Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
ORA LACRIME DI COCCODRILLO, TRE ANNI FA INSULTI VERGOGNOSI PERCHE’ AVEVA OSATO CRITICARLO
“Gli abbiamo voluto bene e siamo vicino alla sua famiglia, alla quale facciamo le
condoglianze”: questo è il messaggio di Luigi Di Maio per la morte di Stefano Rodotà . Lo stesso toccante messaggio di cordoglio è stato inviato su Twitter da Roberto Fico: «Grazie al professore Rodotà per le tante battaglie in nome della Costituzione e in difesa dei diritti delle persone e dei nostri beni comuni».
In effetti Rodotà era stato anche il candidato del MoVimento 5 Stelle per il Quirinale nelle prime quirinarie in assoluto sul blog di Grillo. Ma con il tempo il rapporto con il professore deceduto oggi si era deteriorato. Anzi.
È successo tutto improvvisamente il 30 maggio 2013; in un post non firmato sul blog, ma in cui si usavano espressioni del tipo “con MIO sincero stupore”, si scriveva questo:
Dopo le elezioni comunali parziali che storicamente, come qualsiasi asino sa, sono sempre state diverse come esito e peso rispetto a quelle politiche, c’è un fiorire di maestrini dalla penna rossa. Sono usciti dalle cantine e dai freezer dopo vent’anni di batoste e di vergogne infinite del loro partito, che si chiami pdmenoelle o Sel, non c’è differenza. In prima fila persino, con mio sincero stupore, un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra.
A incrinare il rapporto tra i due, raccontava Repubblica, l’intervista al Corriere in cui il giurista aveva dichiarato che il leader del MoVimento aveva compiuto degli errori, pensando che la Rete potesse bastare per vincere: “Nell’ultima campagna elettorale Grillo è partito dalla Rete, poi ha riempito le piazze reali con lo Tsunami tour, ma ha ricevuto anche un’attenzione continua dalla televisione. La Rete non funziona nello stesso modo in una realtà locale o su scala nazionale. Puoi lanciare un attacco frontale, ma funziona solo se parli al Paese”, aveva detto Rodotà , secondo cui alle ultime elezioni “hanno perso i due grandi comunicatori: Grillo e Berlusconi”.
Poi aveva aggiunto: “Le indicazioni di Grillo e Casaleggio non bastano più. Un movimento nato dalla Rete, che ha svegliato una cultura politica pigra, una volta entrato in Parlamento deve cambiare tutto”.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 23rd, 2017 Riccardo Fucile
I PARLAMENTARI NUTI, DI VITA E MANNINO, I CONS. REGION. LA ROCCA E CIACCIO, DIECI ATTIVISTI… SE SI AVVALESSERO DELLA PRESCRIZIONE NON POTREBBERO PIU’ RIPRESENTARSI
Il giudice dell’udienza preliminare di Palermo Nicola Aiello ha rinviato a giudizio tre
deputati nazionali e due regionali ex M5S, 10 attivisti del movimento e un cancelliere del tribunale per la vicenda delle firme false apposte alla lista presentata nel 2012 dai grillini per le comunali di Palermo.
I deputati sono Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudia Mannino. I deputati regionali sono Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio.
I Pm che hanno sostenuto l’accusa sono Claudia Ferrari e Bernardo Petralia.
La prima udienza del processo è stata fissata al 3 ottobre davanti alla quinta sezione monocratica.
Claudia la Rocca e Giorgio Ciaccio hanno confessato dando un impulso decisivo all’inchiesta, così come Alessio detto Stefano Paradiso e Giuseppe Ippolito.
Proprio un errore sul luogo di nascita di Ippolito provocò la decisione, avallata da Nuti, secondo l’accusa, di ricopiare tutte le firme.
E l’idea sarebbe stata di Samantha Busalacchi, attivista M5S pure lei tra i coinvolti nella inchiesta assieme ad Alice Pantaleone, Riccardo Ricciardi, Pietro Salvino. Nell’elenco anche l’avvocato Francesco Menallo, Toni Ferrara e il cancelliere Giovanni Scarpello.
A riprova della tesi dei Pm, oltre alla confessione di Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio e alle ammissioni di alcuni attivisti, ci sono la consulenza grafologica richiesta dalla Procura e le testimonianza di decine di firmatari che hanno disconosciuto le loro sottoscrizioni.
Nessuno dei rinviati a giudizio ha scelto il rito abbreviato. Ora con il rito ordinario incombe la prescrizione che maturerà nel 2018.
Ma il codice etico del M5S dice chiaramente che “l’estinzione del reato per prescrizione intervenuta dopo il rinvio a giudizio” è equiparata alla sentenza di condanna.
Se se ne avvarranno, gli iscritti M5S non potranno più ricandidarsi.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 23rd, 2017 Riccardo Fucile
GLI SCAMBI SU WHATSAPP SMENTISCONO LA SINDACA: LA NOMINA DEL FRATELLO DI MARRA FU CONCORDATA
L’influenza di Davide Casaleggio sulle iniziative della sindaca Virginia Raggi.
E ancora: l’intesa tra la Raggi e il suo ex braccio destro Raffaele Marra sulla promozione del fratello Renato alla direzione del Turismo del Campidoglio.
Sono questi i due aspetti più rilevanti della chat tra Raggi e Marra di cui dispone la Procura di Roma. Ne dà conto La Stampa oggi in edicola, che scrive:
Traspare, in particolare, la dipendenza della sindaca da Davide Casaleggio. Virginia Raggi si confronta con Raffaele Marra su tutto e gli riferisce che ha ricevuto istruzioni da Casaleggio anche in materia di emergenza abitativa.
Ecco un Whatsapp che la sindaca ha ricevuto da Davide e che inoltra a Marra: “Sì, anche capire se questi sono veramente nelle case che dovevano essere per emergenza abitativa o meno credo debba fare la parte della replica”. La sindaca della prima città d’Italia teleguidata? Sicuramente intimorita.
C’è poi la questione della nomina del fratello di Marra. In questo caso, la chat smentisce la sindaca, che sentita dall’Anticorruzione del Comune aveva parlato di una decisione presa “in totale autonomia”. Le cose, a leggere la conversazione, non sono andate esattamente così:
A proposito dell’aumento dello stipendio del fratello Renato, Raffaele Marra (difeso dagli avvocati Francesco Scacchi e Fabrizio Merluzzi) scrive alla sindaca il 14 novembre scorso: «Se lo avessi fatto vicecomandante, la fascia (retributiva, ndr) era la stessa».
La Raggi (assistita dall’avvocato Alessandro Mancori) replica subito dopo: «Infatti abbiamo detto vice no. Abbiamo detto che restava dov’era con Adriano». E lui controbatte: «E infatti con Adriano il posto era quello di cui abbiamo sempre parlato». Si tratta di Adriano Meloni, assessore comunale al Turismo, con il quale appunto Renato Marra sarebbe dovuto andare a lavorare grazie alla nuova nomina (poi revocata).
E ancora:
La chat emerge dalle intercettazioni del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Roma che avevano messo sotto controllo il telefono di Raffaele Marra per un caso di corruzione che lo aveva portato in carcere lo scorso 16 dicembre, intercettazioni poi confluite nell’indagine della squadra mobile di Roma sulle nomine di Marra e di Romeo. Dallo scambio di battute è evidente l’intesa Raggi-Marra e il fatto che avessero più volte discusso della nomina del fratello dell’ex vicecapo di gabinetto. Quando lei si lamenta di non aver capito che Renato Marra avrebbe guadagnato di più, il fratello di questi esclama: “Mi stai dando del disonesto. Non ti ho mai nascosto nulla. Te l’ho detto, evidentemente non troppe volte. È solo a tua tutela che ha fatto un passo indietro (da vicecomandante dei vigili, ndr). Purtroppo l’onestà non paga”. E la Raggi replica appunto che avevano deciso che la scelta migliore era quella del settore turismo.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 22nd, 2017 Riccardo Fucile
“SULLA RAGGI DECIDE TUTTO CASALEGGIO”… INTERVISTA A ROBERTO MOTTA CHE HA VINTO IL RICORSO CONTRO LA CASALEGGIO
«In relazione all’espulsione contestata nel giudizio pendente e sospesa con
provvedimento cautelare del Tribunale di Roma, cui è seguita la riammissione temporanea, ti comunico la riammissione in via definitiva al MoVimento 5 stelle». Firmato Beppe Grillo.
Roberto Motta, il capo degli espulsi romani M5S, uno dei militanti dotati di studi alle spalle (laureato in statistica con Giorgio Troi, nel giro degli allievi di Federico Caffè), ha guidato i ricorsi vinti contro la Casaleggio dai grillini cacciati a Roma e Napoli.
Ha appena ricevuto questa mail dall’azienda, per la prima volta Grillo deve arretrare da un’espulsione, pena guai giudiziari più seri.
Ma Motta non ha intenzione di deporre l’ascia. «La lotta continua», dice.
Non è abbastanza che Grillo, per la prima volta, debba riammettere un espulso?
«No. Ci sono altri giudizi pendenti, illegittimità del regolamento e della seconda associazione, costituita da Grillo e dal nipote, lite temeraria, e altro»
Ci sarà anche un possibile risarcimento molto alto, per perdita di chance.
«Io sarei stato tra i consiglieri comunali, con ottime chance di risultare nei primi cinque».
La riammissione avviene in coincidenza dei guai della sindaca. Che pensa della Raggi?
«Il suo fallimento va molto oltre le cose che sono emerse. Comincia dal decalogo che firmò con lo staff. Lei ha accettato di fare tutto quello che le viene detto. A partire dalle nomine. Non può decidere niente»
Per esempio?
«Pensi solo a due degli ultimi casi: Raggi nomina Fabio Serini – che era il curatore giudiziale all’Aamps, l’azienda di rifuti di Livorno, cioè un controllore del M5S - come commissario straordinario all’Ipa, l’Istituto di previdenza dei dirigenti capitolini: cioè un controllato. Luca Lanzalone, consulente Aamps sempre a Livorno, diventa presidente di Acea. Siamo dentro totali conflitti d’interessi, intrecci nei cda, un disastro, completamente contrario ai princìpi del Movimento».
Rispetto alla giunta Marino come va?
«Marino aveva fatto cose anche buone. Per esempio aveva tolto tutti i cda delle municipalizzate. La Raggi li ha rimessi. C’è una persona brava, come Antonella Giglio all’Ama? Viene mandata via senza motivo, anzi, col motivo strisciante che sarebbe amica della Muraro: detto dalla Montanari, che arriva a Grillo dalla giunta di Delrio a Reggio Emilia».
La Raggi dapprima legata alla destra, poi ha cercato tregua dai media appoggiandosi a qualche ex del mondo Pd?
«La Raggi, scoperta la sua pratica da Previti, o le nomine legate al giro Panzironi, s’è rifugiata ripescando le terze file del Pd a Roma. Altra cosa contraria alle regole M5S. In passato gente è stata cacciata dal M5S per molto meno, come la povera Cecilia Petrassi, che era stata assistente, precaria, di Claudio Scajola».
Le competenze come le sembrano, nella giunta e negli eletti capitolini M5S?
«Ai contenuti hanno preferito imporre minigonne, slogan banali e incoerenti rispetto ai principi condivisi dalla base. Alle critiche rispondono con permaloso livore mirato a colpire esclusivamente la persona. Nel M5S un capogruppo che ha un diploma turistico alberghiero, Paolo Ferrara, attacca Cristina Grancio, un architetto, che critica con cognizione di causa le scelte di Raggi sullo stadio».
È vero che Lombardi ha reso la vita ancora più difficile alla sindaca?
«Io ci credo poco. Tutto questo odio tra le due l’ho visto poco, e ho lavorato per Roberta, e avuto ottimo rapporto con Virginia. Conservo ancora gli scritti di quando la futura sindaca mi rispondeva per messaggio “vedete di andare d’accordo, tu e Roberta, il Paese ha bisogno di voi”».
Forse una lieve esagerazione, foriera di analoghe prove.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO M5S RIMARCA LA DISTANZA DALLA LINEA GRILLO-DI MAIO
“Se siamo contrari allo Ius Soli? Il gruppo, in questo momento, al Senato voterà
l’astensione dal provvedimento, così come abbiamo votato alla Camera. Ci sono persone che sono più contrarie e persone che sono più a favore”.
Così Roberto Fico, capogruppo alla Camera del M5s e presidente della Commissione Vigilanza Rai, ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, nella puntata che andrà in onda venerdì alle 13.30.
Lei è favorevole o contrario allo Ius Soli?
“Io sono favorevole”.
Ha cercato di convincere Grillo a cambiare posizione?
“Io non devo convincere nessuno — ha detto Fico ai conduttori Giorgio Lauro e Geppi Cucciari – e poi non credo che la posizione del Movimento sia negativa sullo Ius Soli. Se questa legge passa in questo modo, in questo momento, tirata fuori durante il ballottaggio, è un qualcosa che è più un pretesto per il Pd per cercare di ricollocarsi a sinistra”.
Quindi lei è favorevole ma non lo voterebbe?
“Sono favorevole, voterei lo Ius Soli. Ed è anche un poco errato chiamarlo Ius Soli — ha detto Fico a Rai Radio1 -, perchè in questo caso è anche uno Ius Culturae, è un po’ diverso insomma”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 22nd, 2017 Riccardo Fucile
SONO ANDATE IN FUMO ANCHE LE RESIDUE SPERANZE CHE L’ETICA DELLA PRIMA ORA NON SI TRAMUTASSE IN UN MALLEABILE IMPASTO
Martedì mattina ho visto un incendio di sterpaglie lungo via Cristoforo Colombo, l’arteria a sei corsie che collega con il centro l’Eur e la zona sud-ovest della capitale. Bruciavano duecento metri di erba alta e arbusti morti che nessuno quest’anno ha mai tagliato nonostante la prolungata siccità .
Sulla quasi azzerata credibilità della giunta di Virginia Raggi, eletta un anno fa, quelle fiamme alimentate dal vento hanno più influito delle notizie di qualche ora più tardi sulla notifica al sindaco dell’indagine a suo carico per abuso d’ufficio e falso.
Decine di migliaia di automobilisti romani diretti al lavoro non hanno potuto evitare di mettere in relazione il desolante spettacolo del rogo a bassa intensità , guardato a vista da quattro agenti di polizia rassegnati e alcuni pensionati eccitati, con l’autoassoluzione di ventiquattr’ore prima della prima cittadina: “Merito sette e mezzo per quanto ho fatto finora”.
Sette e mezzo per non avere concluso assolutamente nulla è un voto che nemmeno ai tempi del sei politico, per chi se li ricorda.
Peraltro, Raggi ebbe l’ardire di annunciare all’ingresso in Campidoglio: “Stiamo facendo la storia”. Quale, si sta capendo in corso d’opera.
Il falò delle vanità grilline di via Cristoforo Colombo, che i turisti sui bus per Fiumicino hanno globalmente socializzato con foto e post irridenti su Facebook, ha responsabili individuabili per nome e cognome, se mai la giunta M5s volesse occuparsene.
Non lo farà , impegnata com’è a rispettare il patto di non belligeranza con i dipendenti dell’Azienda Municipale dell’Ambiente: voi fate quel che vi pare, basta che in luglio e agosto non scoppi un’altra emergenza rifiuti.
Un patto simile a quelli con l’azienda dei trasporti, con i vigili urbani, con il funzionariato comunale, mai tanto sicuri della propria intoccabilità come nell’epoca degli inflessibili grillini.
Chi, magari vivendo a Padova o Livorno, per dovere o spirito civico si interessa della vicenda romana trae invece conclusioni sconfortanti dal probabile rinvio a giudizio di Virginia Raggi per quanto fece o non fece nei primi sei mesi di mandato.
Fu un’epopea di nomine e dimissioni, di nomi balzati all’onore delle cronache e di botto scomparsi, di eroi dell'”uno vale uno” poi licenziati o incarcerati: alla rinfusa ricordo Paola Muraro, Marcello Minenna, Stefano Fermante, soprattutto Raffaele Marra e Salvatore Romeo.
Frutto della forzata superattività del dipartimento Risorse Umane del Comune, al quale risale un terzo delle poche delibere (272) della giunta in 12 mesi, a dimostrazione che, anzichè di strade sconnesse, cassonetti rigurgitanti e tasse senza corrispettivo in servizi, la giunta si è occupata di posti di governo e sottogoverno.
Il falò delle vanità di via Cristoforo Colombo ha mandato in fumo anche le residue speranze dell’elettorato grillino che l’etica d’acciaio della prima ora non si trasmutasse in un malleabile impasto di Giovanni Rana.
I principi violati che portarono anni fa alla cacciata con ignominia dal Movimento 5 Stelle di consiglieri regionali e sindaci non valgono, ora, per il primo cittadino romano, la cui uscita di scena per mano (indirettamente) giudiziaria metterebbe in serio pregiudizio l’imminente campagna per le elezioni politiche.
Al momento il mantra che Grillo e Casaleggio condividono è “Salvate il soldato Raggi”.
I due potrebbero però cambiare idea. La partita, infatti, è nelle mani della procura di Roma, in particolare dell’aggiunto Paolo Ielo: il magistrato coordinò Mafia Capitale – che di fatto determinò, tra il giubilo pentastellato, la fine dell’esperienza di Ignazio Marino – e adesso segue le inchieste sul caos senza costrutto dopo le elezioni comunali di maggio e giugno 2016.
Potrebbe accadere che il tribunale si occupi tra l’inverno e la primavera prossimi delle vicende che videro protagonisti Muraro, Marra, Romeo e soci, coinvolgendo – come appare inevitabile – Virginia Raggi.
Per il Movimento, una evenienza da evitare a ogni costo.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile
SENZA UNA QUERELA PENALE IL DIRETTORE DI “REPUBBLICA” NON AVRA’ L’OBBLIGO DI RIVELARE LE FONTI DEL PRESUNTO INCONTRO TRA CASALEGGIO E SALVINI, E QUELLA NON LA PUO’ PRESENTARE DI MAIO CHE NON NE HA TITOLO
Oggi Davide Casaleggio torna in un post sul blog di Grillo sulla storia di Repubblica e del presunto incontro con Matteo Salvini raccontato dal quotidiano in un articolo a firma di Matteo Pucciarelli.
Il post però presenta una serie di argomenti curiosi e strani che potrebbero, al contrario di quello che ha detto di volere Casaleggio, non accertare la veridicità dei fatti.
Scrive infatti Casaleggio:
Non è accettabile questo modo di fare informazione. Fonti inesistenti o inconsistenti non possono essere usate come clave mediatiche per indirizzare il pensiero degli italiani. L’operazione politica è bieca quanto evidente: far credere alle persone che esista un’alleanza del MoVimento 5 Stelle con la Lega Nord. Questo è falso.
Casaleggio sostiene che l’articolo di Repubblica volesse far credere a un’alleanza tra Lega Nord e M5S, eppure il pezzo non diceva assolutamente questo ma parlava soltanto di un primo incontro esplorativo tra i due. Ma soprattutto nel finale del post Casaleggio scrive:
“La querela l’ha già fatta Di Maio, io procederò a fare un esposto all’ordine dei giornalisti e a una denuncia civile”
Ora, in primo luogo non esistono le “denunce civili”.
Nella giustizia civile un privato chiama in giudizio un altro privato (lo “cita”) con lo scopo di ottenere dal giudice una pronuncia che gli dia ragione.
Casaleggio può fare poi un esposto all’Ordine dei Giornalisti, tenendo presente che quello di Roberta Lombardi nei confronti di Jacopo Iacoboni è andato come è andato (spoiler: male per la Lombardi).
Prima di citare in giudizio civile Calabresi (non solo, visto che i responsabili sono l’autore dell’articolo, l’editore e il direttore) dovrà probabilmente andare davanti al mediatore (dipende dalla richiesta di risarcimento) e soltanto poi potrà citare i tre presunti responsabile.
Ma soprattutto, ed è questa la parte più importante del ragionamento, Calabresi aveva invitato a querelare (ovvero ad andare al tribunale penale) perchè in quella sede — e soltanto in quella sede — il giudice può obbligare a rivelare la fonte delle informazioni alla base dell’articolo.
Se Casaleggio decide di seguire la strada del tribunale civile, potrebbe magari ottenere un risarcimento dal punto di vista economico ma non avrebbe certo soddisfatto la sua curiosità di scoprire la fonte delle informazioni, nè Repubblica sarebbe in alcun modo costretta a dargliele.
Infine, Casaleggio dice che “la querela l’ha già fatta Di Maio”, confermando così che Di Maio querela non per la risposta (inesistente, visto che non era rivolta a lui) che gli ha dato Calabresi su Twitter, ma per il punto della questione: il “vertice segreto Casaleggio-Salvini” raccontato in prima pagina da Repubblica.
Ma Di Maio oggi non è formalmente rappresentante del M5S nè detentore del simbolo (è Beppe Grillo) e quindi la sua querela potrebbe avere un difetto di legittimazione e finire archiviata.
Insomma: Davide Casaleggio ha scelto di utilizzare uno strumento (la causa civile) che non porterà Repubblica all’obbligo di rivelazione delle sue fonti lasciando così ancora tutti nel dubbio.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA PROFEZIA DELLA TAVERNA SULLA RAGGI RISCHIA DI AVVERARSI: “QUELLA LI’ CI DISTRUGGE A LIVELLO NAZIONALE”
Sarà il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio e falso, dato ormai per scontato dopo la conclusione delle indagini, a liberare Virginia Raggi dalla croce di sindaca della Capitale?
Per un caso del destino l’annuncio della magistratura è caduto a un anno esatto dalla clamorosa vittoria stellata e dall’inizio del calvario della sindaca.
In sintesi: sei assessori sostituiti (quello del bilancio tre volte) più il vicesindaco, più il capo di gabinetto, più il ragioniere generale (questi ultimi non rimpiazzati), più il capo di gabinetto, finito in carcere per la stessa storia che porterà la Raggi davanti al tribunale.
Questione di giorni, forse di ore, e Grillo e Casaleggio junior dovranno decidere se modificare nuovamente il codice dei 5 Stelle, che prevedeva che un inquisito dovesse dimettersi già solo di fronte a un avviso di garanzia, ed è stato cambiato per consentire alla Raggi di restare in carica.
Ma cosa possono fare i due capi M5S, spostare ancora in avanti il limite della sopravvivenza? E fin dove?
Fino alla sentenza di primo grado, o una volta che ci sono alla Cassazione?
Per un movimento che ha fatto del giustizialismo e dello slogan «Onestà !» il suo motivo di esistere, è difficile riscoprire il garantismo a favore dei propri esponenti.
Ci sono anche ragioni politiche che potrebbero consigliare di far fare un passo indietro alla prima cittadina: il fallimento di Roma e il precipizio in cui è scivolata anche a Torino l’esperienza della Appendino, insieme alla moltiplicazione delle risse e degli appetiti locali, hanno fatto sì che a un anno dall’incredibile vittoria dell’anno scorso, i 5 Stelle al primo turno delle amministrative dell’11 giugno siano andati male, calando in percentuale e restando esclusi dal secondo turno quasi dappertutto.
I guai delle due sindache rischiano di trasformarsi in una campagna elettorale al contrario, fatta di autogol, di qui alle regionali siciliane considerate occasione di rivincita, e alle prossime elezioni politiche.
La terribile profezia di Paola Taverna, nemica giurata della Raggi («Quella lì ci distrugge a livello nazionale!») rischia di avverarsi: in un recente sondaggio la sindaca eletta con quasi il settanta per cento dei voti ha avuto esattamente la stessa percentuale di cittadini contrari.
Anche se poi, a onor del vero, non c’è all’interno della stessa larga fetta maggioritaria di opinione pubblica chi si auguri un ritorno in Campidoglio del centrosinistra e del centrodestra che Raggi ha spodestato.
E che nel frattempo non hanno fatto nulla, o quasi nulla, per rinnovarsi.
(da “La Stampa”)
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Giugno 20th, 2017 Riccardo Fucile
SE IN UN ANNO MACRON HA PRESO DUE TERZI DEI VOTI E DOPO TREDICI ANNI IN ITALIA DUE TERZI DEGLI ELETTORI NON INTENDONO VOTARE M5S QUALCHE MOTIVO CI SARA’… UNA ANALISI SPIETATA MA VERITIERA
Come mai in due paesi ugualmente stanchi e in crisi La Republique en marche trionfa in
Francia e il Movimento 5 stelle langue in Italia?
Se volessero avvicinarsi ai successi di Emmanuel Macron, gli uomini che hanno in mano il M5S potrebbero far tesoro della parte migliore di quell’esperienza.
La comparazione che qui propongo è quindi il miglior regalo che io possa fargli.
Tredici mesi dopo la fondazione del suo partito En marche, Macron è stato eletto Presidente il 23 aprile con due terzi dei voti validi. Dal 18 giugno ha inoltre una maggioranza schiacciante alla Assemblèe nationale.
In Italia, invece, tredici anni dopo che Gianroberto Casaleggio iniziò con beppegrillo.it a costruire una forza politica che ambisce al governo, più di due terzi degli intervistati rispondono che non intendono votare per il M5S.
In Francia La Republique en marche deve il suo successo al carisma di Emmanuel Macron, un politico quasi sconosciuto fino a un anno fa.
Il M5S, invece, parla per bocca del comico italiano più conosciuto da decenni.
In Italia la quota di elettori poco istruiti è molto più grande che in Francia. Costoro sono probabilmente più raggiungibili dalla voce di un comico che “parla come mangia”, piuttosto che da quella di un intellettuale sofisticato, educato in scuole di èlite, come Macron.
Anche in Francia gli elettori insoddisfatti dei principali partiti e di una certa corruzione sono tanti. In Italia però sono molti di più, perchè la crisi dei grandi partiti, la corruzione, il numero di politici e governanti delinquenti, processati, o condannati sono maggiori che in Francia.
Per queste e altre ragioni l’elettorato italiano dovrebbe essere molto più pronto a votare un nuovo partito come il M5S. Specialmente se esso si presenta con la promessa di far politica per le prossime generazioni, non solo per la prossima legislatura, non solo se propone temi sociali ed ecologici all’avanguardia in Europa, candidate e candidati giovani, incensurati, che rinunciano a metà stipendio, che promettono di non diventare professionisti della politica e di abbandonarla dopo due mandati.
La sorpresa quindi non sono il 30 % dei voti validi ai quali il M5S ambisce, ma il 30% di voti validi che gli mancano per arrivare a quella larga maggioranza necessaria per cambiare completamente un sistema e un Paese — non solo un governo.
I capi pentastellati dovrebbero quindi cercare di convincere questo 60% di elettori, invece che cercare alchimie elettorali per conquistare il governo, malgrado l’ostilità o l’indifferenza della grande maggioranza del corpo elettorale.
Avendo studiato intensamente le pratiche di En marche e quelle del Movimento cinque stelle mi permetto di suggerire a quest’ultimo di considerare alcune possibili correzioni.
La prima parte dei seguenti confronti si riferisce ai modi che ho osservato nel partito francese, la seconda a quelli del partito italiano.
Chiedete agli elettori di votare con la testa e con il cuore. Non — come disse Grillo – con la pancia.
Ci sono buoni e cattivi, ma non ci sono il buonismo e il “cattivismo”. E se anche ci fossero, Macron continuerebbe a vincere con il primo, e voi a perdere con il secondo.
Mettete molte più donne sulla dozzina di poltrone dalle quali si dirige il M5S. Parlate sempre alle “cittadine e ai cittadini”, invece che solo ai “cittadini”. Dite che le vostre attiviste e candidate “sono in gamba”, non che “hanno le palle”. Lasciate le parti e le funzioni del corpo che nominate più spesso al loro posto. Nelle mutande, non nella politica.
Impegnatevi per avere più voti di donne che di uomini (come è il caso di tutti i partiti progressisti in Europa), invece che più voti di uomini che di donne, come è il caso vostro e di tutti i partiti di estrema destra e reazionari in Europa. Il genere di chi ha fatto tutti i bambini e il genere di chi ha fatto tutte le guerre non votano nello stesso modo.
Presentate metà candidati con esperienza politica, e metà senza. Avrete così il consenso di chi crede che governare un paese non sia cosa da dilettanti, e quello di chi crede che solo i novizi non siano disonesti.
Rispettate gli esperti e convincete i migliori di loro a entrare nei vostri ranghi, invece di ripetere nelle piazze, e persino all’Università di Harvard, che “gli esperti hanno rovinato questo paese”.
Gli esperti che dovranno governare se vincerete siano cresciuti nei vostri ranghi, invece che scelti con un casting poco prima di andare in onda. Il governo e il Grande Fratello non funzionano nello stesso modo.
Comportatevi in modo da attirare i migliori esperti senza che temano di svergognarsi o di essere congedati appena pensano con la loro testa. Educate in corsi di formazione politica e trasformate in esperti i vostri candidati e candidate, senza che temano di “rovinare questo paese”.
Tornate fedeli ai principi con cui avete cominciato, invece di predicare ora la crescita economica esponenziale e di costruire nuovi stadi di calcio.
Tornate a onorare l’onestà , la verità , e “uno vale uno”, invece di salutare come statista e paladino del popolo un miliardario bugiardo e disonesto, che ha preso il potere negli USA con 3 milioni di voti in meno della concorrenza.
Il vostro campione carismatico sia incensurato, invece che pregiudicato. Parli lentamente e autorevolmente, invece di urlare ed esasperare.
Parlate con orgoglio dei vostri successi, non dei vostri fallimenti. A Palermo il 24 settembre 2016, parlando del M5S Grillo ha detto “fallimento”, “falliti”, “perdenti” 14 volte in un discorso di 3300 parole.
Valorizzate e vantate i vostri eletti migliori, invece di umiliarli, espellerli o ignorarli. Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti (in Italia al terzo posto tra i sindaci più apprezzati) è stato ignorato, emarginato, e denigrato dai capi del M5S.
Parlate solo dei successi passati, non di quelli futuri. Appena prima di perdere dal 20% al 40% nel 2014 alle elezioni europee, il vostro slogan fu #vinciamonoi.
Fatevi accompagnare da consiglieri di statisti (per esempio, per Macron, del livello di Jacques Attali, ispiratore e braccio destro di Mitterand), invece che da tecnici di cultura modesta e senza esperienza politica.
Cercate le sinergie possibili tra gli attivisti e gli elettori più innovatori di centro-destra e di centro-sinistra, invece di quelle impossibili tra estremisti di destra, di sinistra e di centro. Dosate queste componenti tenendo conto che in Italia, da un secolo, il tasso di delinquenza e asocialità della destra e della borghesia è molto più alto che in Francia.
Siate coerenti con le vostre scelte. Se al Parlamento europeo avete la massima concordanza di voto con i partiti di sinistra radicale e verdi (72% e 70%), non sedete nei banchi (che furono della Lega Nord) dei partiti europei di destra radicale (UKIP e altri), con i quali votate solo nel 20% dei casi.
Fate in modo che attivisti, elettori e i maggiori dirigenti del partito siano distribuiti in tutto il paese, invece di concentrare tutto il potere reale al Nord nelle mani di non eletti, e tutto il potere apparente al Sud nelle mani di un direttorio di quattro eletti di Napoli e uno di Roma.
Parlate principalmente di ciò che volete fare bene voi, invece di parlare principalmente di ciò che fanno male gli altri. Evitate di parlare della concorrenza. Ma se dovete proprio farlo, spiegate perchè ritenete sbagliati i suoi programmi e atti politici, invece di insultare le persone.
Se proprio volete parlare delle persone in concorrenza con voi, fatelo con rispetto. Sono avversari, non nemici. Chi ha un’idea politica diversa dalla vostra non è necessariamente un malfattore e un “pidiota”.
Se proprio non potete fare a meno di parlare dei concorrenti, non storpiate sistematicamente il loro nome (come quando chiamate Renzi “ebetino”, “ebolino”, “bomba”). Insultare e deridere i “nemici” non è il modo migliore di guadagnare la simpatia dei 30 milioni di persone che li votano.
Rendetevi conto che “loro” non sono tutti quelli che la pensano diversamente da voi. “Loro” non esiste. Se non per i soldati in un conflitto armato. Firmate con nome e cognome tutto quello che pubblicate, invece di nascondervi nell’anonimato.
Tendete una mano ai politici concorrenti che hanno posizioni più vicine alle vostre, invece di concentrare tante vostre energie a deridere e insultare quelli che più facilmente potrebbero essere i vostri alleati.
Cercate di indebolire gli altri partiti dando riconoscimento a persone e programmi più vicini ai vostri, ma controversi nei loro partiti. In 13 mesi di confronto rispettoso, Macron è riuscito a minare fortemente i tre partiti concorrenti. In 13 anni i vostri insulti e attacchi da hooligan hanno rafforzato gli altri partiti.
Cercate di convincere gli elettori a mandare i partiti e i politici concorrenti all’opposizione. Sono le dittature che minacciano di mandarli “a casa”. E spesso lo fanno.
Finanziate la vostra presenza online con i contributi dei sostenitori (come fa Wikipedia), invece che con la pubblicità di quei poteri economici che vorreste combattere. Chi paga comanda.
Diventate un partito di centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa, invece che un partito riservato agli “user” di internet (che in Italia sono solo la metà degli elettori).
Date la giusta importanza ai tecnici di computer e di Internet. Ma lasciate fare le bottiglie ai vetrai e il vino ai vinai.
Marco Morosini
(da “Huffingtonpost”)
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