prende più voti decide. Poi, a seguire, scelgono quelli meglio piazzati. L’ipotesi trova sopratutto a sorpresa il consenso dei falchi, ma non è ancora stato stabilito se verrà inserita nelle nuove norme.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
L’EVENTO A PIAZZA MONTECITORIO E’ UN PAUROSO FLOP
In piazza non si presenta nessuno, e così i Cinque Stelle trasformano l’Agorà in un
volantinaggio per le strade di Roma.
Il Movimento aveva organizzato per oggi un evento di presentazione del programma su costi e privilegi della politica a Roma.
La manifestazione, inizialmente prevista a piazza San Silvestro, è stata successivamente spostata a piazza Montecitorio alle 14, dove tuttavia non si è presentato quasi nessuno.
I parlamentari M5s, con il candidato premier Di Maio, hanno così deciso di trasformare il comizio in un volantinaggio per le vie del centro di Roma.
Il palco, a quanto si apprende da fonti del M5S, non era previsto in piazza a Montecitorio ma era stato pensato nella location iniziale, in piazza San Silvestro.
Poi, per un equivoco, è stato montato anche davanti alla Camera.
Poi il Movimento ha deciso di cambiare format optando per l’uscita in massa dei parlamentari dal Palazzo di Montecitorio (immagine che, nella strategia M5S, dà il senso della volontà di tagliare i privilegi della politica), seguita dal punto stampa e dal volantinaggio.
(da agenzie)
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Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
PER IL LUI “IL CASO E’ STATO ARCHIVIATO PER DIRITTO DI CRONACA”, MA NEL VERBALE SI FA INVECE RIFERIMENTO ALL’IMMUNITA’ PARLAMENTARE CHE GLI E’ SERVITA PER BLOCCARE L’AZIONE GIUDIZIARIA
“Non mi è stata notificata alcuna querela, ma solo una richiesta di nomina di
difensore”. Reagisce così Luigi Di Maio all’accusa di aver utilizzato l’immunità parlamentare, strumento sempre contestato dai 5Stelle, per sfuggire a una querela ricevuta dalla giornalista di Qn Elena Polidori inserita in una lista nera consegnata all’Ordine dei giornalisti.
Così, rispondendo colpo su colpo, la cronista, assistita dall’avvocato Stefano Parretta, diffonde il documento con il quale il candidato premier grillino nomina in effetti il suo legale ma dove si legge anche: “Luigi Di Maio indagato nel procedimento penale nr.23136/17 R.G. N.R. Mod.21, rubricato a seguito della denuncia querela presentata…”.
Nonostante questa documento Di Maio insiste: “Alcuni giornali continuano a sostenere che io mi sia avvalso dell’immunità parlamentare per sfuggire alle querele di un gruppo di giornalisti. È falso. In merito alla querela ricevuta, e archiviata dal gip di Roma, i fatti sono i seguenti: la Procura non mi ha mai contestato alcun reato; non mi è stato mai notificato il decreto di archiviazione e non ho mai avuto accesso agli atti. Dunque non ho potuto nè invocare l’immunità , nè rinunciarvi. Il giudice che ha archiviato ha evidentemente ritenuto applicabile il diritto di critica, riconosciuto a tutti i cittadini”.
Nel decreto di archiviazione in realtà si fa riferimento all’articolo 68 della Costituzione, cioè all’immunità parlamentare, e non dell’articolo 21, ovvero del diritto di critica, non vi è traccia nel verbale.
(da “HuffingtonPost”)
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Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
IERI SERA I PENOSI “NON SO” DELLA CASTELLI, OGGI LA ROULETTE RUSSA DI DI MAIO: PER LA SERIE AL PEGGIO NON C’E MAI FINE
Dopo la brillante performance di Laura Castelli a Otto e Mezzo in molti si staranno
chiedendo qual è la posizione del MoVimento 5 Stelle sull’euro.
È impensabile che la deputata di un partito che punta a governare il Paese si rifiuti di dire cosa voterebbe ad un eventuale e ipotetico referendum sull’euro.
Ieri la Castelli dopo aver detto che “il voto non si dice” ha ammesso che — anche se l’argomento rientra nelle sue competenze (sic) — di non sapere cosa votare. Eppure il tema del referendum per l’uscita dall’euro è un vecchio pallino del M5S, come è possibile questa reticenza nel non voler dire ai cittadini qual è il programma del MoVimento su un tema così importante?
La spiegazione ce la dà oggi Luigi Di Maio sulla Stampa.
In un’intervista con Ilario Lombardo e Mauro Zaterin il candidato premier del MoVimento 5 Stelle ha definito il referendum sull’euro “una pistola che resta sul tavolo”.
Secondo Di Maio la linea del M5S sull’Europa non è cambiata, ad essere cambiate sono le condizioni all’interno dell’Unione. Il che è vero solo in parte. Perchè se da un lato è ovvio che gli equilibri interni alla UE stiano cambiando per adattarsi al post-Brexit non è vero che sull’euro il M5S non ha mai cambiato idea.
Facciamo qualche passo indietro. Nel 2014 il MoVimento annunciava l’inizio della raccolta firme per una consultazione che si sarebbe dovuta tenere tra dicembre 2015 gennaio 2016.
Secondo i piani originari di Grillo e del M5S l’uscita dall’euro sarebbe dovuta avvenire entro i primi mesi del 2016. Il M5S aveva anche aperto un sito ( fuoridalleuro.com) per promuovere la raccolta firme. Il sito però non è più online.
Altri tempi si dirà . Tempi in cui deputati e senatori del MoVimento facevano apertamente campagna per l’uscita dall’euro senza paura di dire cosa avrebbero votato. Ma è durata poco. Luigi Di Maio ad esempio oltre al referendum consultivo sull’euro si è detto favorevole ad un Euro 2 o all’utilizzo di monete alternative (in realtà complementari) senza spiegare però se ha in mente una riforma dell’Euro o della creazione di un’Eurozona a due velocità
Il senso di Luigi Di Maio per le trattative internazionali
Nel frattempo il referendum sull’euro è scomparso dal programma politico del M5S mentre più di recente (magio 2017) Di Maio ha iniziato ad accarezzare il sogno di “cambiare l’Europa” invece che uscire dall’euro.
L’idea espressa nell’intervista alla Stampa è più o meno la stessa.
Di Maio crede che una volta al governo sarà in grado di andare a battere i pugni sul tavolo europeo e ottenere in breve tempo un radicale cambiamento delle politiche monetarie e fiscali dell’eurozona.
Il che ovviamente è irrealistico, perchè in un Europa a 27 per fare questo servirebbe portare dalla nostra parte la maggior parte dei paesi membri.
Cosa che un programma sovranista e antieuropeista come quello del M5S difficilmente riuscirebbe a fare. Fatta salva l’ipotesi di disgregare l’Unione Europea. Ma allora i problemi sarebbero altri.
Minacciando il referendum sull’euro, per quanto consultivo?
«La consideriamo una extrema ratio. Mentre vedo ampi margini di contrattazione su deficit per favorire la crescita».
M5S ha detto che vorrebbe politiche espansive alla Trump. Coi nostri numeri, è difficile senza violare le regole Ue.
«Non voglio violarle. Voglio ricontrattarle, come di fatto hanno fatto Francia e Spagna. Investono nella famiglia perchè hanno sforato il tetto del 3% per il deficit. Noi non metteremo tasse sulla casa o patrimoniali».
Torniamo al referendum. La vostra credibilità a Bruxelles sarà sempre limitata se tenete questa pistola sul tavolo.
«Questo è chiaro. Ma l’obiettivo non è rendere felici gli altri. È fare in modo che nell’ambito dell’Ue gli interessi dei diversi Paesi si ritrovino allo stesso tavolo. È un peso contrattuale».
La meravigliosa idea di Di Maio è quella di usare la minaccia del referendum come extrema ratio per convincere che l’Italia “vuole fare sul serio”.
Se a qualcuno è venuto in mente Nando Mericoni che minaccia di “salire sul Colosseo e buttarsi di sotto” se qualcuno non lo aiuterà ad andare in America.
Nel film però le cose non finiscono bene per il personaggio interpretato da Sordi che non solo non va negli USA ma finisce in ospedale.
Ma senza pensare ai film basta guardare cosa è successo a David Cameron.
Anche l’ex premier britannico aveva deciso di usare il referendum per l’uscita dall’Unione come arma durante le trattative. Il risultato lo sappiamo: Cameron ha sì ottenuto dalla UE quello che chiedeva ma intanto è stato costretto a indire il referendum e anche se aveva fatto campagna per il remain è stato sconfitto dai leavers
La raffinata strategia di Luigi Di Maio sull’euro
È abbastanza chiaro che sedersi ad un tavolo assieme ad altri ventisei governi minacciando di farsi saltare in aria non sia il modo migliore per ottenere quello che si vuole.
Anche perchè la pistola che Di Maio vuole “tenere sul tavolo” non è puntata contro la UE ma alla tempia dell’Italia.
Mettetevi per un attimo nei panni degli altri primi ministri europei e vi accorgerete che la situazione è disperata ma non seria.
Ma in Italia invece le cose possono andare seriamente male. In primo luogo perchè anche se il M5S fosse al governo questo non significa che avrebbe la possibilità di condizionare l’esito di un eventuale referendum.
Molte sono le forze politiche che premono per un’uscita dalla moneta unica (in testa la Lega Nord) e anche tra gli elettori del MoVimento ci sono persone che senza dubbio voterebbero per uscire.
La situazione quindi è questa: Di Maio tiene puntata la pistola alla tempia ma non ha nè la possibilità di posarla nè quella di non premere il grilletto.
Questo lo sanno anche in Europa e senza dubbio non mancheranno di farlo notare al futuro premier pentastellato alla prima riunione.
C’è però un altro enorme problema. Ovvero il significato e le ripercussioni che avrebbe anche solo parlare di referendum sull’euro (figuriamoci poi indirlo per davvero).
Come la prenderebbero i mercati? Se i sondaggi dovessero riportare una maggioranza stabile per la permanenza nell’euro, sui mercati non succederebbe nulla.
Se invece gli italiani si indirizzassero secondo i desiderata di M5S, Lega ed altri partiti favorevoli all’uscita, le cose andrebbero molto diversamente.
Assisteremmo ad un ritorno in grande stile al rialzo dello spread che andrebbe a colpire i titoli di debito italiani, i tassi di interesse schizzerebbero alle stelle e il governo troverebbe deserte le aste, con conseguente difficoltà nell’erogare stipendi e servizi (anche se va detto che il Tesoro ha sinora accumulato ingenti riserve che potrebbero essere usate per tamponare la situazione).
Le banche e i bancomat dovrebbero essere chiusi per evitare prelievi di massa, mentre il governo con un decreto d’urgenza dovrebbe bloccare anche i movimenti di capitali.
È difficile immaginare una campagna referendaria serena in un clima emergenziale come questo. Probabilmente la gente terrorizzata si sposterebbe nuovamente verso il “no”, ma nel frattempo il paese avrebbe pagato un prezzo salato.
Tutto grazie alla “pistola” del M5S.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
LA MASSIMA ESPERTA DI ECONOMIA DEL M5S CHE VUOLE UN REFERENDUM SULL’EURO MA POI DICE CHE NON SA COME VOTEREBBE
Ieri l’onorevole Laura Castelli ha avuto la bella idea di partecipare a Otto e Mezzo per parlare di economia insieme all’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli e con Alessandro Gassman a fare da contorno.
La partecipazione di Cottarelli e le sue domande molto competenti nel merito delle questioni hanno spesso evidenziato una discreta difficoltà dell’onorevole nel fornire risposte convincenti e nel merito delle questioni.
Ma il non plus ultra si raggiunge al minuto 14 dei video, quando si parla del referendum sull’euro: la Castelli è evidentemente a favore dell’uscita dall’euro ma altrettanto evidentemente non ha intenzione di dirlo pubblicamente.
Questo la porta da un lato a partire in voli pindarici in cui afferma che l’euro è “l’unico modo per fare inflazione ormai” (…), dall’altro a trincerarsi dietro motti del tipo “il voto è segreto” per evitare di rispondere a una domanda legittima nei confronti di chi chiede un referendum, perchè di solito chi lo chiede lo fa per votare sì.
Laura Castelli: “Noi abbiamo detto che vogliamo fare un referendum sull’euro per far scegliere i cittadini, quindi…”
Lilli Gruber: “Lo proponete pur sapendo che non è possibile fare un referendum sull’euro per i trattati internazionali e perchè la Costituzione non lo prevede?”
Laura Castelli: “Ma… in realtà non è vero. A me la politica in cinque anni ha insegnato che tutto è possibile… Non è vero che certe cose non si possono fare. Si trova sempre il modo. Noi abbiamo raccolto le firme, siamo convinti che si possa fare…
Carlo Cottarelli: “Vabbe’…. Ma siete d’accordo a uscire da soli?”
Laura Castelli: “Non si dice cosa si vota…”
Lilli Gruber: “Se voglio votare per un referendum sull’euro significa che voglio uscire”
Laura Castelli: “Ma vede, non è un tema ideologico è un tema tecnico. Il discorso sarebbe lungo…. e rientra tra l’altro nelle mie competenze. Io credo che l’euro sia stato un problema per il costo del lavoro, per la produttività delle imprese, l’euro è diventato l’unico modo per fare inflazione ormai… Dopodichè, un conto è dire cosa vuoi fare con l’euro, un conto è dire ‘ce l’avreste un modo per?’. Dovremmo dirlo… non si può banalizzare un tema così. Oggi abbiamo un problema di sovranità , crei titoli di stato che non si riescono a vendere e allora chiama le banche…”
Lilli Gruber: “Ma insomma…lei non mi ha risposto: voterebbe Si o No al referendum che propone?!”
Laura Castelli: “Non lo so”
E della generale indecisione di Castelli si sono accorti anche i suoi fans sulla sua pagina FB che definiscono la sua esibizione “imbarazzante”.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
SBUGIARDATO DA UNA DELLE QUERELANTI: “SE UNO NOMINA IL PROPRIO DIFENSORE VUOL DIRE CHE SAPEVA DELLA QUERELA”… COMODO CHIEDERE DI ELIMINARE L’IMMUNITA’ PARLAMENTARE SOLO PER GLI ALTRI E MANTENERLA PER SE STESSI
Il gip di Roma ha archiviato la querela di alcuni giornalisti contro il candidato premier M5s Luigi Di Maio sulla base dell’insindacabilità delle opinioni espresse di un parlamentare (articolo 68 della Costituzione).
A riferire la notizia è stata Elena Polidori sul Quotidiano Nazionale e la vicenda risale al febbraio scorso, quando il grillino aveva presentato all’allora presidente dell’Odg Enzo Iacopino la lista dei giornalisti che, secondo i 5 stelle, li “stavano diffamando per “aver scritto “in modo scorretto e doloso” dell’ inchiesta sulle polizze vita di Salvatore Romeo intestate alla sindaca di Roma, Virginia Raggi.
L’accusa dei querelanti, tra cui la stessa Polidori, a Di Maio è di non aver, “in sei mesi dall’atto di archiviazione”, rinunciato all’immunità parlamentare come già più volte annunciato.
Il vicepresidente della Camera, tramite l’ufficio di comunicazione M5s, ha risposto in serata dicendo che non era “a conoscenza dell’atto processuale”.
“Luigi Di Maio”, si legge nella nota, “non ha mai avuto alcuna conoscenza di un atto processuale relativo alla querela della giornalista Elena Polidori e quindi non hai ma potuto invocare l’immunità parlamentare nè rinunciare alla sua applicazione. Il giudice ha evidentemente ritenuto applicabile il diritto di critica, riconosciuto a tutti i cittadini. Infine, è possibile che nel provvedimento di archiviazione venga scritto dal giudice che, stante le sue prerogative da parlamentare, le espressioni utilizzate da Luigi Di Maio rientrino nel legittimo esercizio del diritto di critica e dunque che non si dia luogo a procedere”.
Polidori ha contro replicato su Facebook dicendo che il grillino aveva invece già nominato un avvocato difensore e quindi doveva essere a conoscenza del procedimento.
Polemizza il Pd: “Ancora una volta ci troviamo di fronte alla doppia morale del Movimento 5 stelle”, ha dichiarato la renzianissima Alessia Morani.
“Se da un lato invocano lo stop all’immunità parlamentare, dall’altro non vi rinunciano quando chiamati in causa. Sono lontani i tempi in cui Di Maio affermava che il Movimento 5 stelle non avrebbe mai usato l’immunità . Come al solito gli esponenti pentastellati applicano il rigore solo per gli altri, ma si autoassolvono, sempre”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
QUERELATO DAI GIORNALISTI INCLUSI NELLA “LISTA DI PROSCRIZIONE” E’ STATO SALVATO DAL PRIVILEGIO DELL IMMUNITA’ A CUI AVEVA DICHIARATO DI VOLER RINUNCIARE
Articolo 68 della Costituzione italiana: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni» a meno di una specifica autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare.
In base a questo articolo il gip di Roma ha archiviato una querela presentata da un gruppo di giornalisti contro Luigi Di Maio , candidato premier del Movimento Cinque Stelle e che aveva a più riprese dichiarato che mai lui e i suoi colleghi di partito si sarebbero serviti di uno strumento ritenuto un indebito privilegio.
La notizia è stata anticipata dal «Resto del Carlino».
La «lista di proscrizione»
La querela faceva riferimento al caso della «lista di proscrizione» compilata da Di Maio e da altri esponenti grillini con i nomi di giornalisti sgraditi al movimento e che a loro giudizio si erano comportati in modo scorretto, diffondendo notizie «distorte». L’elenco, oltre ad attirare contro i «nominati» l’ira social dei simpatizzanti grillini, era stato trasmesso anche all’Ordine dei giornalisti perchè valutasse provvedimenti disciplinari.
I giornalisti chiamati in causa hanno replicando presentando querela nei confronti di Di Maio, ritenendosi diffamati per via di quell’accusa di scorrettezza.
Ma l’ordinanza del tribunale di Roma ha chiuso in anticipo la lite giudiziaria, archiviando le accuse contro il parlamentare grillino in quanto protetto dallo «scudo» dell’articolo 68 della Costituzione.
Immediate le polemiche, in primis da parte dei giornalisti.
Elena Polidori (una delle «firme» incluse nella lista di proscrizione) scrive sul quotidiano bolognese che Di Maio avrebbe potuto rinunciare a quella garanzia, come aveva sempre annunciato (l’ultima volta in un video del giugno 2016) ma che in sei mesi non ha fatto questo passo.
Chiamato in causa per una replica l’esponente grillino si sarebbe limitato a un «no comment».
Coglie la palla al balzo invece la vicepresidente dei deputati Pd Alessia Morani: «Ancora una volta ci troviamo di fronte alla doppia morale del movimento stelle. Se da un lato invocano lo stop all’immunità parlamentare, dall’altro non vi rinunciano quando chiamati in causa».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Dicembre 5th, 2017 Riccardo Fucile
POTREBBE CERCARE I VOTI NECESSARI A GOVERNARE O NELLA LEGA O IN LIBERI E UGUALI, DIPENDE DAI VOTI CHE PRENDONO… L’IMPORTANTE SONO LE POLTRONE, TANTO PER CAPIRCI
Se Liberi e Uguali di Pietro Grasso riscuotesse un buon risultato alle prossime
elezioni, il MoVimento 5 Stelle potrebbe cercare nella formazione di Pietro Grasso i voti necessari per formare un governo con Luigi Di Maio.
L’apertura, che è però subordinata alle percentuali raggiunte da MDP-Sinistra Italiana-Possibile, è comunque speculare a quella che si farebbe alla Lega di Salvini in caso di exploit del Carroccio.
Ne parla oggi Ilario Lombardo sulla Stampa.
«Guardiamo con attenzione a Pietro Grasso. Se i sondaggi si dimostreranno più generosi con lui, si potrebbe aprire un bel ragionamento», è il virgolettato che viene riportato nell’articolo.
Il M5S cerca un partner che abbia in dote un numero a due cifre alle elezioni. «Se Grasso lo raggiunge è possibile un’intesa». E d’altro canto lo stesso Pierluigi Bersani da Lucia Annunziata aveva specificato che le porte ai grillini erano aperte.
I 5 Stelle sono diventati grandi appassionati di sondaggi. A oggi le proiezioni dicono 170 deputati. Loro credono di poter arrivare a 200. Calcolano che se andasse molto bene potrebbero arrivare al 35%. A quel punto la strada verso il Quirinale, per ottenere l’incarico, potrebbe essere spianata. Potrebbe. Serve appunto un altro consistente numero di seggi per la maggioranza. C’è un presupposto, però, che deve realizzarsi. E se lo stanno ripetendo ogni giorno: «Il Pd e Forza Italia insieme non devono raggiungere il 50%».
Ma — si chiederanno in tanti nel M5S non stavano guardando a un’alleanza anti-establishment con Matteo Salvini? È così.
Serve entrare nei meccanismi del pensiero politico grillino per capire le loro ambizioni. Il Movimento si sta strutturando come partito omnibus e il ventaglio di proposte sviluppate va da quelle che si sposano con i canoni della destra ad altre più di sinistra.
La politica dei due forni
Questo perchè, pragmaticamente, il MoVimento 5 Stelle si prepara a chiedere a Mattarella l’incarico se alla chiusura delle urne i grillini risultassero il primo partito, anche senza maggioranza in uno o entrambi i rami del Parlamento.
Un modo per “prendersi la responsabilità di non lasciare il paese nel caos” dopo la chiusura delle urne, e che proprio per questo prevede la possibilità di fare alleanze di programma con chi ci sta. Il M5S pensa di poter presentare un programma di pochi punti con cui varare un governo tecnico e lasciare al Parlamento il compito di legiferare sul resto. Ben sapendo che il Parlamento italiano è finito spesso nei guai perchè troppo lento a legiferare.
In questa ottica l’accordo possibile con Pietro Grasso ha un valore politico identico a quello con Matteo Salvini, anche se il peso specifico è completamente diverso: l’importante, per i grillini, è raggiungere la somma dei voti necessaria a governare.
(da “NextQuotidiano”)
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