MELONELLUM, CHE PAPOCCHIUM! IL PRANZO DI IERI TRA MELONI E TAJANI NON HA RISOLTO IL NODO DELLA LEGGE ELETTORALE, CHE OGGI SBARCA AL SENATO: FORZA ITALIA E’ CONTRARIA ALL’INSERIMENTO DELLE PREFERENZE, MENTRE MELONI VUOLE RIPROPORRE L’EMENDAMENTO BOCCIATO ALLA CAMERA, PUNTANDO SUL VOTO PALESE A PALAZZO MADAMA
LA MINACCIA DELLA DUCETTA: SE LA LEGGE VIENE BOCCIATA SI VA DRITTI AL VOTO E AI PARLAMENTARI SALTA IL VITALIZIO, CHE SCATTA AD APRILE 2027… IGNAZIO LA RUSSA AVVERTE LA MAGGIORANZA: SE NON VIENE INSERITO UN MECCANISMO CONTRO LE LISTE BLOCCATE, LA RIFORMA RISCHIA DI ESSERE CASSATA DALLA CORTE COSTITUZIONALE”
Dopo le tribolazioni della Camera, con il clamoroso inciampo sulle preferenze, la riforma elettorale approda in Senato stamattina. Tutto liscio? No, il destino del Melonellum resta incerto. Sono ore di contatti forsennati tra i leader del governo, alla ricerca di una quadra, che ancora non c’è.
Non è servito il pranzo, riservato, ieri mattina tra Giorgia Meloni e Antonio Tajani, l’alleato più riottoso sulla modifica ai listini bloccati che la presidente del consiglio invece caldeggia, seppur annacquata.
Nel menu, c’erano ovviamente pure le preferenze. Tajani, ricostruiscono ambienti di governo, ha avvisato la leader di FdI: insistere per un ritocco alla legge in Senato espone la maggioranza a rischi notevoli. L’eventualità che l’intera riforma venga affossata a Montecitorio, dove dovrebbe essere ratificata in terza lettura, non è affatto inverosimile.
Meloni ancora non molla la presa, però: in privato si dice convinta che con il voto palese, tassativo a Palazzo Madama, sia possibile far passare un emendamento fotocopia di quello bocciato alla Camera la settimana scorsa.
E che quando toccherà di nuovo ai deputati votare il provvedimento, nessuno affosserà la legge con lo scrutinio segreto, perché altrimenti – è la minaccia – si andrebbe dritti al voto e ai parlamentari salterebbe il vitalizio, che scatta ad aprile ‘27.
Tajani non è convinto che un simile avvertimento convinca i malpancisti. Per un precedente: le elezioni anticipate erano state minacciate dalla premier proprio alla vigilia del voto sull’emendamento con le preferenze. E si sa com’è andata a finire: un patatrac, il governo è andato sotto.
Nelle prossime ore Meloni si raccorderà con Matteo Salvini, che è tornato ieri sera a Roma. E lo stesso farà con Maurizio Lupi, il leader di Noi Moderati che ha già annunciato di voler presentare un emendamento bis sulle preferenze.
In questa fase scombinata, è attivissimo anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Che agli alleati di maggioranza ripete nemmeno troppo sottovoce: se non viene inserito un qualche meccanismo contro le liste bloccate, la legge con buona probabilità sarà cassata dalla Corte costituzionale.
E potrebbero essere proprio le toghe della Consulta a introdurre le preferenze, con una sentenza additiva. Preferenze secche, modello Europee, non il compromesso concertato a destra e impallinato alla Camera (capilista nominati e poi tre crocette).
Oggi Palazzo Madama avvia comunque l’iter. Andrea De Priamo, il presidente della commissione Affari costituzionali, incardinerà il procedimento. I tempi? Un altro grande rebus. Intanto perché l’opposizione tornerà alla carica con la richiesta di nuove audizioni, per rallentare il più possibile la corsa del centrodestra, mentre la coalizione di governo non vorrebbe concederle, se non tramite pareri scritti.
E poi perché la stessa maggioranza non ha deciso che strada imboccare: se accelerare senza insistere sulle preferenze, tentando un blitz, con la ratifica finale del Senato addirittura entro la pausa estiva; oppure se schiacciare sul freno, arrivare al dibattito in aula solo a ridosso dell’autunno, in modo da dare meno tempo alla Corte di certificare i vizi della riforma, prima delle elezioni.
(da Repubblica)
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