Destra di Popolo.net

LA LIBIA BRUCIA, INCENDIATA LA SEDE DEL GOVERNO, I SOLDATI CON IL POPOLO LIBICO: DALLA PARTE DI GHEDDAFI RESTA SOLO FRATTINI

Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile

MENTRE L’INTERO POPOLO LIBICO SI STA SOLLEVANDO CONTRO IL REGIME DELL’ASSASSINO GHEDDAFI E IL RAIS VIENE DATO IN FUGA, SOLO IL VERGOGNOSO GOVERNO ITALIANO DIFENDE IL TIRANNO… A BERLUSCONI, FRATTINI E MARONI VERREBBE MENO L’AFFOGATORE DEI PROFUGHI… 5 MILIARDI ITALIANI REGALATI A UN ASSASSINO

Quasi trecento morti. I cecchini sparano sulla folla.
Al Jazeera: “Il rais in Venezuela”.
Saif Al Islam, figlio di Gheddafi, evoca scenari da guerra civile e smentisce la fuga del padre: “Il colonnello guida la lotta da Tripoli”.
Testimoni oculari hanno detto che a Tripoli i soldati si sono uniti ai manifestanti anti-Gheddafi.
Il palazzo del popolo, uno dei principali edifici del governo, è in fiamme nel centro della capitale libica Tripoli.
Lo hanno riferito fonti giornalistiche presenti alla scena, secondo cui “ci sono numerosi vigili del fuoco che stanno tentando di estinguere” il rogo.
L’emittente satellitare araba Al Jazeera riferisce che la rivolta ormai dilaga anche nella capitale libica.
Escalation di sangue in Libia, ma la tensione rimane alta in tutto il mondo arabo ed anche in Iran.
A quanto riferiscono le agenzie, lo scalo aereo di Bengasi, seconda città  del Paese, è in mano ai manifestanti, tanto che a un aereo della Turkish Airlines, giunto in Libia per rimpatriare i cittadini turchi, è stato negato il permesso all’atterraggio.
Situazione sempre più tesa anche nella Capitale dove la folla ha dato l’assalto alla sede della televisione nazionale pubblica.
Razziati e dati alle fiamme anche altri edifici governativi a Tripoli.
Intanto si contano le vittime della giornata di ieri.
Quella domenica di sangue che ha segnato il sesto giorno di proteste e l’ulteriore inasprimento del confitto in atto.
Secondo l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, dall’inizio delle proteste, lo scorso 17 febbraio, i morti sono 233. 60 nella sola Bengasi.
Ed è proprio lì che si sono registrati gli episodi più gravi.
Nonostante alcuni esponenti delle forze di polizia si siano unite ai manifestanti, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla arrivando a colpire anche un corteo funebre.
La brigata responsabile della sicurezza in città , al-Fadil Abu Omar, ha usato contro i manifestanti anche razzi Rpg e armi anti-carro.
”La maggior parte delle persone uccise in questi giorni a Bengasi sono state ferite da colpi d’arma da fuoco al cuore o allo stomaco”, ha riferito il medico dell’ospedale al-Jala di Bengasi, Mohammed Mahmoud, nel corso di un collegamento telefonico con la tv araba al-Jazeera.
Nel frattempo è giallo sulla possibile fuga dal Paese del colonnello Gheddafi. Secondo la televisione del Quatar il Rais sarebbe fuggito in Venezuela. Notizia smentita dal secondogenito Saif Al Islam che dice che “Muammar Gheddafi sta guidando la lotta a Tripoli e vinceremo”.
Il figlio del rais evoca scenari da guerra civile e il ritorno del potere coloniale. “La Libia è a un bivio — dice Saif — Se non arriviamo oggi a un accordo sulle riforme, non piangeremo solo 84 morti, ma migliaia e in tutta la Libia scorreranno fiumi di sangue”.
Anche la Francia, dopo Gran Bretagna e Germania, ha fermamente condannato l’uso della violenza, mentre l’Italia, dopo l’infelice battuta di Berlusconi (“Non voglio disturbare Gheddafi”), non ha ancora preso una posizione ufficiale.
Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è limitato a esprimere preoccupazione per la crisi in Nordafrica.
L’Italia “sottoscriverà  qualsiasi tipo di dichiarazione che promuova la stabilità , la sicurezza e la prosperità  nel Mediterraneo”, ha detto confermando che i timori sono legati, come già  espresso da Roberto Maroni, alle “ripercussioni sulle situazioni migratorie nel sud del Mediterraneo”.
Mentre c’è un popolo che sta lottando per la libertà , pagando un tributo di centinaia di morti, il nostro Governo si preoccupa del flusso degli immigrati.
Che vergogna, che ribrezzo: siamo davvero diventati la feccia d’Europa, altro che “riforme liberali”, preferiamo far massacrare la gente del popolo basta non disturbare i nostri equilibri.
Hanno regalato 5 miliardi a Gheddafi perchè affogasse i profughi per conto terzi e ora gli viene meno il boia…poveretti.
Noi preferiamo invece preferiamo che il boia faccia la fine che merita.

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SONDAGGIO MANNHEIMER: SOLO IL 28% DEGLI ITALIANI VUOLE CHE BERLUSCONI CONTINUI A GUIDARE IL GOVERNO

Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile

AUMENTA IL NUMERO DI CHI VUOLE ANDARE A VOTARE: ARRIVA ORMAI AL 35%…CRESCE LA SFIDUCIA NEL GOVERNO E AUMENTA LA STANCHEZZA VERSO LA SITUAZIONE ATTUALE…IN CASO DI ELEZIONI, BERLUSCONI USCIREBBE SCONFITTO SIA ALLA CAMERA CHE AL SENATO

Il consenso del premier è in caduta libera.
Ormai soltanto il 28% degli italiani vuole che Silvio Berlusconi rimanga alla guida del Governo.
I sondaggi di Renato Mannheimer rivelano un Paese pronto ad abbandonare il Cavaliere anche a costo di andare a elezioni anticipate.
Aumenta infatti, rispetto a settimana scorsa, il numero di quanti pensano che il ritorno alle urne sia l’unica soluzione per uscire dalla situazione di stallo che si è creata dopo il caso Ruby.
Da dicembre scorso a oggi il “popolo del voto subito” è passato dal 26% al 35% di oggi.
Praticamente la maggioranza relativa degli italiani.
Per quanto concerne la guida dell’esecutivo, dal sondaggio pubblicato sul Corriere della Sera, emerge la volontà  della maggioranza degli italiani di liberarsi di Berlusconi.
L’8% vuole un esecutivo con a capo un politico di centrodestra che non sia il Cavaliere, mentre il 17% ritiene sia preferibile che si formi un governo tecnico guidto da un’alta personalità  istituzionale.
Berlusconi deve continuare a governare il Paese con l’attuale esecutivo per il 26% degli italiani, mentre appena il 2% ritiene che sia necessario un rimpasto senza che il Presidente del Consiglio sia sostituito da altri.
Secondo Mannheimer il crollo di consensi è dovuto al susseguirsi delle gravi accuse contro Berlusconi, che ne hanno indebolito il prestigio e l’autorevolezza, ma nel logoramento della figura del Cavaliere non ha contato in modo specifico l’uno o l’altro episodio o l’una o l’altra rivelazione scandalistica.
“E’ piuttosto — scrive Mannheimer — il succedersi quotidiano di queste ultime ad aver portato al sedimentarsi, lento ma progressivo, di una sfiducia crescente e, pertanto, al diffondersi del desiderio di interrompere la legislatura”.
Inoltre, secondo il presidente di Ispo, al di là  del giudizio su Berlusconi, si è andata “allargando nel Paese, anche in una quota dell’elettorato di centrodestra e, specialmente, tra i tanti indecisi su cosa (e se) votare, la stanchezza per la situazione attuale, per l’instabilità  che ne deriva e, non ultimo, per le evidenti difficoltà  nell’azione di governo”.
Quindi, dicono molti, “di fronte a questo stato di cose perdurante tanto vale tornare a votare”, aggiunge Mannheimer.
In caso di elezioni politiche anticipate in primavera il Centrodestra di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi risulterebbe sconfitto.
“Se ci fosse un’alleanza di tutte le forze delle opposizioni, da Futuro e Libertà  fino a Sel di Nichi Vendola, certamente questo super-Polo avrebbe la maggioranza in Parlamento”, afferma Mannheimer.
Ma attenzione, “anche in caso di coalizione solamente di Centrosinistra, che metta cioè insieme il Partito Democratico, l’Italia dei Valori e Sinistra Ecologia Libertà , la vittoria sarebbe molto probabile sia alla Camera sia al Senato. Il Pdl e la Lega potrebbero tornare al governo soltanto se la sinistra si presentasse separata”.
E per quanto riguarda il leader?
“In caso di coalizione allargata, il candidato alla presidenza del Consiglio potrebbe essere o lo stesso Pierluigi Bersani o una figura di Centro come Pierferdinando Casini o una personalità  esterna come Mario Draghi.
Mentre se l’alleanza fosse Pd-Idv-Sel, il candidato premier con maggior chance di battere il Centrodestra e Berlusconi sarebbe certamente Vendola”.
E infine le intenzioni di voto. “C’è una grossa confusione e i numeri cambiano tutti i giorni. Comunque il Popolo della Libertà  oscilla tra il 26 e il 30%.
Mentre la Lega ritengo che sia stabile, non in calo ma nemmeno salita recentemente”.

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LA SUA AFRICA: SILVIO, IL RUANDA E IL BUNGA BUNGA NOBILIARE

Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile

NELLA CLASSIFICA DEI PAESI MENO CORROTTI, IL RUANDA HA SCAVALCATO L’ITALIA…. NEL PAESE AFRICANO UN MINISTRO SI E’ DIMESSO PER ALCUNE FOTO COMPROMETTENTI CHE L’HANNO RITRATTO AVVINGHIATO AD ALCUNE RAGAZZE: LA’ SONO DIVENTATI PAESI CIVILI

Qualche mese fa fece scalpore, si fa per dire, la notizia che nella classifica mondiale dei paesi meno corrotti, l’Italia era stata scavalcata dal Ruanda, piazzandosi al 67° posto.
Ora, sempre dal Ruanda, giunge notizia (ne parla la locale agenzia di stampa Rna, ripresa dal sito missionario alberwandesi.blogspot.com  ) che il ministro della Cultura e dello Sport, Joseph Habineza, si è dimesso dal governo dopo che alcune sue foto che lo ritraggono avvinghiato ad alcune ragazze, pare a una
festa per San Valentino, erano finite su Internet .
Bunga-bunga?
Per carità , mica siamo ad Arcore.
Balli, abbracci, bacetti e una mano malandrina spalmata sul sedere di una pulzella.
Tanto basta, in Ruanda, per dare le dimissioni, prontamente accettate dal premier di Kigali.
Habineza non ha detto che la ragazza era la nipote di Mubarak, non ha ricordato di essere eletto dal popolo, non ha minacciato riforme costituzionali nè manifestazioni di piazza.
Non risultano, in Ruanda, polemiche sulla violazione della privacy, la presunzione di innocenza, le foto a orologeria e l’antihabinezismo, nè appelli del capo dello Stato ad abbassare i toni, nè convegni di giornalisti governativi con mutande appese nè interventi del Garante, nè editoriali degli Ostellino locali (in Ruanda non ce ne sono) sulle ragazze sedute sulla propria fortuna.
Chissà  le risate, in Ruanda, quando apprenderanno che nella civilissima Europa c’è un paese governato da un tizio non solo fotografato con quattro o cinque squinzie sulle ginocchia, le mani posate sulle “fortune” di due di esse, pochi giorni dopo aver sfilato al Family Day, ma pure rinviato a giudizio per induzione alla prostituzione minorile e concussione.
Due anni fa suscitò grande costernazione la notizia che Mediaset chiudeva il Bagaglino per mancanza di pubblico.
Il motivo della crisi era lo stesso che fa di “Cetto La Qualunque” un film neorealista, ma molto minimalista: il Bagaglino, valicate le mura del salone Margherita, è ormai dappertutto.
L’altra sera, per esempio, ha fatto tappa al Circolo degli Scacchi, che ha sede a Palazzo Rondanini al Corso, cenacolo — scrivono i giornali — dell’“aristocrazia romana”.
Lì infatti le nobili “ammiratrici” del Cainano hanno organizzato una “serata per sole donne” con “selezionatissimi invitati” (così li chiama il Corriere della Sera): ospiti d’onore Lui, il fido Apicella “munito di chitarra” e l’onorevole Annamaria Rossi.
“Nessuna di noi era minorenne, purtroppo”, ha commentato la più aristocratica fra loro, la principessa Nicoletta Odescalchi, “molto invidiata dal Cavaliere per il favoloso Caravaggio che custodisce nel suo palazzo”.
C’erano anche altre “nobildonne”, come “l’ideatrice della festa, la duchessa Nicoletta Maresca di Serracapriola”, che s’è fatta aiutare “dal conte suo amico Lupo Bracci”.
“Quattro tavoli da dieci persone — annota ancora il Corriere — e menu semplice: timballo, filetto in crosta e torta millefoglie con in cima una tipica decorazione scacchistica, caselle bianche e nere di panna e cioccolato. Era giovedì sera ma gli ospiti non hanno visto nè Benigni nè Santoro, ‘la tv non c’era proprio’, taglia corto il principe Mario Chigi, parco di parole e altri dettagli”.
Si sa soltanto che il principe di Arcore e Milanello — come “rivela il maestro Apicella”, marchese della Vongola — “ha cantato la canzone ‘Senza te’, che scrissero insieme e fa parte del vecchio album, e poi, da bravo presentatore, ha annunciato la performance dell’on. Bernini, che si è esibita in ‘Summertime’ di Gershwin, riscuotendo calorosi applausi”.
La contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, impegnata nel varo di una nave con il ragionier Ugo Fantozzi, ha inviato un saluto denso di rammarico per non poter essere della partita.
Viva commozione anche in Ruanda.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I CABLO DI WIKILEAKS: PER GLI USA “LEGGI AD PERSONAM DI BERLUSCONI PER FERMARE I SUOI PROCESSI”

Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile

I DOCUMENTI DIMOSTRANO L’IDEA CHE LA DIPLOMAZIA STATUNITENSE HA SUL CLOWN BERLUSCONI….DURI GIUDIZI SUL CAOS ORGANIZZATIVO AL G8   DELL’AQUILA: “BERLUSCONI IN EUROPA E’ ORMAI UNA CARICATURA”

Il premier Berlusconi “non è mai stato condannato in via definitiva nei processi a suo carico, che lo inseguono sin da quando è entrato in politica nel 1994”.
Diversi personaggi a lui vicini “sono però stati giudicati colpevoli, con sentenze confermate in appello”.
E in molti casi “per evitare una condanna al premier sono intervenuti i suoi legali, cercando di portare indietro nel tempo l’orologio della prescrizione.
In un caso addirittura il Parlamento controllato dal presidente del Consiglio ha ridotto i termini di prescrizione per i reati a suo carico” (la cosidetta legge ex-Cirielli).
È l’8 ottobre 2009, a pochi giorni dalla bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, quando Elisabeth Dibble, numero due dell’ambasciata americana a Roma, scrive a Washington per raccontare cosa sta succedendo in Italia.
Dopo la bocciatura della legge che lo avrebbe protetto dai giudici – riferisce la diplomatica – Berlusconi si scaglia contro i giudici “comunisti” e attacca direttamente il presidente Napolitano “rompendo un tabù” di garbo istituzionale e tacciandolo “di essere stato eletto da una maggioranza di centro-sinistra”; il portavoce della maggioranza intanto critica la Corte, definendo la sua sentenza “sfacciatamente politica” e si affacciano quindi timori di una crisi di governo.
Un clima pesante, insomma. A Washington sono preoccupati.
Vogliono spiegazioni.
In un lungo cable, – che fa parte dei 4mila documenti ottenuti
da WikiLeaks di cui l’Espresso ha l’esclusiva- la Dibble lo fa.
Nel documento, classificato come “Confidential” e indirizzato al Dipartimento di Stato Usa – la funzionaria spiega che la Corte Costituzionale ha giudicato illegittima una norma che avrebbe evitato a Berlusconi di essere processato per almeno quattro reati di cui è accusato.
Pragmaticamente la Dibble avverte anche che gli italiani “fanno spallucce su queste questioni così come spesso dimenticano le frequenti gaffes del premier e le sue trasgressioni sessuali”.
Ma in ogni caso la bocciatura del lodo Alfano “ha indebolito il premier. Il doversi difendere dalle accuse – si legge nel documento – diventerà  un’altra significativa distrazione” dalle attività  di governo, “mentre le aspre critiche a Napolitano minacciano ulteriori divisioni tra Palazzo Chigi e il Quirinale” e hanno un eco poco favorevole tra i cittadini, che rispettano il Presidente della Repubblica.
La Dibble comunque tranquillizza Washington.
Berlusconi è indebolito ma non è sconfitto.
“Il premier ha ancora una solida maggioranza in Parlamento”.
Lo aiuta anche l’opposizione, con il Partito Democratico definito “disorganizzato”: l’ex leader Walter Veltroni ci ha detto che il Pd “sarà  competitivo tra quattro-cinque anni, riconoscendo che nell’immediato futuro non sarà  una seria alternativa a Berlusconi”.
E “i dissidenti della coalizione di maggioranza” infine “non sono ancora in grado di agire”. Le crepe però si vedono tutte.
Le prime, nella visione americana, si erano già  aperte in occasione del G8 de L’Aquila.
Silvio Berlusconi nell’estate del 2009, alla vigilia del vertice tra capi di stato e di governo è già  definito – in un altro cable, sempre firmato da Elisabeth Dibble – “una caricatura” in Europa, “bersagliato quotidianamente dalla stampa estera”.
In Italia invece in buona parte della stampa nazionale – nota con stupore l’ambasciata Usa – “pochi analisti sembrano essersene accorti”.
Ma il suo gradimento, fiaccato dai primi scandali a sfondo sessuale (le frequentazioni con la minorenne Noemi Letizia e gli incontri a palazzo Grazioli a cui partecipa la escort Patrizia d’Addario, con corredo di imbarazzanti registrazioni audio) comincia a vacillare.
“Berlusconi è lontano dai picchi di popolarità  raggiunti nell’autunno del 2008 – scrive da Roma l’ambasciata Usa – e parte di questa sua debolezza è attribuibile alla stanchezza di molti italiani, inclusi gli elettori di centrodestra, nel vedere immagini in cui il presidente del Consiglio amoreggia assieme ad altri con giovani donne nelle sue residenze”.
La Dibble fotografa con esattezza un trend costantemente calante.
Nell’aprile del 2008 l’indice di fiducia calcolato dall’Istituto Piepoli è a quota 52, sull’onda del tributo alla Resistenza che il premier fa ad Onna, quando in una cerimonia indossa il fazzoletto della brigata partigiana Maiella.
Ma ad agosto 2008 è già  precipitato a quota 46: in quei quattro mesi hanno fatto irruzione la visita a Noemi Letizia a Casoria, l’ira di Veronica Lario per il “ciarpame senza pudore”, i festini a palazzo Grazioli con la escort Patrizia D’Addario.
E nel giugno 2009, alla vigilia del G8, si tocca pericolosamente quota 42. Berlusconi lo sa, e come spesso accade inventa il suo colpo di teatro.
Il vertice dei capi di stato e di governo non si farà  più alla Maddalena, annuncia Berlusconi nell’aprile 2009, ma sarà  trasferito a L’Aquila, da poco devastata dal terremoto.
Una sfida coraggiosa, ma anche una decisione ispirata da opportunismo.
Il 27 giugno la Dibble scrive direttamente al presidente Barack Obama, che sta per arrivare in Italia, e gli illustra cosa troverà .
“Il summit – dice – era in origine previsto alla Maddalena – ma la realizzazione delle opere programmate era molto lontana dalla realizzazione”.
Così ci si trasferisce a L’Aquila.
E sull’appuntamento il premier conta molto per invertire il trend di popolarità  calante.
Berlusconi – leggerà  Obama nel rapporto – è in questo momento in difficoltà  nell’affrontare i reali problemi economici del Paese, ed “è ansioso di ospitare Lei e questo evento dimostrando il suo ruolo e la sua importanza in qualità  di capo di governo più longevo del G8. In Italia tutti gli occhi saranno puntati sul premier, ed il vertice cade proprio mentre la stampa nazionale ed internazionale è piena di impressionanti accuse che riguardano la sua condotta privata. Berlusconi – spiega la Dibble – spera di usare il vertice per dimostrare che gode del rispetto internazionale”.
Gli americani staranno al gioco. A mettere i bastoni tra le ruote – paradossalmente – saranno gli italiani.
Per strafare l’Italia organizza il G8 infilando nel programma tutti i temi possibili.
Si dovrà  parlare di stabilità  finanziaria, di clima, di energia, di sicurezza, di pirateria, dei rapporti tra Pakistan e Afghanistan, di non proliferazione degli armamenti, di commercio mondiale ed anche di sicurezza dell’alimentazione. La Farnesina e gli sherpa sono un vulcano di iniziative.
Tante. Troppe.
“La proliferazione di argomenti e una lista continuamente crescente di invitati caratterizza il vertice”, scrive la Dibble, che usa toni ironici.
A L’Aquila in effetti ci sono tutti.
Il gruppo dei 5 emergenti Outreach (Cina, India Brasile, Sudafrica e Messico), avrà  il piacere di vedersi allargato a Corea del Sud, Indonesia e Australia. I paesi del Mef (Major Economic Forum) inizialmente sono soli, ma l’organizzazione italiana provvede ad affiancargli anche la Danimarca.
Ci sono anche gli africani del Nepad (Libia, Egitto, Algeria, Senegal, Nigeria ed Etiopia).
L’Egitto però avrà  in dono anche la possibilità  di rendersi ubiquo potendo discutere anche con il gruppo Outreach.
In più, visto che c’era posto, sono state chiamate anche Spagna e Olanda.
“Il vertice del G8 italiano – scrive sconsolata la Dibble – sarà  il più grande mai organizzato, superando come partecipanti anche il G20. Il risultato? “Sminuita la coesione tra i partner e vanificato l’obiettivo italiano di rendere adeguato il summit”, e questo anche grazie a ministri in competizione tra loro.
L’Aquila insomma è una Babele con pochi frutti, ma gli americani daranno una mano.
Anche perchè, conclude la Dibble, gli italiani si sono detti disponibili a venire incontro “dovunque a tutte le nostre esigenze”.
“La sua visita – signor Presidente ha un significato particolare per il governo, mentre il premier Silvio Berlusconi vede il summit come l’occasione per dare di sè l’immagine di uno statista”.

Fabio Bogo
(da “La Repubblica“)

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STAMPA INTERNAZIONALE: “QUANDO CHIESE IL NUMERO DI TELEFONO ALLA CAMPBELL”, “I SUOI AMICI SONO GIUSTAMENTE GHEDDAFI E MUBARAK”

Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile

TRA GLI ITALIANI ALL’ESTERO C’E’ CHI SI FINGE SPAGNOLA: “MI VERGOGNO DI ESSERE ITALIANA”…”CI STA COPRENDO DI RIDICOLO”… “UN PAESE SEMPRE PIU’ SIMILE AD UN’AUTOCRAZIA ARABA”

Sono molti gli articoli su Berlusconi sulla stampa internazionale.
Il Times gli dedica due pagine, con un servizio sulle “mamme-nonne d’Italia che hanno perso l’istinto materno” nei confronti del premier e un mini-sondaggio tra alcuni italiani famosi che risiedono a Londra o girano il mondo, per sentire il loro parere sul Cavaliere.
“La situazione è atroce”, dice per esempio l’architetto Massimilano Fuksas. “Quando incontro gente a New York o in Cina, la prima cosa che mi dicono, ridendo, è bunga-bunga. Chiedono se tutti noi italiani siamo così, e se non lo siamo, domandano perchè non ci liberiamo di lui. L’Italia è diventata un paese di cui l’Unione Europea dovrebbe preoccuparsi”.
Lo scrittore Roberto Saviano afferma che ciò che Berlusconi più teme, in caso di una condanna, è “di non poter più occupare incarichi pubblici”.
Livia Giuggioli, produttrice cinematografica e moglie dell’attore candidato all’Oscar Colin Firth, è sdegnata: “Mi vergogno di essere italiana. Ormai vado in giro dicendo che sono spagnola. E’ una tragedia avere avuto quest’uomo al potere per così tanto tempo. Eppure continua a prendere voti. Questa è la domanda a cui vorrei sentire una risposta: perchè? Lo scandalo sessuale è orribile ma non è la cosa più orribile su di lui. Ma se saranno i party del bunga-bunga a farlo cadere, mi va bene lo stesso”.
Stefano Dominella, presidente della casa di moda Gattinoni, dichiara al quotidiano londinese: “Vorrei essere rappresentato nel mondo da un presidente del Consiglio decisamente più tranquillo. Tutti sanno che il premier ha appetiti sessuali inappropriati per un uomo della sua età . Ha reso l’Italia lo zimbello del pianeta ed esposto se stesso a ricatti”.
E Nancy Dell’Olio, l’ex-fidanzata dell’allenatore dell’Inghilterra Sven Goran Eriksson, afferma: “Quando sei un personaggio pubblico e specialmente un primo ministro, ci sono certe cose che non si possono fare. E’ triste finire la propria carriera in modo simile. Non c’è niente di peggio che ricoprirsi di ridicolo. Non mi piace quello che sta succedendo. E’ una vergogna”.
Su Berlusconi dicono la loro anche due italiane in un articolo sull’Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times: “Ne abbiamo abbastanza del machismo all’italiana del premier, ecco perchè tante donne sono scese in piazza contro di lui, l’Italia è una delle otto potenze industriali della Terra, ma quanto al trattamento riservato alle donne vive nel medioevo”, scrivono Chiara Ruffa, ricercatrice del Kennedy Center dell’università  di Harvard, e Rosa Raffaelli, della Scuola Sant’Anna di Pisa.
E su Berlusconi riferisce un pettegolezzo anche Sarah Brown, moglie di Gordon Brown, primo ministro fino al maggio scorso. In un libro di memorie, anticipato dal Daily Mail, l’ex-first lady britannica rivela che durante un convegno internazionale “vedemmo Berlusconi mentre chiedeva il numero di telefono a Naomi Campbell”.
Da segnalare anche la nota rubrica “Lex Column” del Financial Times, che paragona l’Italia a un paese arabo, “un’economia sclerotica, una cultura corrotta dal crimine organizzato, una classe politica controllata dalla gerontocrazia e un premier 74enne che ha molti aspetti di un classico autocrate arabo, è immensamente ricco, controlla la grande parte dei media ed è circondato da “yes men”.
Il suo miglior amico dovrebbe essere Gheddafi, il dittatore libico, a sua volta in un mare di guai.
Forse Mubarak dovrebbe dargli un consiglio sulla giustezza di una strategia improntata a resistere fino all’ultimo, ma tutto quello che il premier italiano deve fare per mettere fine a questa commedia è indire elezioni anticipate, e allora saranno gli italiani ad avere l’ultima risata”.

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SALTA LA TRASMISSIONE DELLA ANNUNZIATA DA RADIO PADANIA: LA LEGA HA PAURA DEI SUOI MILITANTI

Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile

CANCELLATA SENZA MOTIVO “IN MEZZORA” CHE AVREBBE DOVUTO ANDARE IN ONDA DALLA SEDE DI RADIO PADANIA…POCHE ORE PRIMA DELLA DIRETTA SALVINI SCAPPA E DISDICE PERCHE’ RITIENE LA TRASMISSIONE “INOPPORTUNA”… CHE FIGURA DI MERDA: “TEMONO LE OPINIONI   A BRIGLIA SCIOLTA DEI LORO ELETTORI E CENSURANO I LORO STESSI VOTANTI” COMMENTA LA ANNUNZIATA

Niente trasmissione odierna di «In 1/2 ora» per Lucia Annunziata.
«La cancellazione della puntata è stata comunicata alle 10 di domenica mattina dal direttore di Radio Padania Salvini, che se ne è assunto tutta la responsabilità .
“Prendiamo atto della cancellazione e lasciamo alla Lega la spiegazione dei motivi della decisione. Una decisione che dispiace, una occasione persa per gli spettatori e per la stessa Lega».
A parlare così in una nota ufficiale diramata da Viale Mazzini è proprio la giornalista Lucia Annunziata che spiega «oggi “In 1/2 ora” non andrà  in onda». La trasmissione sarebbe dovuta andare in diretta dagli studi di Radio Padania, secondo quanto annunciato venerdì da un comunicato della Rai, per raccogliere l’opinione degli ascoltatori dell’emittente sui temi della attualità  politica.
Negli studi di Radio Padania era prevista la presenza di Lucia Annunziata e del direttore della stessa emittente, Matteo Salvini.
La puntata era concordata e organizzata con i responsabili di Via Bellerio, e allestita dalla Rai.
«Nessun dissidio» con il Carroccio, ma una domanda sì: «Cosa succede dentro la Lega? Perchè temono le opinioni a briglia sciolta dei loro elettori su una tv nazionale?» ha poi aggiunto la conduttrice in diretta su Rai3.
«Abbiamo lavorato per tre giorni in assoluta tranquillità , non c’è stato nessun dissidio: poi stamattina alle 10 la cancellazione è arrivata come un lampo in cielo sereno», ha esordito Annunziata, che in studio con Matteo Salvini, direttore dell’emittente, avrebbe dovuto affrontare con la pancia della Lega i temi di attualità .
«Avremmo voluto ascoltare le opinioni della base su tutte le questioni aperte – ha spiegato ancora l’Annunziata – dall’unità  d’Italia all’ipotesi elezioni, all’immigrazione. Poi alle 10 Salvini di stamattina ha spiegato che la puntata era stata annullata perchè considerata inopportuna. Non voglio farne una questione giornalistica, ma giornalisticamente c’è domanda che devo rivolgere a voi: che cosa succede dentro la lega? Perchè temono le opinioni a briglia sciolta dei loro elettori su una tv nazionale? Lega fatti avanti: non ti puoi permettere – ha concluso Annunziata – di censurare i tuoi stessi votanti».
Ma la figura di merda dimostra in quale considerazine i vertici del Carroccio tengono la propria base di “militonti”.
E chi meglio di Salvini poteva prestarsi a questa penosa censura della base leghista?

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L’ASSASSINO GHEDDAFI SPARA SUL PROPRIO POPOLO: I 5 MILIARDI PAGATI DAL GOVERNO ITALIANO SERVONO PER PAGARE I MERCENARI STRANIERI?

Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile

QUESTI SONO GLI AMICI E I COMPLICI DI BERLUSCONI E MARONI, PER FARE IL LAVORO SPORCO SUGLI IMMIGRATI… UN CRIMINALE CHE ASSOLDA MERCENARI IN AFRICA PER ASSASSINARE I PROPRI CONNAZIONALI CHE CHIEDONO LIBERTA’…L’ITALIA DELLA VERGOGNA E’ DIVENTATA COMPLICE DI UN CRIMINALE

Gravissimo il bilancio delle violenze in Libia: se Human Rights Watch, l’organizzazione per la difesa dei diritti umani basata a New York, alza a 104 il numero di morti registrati a Bengasi in quattro giorni di scontri fra manifestanti anti-regime e forze di sicurezza, le cifre riferite da fonti giornalistiche sono ancora più serie.
Il sito del quotidiano britannico Independent segnala la circolazione di “altre informazioni”, secondo cui ci sono “200 morti e più di mille feriti”: lo riferisce al quotidiano un testimone, Ahmed Swelim, il cui cugino lavora in ospedale.
E fonti mediche dell’ospedale di al-Jala di Bengasi hanno riferito alla tv araba al Jazeera che i morti sono 250 e oltre 700 i feriti.
Lo ha detto il medico Nabil al-Saaiti, che, in un collegamento telefonico con l’emittente qatariota, spiegando che “ieri agenti della sicurezza di origine africana reclutati dal regime hanno aperto il fuoco contro i manifestanti e il numero dei morti è tale che non riusciamo a metterli tutti nella camera mortuaria dell’ospedale per identificarli”.
Il precedente bilancio di Human Rights Watch, riferito a tre giornate, era di 84 morti, modificato al rialzo dopo che nella città  libica ieri sono state uccise almeno altre 20 persone.
L’organizzazione precisa di aver formulato la stima, definita “cauta”, contattando testimoni e responsabili di ospedali.
Il governo libico non ha fornito alcuna cifra nè formulato commenti ufficiali sulle violenze.
Il Paese del colonnello Muammar Gheddafi è in preda ad una contestazione senza precedenti contro un potere che dura da più di 40 anni e sta cercando di resistere alle proteste libertarie scoppiate sull’onda delle rivolte in Tunisia ed Egitto.
Il leader libico ha reagito con la forza alle manifestazioni di protesta degli ultimi giorni, schierando la polizia in forze.
Almeno 12 persone sono state uccise ieri in scontri tra dimostranti anti-regime e soldati a Bengasi, ha riferito il quotidiano Quryna vicino a uno dei figli del colonnello, Seif el-islam Gheddafi.
Cecchini hanno sparato sulla folla che partecipava a un corteo funebre.
Ed è stata una notte di scontri anche a Tripoli, ma al momento non è chiaro se vi siano state vittime.
Un gruppo di “estremisti islamici” ha preso oggi in ostaggio poliziotti e civili nell’est della Libia, ha reso noto un alto esponente libico. Il sequestro ha avuto luogo ad Al Baida. “Un gruppo di estremisti islamici, che si fa chiamare ‘emirato islamico di Barka’, tiene in ostaggio dei membri del servizio di sicurezza e alcuni cittadini”, ha detto il responsabile libico, chiedendo di non essere identificato.
Il sequestro, secondo quanto si è appreso, è avvenuto “durante gli scontri degli ultimi giorni”, ha aggiunto la fonte di Tripoli, sottolineando che il gruppo “chiede la revoca dello stato d’assedio imposto dalle forze dell’ordine per evitare che gli ostaggi siano uccisi”.
In Cirenaica, invece, parte dell’esercito si è unita ai manifestanti ad Al Beida, Derna e Tobruk, mentre non ci sono notizie sicure sulla presa di posizione dell’esercito locale nella citta’ di Benghazi.
La situazione risulta critica anche all’aereoporto, dove la popolazione cerca di impedire gli arrivi di mercenari provenienti dai paesi dell’Africa Nera.
Fonti locali riferiscono che il cognato di Gheddafi, Abdallah Senussi, appositamente inviato per sedare la rivolta sia stato ucciso, mentre il figlio del Colonnello, Al Saadi, che era intrappolato all’hotel Tibesti, sia riuscito a fuggire.
Totalmente bloccate le comunicazioni.
Non c’è accesso ad Internet, anche le linee telefoniche verso l’estero sono interrotte da un paio di giorni.
Il governo turco ha nel frattempo inviato degli aerei per far evacuare i propri connazionali.
Vale la pena ricordare lo stretto legame (non solo   del bunga bunga) che unisce il governo italiano a quello libico, dopo gli assurdi accordi tra il nostro premier e il dittatore arabo.
Compresa la regalia per presunti danni di guerra per 5 miliardi di dollari concessi alla Libia per fare il lavoro sporco di respingimento e annegamento degli immigrati per conto terzi.
Ora i nostri miliardi serviranno a Gheddafi per pagare quei mercenari da lui   assoldati in Benim e in altri Paesi africani per sparare sul proprio popolo.
Berlusconi ha coscientemente finanziato un assassino e un terrorista conclamato che ora, coi nostri soldi, reprime nel sangue la democrazia nel suo Paese.
Ognuno ha gli amici che si merita.

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L’ULTIMA BATTAGLIA DEL SECOLO D’ITALIA

Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile

I BERLUSCONES VOGLIONO RIPRENDERSI IL GIORNALE SCOMODO: QUESTO L’OBIETTIVO DEL NUOVO CDA…. IL PDL DA POPOLO DELLA LIBERTA’ A PARTITO DELLA CENSURA , COME NEI PEGGIORI REGIMI COMUNISTI

Un’altra giornata lunga nella trincea de Il Secolo d’Italia.
Spirito da guerriglieri vietcong, titoli strappapelle (“Torna la legge bavaglio”) ostentazione di sentimenti atarassici di fronte al bollettino del calciomercato berlusconiano.
Sospira Flavia Perina: “Hanno messo in moto la fabbrica del fango, e quella del denaro. Hanno prospettato la disintegrazione fisica di chi stava con noi e la ricopertura d’oro di chi passava con loro. Se alla fine di tutto questo — sorride — ci hanno strappato solo tre parlamentari, non mi pare che siamo al tracollo. Sa cosa scrivono oggi i lettori?”
La direttrice de Il Secolo indica uno scatafascio di lettere sul tavolo: “Andate avanti, andate avanti, andate avanti! Se questi sono gli umori di un esercito in rotta io non capisco più nulla di politica”.
Già .
Ora il prossimo obiettivo degli ex An rimasti fedeli al Cavaliere è “prendersi il giornale”.
Lo scrive la stessa direttrice, nell’editoriale che firma stamattina, raccontando che il nuovo Cda de Il Secolo d’Italia, gestito “tutto da berluscones”, ha convocato una riunione per martedì prossimo.
Se mancava un tassello al mosaico, ora non manca più nulla.
La parola d’ordine di Silvio Berlusconi è chiudere l’offensiva contro Futuro e Libertà  con una guerra lampo e con un azzeramento totale: prima la cancellazione dei gruppi parlamentari. Poi la sterilizzazione della sua coriacea voce mediatica.
Chiedi a Enzo Raisi se la prospettiva lo spaventi e lui alza le spalle: “No, perchè per quanto possano fare non riusciranno mai a cancellarci o imbavagliarci”. L’uomo macchina di Fli si mostra per nulla spaventato: “Stiamo pagando tutti insieme i prezzi della sottocultura berlusconiana. L’idea che hanno instillato in questi anni, e cioè che la politica sia un mercato sempre aperto, in cui si battono prezzi di asta a tutte le ore, fa impazzire le persone. Rende insanabili o insostenibili i conflitti che prima erano fisiologici. Pagheremo anche questo prezzo, per costruire una prospettiva nuova”.
Se ti aggiri per le stanzette del Secolo ponendo interrogativi sulla sopravvivenza del movimento e sul peso della diaspora, ti rispondono tutti allo stesso modo: “Siamo impegnati in una battaglia mortale, ma abbiamo visto ben di peggio”. Anzi.
Ai finiani futuristi doc, in questo momento, piace respirare l’aria dell’innovazione assoluta, rimarcare che la compravendita dei parlamentari apre spazi a quel microcosmo di società  civile che si è fatto strada nel nuovo progetto.
Il sofisticato notista politico Valerio Goletti, per esempio, altri non è che Annalisa Terranova, una delle firme politiche più solide del giornale.
E il ricorso allo pseudonimo non è dovuto a qualche timore politico, ma solo al fatto che la Terranova — come molti altri redattori — firma spesso due o tre pezzi a numero.
Ebbene, Goletti-Terranova, nel giorno del grande big bang, ti racconta che ieri si è insediata la nuova segreteria politica di Fli in cui vengono quasi tutti dalla società  civile e dalle professioni.
E chi è il nome simbolo di questo nuovo organismo? Sorpresa.
Il professor Alessandro Campi, che pure aveva criticato alcune recenti mosse di Fini.
Il che è un simbolo del tourbillon che attraversa il partito-movimento. “Quando il gioco si fa duro i duri scendono in campo”, dice scherzosamente Luciano Lanna (condirettore del quotidiano) parafrasando i Blues Brothers.
Vuole dire che le fughe di chi risponde al richiamo della foresta fa tornare in trincea quelli che magari avevano espresso dubbi politici, ma che non accettano il suk.
“Mi rendo conto — spiega ancora la Perina — che quelli della mia generazione, nel bene o nel male, hanno l’abitudine a combattere in prima linea. Mentre molti altri non avevano questa preparazione e hanno pagato un prezzo”.
Non troverete, sul giornale di oggi, invettive contro i transfughi: “Non mi piacciono. Ho visto esercitare pressioni pazzesche — spiega la direttrice — e mi rendo conto che chi non aveva la caratura per sostenerle è rimasto schiacciato”. È davvero così, dunque?
L’eterna favola del pugno di coraggiosi che resiste a tutti e a tutto?
Ovviamente no, perchè dietro le professioni di sicurezza emergono anche paure e dubbi. E anche i rischi.
L’onorevole Menardi, quando ha dovuto motivare il suo distacco ha evocato la madre: “Ha 92 anni. Quando mi ha chiesto se davvero Fini stava andando con i comunisti mi sono reso conto che ci stavamo allontanando dal nostro elettorato”. Italo Bocchino, al contrario su questo è categorico: “I piccoli spostamenti di ceto politico non cambiano la novità  del nostro messaggio, anzi.
Il volto indispensabile di Fli è uno solo: quello di Gianfranco Fini”.
Come dire che epurandosi ci si rafforza. Di questo i futuristi sono convinti. Sorride, Raisi: “Volete sapere un retroscena illuminante? Menardi aveva deciso di andarsene anche perchè, forse ingiustamente, gli era stato preferito Rosso, ex forzista, come coordinatore regionale. Il bello è che Rosso se n’è andato un minuto dopo di lui”.
Ma il big bang è anche il pretesto per chiarire dispute identitarie antiche.
La Perina è sarcastica: “Te lo immagini cosa diventano la nostra storia e questo giornale se il Secolo finisse nelle mani dei berluscones? Paginate regalate al fascismo di cartapesta di Lele Mora. Quello con la suoneria di Faccetta nera, che grida a Formigli ‘Spero che i fascisti arrivino a prenderti a calci!’, e poi imbarca le ragazzine da portare a Villa Certosa!”.
Sì, è una resa dei conti finale, tra modelli culturali e politici: “Il processo di berlusconizzazione — dice Raisi — aveva contagiato anche le classi dirigenti. Anche noi. Ora, qualunque cosa accada, abbiamo fatto un punto e a capo”.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TASSE E FEDERALISMO: ALLA FINE, SOLO TARIFFE PIU’ CARE

Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile

PER RECUPERARE GETTITO, LE BOLLETTE AUMENTANO A RITMO   DOPPIO DELL’INFLAZIONE…DUE COMUNI FALLITI FATTI RIENTRARE NELL’ELENCO DELLE AMMINISTRAZIONI VIRTUOSE: I CASI DI CATANIA E TARANTO

In Italia capita anche questo.
Succede che due Comuni praticamente falliti finiscano nell’elenco delle amministrazioni più virtuose, quelle premiate dallo Stato con la possibilità  di spendere più soldi rispetto ai limiti ferocemente imposti dal Patto di Stabilità . Possibile che nella lista ci sia anche Catania?
La città  dove il neosindaco Raffaele Stancanelli, appena eletto a metà  2008, denunciò con le mani tra i capelli un miliardo di debiti nascosti nelle pieghe del bilancio?
Dove il suo predecessore era inseguito da torme di creditori di tutte le specie, dai librai cittadini alle ballerine brasiliane?
Dove le strade erano al buio perchè non erano state pagate le bollette dell’Enel?
E dove, per assurdo, il bilancio di quel 2008 appariva talmente in ordine da far guadagnare a Catania un premio da 983.411 euro?
Premio, per inciso, negato a città  mai censurate per cattiva amministrazione, come Sondrio, Belluno, Asti…
Catania come Taranto.
Comune dichiarato ufficialmente in dissesto finanziario e sommerso da un debito pazzesco di 616 milioni di euro, dove succedeva davvero di tutto. Perfino che 23 dipendenti, dopo essersi aumentati lo stipendio da soli rubando alle casse municipali 5 milioni, restassero miracolosamente al loro posto.
Una città  talmente sprofondata nel buco nero dei debiti, che i liquidatori ci hanno messo tre anni per ricostruire la contabilità  e pagare i creditori.
Con i denari dei contribuenti, naturalmente.
Gli stessi quattrini che due anni dopo hanno permesso alla città  di incassare un bel «premio» da 1.378.069 euro.
Difficile spiegare tutto questo.
Una sola cosa è certa: l’elezione diretta di sindaci e governatori e la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta nel 2001 dal centrosinistra, hanno dato agli amministratori locali maggiori poteri, ma non maggiori doveri.
Da allora ad oggi metà  della spesa pubblica è passata dal centro alla periferia, ma il compito di tassare i contribuenti è rimasto allo Stato, perchè Regioni, Comuni e Province sono responsabili solo del 18% delle entrate.
La finanza locale, già  caotica, è diventata ancora più disordinata.
E indebitata, perchè mentre montava il caos normativo e istituzionale, da Roma, inseguendo il risanamento dei conti pubblici, hanno cominciato a tagliare i trasferimenti di bilancio.
Fatto sta che oggi gli italiani si trovano appesantiti, solo a livello locale, da 45 fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni, con la pressione fiscale complessiva che è schizzata nel 2009 al 43,5%, al terzo posto fra i Paesi dell’Ocse.
Nonostante le promesse di riduzione e semplificazione che ci sentiamo ripetere da almeno dieci anni.
Per raggranellare denaro i sindaci hanno dato sfogo alla fantasia.
Alcuni hanno anche rispolverato la «tassa sull’ombra» del 1972, che colpisce «la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline».
Con le casse sempre più vuote, ma nessuna voglia di incidere sulle spese improduttive, gli enti locali hanno di fatto scaricato sui cittadini i sacrifici imposti dal governo centrale.
Aggirando ad esempio il blocco delle addizionali comunali sull’Irpef, in vigore dal 2008, pompando le tariffe.
Anche i governi, poi, ci hanno messo del loro.
Per esempio con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’unica tassa «federalista» vigente in Italia, sacrificata sull’altare dell’ultima campagna elettorale.
E pazienza se, come rivelava uno studio dell’Ifel, l’istituto di ricerca dell’Anci, tra il 2004 e il 2009 le tariffe comunali sono cresciute a una media del 3,5% annuo.
Il doppio dell’inflazione, con punte stratosferiche per i rifiuti (+29% tra il 2004 e il 2009, e continuano ad aumentare) e i servizi idrici, le cui tariffe crescono in media del 5% l’anno.
Dopo l’immondizia e l’acqua, l’ondata dei rincari nel 2010 e in questo primo scorcio del 2011 si è abbattuta su asili nido, mense scolastiche, piscine e impianti sportivi, musei, servizi cimiteriali, trasporto locale.
E nel Milleproroghe, appena approvato dal Senato, c’è una nuova sorpresa: tutti i Comuni, anche quelli che non si trovano in emergenza rifiuti, potranno aumentare le tariffe fino a coprire l’intero costo del servizio.
Incrociamo le dita.
Il caso dell’Ama, che oltre ad essere l’azienda municipalizzata per l’ambiente del Comune di Roma è anche uno straordinario collettore di voti, forse vale per tutti come cattivo esempio di amministrazione.
Il bilancio del 2008 si è chiuso con una perdita monstre di 257 milioni di euro. E il 2009 sarebbe stato archiviato con un altro buco di 70 milioni, senza il contributo di 30 milioni erogato dal Comune e l’aumento delle tariffe per ben 40,8 milioni di euro.
E tutto questo mentre i crediti verso gli utenti morosi aumentavano, in dodici mesi, di 108 milioni, raggiungendo la cifra astronomica di 623 milioni di euro. La circostanza non ha comunque impedito all’azienda di assumere nuove legioni di dipendenti: 91 nel 2008, 489 nel 2009, 766 nel 2010.
Impiegati, netturbini, perfino 164 spalatori di foglie ingaggiati in un colpo solo. Poi, naturalmente, anche parenti e amici dei politici.
Per rendersi conto del disordine che regna negli enti locali del nostro Paese, del resto, è sufficiente dare uno sguardo a una tabella elaborata dal senatore Marco Stradiotto, componente della Bicamerale sul federalismo, sui dati del ministero dell’Interno.
Si scopre, per esempio, che su ogni cittadino di Cosenza grava un costo del personale comunale di 506 euro l’anno: quasi il doppio rispetto a una città  poco più grande come Cesena (271 euro), e addirittura il 117% in più nei confronti di Catanzaro (233).
Per non parlare delle differenze macroscopiche che ci sono fra Regione e Regione.
La Sicilia, con metà  dei residenti della Lombardia, sopporta una spesa per il personale regionale nove volte superiore (un miliardo 782 milioni contro 202 milioni).
E investe nelle infrastrutture ferroviarie 13,9 milioni l’anno, 57 volte meno della Lombardia (786 milioni).
Differenze eclatanti, che danno anche la dimensione dell’assistenzialismo in salsa locale.
Il bello è che cominciano a saltare fuori solo adesso.
Dopo che i tecnici della Commissione mista tra governo ed enti locali per l’attuazione del federalismo, guidata da Luca Antonini, sono quasi impazziti per riportare su base omogenea i bilanci dei Comuni, dove molte spese sono nascoste dall’esternalizzazione dei servizi, e delle Regioni, scritti in quindici modi diversi.
In attesa di quello fiscale, in Italia regna da sempre il federalismo contabile, nel senso che ognuno si fa il bilancio a modo suo.
E a nulla sono valsi, finora, i tentativi di mettere un po’ d’ordine.
Vi siete mai chiesti perchè da qualche tempo in qua se un’amministrazione di destra sostituisce una di sinistra, o viceversa, la prima cosa che fa è mettere i libri contabili in mano a un ispettore del Tesoro?
Certamente per scaricarsi delle responsabilità  dei predecessori.
Ma anche perchè i bilanci sono così complicati e poco trasparenti che dentro ci si può nascondere di tutto.
Dalla due diligence eseguita dalla Ragioneria generale dello Stato sui conti della Campania, richiesta dall’attuale governatore Stefano Caldoro, sono saltati fuori «bilanci di previsione fortemente sovradimensionati rispetto al reale andamento degli impegni, e pagamenti ancora più incoerenti».
Per dire poi come sia possibile piegare i bilanci a ogni esigenza, la Regione, allora guidata da Antonio Bassolino, ha pagato spese che non potevano essere coperte facendosi prestare i soldi dalle banche.
Come la manutenzione dei boschi (210 milioni), oppure il servizio di «monitoraggio» (21 milioni) del patrimonio forestale alla Sma Campania, società  partecipata dalla Regione che aveva assunto 568 lavoratori socialmente utili.
Le cose non vanno meglio con i bilanci dei Comuni.
Nell’estate del 2010 la Corte dei conti ha trovato in quello di Foggia cose turche.
Non esisteva un inventario dei beni comunali, ma in compenso c’era un contenzioso civile devastante, con decreti ingiuntivi per 30 milioni.
Nel bilancio erano contabilizzate come residui «attivi» somme impossibili da incassare. Insomma, una baraonda totale.
I decreti attuativi sul federalismo fiscale ora promettono di metterci una pezza, imponendo l’omogeneità  dei bilanci.
Ma non a tutti, perchè per le Regioni a statuto speciale le regole sono dettate dagli Statuti, che hanno rilevanza costituzionale.
Dietro l’angolo si profilano altre insidie, ma non si può che partire da qua. Facendo ordine nel caos dei numeri, mettendo al bando con la trasparenza i giochi di prestigio degli amministratori furbacchioni.
Poi toccherà  ai cosiddetti «fabbisogni standard», che dovrebbero far superare il principio della «spesa storica», grazie al quale vengono premiate le amministrazioni più spendaccione.
Di che cosa si tratta?
Si stabilisce sulla base di parametri economici e territoriali qual è il costo efficiente di un servizio: la polizia locale, l’asilo nido, l’impianto sportivo…
Chi vuole spendere di più si arrangi.
Dallo Stato non arriverà  un euro in più: o si risparmia altrove, o bisognerà  aumentare le tasse, e poi rendere conto, ai propri elettori.
Ma questo, come vedremo nelle prossime puntate, non è affatto «federalismo».
Anche Luca Antonini parla di «razionalizzazione della spesa pubblica».
La devolution è un’altra cosa.
Anche se ci ostiniamo a chiamarla così.

Mario Sensini e Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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