Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SHARE E SPETTATORI IN CONTINUO AUMENTO, PER LA RAI UN AFFARE D’ORO…I CONTI IN TASCA ALLE TRASMISSIONI: QUEST’ANNO HANNO TUTTE AUMENTATO SHARE E NUMERO DI SPETTATORI
Una trasmissione televisiva è fatto non solo di volti, chiacchiere, balletti e canzoni, ma
soprattutto di numeri di share, curve di ascolto, vendite pubblicitarie, costi, ricavi e in ultimo, ma proprio in ultimo, di Qualitel.
Ovvero il gradimento che il pubblico riserva ai programmi.
Un indice istituito nel contratto di servizio del 2007-2008 con cui i telespettatori, intervistati da una società commissionata dalla Rai, danno il loro parere sui programmi in onda.
Una sortadi auto-esame per la Rai, che ha dato una prima sentenza: Report di Milena Gabanelli è il programma più apprezzato.
Al seondo posto Fabio Fazio con Che tempo che fa.
I numeri non sbagliano.
Report ha registrato un ascolto medio del 13% con 3,5 milioni di spettatori.
Lo scorso anno si era fermata a 2,9 milioni e 12,35% di share. Un punto di share per i pubblicitari significano tanti soldi.
Uno spot in Rai da 30 secondi all’interno di Report costa dai 52.000 ai 58.000 euro.
Se il costo medio del programma all’anno è di circa 2 milioni, alla Rai ne rientrano più di 4.
Anche Ballarò ha incrementato gli ascolti, ottenendo una media del 16,79% con 4,5 milioni di spettatori.
Lo scorso anno la media è stata del 15,72% con 3,9 milioni di ascolti.
A fronte di 3,5 milioni di costi, Ballarò ne incassa 8.
Per 30 secondi di spot si pagano tra i 37 e 53mila euro.
Che tempo fa di Fabio Fazio ha un 14% di share di media con 4 milioni di spettatori, ma il 2 giugno è arrivato a 5,7 milioni.
Costa 10,5 milioni di euro l’anno e incassa 17 milioni: uno spot arriva a costare anche 78.000 euro.
E finiamo l’analisi con Anno Zero che ha sfondato quest’anno il muro dei 7 milioni di spettatori e del 25% di share.
Ogni puntata costa circa 200.000 euro i ricavi più del triplo: gli spot, una ventina a puntata, vengono pagati fino a 66.000 euro.
Inutile dire che essendo tutte queste trasmissioni ritenute dal premier a lui contrarie, essere contro di lui evidentemente genera maggiori introiti per la Rai.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
“UN ADDIO SENZA POLEMICHE, PRESTO ALTRE NOVITA”…IL DIRETTORE EDITORIALE VITTORIO FELTRI E’ USCITO DALLA GERENZA DI “LIBERO”… RESTA LA FIRMA DI BELPIETRO QUALE DIRETTORE RESPONSABILE
Da questa mattina il nome del direttore editoriale Vittorio Feltri è uscito dalla gerenza di “Libero”. Resta la firma di Maurizio Belpietro quale direttore responsabile.
Si fa sempre più concreta, dunque, l’ipotesi che Vittorio Feltri approdi nuovamente al Giornale, dopo le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.
Lo stesso Feltri aveva confermato l’esistenza di una trattativa: «Dite che stanno già spostando le scrivanie nella sede del Giornale per farmi posto? Mi spiace io sono a Libero e non posso vedere cosa accade di là . Comunque non ho mai negato che mi abbiano fatto un’offerta».
Un addio «senza polemiche», quello di Feltri al quotidiano: «Ho pensato che sia per me che per Libero fosse meglio cambiare -dice all’Adnkronos il giornalista – ma non ci sono motivi particolari. Ho trovato un ambiente diverso da quello che avevo lasciato».
A questo punto, è «probabile» un approdo di Vittorio Feltri al quotidiano il Giornale, «ma ora -rileva- è prematuro parlarne. Potrebbero esserci presto delle novità ».
Un paio di giorni fa, intervistato dalla Zanzara su Radio24, Feltri aveva spiegato il suo punto di vista: «Sono anche stupito che i fatti miei vengano presi con tanta importanza – aveva detto – Belpietro sa anche lui che a un giornalista possono chiedere di cambiare testata. Quando dissi “sono andato via da 10 minuti dal Giornale e già mi sono rotto i coglioni” scherzavo.
Era una battuta, come quando i calciatori passano da una squadra all’altra e devono dire “ho cambiato maglia e la squadra di prima mi sta sulle balle”.
Angelucci l’ho visto una settimana fa, abbiamo conversato amichevolmente come sempre, si è anche parlato di questa ipotesi in questione ma non è che sia caduto il tetto della casa, non è che siamo marito e moglie» .
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
ASTENERSI PER DIRE POI DI AVER VINTO IN CASO DI MANCATO RAGGIUNGIMENTO DEL QUORUM NON SARA’ MAI UN SUCCESSO REALE…SI VINCE O SI PERDE SUL CAMPO, NON RESTANDO NEGLI SPOGLIATOI
Dice il ministro della Salute Ferruccio Fazio che per lui votare ai referendum sarà «un bel
problema» perchè è residente a Pantelleria: «Spero di farcela, ma se non vado a votare non sarà per motivi ideologici».
I suoi colleghi Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Giorgia Meloni e Claudio Scajola spiegano invece che no, loro non ci andranno alle urne proprio per far fallire le consultazioni.
Sulla stessa posizione sta Roberto Formigoni.
Che a chi gli rinfacciava che «è grave che chi riveste un ruolo istituzionale dichiari di non voler partecipare a un istituto democratico che permette a tutti i cittadini di dire la propria», ha ricordato piccatissimo che «ai sensi delle leggi vigenti non vi è alcun obbligo per i cittadini di andare a votare».
Compreso, ovvio, «il cittadino Formigoni». Il quale, dieci anni fa, quando il governo di sinistra fece esattamente come stavolta quello di destra e cioè rifiutò di abbinare le elezioni e il referendum sulla devolution lombarda fortissimamente voluto dal governatore e dalla Lega per non favorire il superamento del quorum, era furente: «Un killeraggio».
In realtà , come ricordava un giorno Filippo Ceccarelli, «chi è senza astensionismo scagli la prima pietra».
Pier Ferdinando Casini, per dire, oggi si batte perchè tutti vadano a votare ma sulla procreazione assistita era favorevole all’astensione pur avendo sostenuto nel 1997, quando l’invito ad «andare al mare» aveva mandato a monte, scusate il pasticcio, 7 quesiti, che «è sempre un giorno triste, quando le urne vengono disertate».
E Piero Fassino, che a quell’appuntamento del 2005 era impegnatissimo a superare il quorum sulla procreazione, aveva due anni prima spiegato, a proposito dell’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese: «La strategia passa attraverso la richiesta ai cittadini di non partecipare».
Perfino i radicali, che più coerentemente hanno sostenuto il valore democratico del voto referendario, hanno qualcosa da farsi perdonare.
Fu Marco Pannella, infatti, a ventilare per primo l’ipotesi dell’astensione per far fallire lo scontro sulla scala mobile nel 1985.
E da allora è sempre andata così.
Da una parte quelli che vogliono vincere «pulito» con il quorum, dall’altra quelli che non vogliono rischiare di perdere e puntano a sommare il loro astensionismo a quello fisiologico.
Indifferenti all’accusa, volta per volta ribaltata, di essere dei «furbetti».
Prima delle parole dette in questi giorni da Giorgio Napolitano, un altro presidente si era speso per la partecipazione.
Carlo Azeglio Ciampi: «È ovvio che l’astensione è legittima, ma io ho votato per la prima volta a 26 anni, perchè prima in Italia non era dato, e da allora l’ho sempre fatto perchè considero il voto una conquista e un diritto da esercitare».
Ecco, per costruire una democrazia compiuta, quali che siano i referendum sul tavolo, i valori in gioco, gli schieramenti politici, si potrebbe partire da qui. Dalla necessità di salvaguardare uno strumento di partecipazione che, dopo 24 fallimenti consecutivi a partire dal 1995, non possiamo più permetterci di mandare a vuoto.
Certi cattolici come Mario Segni, controcorrente rispetto alle stesse scelte della Chiesa, decisero ad esempio di andare a votare anche sulla fecondazione assistita.
Votarono da cattolici, non da atei, laicisti, anti-clericali. Ma votarono.
Convinti che, se avessero vinto nelle urne, sarebbe stata una vittoria più bella che non quella ottenuta col trucco.
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
L’HANNO PAGATO 40 MILIONI DI EURO E DOPO SEI MESI SI E’ SCOPERTO CHE ERA BACATO… SUL BANCO DEGLI IMPUTATI IBM E HP, MA QUALCUNO IPOTIZZA UN ATTACCO INFORMATICO
A mezzogiorno nell’ufficio postale di via Usodimare – Roma, quartiere Ostiense – siamo quasi alla rivolta: «Per ogni operazione ci vuole più di un’ora, io devo ritirare la pensione, è da venerdì che ci provo e non ci riesco».
E poi: «Questa tecnologia ha rovinato proprio tutto, ma fare le cose a mano no?».
E ancora: «Ma perchè non usano la macchina da scrivere?».
Tina, Maria, Giuseppe, Carlo e molti altri, la maggior parte pensionati, che in questi giorni sono andati agli sportelli postali e, dopo attese snervanti, sono tornati a casa furiosi.
Alla base di tutto vi è un piccolissimo bug (un errore di software) che sta facendo impazzire i tecnici di Ibm e Hp.
L’Sdp (Service delivery platform) è il nome del programma, è costato circa quaranta milioni di euro e si è impiantato: con la beffa che il vecchio sistema è ancora l’unico a funzionare.
Un esperto di sicurezza informatica, che vuole rimanere anonimo, per motivi “istituzionali” dice addirittura di non escludere un attacco informatico dall’esterno che a suo giudizio non verrebbe mai comunicato dalle aziende fornitrici del programma per motivi di cattiva pubblicità .
Comunque la nuova piattaforma di sportello è in funzione dal novembre del 2010 ed è basata su una architettura centralizzata dove la periferia raggiunge il centro attraverso la rete a banda larga.
Il vecchio sistema era denominato PGO ed era basato invece su una architettura distribuita sui singoli uffici.
Nel frattempo si muovono le associazioni dei consumatori. Il Codacons, chiederà 50 euro di indennizzo per le attese superiori alle due ore e 25 per ogni altra ora di attesa.
«I disservizi di questi giorni a Poste Italiane sono dovuti a un grave incidente informatico e quindi non è il caso di fare operazioni di sciacallaggio», ha risposto il presidente dell’Autorità della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà : vero, ma qualcuno quel software l’ha acquistato e dovrebbe prendersene la responsabilità , anche economica, rivalendosi poi sul fornitore.
Invece dalle Poste arrivano solo pillole di bromuro: «Il sistema non si è mai bloccato ma solo rallentato», dice il comunciato ufficiale.
«La media giornaliera dei servizi erogati è stata superiore sempre ai 5 milioni di operazioni senza peraltro alcun impatto sui canali on line, self-service, ATM e chioschi, che sono sempre stati operativi. Il nostro obiettivo rimane quello di arrivare a ridurre i tempi di rilascio dei nuovi servizi, per semplificare l’operatività e incrementare la sicurezza delle operazioni di sportello».
Per quanto riguarda il software con il baco, si specifica che «il sistema è stato scelto a seguito dell’aggiudicazione di una gara europea vinta da un raggruppamento temporaneo di impresa di cui Ibm è la capogruppo e di cui fanno parte Hp e Gepin».
Insomma, autocritica zero, siamo in Italia.
Intanto su Facebook e Twitter rimbalzano a centinaia le proteste dei consumatori.
Perfino un rapinatore ignaro dei malfunzionamenti informatici è entrato oggi nell’ufficio postale di Staffoli in Toscana ed è rimasto sorpreso dal magro bottino consegnatogli dalla cassiera.
Davide Mosca
(da “L’Espresso”)
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
AUTOLESIONISTICO RINUNCIARE A 6 MILIONI DI SPETTATORI A PUNTATA…DALLA RAI SEGNALE DI SUDDITANZA PSICOLOGICA E IDEOLOGICA: SANTORO ANDAVA CONTRASTATO CON TRASMISSIONI MIGLIORI
Michele Santoro e la Rai si sono lasciati, questa volta hanno fatto sul serio. 
Dopo trent’anni di tumultuosa convivenza, dopo un breve «tradimento» con Italia 1, dopo un estenuante braccio di ferro con l’ex direttore Mauro Masi, è venuto il momento del clamoroso addio.
«Hanno inteso definire transattivamente il complesso contenzioso», si legge in una nota diffusa dalla Rai, con un linguaggio che richiama più i divorzi fra star che le cause di lavoro.
Inutile girarci intorno: per Silvio Berlusconi Annozero era diventato un’ossessione.
Qualcuno gli avrà pure spiegato che la trasmissione spostava pochi voti e che un servizio pubblico non è a totale disposizione del governo.
Non c’è stato verso: Berlusconi voleva la sua testa e il nuovo dg di Viale Mazzini, Lorenza Lei, gliel’ha consegnata con una risoluzione consensuale.
Nonostante la condizione di martire lo esaltasse, non dev’essere stato facile per Santoro, specie negli ultimi tempi, lavorare «coattivamente» al programma, tutelato dal pretore del lavoro e non più dalla Rai.
È stato più volte osservato come Santoro abbia sempre dato il meglio di sè (almeno in termini di ascolti) quando viene provocato, quando, drammaturgicamente, riesce a trasformare il suo personale patimento in un sacrificio.
Però, a ogni puntata, c’era una grana, uno di quegli intoppi che ti impediscono di lavorare con serenità .
La situazione ha comunque del paradossale, dell’inverosimile: qualunque network, in qualunque parte del mondo, non licenzierebbe mai uno come Santoro.
Bisogna essere autolesionisti per liquidare un programma che veleggia sui 5 o 6 milioni a puntata, con picchi che superano i 7 milioni e uno share che va oltre il 20%.
Tutte le volte che si atteggia a Masaniello, Santoro è insopportabile, ma nessuno può negare che sappia fare bene il suo mestiere. Lo sa fare, eccome!
Nel tempo si è atteggiato a ideologo unico delle nostre coscienze, si è comportato come un televenditore di libertà , ha sviluppato il suo ego in maniera ipertrofica, si è circondato del peggior giustizialismo, si è convinto di «essere la perla del Servizio pubblico», ha agito spesso con disinvoltura intellettuale, ma ha sempre garantito all’azienda profitti e ascolti: avere una trasmissione che rende all’azienda il doppio di incasso rispetto ai costi e chiuderla è una follia.
Il divorzio sarà anche stato consensuale, ma la Rai lancia un segnale di debolezza, di insicurezza, di sudditanza psicologica e ideologica.
Lo abbiamo scritto mille volte: sul piano della comunicazione c’era un solo modo per combattere Santoro, fare una trasmissione più interessante della sua.
Tentativi ne sono stati fatti, gli esiti li conosciamo: fallimentari.
Cosa farà ora Santoro? Si parla di un suo passaggio a La7.
Se così fosse, potremmo assistere a una mezza rivoluzione in campo televisivo.
Per la rete di Telecom, maggio è stato il mese dell’exploit: gli ascolti medi sono quasi raddoppiati, facendo registrare un 4,5% in prime time che, negli ultimi quindici giorni, è diventato un 5,3%.
Artefice primo del risultato è stato Enrico Mentana, che ha saputo occupare gli enormi spazi lasciati liberi da un’informazione sospesa tra partigianeria e pressapochismo.
Con un telegiornale delle 20 che viaggia, attualmente, su una media di 2.500.000 spettatori (11,6% di share), e un’edizione delle 13.30 che supera il 1.100.000 spettatori, il direttore ha «illuminato» l’intera rete ed è stato sapiente nel «fare squadra».
Se arrivasse anche il pubblico di Santoro ci sarebbe da ridere.
E sarebbe un chiaro segnale che Berlusconi non fa più paura.
Aldo Grasso
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
“ANNOZERO” FINISCE LA STAGIONE IN RAI: MISSIONE COMPIUTA PER I BERLUSCONES… LA BECERODESTRA CHE NON SA CONFRONTARSI E PRODURRE PROGRAMMI ALTERNATIVI DI QUALITA’ PREFERISCE FAR TACERE CHI DISSENTE…PER LA RAI UN BAGNO DI MILIONI, DI CUI DUE A SANTORO
Chi in queste ore ha parlato con Michele Santoro lo descrive rassegnato a questa soluzione. Non furioso come in altre occasioni, nè tanto meno contento di vedere chiudere così, con la risoluzione del contratto, l’avventura di Annozero.
Dispiaciuto, esasperato di sentirsi a malapena tollerato da un’azienda in cui è campione di ascolti. «Sembra che gli sia concesso andare in onda solo perchè c’è una sentenza a stabilirlo, come se non contassero i sei milioni di spettatori che quest’anno gli hanno fatto vincere 16 prime serate su trenta. Non può rivedere minimamente il format, non può spostare manco una pianta che la Rai lo riprende», sottolinea un amico.
Tanto per capire quanto l’azienda pubblica punti sul suo conduttore da 21 punti di share, basti ricordare che non ha mai rinunciato a ricorrere in Cassazione contro la sentenza che ne ha disposto il reintegro.
Oggi il conduttore spiegherà in una conferenza stampa le sue motivazioni.
E forse svelerà anche la sua prossima destinazione, su cui le voci si rincorrono senza trovare una conferma ufficiale.
Gli amici giurano: non ha ancora firmato nessun altro contratto.
Ma sono certe trattative con La7: nulla ancora di definitivo, non c’è la firma nero su bianco, ma sono talmente avanzate che si parla già della possibile disposizione oraria, una prima serata e due seconde serate.
E a darne conferma interviene lo stesso direttore del Tg de La7, Enrico Mentana, in apertura del telegiornale di ieri sera: «Con la nostra emittente le trattative, i rapporti, i discorsi ci sono stati: ora spetta a Santoro prendere la decisione definitiva».
Sciogliendo il contratto e «recuperando la piena reciproca autonomia decisionale», l’azienda pubblica non gli avrebbe infatti chiesto nessun patto di non concorrenza della durata di due anni, cosa che avviene spesso con i manager. E il fatto che non ci sia un accordo di questo tipo desta qualche inquietudine tra consiglieri di amministrazione, come Antonio Verro: «Sono molto preoccupato».
Quando l’anno scorso si parlò di una possibile risoluzione del contratto, trattata con l’allora dg Masi, venne subito stabilito che si sarebbe occupato di docufiction per l’azienda pubblica: evitando così di vederlo migrare su emittenti concorrenti insieme ai suoi milioni di fan.
«Sul raggiungimento dell’intesa non metto lingua – ha aggiunto Verro – la seguo con molto distacco perchè è frutto di una valutazione maturata tra il direttore generale e Santoro».
Un accordo su cui chiede di applicare la massima trasparenza il centrista Roberto Rao: «La Rai deve rendere pubblici tutti i particolari dell’accordo transattivo per permettere di sapere chi ha guadagnato e chi ha perso in questa operazione».
Già , perchè resta la domanda su quanto possa costare all’azienda pubblica chiudere il rapporto con Santoro.
Trapela una cifra: si parla di circa due milioni di euro per 24 mensilità di uscita agevolata. Di certo, comunque, l’ammontare della buonuscita deve essere inferiore ai 2,5 milioni: sopra questa cifra è necessario un passaggio in Cda che invece non è avvenuto.
Eppure, le voci di Viale Mazzini non danno ancora per escluso nemmeno un rientro in Rai tramite «altre e diverse forme di collaborazione», come recita il comunicato diffuso ieri.
Con il nuovo dg, Lorenza Lei, il conduttore ha avuto vari scambi e il rapporto, raccontano, è migliore – non ci voleva molto – rispetto a quello turbolento col predecessore Masi.
Si vocifera della possibilità che si occupi di eventi per la Rai, o comunque di un trasloco in altra forma ma sempre nell’orbita dell’azienda pubblica.
Anche se dall’opposizione c’è chi scuote la testa: il sospetto è che la testa di Santoro (e la fine di Annozero) sia il prezzo da pagare perchè tutti gli altri programmi invisi alla maggioranza tornino regolarmente in tv in autunno.
Francesca Schianchi
(da “La Stampa“)
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
NESSUNA RIDUZIONE DELLE TASSE, NESSUN VICEPREMIER, ALFANO NON MOLLA LA POLTRONA DI MINISTRO, I MINISTERI AL NORD SI RIDUCONO A QUALCHE UFFICIO DI RAPPRESENTANZA, AI REFERENDUM “CI SI ADEGUERA'”… PIU’ FITTE LE DELEGAZIONI DEI COMPAGNI DI MERENDA CHE LE IDEE PARTORITE DAL CONCLAVE DI ARCORE
“L’alleanza con la Lega è solida, andiamo avanti fino a fine legislatura”. 
Il ministro della Giustizia e neosegretario del Pdl Angelino Alfano ci prova a riassumere le circa tre ore inutili di vertice tra i bolliti Umberto e Silvio
Sul tavolo c’era la strategia dell’esecutivo per rispondere al risultato catastrofico delle amministrative, l’atteggiamento del Carroccio e la questione economica.
E proprio sul fisco non si segnalano passi avanti. “Taglio delle tasse? E’ programmata la riforma fiscale, poi vedremo cosa si potrà fare” glissa Silvio Berlusconi, aggiungendo poi un’espressione ancor più aggrovigliata che suona molto come una dichiarazione di impotenza: “Noi vogliamo sempre farlo, ma bisogna vedere se le condizioni ci consentiranno di farlo. L’intenzione è quella”.
Il presidente del Consiglio nega inoltre di aver parlato con la Lega del candidato premier nel 2013.
E si dice fiducioso sulla tenuta del governo: “Durerà fino alla fine della legislatura”.
In realtà , riferiscono alcune indiscrezioni, il Cavaliere si sarebbe trovato davanti un Bossi che prendendo in contropiede il suo interlocutore gli avrebbe chiesto di valutare la possibilità di prepararsi anche all’eventualità del voto anticipato. Davanti a questa possibilità fatta balenare dal ‘Senatur’ – riferisce chi ha partecipato all’incontro – da parte di Berlusconi non sarebbero arrivate però risposte chiare.
Il ministro Alfano nasconde la possibilità di una manovra entro giugno: “Abbiamo avuto un discorso di ordine generale e non era questa la sede in cui parlare in dettaglio ma ciò che importa politicamente è che si è ulteriormente rafforzata la volontà di andare avanti e concludere questa legislatura”.
Sembra, dunque, che Giulio Tremonti sia riuscito ad imporre la sua linea del rigore, accantonando la richiesta leghista di dare, almeno al momento, un segnale alla base con provvedimenti per le piccole e medie imprese o addirittura con un abbattimento di un punto percentuale di tutte e 5 le aliquote in vigore.
Alfano giura che “non si è parlato dell’ipotesi di nominare due vicepremier” (circolava l’ipotesi che il Carroccio ne volesso uno), mentre per quanto invece riguarda il suo ruolo di ministro della Giustizia rimanda a quando “la mia funzione di segretario entrerà nel vivo con la modifica dello statuto del Pdl”.
Passeranno mesi, per capirci., nulla pare più urgente, è una ritirata su tutta linea del fronte.
Al Nord dovrebbero essere dislocati degli uffici di rappresentanza di alcuni ministeri, pur se “altamente operativi”.
In pratica il nulla, tanto è vero che Alemanno ha dato volentieri l’assenso, visto che nulla si trasferirà da Roma.
Solo palle da spendersi, uso gonzi di Pontida.
Quanto ai referendum, il premier si è già detto pronto ad adeguarsi al voto popolare, l’importante è non mollare la poltrona.
Da sottolineare la presenza al summit del condannato in secondo grado per appropriazione indebita e ricettazione Aldo Brancher.
Un tocco di classe non guasta mai: nulla che non sia elegante.
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI E BERLUSCONI RAPPRESENTANO SOLO DUE VECCHI MARPIONI CHE NON VOGLIONO STACCARSI DALLE POLTRONE
Lontani i tempi dell’ormai famoso patto della crostata: si era poco dopo la vittoria dell’Ulivo nel ’96 e il segretario del Pds, Massimo D’Alema, ebbe l’idea di iniziare a dialogare con l’opposizione.
Gianni Letta si incaricò di organizzare una cena a casa sua, ospiti Berlusconi e il leader Massimo.
Tra l’antipasto e il secondo i due trovarono un accordo, che venne siglato davanti al dolce: un’eccellente crostata.
E D’Alema divenne presidente della commissione Bicamerale.
Oggi nella residenza di Arcore, più che un patto stretto con una crostata, vista la consistenza e l’età dei partecipanti, si potrebbe parlare di un patto della “prostata”.
E che, niente di più, rappresenta la proiezione plastica di due marpioni che non si staccano da incarichi e da immaginari collettivi: Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, con i rispettivi limiti, con gli staff immobili, con sensi ormai appannati da anni di battaglie e di esecutivi.
E che proprio per questo dovrebbero cedere il passo, ma non in maniera fittizia come fatto qualche giorno fa dal premier con Angelino Alfano alla guida del Pdl.
Ma realmente, e senza artifizi.
Quel patto, e oggi questo, danno il polso del paese.
Con mesi trascorsi senza il vero ricambio, dove le novità semplicemente hanno abitato altrove.
Dove, tra scuse per mascherare grandi sconfitte e giustificazioni infantili per depistare insinuazioni su abitudini personali, si è solo perso il senso della misura.
Già pronto il nuovo slogan, che suggellerà proprio il nuovo patto tra Silvio e Umberto: più pappagalli per tutti.
E arrivederci alla freschezza del nuovo.
(da “il Futurista“)
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
IL DOSSIER DI “ALTRAECONOMIA” SFATA PUNTO PER PUNTO TUTTE LE FALSE CREDENZE NATE INTORNO ALLA PRIVATIZZAZIONE DEL SERVIZIO IDRICO ITALIANO….GLI ACQUEDOTTI PUBBLICI NON SONO AFFATTO DEI COLABRODO ….GESTIONE PRIVATA FA RIMA CON BOLLETTA SALATA
Mito numero uno: gli acquedotti “pubblici” sono dei colabrodo. 
Falso: secondo i dati di Mediobanca, il peggiore, se consideriamo la dispersione idrica (litri immessi in rete e non fatturati/abitanti/lunghezza della rete gestita), è quello di Roma, dove l’acquedotto è affidato ad Acea, una spa quotata in borsa i cui principali azionisti sono il Comune di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone e Suez.
In vista del referendum del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha pubblicato un dossier “speciale” Lo scopo? Sfatare punto per punto tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. A partire dai costi.
Secondo il Conviri (Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), per i prossimi 30 anni servono circa 64 miliardi di euro per la manutenzione e l’ammodernamento delle reti idriche di casa nostra.
Due miliardi l’anno, una cifra standard necessaria in ogni caso, a prescindere dall’esito del referendum.
Di questi, il 49,7% è diretto al comparto acquedottistico (per nuove reti, impianti e per manutenzione) mentre il 48,3% alle fognature e alla depurazione.
A metterci i quattrini dovrebbero essere lo Stato, le Regioni e i Comuni d’Italia dato che quelli – spiega Pietro Raitano, direttore del mensile Altreconomia e curatore del dossier Speciale Referendum – sono “soldi delle nostre tasse, gli stessi che vengono usati anche per riparare le strade, per costruire il ponte sullo Stretto o per la Difesa”.
Ed ecco sfatato il secondo mito.
Con l’ingresso dei privati, la bolletta non si ridimensionerà . Al contrario, ai costi standard appena elencati se ne aggiungono altri.
Per fare i lavori infatti (gli stessi che dovrebbero fare gli enti pubblici) le aziende punteranno al risparmio tentando di “scaricare l’investimento sulle bollette, come previsto dalla legge”.
Dunque, nel conto di ogni italiano saranno inclusi, oltre ai lavori ordinari, “anche gli utili delle aziende”, spiega Raitano.
La concorrenza tra privati non basterà a contenere i costi. Anzi.
In assenza di ulteriori interventi normativi e in virtù della legge Galli del 1994, come modificata dal dl 152/2006, i costi di tutti gli investimenti sulla rete acquedottistica finiranno in bolletta.
Il business ringrazia. I consumatori non proprio perchè – conclude Raitano – pretendere tariffe più basse significherebbe – trattando con dei privati – “necessariamente un blocco degli investimenti”.
La privatizzazione della gestione dell’acqua prevista dal decreto Ronchi (numero 135 del 2009) ha dunque di fatto provocato un aumento dei costi.
A dimostrarlo sono anche le cifre del rapporto Blue Book che ha pensato di confrontare le tariffe della gestione privata con quelle in house.
Risultato?
Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l’1% in più).
Conferma la tendenza anche l’annuale dossier, realizzato dall’Osservatorio Prezzi & Tariffe di Cittadinanzattiva, dal quale si scopre che dal 2008 il costo dell’acqua non ha fatto che aumentare: la media è +6,7%, con aumenti del 53,4% a Viterbo (record nazionale), Treviso (+44,7%) Palermo (+34%) e in altre sette città , dove gli incrementi hanno superato il 20%: Venezia (+25,8%), Udine (+25,8%), Asti (+25,3%), Ragusa (+20,9%), Carrara (+20,7%), Massa (+20,7%) e Parma (+20,2%).
In generale, gli incrementi si sono registrati in 80 capoluoghi di provincia ma è la Toscana che si conferma la regione con le tariffe mediamente più alte (369 euro).
Costi più elevati della media nazionale anche in Umbria (339 euro), Emilia Romagna (319 euro), Marche, Puglia (312 euro) e Sicilia (279 euro) mentre capita spesso di trovarsi di fronte a differenze all’interno di una stessa regione: l’acqua di Lucca costa 185 euro in meno di quella di Firenze, Pistoia e Prato.
Stessa cosa in Sicilia: tra Agrigento e Catania lo scarto è di 232 euro. D’altra parte, la logica che muove ogni business degno di tale nome – scrive Luigino Bruni, docente di economia politica all’università Milano-Bicocca – è quella di fare utili, possibilmente a breve termine.
Il ragionamento fila: “Le imprese private hanno per scopo il profitto. Chi massimizza il profitto non tiene conto dell’ottimo sociale e difficilmente può essere controllato, nemmeno con un meccanismo di sanzioni”.
Sul tema dell’acqua poi sembra circolino tanti altri falsi miti.
Si dice, ad esempio, che la gestione privata della rete idrica sia molto efficiente. Sbagliato.
“Uno dei migliori acquedotti del nostro Paese – spiega Raitano – è quello di Milano, al cento per cento di gestione pubblica, dove l’acqua viene controllata più volte al giorno e le dispersioni sono minime”.
E’ quindi “dogmatico dire che la gestione privata garantisce una migliore gestione della rete. Le esperienze che si sono fatte in questi anni in Calabria, ad Agrigento, a Latina dimostrano che dove gli acquedotti sono passati in mano ai privati c’è stato solo un aumento delle tariffe”.
E’ successo in Calabria, dove alcuni sindaci della Piana di Gioia Tauro si sono visti raddoppiare la bolletta.
A San Lorenzo del Vallo, comune di 3.521 abitanti della provincia di Cosenza, il conto è salito da 100 a 190 mila euro l’anno perchè – spiega il sindaco – l’azienda che gestisce l’acqua in tutta la Calabria (la So.Ri.Cal) con concessione trentennale ha arbitrariamente aumentato la tariffa del 5%.
Una cifra, questa, pari all’intero bilancio del piccolo comune che, non avendo saldato il debito, e stato dichiarato moroso.
Privati o no, la gestione idrica pubblica in Italia sembra aver fallito. Il Belpaese spreca acqua continuamente.
Ogni giorno si perdono circa 104 litri di sangue blu per abitante, il 27% di quella prelevata. Considerando ogni singolo italiano si scopre che consumiamo a testa in media 237 litri di liquido al giorno: 39% per bagno e doccia, 20% per sanitari, 12% per bucato, 10% per stoviglie, 6% per giardino, lavaggi auto e cucina, 1% per bere e 6% per altri usi.
A fronte di un terzo dei cittadini che non ha un accesso regolare e sufficiente alla risorsa idrica, otto milioni di italiani non ne hanno di potabile e 95 milioni di litri di acqua che, ogni anno, vengono usati per l’innevamento artificiale.
Dunque il problema – conclude il dossier – non si risolve nemmeno affidando l’acqua ai privati che – per loro natura – tenderebbero a spostare le reti idriche nelle zone d’Italia più fruttuose.
Il punto semmai è la totale assenza di un piano normativo, economico ed amministrativo nazionale volto a finanziare e supportare le tecnologie necessarie.
In alcune regioni d’Italia mancano ancora gli Ato, ambiti territoriali ottimali, territori appunto su cui sono organizzati servizi pubblici integrati.
Come quello dell’acqua o dei rifiuti.
Giulia Cerino
(da “La Repubblica“)
argomento: Ambiente, denuncia, economia, Politica, radici e valori | 1 Commento »