IL GOVERNO SI È DIMENTICATO DEI GIOVANI E ORA SI CHIEDE PERCHÉ SONO INCAZZATI E SCENDONO IN PIAZZA. DEI 200 MILIARDI DI EURO DEL PNRR, TRA PRESTITI E CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO, L’ITALIA HA DESTINATO AI PIÙ GIOVANI APPENA 5 MILIARDI, IL 2,5% DEL TOTALE
“LA STAMPA”: “SIAMO PENULTIMI IN EUROPA PER L’OCCUPAZIONE DEGLI UNDER VENTINOVE, FRA I PEGGIO CLASSIFICATI PER L’ETÀ DI USCITA DALLA CASA DI FAMIGLIA. E FRA IL 2011 E IL 2024 IL 6% DEI GIOVANI HA LASCIATO L’ITALIA”
Lunedì sera, alla fine di una giornata spesa a raccogliere i cocci della devastazione di Milano,
da Palazzo Chigi è partita una nota sulla legge di Bilancio che sembrava scritta apposta per non dimenticare nessuno. «Ci saranno interventi a favore di giovani e anziani, il rafforzamento della sanità, il sostegno alle famiglie e le misure per fronteggiare il costo dell’energia».
Che in Italia ci sia un serio problema generazionale è ormai noioso ripeterlo: siamo penultimi in Europa per l’occupazione degli under ventinove, secondi per numero di Neet (Not in Education, Employment or Training), fra i peggio classificati per l’età di uscita dalla casa di famiglia: 30,2 contro una media europea di 26,3.
L’ultimo rapporto dell’Ocse – è di qualche giorno fa – calcola che fra il 2011 e il 2024 il sei per cento dei giovani tra 18 e 34 anni ha lasciato l’Italia per cercare fortuna all’estero. A gennaio il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta stimò che un giovane laureato tedesco guadagna l’ottanta per cento in più di un italiano, un francese il trenta.
Fra le misure di una legge di Bilancio più magra del previsto, l’unica proposta effettivamente dedicata ai giovani per il 2027 è la promessa di una tassa piatta al cinque per cento sui soli aumenti contrattuali degli under trentacinque. Era stata accarezzata una cedolare molto bassa per gli affitti lughi, ma se ne sono perse le tracce in una manovra divenuta piccina.
I partiti si affollano a promettere cose alla constituency dominante, e quest’anno non fa eccezione: fra le tante, nonostante conti fragili e rendimenti alle stelle, la Lega chiede l’abbassamento dell’età pensionabile a 64 anni. Ed è difficile sostenere che l’opposizione sia più efficace nell’immaginare soluzioni.
Prendiamo un caso, limitato ma esemplificativo. Lo scorso giugno, nell’ambito della proposta «Restiamo In Italia» contro la fuga dei giovani laureati, il Partito democratico ha lanciato una proposta di legge per introdurre un bonus da duecento euro dedicato ad «assunti o confermati con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato», come se fosse normale per un under trentacinque godere di un contratto di quel tipo.
Per quell’incentivo venivano immaginati settecento milioni di euro l’anno, abbastanza per aiutare appena 270mila giovani su una platea di sei milioni.
Dopo l’uscita dall’incubo del Covid – il cui prezzo l’hanno pagato loro per primi – molte speranze per i giovani erano state riposte nel Recovery Plan, ma abbiamo fallito di nuovo. Sabato scorso, durante una manifestazione a Piazza del Popolo, la responsabile nazionale dell’Udu, una delle più grandi associazioni universitarie, ha portato sul palco il «futuro negato del Pnrr».
Non si può sostenere facesse propaganda: dei quasi duecento miliardi fra prestiti e contributi a fondo perduto ne abbiamo destinati ai più giovani cinque miliardi, il 2,5 per cento del totale. La Spagna – con l’Italia il Paese che ha avuto di più dal piano – ha investito più del quadruplo.
Quel che non ha fatto la cattiva programmazione, l’ha fallito la burocrazia lenta. È il caso dei nuovi posti per gli studenti universitari: avevamo preso l’impegno a raddoppiarli da sessanta a 120 mila, ne abbiamo realizzati poco più della metà, il resto arriverà entro il 2027, in gran parte grazie alla trasformazione di strutture private, e dunque a prezzi non accessibili a tutti.
Prima del Pnrr erano stati gli scellerati bonus edilizi: duecento miliardi di spesa per garantire la ristrutturazione delle seconde case a chiunque, tranne a chi la casa non ha l’opportunità di acquistarla, se non grazie al sostegno dei genitori benestanti.
Per avere un termine di paragone, l’investimento del Pnrr nel rifacimento, la ricostruzione e la messa in sicurezza degli edifici scolastici è stato inferiore ai dieci miliardi, un ventesimo di quella cifra. E dunque, in brutale sintesi, quattrocento miliardi di spesa pubblica in sei anni, e solo briciole alle nuove generazioni.
Sarà una coincidenza, ma le piazze piene della rabbia giovanile di questo autunno sono quelle francesi e italiane, e solo in Francia e in Italia – ormai persino più che in Grecia – il debito pubblico è alto abbastanza per negare le speranze dei più giovani. Quest’anno per pagare gli interessi necessari a ripagarlo spenderemo 96 miliardi, nel 2028 arriveremo a 112. Quest’anno sulla scuola abbiamo investito la metà di quella cifra.
(da “La Stampa”)
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