Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
NON RIESCE AI BERLUSCONES L’OPERAZIONE AZZERAMENTO DEL GRUPPO: SE NE VANNO SOLO VIESPOLI E SAIA… ORA SI CREERA’ UN GRUPPO DEL TERZO POLO CON UNA VENTINA DI SENATORI
Si rompe il giocattolo Fli al Senato. 
Ma Fini riesce a stoppare il temuto esodo.
A Palazzo Madama, dopo Pontone e Menardi, lasciano altri due dei dieci parlamentari che componevano il gruppo: Viespoli e Saia.
In sei, dunque, restano, Baldassarri in testa.
Mentre a Montecitorio rimangono in bilico, Urso e Scalia, in stand-by l’ex ministro Ronchi (e la compagna Cosenza).
A fine giornata, al quartier generale di Gianfranco Fini si tira un sospiro di sollievo. Ma è stata un’altra giornata campale.
Nel tentativo, in parte riuscito, di fermare l’emorragia verso il Pdl.
Giornata cominciata con la fuoriuscita di Barbareschi e Rossi, ufficializzata in aula dal vicepresidente della Camera Maurizio Lupi.
L’attore approda al misto, il deputato piemontese torna al Pdl.
Uscite già annunciate, ma sufficienti a portare l’asticella della maggioranza a 321.
Ore di operazioni concitate, al gran bazar Transatlantico.
Ad apertura di seduta, lo stesso Lupi annuncia che sei deputati Pdl passano al gruppo dei “Responsabili” (Lehner, Mottola, Orsini, Soglia, Stasi e Taddei), in modo da garantire quota 28.
Sufficiente alla maggioranza per riequilibrare le commissioni in bilico a Montecitorio.
Fli, nel frattempo, riunisce i suoi coordinatori regionali. Vertice tesissimo, non tutti condividono la svolta del congresso. Non si presentano il coordinatore siciliano, il deputato Scalia, e i senatori Baldassarri (Marche) e Saia (Veneto). Presagio di altre fughe.
Anche perchè dal Pdl il pressing è incessante, soprattutto su Urso e Scalia. Ronchi nega di fare da pontiere per il ritorno in blocco dei dissidenti al Pdl. Bocchino incontra Urso, su mandato di Fini e ne esce fiducioso: «Adolfo è un’energia positivissima per il nostro partito».
Sta di fatto che nel pomeriggio, in aula, Urso e Scalia vanno a sedere tra i banchi di Fli.
Mentre Patarino, altro considerato in ambasce, ripete di non aver «alcuna intenzione di lasciare Fli».
Bocchino è tranchant: «Ci spiace per gli addii, ma non mercanteggiamo». Briguglio rincara: «Quando i regimi sono alla fine ricorrono ai mercenari, Berlusconi come Gheddafi».
La notizia dell’ingresso dell’ex finiano Luca Bellotti con Denis Verdini a Palazzo Grazioli non fa in tempo ad arrivare alla Camera che Fabio Granata sbotta: «È in corso la più grande operazione di corruzione parlamentare della storia».
Ma è il lungo conclave degli otto reduci senatori Fli a monopolizzare le attenzioni, nel pomeriggio.
Al termine delle 4 ore, l’ormai ex capogruppo Viespoli notifica lo scioglimento: «Sono venute meno le prospettive politiche».
E non smentisce i contatti con Miccichè (Forza del Sud). Saia è già con un piede nel Pdl e il suo collega Butti, a Palazzo Madama, lo saluta così: «Betornato, abbiamo appena ucciso il vitello grasso».
Nella riunione la spaccatura è stata netta.
I sei finiani rimasti fedeli, al termine si ritrovano sul documento di Mario Baldassarri, di critica ai vertici ma di no alla scissione (pur ribadendo «mai con la sinistra»).
Con lui, Germontani, Valditara, De Angelis, Digilio e (pur con qualche titubanza) Contini.
Succede di tutto, in poche ore.
Al “Secolo d’Italia” si insedia il nuovo cda targato La Russa, Matteoli, Alemanno.
Duecento militanti di Fli manifestano davanti alla sede e la occupano.
I cinque consiglieri scorrono i conti del quotidiano finiano, non trovano nulla da imputare al direttore Perina e all’ex ad Enzo Raisi. Solo il disavanzo conclamato di 500 mila euro, circa (ma ridotto da 2,5 milioni).
Un buontempone li chiude a chiave nella stanza. Usciranno con l’aiuto di un fabbro.
Perina: «Dimissioni? Mai, se vogliono, mi caccino, sto andando a impaginare, come sempre. Ho incontrato il cda per chiedere garanzie per i 40 lavoratori, non mi hanno risposto». E il deputato Menia: «Vogliono chiudere una voce libera come in un regime».
La partita resta aperta.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
OCCUPATA IERI SIMBOLICAMENTE LA SEDE DELLA STORICA TESTATA DI DESTRA PER PROTESTARE CONTRO LA NOMENKLATURA DEI BERLUSCONES CHE VOGLIONO APPROPRIARSI DEL GIORNALE…GLI USURPATORI, ACCOLTI AL GRIDO DI “BUFFONI”, NON DANNO NEANCHE GARANZIE SUL POSTO DI LAVORO
E così la sede di via della Scrofa è stata occupata.
Dalle sinistre? No, dai futuristi.
È quello che è successo ieri, ed è solo l’ultimo capitolo dell’incredibile telenovela aperta dal tentativo dei berluscones dell’ex An di impossessarsi del controllo del Secolo d’Italia, che da anni è saldamente nelle mani dell’accoppiata futurista doc, Enzo Raisi-Flavia Perina.
La guerriglia va avanti da mesi.
Il deputato e la direttrice rivendicano i frutti del loro lavoro di questi anni: deficit ridotto a 500 mila euro (da due milioni) e giornale rifondato, reso glamour e intrigante.
I cinque commissari nominati dall’area La Russa-Gasparri, invece, rivendicano il diritto al controllo: “Ormai son fuori linea — spiega Mario Landolfi — non rappresentano più la sensibilità della destra, sembra che facciano il verso alla sinistra, hanno posizioni minoritarie”.
Il primo atto di guerra era stata la minaccia di chiudere i rubinetti della liquidità .
Il secondo, affiancare i cinque commissari a Raisi fino ad esautorarlo.
Il terzo era quello in programma per ieri: riunirsi e sostituire la Perina con un altro direttore (il candidato ideale era Gennaro Malgieri, che però ha declinato).
Ma qui sono iniziati gli effetti speciali e i guai.
Con il solo strumento di Internet, davanti alla sede del giornale e del partito si sono raccolti 200 militanti finiani pronti a fare di tutto per opporsi alla scelta.
I commissari (oltre a Landolfi, il deputato Alessio Butti, poi Valentino, Mugnai e Lisi) si sono trovati di fronte una muraglia umana di militanti e deputati: c’è, per esempio, Fabio Granata. C’è Raisi.
Ci sono i redattori del quotidiano che chiedono garanzie per il loro futuro, visto che il tam tam dice che l’obiettivo è ridurre l’organico e la foliazione per arrivare a un modello Foglio.
Entra Landolfi (che fra l’altro era un ex redattore) e parte un coretto: “Buuuu, buuuu!”.
Entra Butti e il coretto inizia a crescere, partono grida isolate: “Buffone!”.
I commissari salgono nella sede per cominciare la riunione, ma le soppresse non sono finite.
Gli animatori del sit-in li seguono.
La Perina chiede di entrare nella stanza riunione, anzi lo fa senza troppi complimenti: “Che succede?”, chiede Landolfi. “Cosa volete?”, aggiunge Butti.
“Vorrei — esordisce la direttrice — che deste garanzie sul mantenimento dei posti di lavoro”.
L’avvocato Valentino sembra quasi affranto: “Ma se ci siamo insediati da appena cinque minuti!”.
La direttrice, granitica: “Però quello che volete fare si sa da mesi…”.
Landolfi è categorico: “Non è vero nulla”.
La Perina: “Se le voci sono false, non dovete fare altro che smentirle…”. Landolfi, senza scomporsi: “Stiamo ancora controllando i conti, non possiamo dire nulla!”.
Ma la direttrice non molla la presa: “Ma come? tre mesi che ci pensate, ancora non avete un’idea?”.
A questo punto si arrabbia Butti e la tensione sale alle stelle: “Flavia, per piacere, smettila, di parlare a ruota libera…”.
La direttrice punta i piedi: “Vogliamo un comunicato in cui si garantisca che non toccherete i posti di lavoro”.
Landolfi media: “D’accordo”.
A fine serata, però, la rassicurazione non arriva.
Sentiamo Landolfi, che spiega: “Abbiamo bisogno di almeno un mese per decidere…”.
Ma alla domanda diretta conferma che la sorte della Perina è segnata: “Sarei ipocrita se non dicessi che ci deve essere assolutamente un cambiamento di linea. E quindi anche del direttore che garantisce quella linea”.
Volete un quotidiano berlusconiano?, chiedo.
E il deputato: “Possono anche sopravvivere delle quote di ‘eresia’, dei punti di vista vicini a Fini… Ma le idee della destra devono essere rappresentate”.
Poi il tono si fa quasi amareggiato: “Proprio ieri ho avvertito una brutta sensazione di estraneità alla nostra storia. La forma movimentista del sit-in. Il processo tardo-sessantottino intentato dalla Perina. sembravano degli extraparlamentari di sinistra!”.
Anche lo storaciano Fabio Sabbatani Schiuma protesta: “Ormai il Secolo sembra una succursale de l’Unità ”
Ma la Perina si arrabbia: “Ho scapocciato!”.
Prego? “È romanesco. Molti di noi sono entrati in sezione, ai tempi del Msi, a 13 anni. Questa è casa nostra e loro non hanno coraggio”.
Sta di fatto che tutto resta ancora aperto.
Se non altro perchè c’è un altro problema: la Perina, deputata, lavora gratis. E il giornale, in stato di crisi, non può fare assunzioni: “Dove lo trovano un altro che si fa il mazzo gratis?”.
Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
“IL PARLAMENTO DOVREBBE VOTARE CONTRO IL PREMIER E VARARE UN ESECUTIVO DI TRANSIZIONE PER PREPARARE IL VOTO”: QUESTO IL PARERE DEL PIU’ AUTOREVOLE QUOTIDIANO AMERICANO
Un governo di unità nazionale dovrebbe rimpiazzare l’attuale governo Berlusconi, per
il bene dell’Italia.
E’ l’auspicio di un editoriale dell’Herald Tribune, edizione globale del New York Times, che aveva già giudicato più volte necessarie le dimissioni del leader del Pdl a causa degli scandali e dei processi in cui è sempre più coinvolto, ma ora indica anche espressamente la soluzione migliore per uscire dall’impasse in cui si trova il nostro paese.
“I governi italiani sono raramente noti per la loro efficienza”, comincia l’editoriale, che non è firmato e dunque rappresenta l’opinione della direzione del più autorevole quotidiano d’America.
“Ma perfino i problemi più urgenti del Paese vengono ignorati da quando un tribunale ha deciso che Silvio Berlusconi deve essere processato con l’accusa di prostituzione di una ragazza minorenne e abuso di potere per coprire lo scandalo”.
L’articolo osserva che questi sono tempi particolarmente difficili perchè l’Italia possa permettersi una stasi di governo.
Le nuove normative per l’euro attese nei prossimi mesi, lo sconvolgimento del vicino Nord Africa, dove l’Italia “contava su Gheddafi per il suo fabbisogno petrolifero e sul deposto presidente tunisino Ben Ali per contenere l’immigrazione”, lo stato poco salutare delle finanze nazionali e l’anemica crescita economica, sono i problemi per noi più urgenti, secondo l’Herald Tribune.
Berlusconi dice di “non avere intenzione di dimettersi e non ha l’obbligo legale di farlo”, non essendo ancora stato condannato e conservando una pur “esigua” maggioranza in Parlamento, ma “la sua autorità morale è a pezzi”, prosegue l’editoriale.
D’altra parte, pochi partiti o elettori desiderano nuove elezioni, in cui il solo partito che si aspetterebbe di guadagnare terreno sarebbe la Lega Nord. Ciononostante, conclude l’articolo, “solo una risoluzione democratica della crisi può cominciare a restaurare la salute politica e la rispettabilità dell’Italia”. Il parlamento italiano può votare “per rimpiazzare questo governo con una temporanea coalizione di unità nazionale il cui compito principale sia prepararsi per nuove elezioni”.
Alcuni leader politici “hanno già cominciato a premere per una soluzione del genere, altri ancora dovrebbero unirsi a loro” con la stessa richiesta.
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
PERCHE’ NON CI RIBELLIAMO? PERCHE’ IN FONDO IN QUESTO PAESE IL PIU’ PULITO HA LA ROGNA E VALE IL PRINCIPIO DI “COSI’ FAN TUTTI”…EPPOI MANCA LA VITALITA’, SIAMO UN PAESE DI VECCHI DENTRO E FUORI…SOLO UNA CRISI ECONOMICA GRAVE POTREBBE SPINGERE GLI ITALIANI A RIBELLARSI
Perchè non ci ribelliamo?
In Italia la disoccupazione giovanile è al 29%, la più alta d’Europa.
Tutti noi genitori abbiamo il problema dei figli, quasi sempre laureati, che non trovano lavoro o che devono accettare ingaggi precari molto al di sotto del loro titolo di studio, senza nessuna prospettiva per il futuro (questo è stato uno degli elementi scatenanti della rivolta tunisina innescata da un ingegnere costretto a fare il venditore ambulante e, impeditagli anche la bancarella, si è dato fuoco).
Tutti gli scandali più recenti, dal “caso Mastella” in poi, ci dicono che la classe dirigente italiana, intesa come mixage di politici, amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, speculatori, esponenti dello star system, piazzano i propri figli, nipoti, generi, amici degli amici, in posti di lavoro ben remunerati e sicuri.
Del resto nemmeno un chirurgo, nel nostro Paese, può fare il chirurgo se non ha gli agganci giusti con questa o quella banda di potere.
Perchè il sistema clientelare di Mastella non è il “sistema Mastella” è il sistema dell’intera classe dirigente italiana. Se non altro Mastella ha lo spudorato coraggio e la spudorata onestà di non farne mistero.
I ceti popolari sono stati espulsi da Milano e mandati nell’hinterland, in “non luoghi” direbbe Biondillo, che hanno il nome di paesi ma non sono paesi, perchè non hanno una piazza, una chiesa, un cinema, un luogo di aggregazione.
Le deportazione dei ceti popolari ha distrutto Milano, città interclassista dove nei quartieri del centro, Brera, Garibaldi, Pirelli abitava accanto al suo operaio, il primo, naturalmente, in un palazzo di Caccia Dominioni, il secondo in una casa di ringhiera.
Questa interfecondazione dava alla città una straordinaria vivacità che è andata inesorabilmente perduta.
Oggi una giovane coppia non può trovar casa a Milano, nè in affitto nè tantomeno in proprietà nemmeno con mutui che impegnino tre o quattro generazioni.
Quando ci si lamenta che certe zone periferiche, come via Padova, sono state occupate più o meno illegalmente dagli immigrati, si sbaglia perchè se non altro hanno restituito un po’ di vita, e in particolare una vita notturna a una città che non ne ha più se non in quei quattro o cinque bordelli di lusso, a tutti noti, che ogni tanto vengono chiusi per eccesso di escort e di droga.
In questi posti senti uomini fra i quaranta e i sessanta fare discorsi di questo tipo: “Domani parto per New York, poi faccio un salto a Boston e ritorno in Italia via Thailandia dove mi fermerò una decina di giorni”.
Se per caso ti capita di parlargli e gli chiedi: “Scusi, lei che lavoro fa?”, le risposte son vaghe.
In genere si dicono finanzieri, intermediari, immobiliaristi.
Quando agli inizi degli anni ’70 era già cominciata la deportazione dei milanesi verso l’hinterland, lo Iacp, Istituto Autonomo Case Popolari, non dava i suoi appartamenti alla povera gente, ma a politici, amministratori locali, giornalisti, in genere socialisti perchè, prima del ribaltone della Lega, Milano, è stata governata da sindaci del Psi (Aniasi, Tognoli, Pilliteri, gli ultimi).
È ovvio che il centro di Milano, depauperato dei suoi ceti popolari, sia abitato oggi solo dai ricchi.
Noi milanesi le case di piazza del Carmine, di via Moscova, di via della Spiga, di via Statuto possiamo solo sfiorarle e occhieggiarne i lussuosi androni. Meno ovvio è che il Pio Albergo Trivulzio, la Baggina come la chiamiamo noi, che ha accumulato un ingente patrimonio immobiliare, grazie a dei benefattori che intendevano, con ciò, non solo alleviare la condizione dei vecchi soli e invalidi ma anche che i loro quattrini avessero un utilizzo sociale, svenda questo patrimonio, con affitti o vendite “low cost” come si dice elegantemente oggi, a politici, amministratori, manager, immobiliaristi, speculatori, modelle, giornalisti, che di questo “aiutino” non avrebbero alcun bisogno, sottraendo risorse a chi il bisogno ce l’ha.
Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un’antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana.
Tutti schiumano rabbia impotente di fronte a queste storie dei figli delle oligarchie del potere che hanno il posto assicurato o delle case del centro occupate “low cost” da queste stesse oligarchie o dai loro pargoli (nello scandalo del Pio Albergo Trivulzio c’è un nipote di Pilliteri, una figlia di Ligresti).
Queste cose li colpiscono più dei truffoni di Berlusconi perchè toccano direttamente la loro carne.
Schiumano rabbia ma non si ribellano. Perchè?
Le ragioni, secondo me, sono sostanzialmente due.
In questo Paese il più pulito ha la rogna.
Quasi tutti hanno delle magagne nascoste, magari veniali, ma ce l’hanno. Non che sia gente in partenza disonesta.
Ma, com’è noto, la mela marcia scaccia quella buona.
Se “così fan tutti”, tanto vale che lo faccia anch’io.
Così ragiona il cittadino.
Per resistere a quel “tanto vale” ci vuole una corazza morale da santo o da martire o da masochista.
La seconda ragione sta in una mancanza di vitalità .
Basterebbe una spallata di due giorni, come quella tunisina, una rivolta popolare disarmata ma violenta disposta a lasciare sul campo qualche morto per abbattere queste oligarchie, queste aristocrazie mascherate che, come i nobili di un tempo, si passano potere e privilegi di padre in figlio, senza nemmeno avere gli obblighi delle aristocrazie storiche.
Ma in Tunisia l’età media è di 32 anni, da noi di 43.
Siamo vecchi, siamo rassegnati, siamo disposti a farci tosare come pecore e comandare come asini al basto.
Solo una crisi economica cupissima potrebbe spingere la popolazione a ribellarsi.
Perchè quando arriva la fame cessa il tempo delle chiacchiere e la parola passa alla violenza.
La sacrosanta violenza popolare.
Come abbiamo visto in Tunisia e in Egitto, come vediamo in Libia o in Bahrein (in culo al colossale Barnum del Circuito di Formula Uno, che è, in sè, uno schiaffo alla povera gente di quel mondo).
Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
DAL PD AL TERZO POLO C’E’ CHI GUARDA A UN ESECUTIVO GUIDATO DAL MINISTRO DEGLI INTERNI…MARONI SI STA SMARCANDO, LA LEGA RISCHIA DI SPEZZARSI IN DUE FAZIONI
Nell’unanimismo armato del centrodestra, si sta aprendo un’altra crepa. Non larga. Ma
nemmeno piccola.
È il fronte “maronita” della Lega, dal nome del ministro dell’Interno.
Da settimane, infatti, Roberto Maroni con l’alibi solido del profilo istituzionale sta giocando a smarcarsi dai falchi della coalizione.
Il titolare del Viminale ha volutamente disseminato una serie di indizi plateali. Per esempio, la sua assenza al momento del no del Carroccio nel consiglio dei Ministri al decreto per il 17 marzo festa nazionale dell’Unità (e molto apprezzata dal Quirinale).
Ancora: l’apertura umanitaria in materia di immigrazione dopo le rivoluzioni nell’Africa mediterranea al grido consapevole che “i respingimenti da soli non bastano più”.
E proprio la politica estera è stata al centro del recente colloquio tra Maroni e Massimo D’Alema.
Ufficialmente, un incontro tra il ministro dell’Interno e il presidente del Copasir per affrontare l’emergenza del nuovo esodo.
Ma chi ha parlato con Maroni ammette che “il Ministro ha bisogno di una sponda dell’opposizione per imporre la sua linea e D’Alema è l’interlocutore ideale, anche per la sua passata esperienza di ministro degli Esteri”…
Un lavorio bipartisan incessante, quello del cofondatore della Lega, che conobbe Bossi all’alba degli anni ottanta.
E che fa perno sul sottotesto alla famigerata intervista di Bersani alla Padania, in cui il segretario democrat ha offerto un aiuto sul federalismo a patto di mandare a casa il Cavaliere.
Un sottotesto che per l’opposizione, dal Pd a Fli, contempla una nuova ipotesi per un’eventuale transizione post-berlusconiana: un esecutivo guidato da Maroni.
Ed è per questo che, interpellati in merito, alcuni esponenti del Pd riferiscono: “Sono quattro, cinque giorni che non attacchiamo Maroni”.
Il fronte maronita, dunque, è la nuova carta per tentare di sparigliare il centrodestra.
In ogni caso, il momento non è favorevole, considerato il continuo allargamento della maggioranza con la perenne campagna acquisti tra i parlamentari.
Ma la fase contingente per i piani del ministro dell’Interno è relativa.
Il suo orizzonte è a media o lunga gittata e riguarda il dopo-Berlusconi ma anche il dopo-Bossi, che del Cavaliere è più giovane di un lustro.
Da via Bellerio a Milano, sede nazionale della Lega, raccontano che “il rapporto tra Bossi e Maroni è inscalfibile, accada quello che accada” ma “comunque qualcosa è cambiato tra i due”.
Soprattutto quando qualche settimana fa Maroni inviò il suo ultimatum sul federalismo dalle colonne del Corriere della Sera: “Se non passa, andiamo alle elezioni: si vota il 15 maggio”.
Chi ha assistito alla scena dice che “l’Umberto era fuori di sè per l’intervista”. Un ultimatum non in linea con la linea di subalternità decisa da Bossi, tesa a far ingoiare ogni rospo alla base e agli elettori in nome del vincolo di coalizione.
Continua chi raccoglie i pensieri del ministro dell’Interno: “La verità è che Silvio decide e Bossi esegue. Maroni vuole ribaltare, se possibile, questo rapporto per salvaguardare la Lega al di là di Berlusconi”.
Compito ambizioso, che potrebbe animare la scena del palazzo nelle prossime settimane.
Anche se la vera guerra a “Bobo” viene mossa dall’interno del suo partito.
Se fino al dicembre scorso era prevalente l’asse Calderoli-Brancher-Tremonti per spianare la strada al titolare dell’Economia in caso di spallata, adesso si registra la convergenza tattica tra i calderoliani e il cerchio magico del Senatur (Rosi Mauro, Reguzzoni, Bricolo, Belsito) per evitare il voto e arginare Maroni.
Questa sarebbe anche la chiave di lettura dello stop al collegamento di Radio Padania con la trasmissione dell’Annunziata.
Senza contare che Salvini da sempre viene considerato vicino a Maroni e contende al “Trota” Renzo Bossi il posto di vicesindaco nel ticket con la Moratti alle prossime amministrative di Milano…
Maroni però in questa battaglia di riposizionamento non è solo.
Con lui sono schierati il potente Giorgetti, presidente della commissione Bilancio alla Camera e sherpa dell’invasione leghista ai vertici enti pubblici e società partecipate, nonchè cani sciolti del calibro di Tosi, sindaco di Verona, e Cota, governatore piemontese.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
DOPO CHE IL SUO COMPAGNO DI MERENDE E DI BUNGA BUNGA BERLUSCONI GLI HA REGALATO 5 MILIARDI DI DOLLARI PER AFFOGARE GLI IMMIGRATI PER CONTO TERZI, IL CRIMINALE DI GUERRA LIBICO HA ANCORA LA FACCIA DA CULO DI ACCUSARE L’ITALIA….PUO’ SOLO RINGRAZIARE DI AVERE A CHE FARE CON UN GOVERNO DI CACASOTTO, ALTRIMENTI SAREBBERO GIA’ PARTITI I BOMBARDIERI PER RADERE AL SUOLO LE SUE REGGIE COSTRUITE COI SOLDI RUBATI AL POPOLO LIBICO
Il Raìs invita i suoi sostenitori ad attaccare i manifestanti: “Non siamo ancora ricorsi alla forza, ma lo faremo”.
Poi accusa “americani e italiani di aver dato razzi ai ragazzi di Bengasi”
”Resterò a capo della rivoluzione fino alla morte”, ha annunciato il leader libico Muammar Gheddafi in un discorso in tv in cui ha ribadito di non avere alcuna intenzione di farsi da parte.
“Io non lascerò il Paese — ha assicurato il Raìs -. Non sono un presidente e non posso dimettermi. Sono il leader della rivoluzione e lo sarò fino all’eternità , sono un combattente, un mujihid. Io sono un rivoluzionario. Ho portato la vittoria in passato e di questa vittoria si è potuto godere per generazioni”.
Ripercorrendo la storia del Paese, Gheddafi ha voluto ricordare di come “anche l’Italia sia stata sconfitta sul suolo libico”.
“Tutto il mondo ci guarda con rispetto e con timore grazie a me, compresa l’Italia. Ci siamo fatti rispettare da tutti, quando sono andato in Italia hanno salutato con rispetto il figlio di Omar Mukhtar”.
Il colonnello ha poi ricordato di “aver sfidato l’arroganza dell’America e della Gran Bretagna e non ci siamo arresi”.
Il colonnello ha poi attaccato i manifestanti, ”ratti pagati dai servizi segreti stranieri” a ancora “una vergogna per le loro famiglie e le loro tribù”.
Quelli che attaccano le caserme inermi e le nostre famiglie “sono giovani drogati, sono giovani sedicenni che vogliono imitare l’Egitto”.
Secondo Gheddafi, “dietro di loro c’è un gruppo di persone malate infiltrate nelle città che pagano questi giovani innocenti per entrare in battaglia. Chi ha progettato questi attacchi ora è in sedi tranquille dopo aver dato loro l’ordine di distruggere”.
”Non siamo ancora ricorsi alla forza, ma lo faremo”. Questa la minaccia del Raìs a chi protesta.
E rivolto ai suoi sostenitori: “Vi invito a uscire domani in strada nel paese per manifestare in favore dei successi da noi ottenuti in questi anni. Uscite dalle vostre case e attaccate i manifestanti” .
“Ho il mio fucile — ha aggiunto — e lotterò fino all’ultimo. Io sono l’orgoglio della Libia, l’uomo che ha sempre voluto la prosperità e che ha restituito il petrolio che veniva portato via”.
“Un picciolo gruppo di terroristi non sarà la scusa per far arrivare nel paese gli americani”. I
l colonnello ha poi accusato ”gli italiani e gli americani di aver dato razzi Rpg ai ragazzi di Bengasi”.
Il leader libico ha poi affermato di accettare “la proposta di concedere autonomie regionali”.
Parlando alla nazione ha affermato che la soluzione alla crisi in atto nel paese nordafricano è la formazione di comuni e amministrazioni autonome.
Fine del delirio.
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI UN TECNICO PETROLIFERO: “ANDRO’ PER CONTO MIO ALL’AEROPORTO, SFIDANDO CECCHINI E MERCENARI”…”DEVO TORNARE IN PATRIA, MI HANNO DETTO DI ARRANGIARMI”
«L’unità di crisi della Farnesina è impossibile da contattare, l’ambasciata italiana a
Tripoli non sa cosa fare, lamenta mancanza di personale e sostanzialmente ci dice di arrangiarci».
Giuseppe Ascani è direttore di un’azienda italiana che lavora in ambito petrolifero, da due anni vive a Tripoli e vorrebbe provare a rientrare in Italia. Ha un volo prenotato per mercoledì mattina, ma il suo problema è capire se all’aeroporto riuscirà ad arrivare indenne.
«La situazione va sempre più peggiorando – racconta al Corriere.it via Skype -, molte zone della città sono in mano ai mercenari assoldati dal regime e non sono affatto sicure. Abbiamo visto immagini di persone con i corpi dilaniati, senza gambe e senza braccia. Tripoli è letteralmente in fiamme. Non c’è modo di sapere se il tragitto verso l’aeroporto possa essere percorso con tranquillità . Sentendo certe dichiarazioni secondo cui tutto è a posto e tutto organizzato mi sono sentito ribollire il sangue».
Il volo di Ascani partirà all’alba. «Ma all’aeroporto – spiega il tecnico – ci dovrò però andare nel pomeriggio di oggi e vi trascorrerò in qualche modo la notte. Il personale della mia azienda, che mi sta supportando in tutto, si è offerto di accompagnarmi, mettendo a rischio anche la propria vita. Viaggiare nelle ore di luce sarà comunque pericoloso visto che le strade sono insicure e la situazione cambia di ora in ora, tra l’altro ho avuto notizia di altri raid aerei a Tripoli e Bengasi, ma non lo sarà mai come mettersi in strada di notte a bordo di un automezzo privato».
Ascani ha saputo che altre ambasciate hanno invece organizzato diversi punti di raccolta nella città per poi promuovere dei convogli fino all’aeroporto.
«A me invece è stato detto che avrei dovuto cavarmela da solo».
Il tecnico non è riuscito a mettersi in contatto con altri italiani di che vivono nella capitale: «I telefoni cellulari non funzionano, è possibile utilizzare solo Skype, ma in situazioni normali non è una piattaforma che viene molto utilizzata e non ho dunque indirizzi di contatto. Non so se ci sono altri connazionali nella mia stessa situazione e non ho idea di come si siano eventualmente organizzati».
Ora Ascani spera che la sua testimonianza possa servire come stimolo affinchè l’ambasciata non lasci da soli altri italiani.
«E voglio che sia anche una denuncia: se mi sarà successo qualcosa durante il trasferimento dalla mia abitazione all’aeroporto, sarà ben chiaro di chi sarà stata la responsabilità ».
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
GOVERNO ITALIANO VILE, L’UMANITA’ DI BOSSI: “I PROFUGHI? LI MANDIAMO IN EUROPA”… LE PROTESTE CONTRO GHEDDAFI DILAGANO NEL MONDO ARABO E A MALTA LA RESISTENZA LIBICA BRUCIA LA BANDIERA ITALIANA: “SIETE COMPLICI DI GHEDDAFI”
Piovono bombe dal cielo di Tripoli.
Si fa sempre più cruenta con il passare delle ore la repressione del regime contro i manifestanti che da giorni protestano chiedendo le dimissioni di Gheddafi.
Alcune fonti parlano di nuovi raid di aerei sulla folla e mercenari che sparano sui civili.
Il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia, parla di oltre mille i morti solo nella città di Tripoli.
«Manca l’energia elettrica e i medicinali negli ospedali», ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinchè si mobiliti «per un aiuto economico e con l’invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore».
Per discutere della crisi in Libia oggi si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Il segretario Ban Ki-moon ha spiegato di aver parlato con Gheddafi e di averlo esortato alla moderazione. «L’ho invitato a rispettare pienamente i diritti dell’uomo, la libertà di assemblea e di parola», ha spiegato Ban, specificando di aver discusso con il Colonnello per 40 minuti.
Anche la Lega Araba, a livello di ambasciatori, ha convocato per oggi pomeriggio una riunione straordinaria per discutere della situazione in Libia. Due giorni fa il rappresentante di Tripoli presso l’organismo panarabo ha rassegnato le dimissioni per protestare contro la violenta repressione dei manifestanti.
Con le frontiere chiuse ai giornalisti, la situazione interna alla Libia resta un rebus.
Secondo l’International Federation for Human Rights (IFHR), una ong con sede a Parigi, sono circa una decina le città in mano agli insorti.
Oltre a Bengasi, dice Ifhr, i ribelli hanno preso il controllo di Sirte e Torbruk oltre che di Misrata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al-Zawiya e Zouara.
A causa degli scontri di questi giorni è andata distrutta la pista dell’aeroporto di Bengasi, seconda città della Libia, e gli aerei passeggeri non sono dunque in grado di atterrare nello scalo.
Gheddafi nella notte è ricomparso a Tripoli: ha parlato e si fatto riprendere dalla tv per smentire le voci di una sua fuga in Venezuela.
Appena 22 secondi di apparizione, la prima da quando è scoppiata la rivolta.
La repressione è dura e sanguinaria, con Tripoli bombardata e centinaia di morti.
Ma ad una settimana esatta dall’inizio delle manifestazioni di protesta ci sono anche i segni dello sgretolarsi del regime sotto il peso dell’insurrezione popolare, con voci di militari che passano dalla parte dei rivoltosi e le defezioni dei diplomatici a macchia d’olio.
Il giornale Libia al-Youm parla del capo di stato maggiore dell’esercito, Abu-Bakr Yunis Jabir, agli arresti domiciliari dopo essere passato dalla parte dei rivoltosi, sembra però confermare lo scollamento all’interno delle forze armate.
Fino alla notizia della diserzioni di due cacciabombardieri Mirage libici atterrati a Malta: i piloti libici a bordo hanno raggiunto l’isola senza il permesso delle autorità maltesi dopo essersi rifiutati di eseguire l’ordine di sparare sulla folla. Defezioni a macchia d’olio invece per i diplomatici libici nel mondo: dopo le dimissioni ieri dell’ambasciatore di Tripoli presso la Lega Araba, ha lasciato la delegazione libica all’Onu e il numero due della missione Ibrahim Dabbashi ha invocato un intervento internazionale contro quello che ha definito «un genocidio».
Ma anche diplomatici in Cina, Regno Unito Polonia, India, Indonesia, Svezia e Malta, hanno abbandonato la nave di Gheddafi: il chiaro segnale che se questa non sta affondando è quantomeno alla deriva.
Per quanto riguarda l’Italia, continua la posizione ambigua del nostro governo che pare interessato più a tutelare i traffici economici che la vita dei libici.
Frattini pensa solo all’incubo profughi, se li fa fuori Gheddafi insomma è meglio.
Non a caso un parola chiara in senso umanitario è stata detta oggi dal capo della feccia leghista: “Profughi? Se arrivano li mandiamo in Francia e in Germania”.
Gran senso umanitario come sempre, mentre Gheddafi ogni tanto appare e rilascia brevi dichiarazioni collegandosi al sito libico dei promotori della Libertà o ai convegni di Pionati, in puro stile berlusconiano.
Finirà che chiederà asilo politico ad Arcore: almeno il Bunga bunga è assicurato.
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
NEL 2010 I REATI CORRUTTIVI SONO AUMENTATI DEL 10% RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE…LA CORTE BOCCIA LE INIZIATIVE DEL GOVERNO: DALLA CIRIELLI AL PROCESSO BREVE….DISCO ROSSO ANCHE PER IL FEDERALISMO
La Corte dei Conti boccia, una dopo l’altra, le iniziative del governo in materia di
giustizia.
A partire dal ddl intercettazioni “che non combatte la corruzione”. Sottolineando come questo strumento sia molto importante per contrastare il fenomeno.
Lo afferma il procuratore generale della magistratura contabile Mario Ristuccia nella sua relazione in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2011.
Una relazione che punta il dito anche sui rischi del federalismo e sull’espansione della corruzione nella pubblica amministrazione.
Intercettazioni.
“Non appaiono indirizzati a una vera e propria lotta alla corruzione – afferma – il disegno di legge governativo sulle intercettazioni che, costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo e neppur l’aver dimezzato con la cd legge Cirielli del 2005 i termini di prescrizione per il reato di corruzione ridotti da 15 a 7 anni e mezzo, con il risultato che molti dei relativi processi si estingueranno poco prima della sentenza finale, sebbene preceduta da una o due sentenze di condanna e con conseguenze ostative per l’esercizio dell’azione contabile sul danno all’immagine”.
Processo breve.
“Il disegno di legge in materia di durata dei processi non sia un ulteriore ostacolo alla lotta contro la corruzione”.
E’ questo l’auspicio del pg che sottolinea come “da rispettosi osservanti delle norme varate dal parlamento”, i magistrati contabili restano “perplessi di fronte a recenti leggi che consentono una profonda alterazione di principi di certezza del diritto”.
Federalismo.
Il federalismo potrebbe aumentare la corruzione, afferma Ristuccia. “Ci si interroga in termini dubitativi se, in tema di federalismo fiscale, il decentramento della spesa pubblica possa contribuire a ridurre la corruzione” rendendo “più diretta la relazione tra decisioni prese e risultati conseguiti” oppure se, sottolinea il presidente “possa avere l’effetto contrario ed aumentare la corruzione quando la vicinanza a interessi e lobbies locali favorisca uno scambio di favori illeciti in danno della comunità amministrata”.
Corruzione.
La corruzione e le frodi sono “patologie” che “continuano ad affliggere la pubblica amministrazione”.
Un fenomeno che riguarda soprattutto aiuti e contributo nazionali e dell’Ue. “I dati al riguardo non consentono ottimismi”, spiega il procuratore secondo cui la situazione di “cattiva amministrazione, nonostante i progressi conseguiti in termini di efficienza, a partire dalla legge Brunetta, continua a caratterizzare in negativo l’immagine complessiva dell’apparato amministrativo”.
Inoltre, prosegue Ristuccia, una “diminuzione delle denunce che potrebbe dare conto fi una certa assuefazione al fenomeno verso una vera e propria ‘cultura della corruzione'”.
Le cifre.
Nel 2010 i reati corrutivi sono aumentati del 30% rispetto all’anno precedente. In termini complessivi sono stati denunciati 237 casi di corruzione, 137 di concussione e 1090 di abuso d’ufficio, che rispetto a quelli denunciati nel 2009 indicano un incremento del 30,22% dei reati corruttivi, mentre si riscontra un decremento rispettivamente del 14,91% e del 4,89% per i reati concessivi e d’abuso d’ufficio.
Le forze di polizia hanno denunciato complessivamente 708 persone per corruzione, 183 per concussione e 2290 per abuso d’ufficio.
Cifre che rappresentano un calo,rispetto al 2009, dell’1,39%, dell’18,67% e del 19,99%.
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