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IL PREDONE DEL NORD CHE ORA CERCANO DI FAR PASSARE PER DEFICIENTE

Maggio 17th, 2012 Riccardo Fucile

FIN DALL’INIZIO DELLA SUA CARRIERA POLITICA, UMBERTO BOSSI ERA STATO MOLTO ATTENTO A MANTENERE IL CONTROLLO DELLA CASSA

Altro che presidente federale “a vita”: ora toccherà  al senatur venire espulso dal partito di cui è fondatore, sempre che non provveda egli stesso a autosospendersi.
La magistratura ritiene di avere elementi sufficienti per dimostrare che Umberto Bossi era consapevole dell’infedeltà  dei rendiconti amministrativi con cui la Lega ha movimentato i 18 milioni di euro incassati dallo Stato nell’agosto 2011.
Già  da quattro anni, inoltre, gli ignari contribuenti italiani versavano, Bossi consenziente, una “paghetta” mensile di cinquemila euro cadauno ai suoi figli Renzo e Riccardo.
Nè più nè meno un furto, perpetrato da un ministro della Repubblica
L’ex capo leghista, cui tutto si può rimproverare tranne l’assenza di fiuto, non a caso si era già  dimesso da segretario.
Fin dal 4 maggio, vigilia della batosta elettorale, si era rinchiuso in un insolito silenzio. Da allora il suo nome è scomparso dal bollettino delle iniziative di partito pubblicato quotidianamente su “La Padania”.
Difficilmente tornerà  a comparirvi.
Fine ingloriosa dell’”Idiota in politica”, che idiota certo non era. Faremmo torto, difatti, all’intelligenza di Bossi, prendendo sul serio la leggenda su cui Maroni ha impostato la rifondazione leghista: Umberto leader integerrimo cui la moglie e i figli avrebbero fatto perdere la testa; o che l’ictus del 2004 avrebbe lasciato alla mercè di un “cerchio magico” profittatore.
Stiamo parlando dell’uomo con cui Berlusconi e Tremonti giocavano di sponda nei più delicati equilibri di governo, concedendogli un potere spropositato.
Trattarlo come un deficiente che firma i bilanci senza accorgersene — ieri ci ha provato ancora Flavio Tosi — è un trucco che non funziona più.
Superato lo choc, prevedo che il nuovo stato maggiore leghista ne prenderà  atto.
Del resto, quale può essere la credibilità  di questi dirigenti che fino a ieri dichiaravano inconcepibile una Lega senza Bossi, e fino all’altro ieri magnificavano le virtù politiche del figlio destinato alla successione?
Mentivano per convenienza e per timore, ben consapevoli del rischio di venire espulsi al minimo cenno di dissenso, o per lo meno di venire emarginati dal palcoscenico redditizio delle adunate di partito
Fin dagli albori della sua carriera politica Bossi è stato attentissimo a mantenere il controllo della cassa.
Non per arricchirsi, ma per comandare.
La sua astuzia popolana è sempre stata intrisa di diffidenza. Praticava la tecnica della sottomissione nella cerchia degli adepti e verificava la loro fedeltà  facendogli ingoiare il suo dispotismo.
Che amasse la vita rustica e sregolata disdegnando il lusso, spiega il suo successo di leader populista ma resta ben fragile attenuante.
La disinvoltura con cui attingeva ai finanziamenti di un partito che — incoraggiato da chi gli ruotava intorno — considerava emanazione inscindibile dalla sua persona, spiega l’assoluta indifferenza di Bossi alle regole dello Stato e a ogni norma statutaria. In uno dei suoi ultimi comizi, per giustificare il pagamento con soldi pubblici dell’appartamento romano di Calderoli, disse proprio così: “I soldi sono nostri, se vogliamo possiamo anche buttarli dalla finestra”.
È questa la sua idea di onestà , magnificata ieri da Tosi, Boni, Borghezio, Salvini e compagnia.
Piace ricordare ancora che Piergiorgio Stiffoni, l’altro dirigente leghista autosospeso, già  membro della tesoreria insieme a Belsito e Castelli, prima di venir sottoposto a indagine per distrazione di fondi pubblici al Senato, si distingueva per le sue odiose sortite razziste contro gli immigrati e gli omosessuali, giunte fino all’evocazione delle camere a gas: un personaggio ben meritevole di cotanto disonore.
Non per banale rivalsa è giusto ricordarlo, ma anche per spiegare la crisi così repentina del movimento leghista cui stiamo assistendo.
Deflagrato come questione morale, e senza dimenticare che la spregiudicatezza leghista si acutizza nel corso dell’alleanza ultradecennale col partito di Berlusconi, il declino del Carroccio trae origine dall’anacronismo divenuto all’improvviso evidente della sua offerta politica.
È come se d’un colpo l’ampiezza dei fenomeni globali — dalla crisi sprigionatasi nel cuore dell’economia occidentale, alla primavera araba — avesse rivelato l’inadeguatezza culturale del populismo al governo.
Non dimentichiamolo: Bossi è stato un ministro insignificante, prima che un leader arraffone.

Gad Lerner
(da “La Repubblica“)

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LUSI: “TUTELAVO RUTELLI, HO DATO 70.000 EURO A RENZI, QUANDO HO LASCIATO IN CASSA C’ERANO 20 MILIONI DI EURO”

Maggio 17th, 2012 Riccardo Fucile

IL TESORIERE DELLA MARGHERITA, ASCOLTATO A PALAZZO MADAMA, SI DIFENDE: “FACEVO CIO’ CHE MI DICEVANO”….ASSEGNI ANCHE A BIANCO

Renzi ha richiesto dei soldi, circa 100 mila, anzi 120 mila euro suddivisi in tre fatture, poi Rutelli mi ha chiesto di non pagargli la terza e così ho dato a Renzi solo 70 mila euro.
E’ questa una delle rivelazioni che Luigi Lusi, secondo l’Agi, ha fatto durante la sua audizione alla Giunta delle immunità  di palazzo Madama.
Lusi, sul quale pende la richiesta di arresto della Procura di Roma, ha consegnato una memoria con numerosi allegati, rivelando di aver già  detto tutto ai magistrati.
Nella Margherita – ha raccontato Lusi secondo quanto viene riferito – facevo semplicemente ciò che mi veniva detto. Agivo su mandato dei dirigenti e tutelando le varie componenti”.
L’ex tesoriere della Margherita ha sottolineato di aver dato dei soldi (ha parlato, riferiscono le fonti, di annualità  e di mensilità ) a varie fondazioni, tra cui quella di Rutelli e ad una fondazione chiamata “Centocittà “.
Ad Enzo Bianco, invece, veniva fornito – secondo il racconto di Lusi – un mensile di 3000 euro, poi passato a 5500.
Ad una società  di Catania legata al marito della segretaria di Bianco è stata fornita una cifra di circa 150mila euro, erogati – sempre secondo Lusi – tra il 2009 e il 2011. Secondo Lusi anche a Rutelli venivano fornite delle cifre ingenti in occasione delle elezioni.
In che modo venivano contabilizzate queste cifre?, gli hanno chiesto alcuni componenti della Giunta.
In modo da tutelare Rutelli, la risposta.
Ad alcuni determinati dirigenti della Margherita venivano erogate altre somme, che non venivano controllate da Lusi qualora a chiederle fossero degli esponenti di primo piano del partito.
Sempre secondo il racconto di   Lusi altri soldi venivano dati, attraverso bonifici o contanti, quandi deputati portavano le ricevute fiscali dei taxi affinchè venissero rimborsate.
Lusi ha parlato – secondo quanto si apprende – anche del fatto che molti dirigenti passati all’Api venissero pagati con i soldi della Margherita.
Altro particolare rivelato da Lusi: quando il tesoriere ha lasciato il suo incarico nelle casse della Margherita c’erano 20 milioni, soldi che – secondo l’accusa di Lusi – ora sono stati utilizzati da Rutelli affinchè vengano restituiti ai cittadini.

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TOSI PEGGIO DEI VECCHI NOTABILI DC: DISTRIBUISCE POLTRONE E VINCE LE ELEZIONI

Maggio 17th, 2012 Riccardo Fucile

IL NUOVO CHE AVANZA: 130 NOMINE E UNA LEGGE DI CALDEROLI DA AGGIRARE…NON POTREBBE CONCORRERE ALLA PRESIDENZA DELLE PARTECIPATE CHI E’ STATO IN CONSIGLIO COMUNALE NEGLI ULTIMI TRE ANNI

Sono giorni di intenso lavoro per il sindaco rieletto di Verona Flavio Tosi: da una parte c’è il congresso nazionale, dall’altra una città  da riorganizzare, che, in termini politici, significa assegnare circa 200 nuove poltrone, Giunta esclusa.   Per quanto riguarda la corsa al congresso l’altra sera il primo cittadino di Verona era nella “tana del lupo” a Treviso, e precisamente a Riese Pio X, dove si è riunito lo stato maggiore dei “rottamatori” che lo sostengono.
E nel discorso fatto alle 130 persone presenti (una cena riservata a politici e tosiani’ locali) c’è una frase che fa spellare e mani dagli applausi: “Ho la tessera della Lega da vent’anni, ma ho un nuovo modo di fare l’amministratore, con il congresso possiamo fare pulizia”.
Ad appoggiare il sindaco veronese c’è anche l’ex “sceriffo” di Treviso Giancarlo Gentilini, che ha ancora molto ascendente sulla frangia ‘tradizionalista’ del leghismo trevigiano.
Tosi se la vedrà  con la parte ortodossa del partito, rappresentata da Gianantonio Da Re, trevigiano doc, molto legato al segretario Gianpaolo Gobbo.
La proiezione nazionale però non distrae Tosi dagli impegni della sua città , perchè ora c’è un bel po’ di gente da sistemare nei vari enti pubblici e partecipati.
Prima di tutto c’è la formare la giunta, che va spartita tra le due liste Civica Tosi e Lega Nord. Le nomine potrebbero arrivare oggi stesso.
Gli assessorati sono 10, sei o sette dovrebbero andare alla Civica e tre o quattro al Carroccio.
Per quanto riguarda la Lista dovrebbe rimanere al suo posto l’assessore all’urbanistica e vicesindaco Vito Giacino, cui potrebbe andare anche la delega dell’edilizia privata, vista la diminuzione degli assessorati di tre unità .
Quasi certa la riconferma di Pierluigi Paloschi al Bilancio, Enrico Toffali agli Enti e Personale e Gigi Pisa a Strade e Giardini.
Un po’ meno scontati i nomi di Alberto Benetti a cui dovrebbe andare la delega per l’Istruzione, Anna Leso ai servizi sociali, Marco Giorlo allo Sport e
Stefano Casali alla Cultura.
La delega al decentramento se la giocano Antonino Lella e Massimo Mariotti. Il leghista Luca Zanotto è invece il candidato favorito alla presidenza del consiglio regionale.
Ma c’è una partita ancor più difficile e più remunerativa (per chi la vince): ovvero le poltrone degli enti e delle municipalizzate.
Sono infatti in scadenza i Cda delle aziende partecipate come Amia
(multiservizi igiene ambientale), Agsm (elettricità  e gas), Amt
(Mobilità  e trasporti).
La deadline è il 30 giugno, 132 le nomine da fare (tra presidenti e consiglieri), alcune delle quali molto ben retribuite, basti pensare che lo stipendio capo della società  del gas è di 50mila euro l’anno.
Per ora non è in discussione la riconferma del suo attuale presidente Paolo Paternoster, leghista doc che passerà  indenne alla vivace campagna elettorale rimanendo saldamente accorato al suo scranno.
Cambio in vista per la Multiservizi per l’igiene ambientale di Stefano
Legramandi, che non si era candidato alle elezioni e che quindi ora potrebbe uscire di scena.
All’azienda che si occupa della gestionedella case comunali potrebbe rimanere Giuseppe Venturini, uomo di Brancher.
Le indennità  ammontano complessivamente a oltre 400mila euro solo per le partecipate, e singolarmente sono calcolate in funione di quella del sindaco, ovvero 90.235 euro.
La nuova legge introdotta con l’ultima finanziaria stabilisce che chi ha ricoperto la carica di consigliere comunale negli ultimi tre anni non potrà  essere nominato nel Cda di una società  partecipata dal Comune.
Ma a quanto pare ci sarebbe già  una squadra di tecnici comunali al lavoro per capire se il divieto di nomina voluto dalla legge Calderoli sia tassativo o no. La legge c’è e appare chiara, ma c’è chi dice che l’asticella potrebbe crollare con una ‘interpretazione autentica’ della norma.
In ballo ci sono ancora Consorzio Zai, Veronamercato e la Fiera, dov’è in scadenza Ettore Riello, Pdl frondista anti-Berlusconi, che rischia di pagare il tracollo elettorale del partito all’ultima tornata amministrativa.
Restano poi Autobrennero, Parco Scientifico e Aeroporto Catullo.
Per quanto riguarda il Catullo ciò che destaattenzione non è tanto la nomina, ma lo shopping societario.
Ci sono infatti voci insistenti che danno Vito Gamberale, ad di F2i a caccia di azioni dell’aeroporto di Villafranca Veronese.
Gamberale è indagato dalla procura di Milano per la vedita delle quote Sea proprio a F2i (con una gara “fatta su misura” per la società  di Gamberale, dicono le intercettazioni).
Ma visto il buco milionario, la partecipazione F2i farebbe comodo anche allo stesso ente aeroportuale, in cerca di liqidità  per   sostenere investimenti previsti a breve.
Un incontro tra Gamberale, presidente della Fondazione Cariverona e il sindaco Tosi sarebbe già  avvenuto ad aprile.

Luca Telese blog

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UN ALTRO SENATORE LEGHISTA INDAGATO: TOCCA A ENRICO MONTANI

Maggio 17th, 2012 Riccardo Fucile

PER IL CASO GIACOMINI PERQUISITI GLI UFFICI DI VERBANIA DELL’ESPONENTE LEGHISTA, PRESIDENTE DELLA LOCALE SQUADRA DI CALCIO

Clamoroso sviluppo della vicenda Giacomini, che ha visto finire in carcere Corrado ed Elena Giacomini, titolari dell’azienda, e Alessandro Jelmoni, faccendiere già  coinvolto nel crac della Parmalat, e arrestato dalla polizia giudiziaria di Milano.
I carabinieri hanno oggi perquisito gli uffici di Verbania del senatore della Lega Nord, Enrico Montani, patron del Verbania calcio, che risulta anche iscritto nel registro degli indagati. Dagli uffici di corso Garibaldi a Intra sono state sequestrate alcune carte.
Perquisizioni oggi anche nell’ufficio di Mariella Enoc, presidente di Confindustria Piemonte, che al momento però non è indagata e smentisce un suo coinvolgimento nella vicenda.
Ascoltato anche come persona informata dei fatti William Malnati, funzionario dell’ufficio legislativo dei gruppi della Lega Nord e presidente dell’Aspen di Varese.
A Malnati sono stati chiesti chiarimenti sugli atti presentati dal senatore Montani tra il 2011 e il 2012.
In particolare un emendamento di Montani legato agli incentivi per l’utilizzo delle energie rinnovabili.
Un ambito che interessava al gruppo Giacomini.
Nell’ambito di questa inchiesta ieri, dopo aver ricevuto un avvisio di garanzia, si era dimesso il sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini.
Secondo le accuse avrebbe aiutato i fratelli Giacomni a costituire un fondo nero in Lussemburgo.
Una consulenza da 1 milione 800 mila euro in gran parte versata in nero all’estero.

(da “La Stampa”)

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SU COSA SI BASANO LE ACCUSE DEI PM A UMBERTO BOSSI

Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile

INTERCETTAZIONI , DOCUMENTI, LE TESTIMONANZE DI BELSITO E DEL SENATUR…UN RENDICONTO TAROCCATO E LE AMMISSIONI DELLA DELGRADA

La nuova svolta nell’indagine, che fa dunque un salto di qualità , è arrivata prima dell’ora di pranzo, quando al Senatur, che si trovava da solo nel suo ufficio in via Bellerio, i militari della Guardia di Finanza hanno consegnato un’informazione di garanzia.
Tre paginette firmate dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pubblici ministeri Roberto Pellicano e Paolo Filippini per comunicargli che in qualità  di segretario federale, e dunque legale rappresentante del partito, è arrivato il momento di nominare un difensore, in quanto è sotto indagine assieme a colui al quale ha affidato il delicato compito di amministrare i soldi del movimento.
La contestazione: un presunto sperpero di denaro pubblico per una cifra che si aggira attorno ai 18 milioni di euro.
Tant’è la somma dei rimborsi elettorali liquidata lo scorso agosto da Camera e Senato in base a un rendiconto ritenuto non veritiero, firmato da Belsito e controfirmato da Bossi.
Un rendiconto redatto con buona pace della legge del 1999, che quei rimborsi (così come i finanziamenti ai partiti) dovrebbe regolare e che ora in molti chiedono di cancellare.
“Ho già  detto che mi sento sereno e confido nella magistratura”, è stato il commento di Umberto Bossi sulla vicenda. “E con questo atto giudiziario avrò finalmente la possibilità  di difendermi e di mostrare a tutti la mia totale estraneità  rispetto alle accuse che mi verranno mosse”.
Le carte dell’inchiesta.
A convincere i magistrati milanesi a indagare il Senatur sono stati una serie di indizi venuti a galla dai documenti raccolti nel corso dell’indagine, dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni messe a verbale da Belsito e dall’allora suo braccio destro Nadia Dagrada.
Oltre ai rendiconti controfirmati da Bossi, ci sono riferimenti anche scritti sulla documentazione contabile acquisita che dicono che il Senatur avrebbe autorizzato a voce quelle spese per i pm impossibili da giustificare sotto il capitolo attività  politica.
Basti pensare a una delle tante lettere spuntate dalla cartelletta ‘The family’, sequestrata a Belsito, in cui Riccardo Bossi, nel fare i conti delle sue uscite personali all’ex tesoriere, aggiunge di averne “parlato con papà “.
Riccardo fa poi un elenco di alcuni suoi debiti e spese da saldare, tra cui alcuni pagamenti relativi a cause legali.
Le intercettazioni. I dialoghi intercettati fra Belsito e la Dagrada hanno fatto un po’ da canovaccio in questa vicenda di malagestione dei soldi pubblici, laddove, come hanno annotato gli investigatori, “entrambi convergono che è Bossi che deve autorizzare” e “che lui sa bene cosa rischia”.
Oppure quando, a proposito degli investimenti a Cipro e Tanzania, l’allora amministratore parla di un “capo (…) molto nervoso perchè ha paura che i soldi non rientrano”.
Infine, le affermazioni rese agli inquirenti. Belsito, interrogato qualche settimana fa, aveva detto che Umberto Bossi sarebbe stato avvisato delle spese “più significative” effettuate per i suoi familiari, mentre la Dagrada (sentita come testimone) aveva ricordato non solo come il leader della Lega firmasse i rendiconti, ma anche un episodio: “Belsito mi ha sicuramente detto di aver registrato un suo colloquio con l’onorevole Bossi, colloquio nel quale aveva ricordato al segretario onorevole Bossi tutte le spese sostenute nell’interesse personale della famiglia (…) con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico. Non so se abbia effettuato tale registrazione”, che avrebbe voluto utilizzare, a caso ormai scoppiato, “come strumento di pressione, dal momento che volevano farlo fuori”.
La Guardia padana nel mirino.
I pm milanesi, che hanno riqualificato il reato contestato al consulente Paolo Scala, modificandolo da concorso in appropriazione indebita in riciclaggio, stanno effettuando accertamenti, fra l’altro, sui finanziamenti, pare circa un milione e mezzo tra il 2008 e il 2011, alla Guardia padana. In più stanno preparando gli atti da trasmettere ai colleghi romani che riguardano Stiffoni.
A pesare sulla sua iscrizione nel registro degli indagati per peculato, oltre a riscontri contabili, ci sono le parole del capogruppo al Senato della Lega, Federico Bricolo, sentito come persona informata sui fatti.
Da una prima ricostruzione dei magistrati milanesi ci sarebbero diversi travasi e rientri di denaro dal conto Bnl del Senato a quello personale di Stiffoni – tutti e due sono a Roma – che hanno fatto ipotizzare operazioni anomale che si aggirano attorno ai 500mila euro.
Una cifra che però sarà  oggetto di ulteriori approfondimenti da parte della Procura capitolina.
La signora Bossi e Rosy Mauro.
I pm stanno ancora esaminando le posizioni della moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, e della vicepresidente del Senato, Rosy Mauro.
La moglie del Senatur avrebbe ricevuto almeno 300mila euro da Belsito da destinare alla scuola Bosina, da lei fondata a Varese.
La vicepresidente del Senato, espulsa dal Carroccio, avrebbe invece ricevuto ingenti somme per il sindacato padano Sinpa, provenienti dalle casse della stessa Lega.

(da “La Repubblica”)

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FALSI INVALIDI, AFFARI DI CAMORRA: NUOVA ONDATA DI ARRESTI A NAPOLI

Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile

PER AVER OTTENUTO UNA PENSIONE INPS CON DOCUMENTAZIONI NON VERE FERNATE ALTRE 56 PERSONE…CUSTODIA CAUTELARE PER LA MOLGIE E LA SORELLA DEL BOSS DELLA CAMORRA DI FORCELLA…IN MANETTE 287 PERSONE…NEL CENTRO STORICO I PROCACCIAOTRI DI HANDICAPPATI IN PIENA SALUTE

Ancora arresti a Napoli nell’ambito di una indagine iniziata nel 2009 dai carabinieri sulle pensioni di invalidità  con accompagnamento erogate dall’Inps e indebitamente ottenute mediante falsa documentazione.
Con l’accusa di truffa aggravata, contraffazione di sigilli, falso ideologico e materiale, distruzione di atti, sono finite in carcere 4 persone, mentre per 52 il gip del tribunale partenopeo ha concesso il beneficio dei domiciliari.
Sequestrati anche beni per 2 milioni.
In manette sono finite anche due donne “eccellenti”, la moglie e la sorella del boss della camorra di Forcella, Raffaele Stolder.
Dalle indagini, coordinate dal pm Giancarlo Novelli, è emerso che entrambe, da diversi anni, percepivano pensione di invalidità  ed indennità  di accompagnamento, perchè “affette da gravi disturbi psichici”.
A Patrizia Ferriero, moglie di Stolder, arrestata nei giorni scorsi per associazione camorristica, la misura cautelare è stata notificata in carcere.
La cognata Assunta, invece, ha avuto il beneficio degli arresti domiciliari.
Ferriero è la madre di Nunzia Stolder, eletta negli anni scorsi nelle liste del Pdl nel consiglio circoscrizionale del quartiere San Lorenzo Vicaria.
Le indagini che hanno portato all’operazione sono cominciate nel 2009, affidate alla Sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della procura della Repubblica di Napoli con un apposito pool costituito da tre magistrati. Fino hanno consentito l’arresto di 287 persone ed il sequestro di beni mobili ed immobili per un valore complessivo di oltre 10 milioni.
Le indagini che hanno portato agli arresti di oggi hanno permesso di verificare il coinvolgimento anche di persone collegate alla criminalità  organizzata nella truffa ai danni dell’ Inps, facendo emergere l’ipotesi che i proventi delle false pensioni di invalidità  possano costituire un ulteriore canale di approvvigionamento economico a favore di persone direttamente o indirettamente collegate a gruppi camorristici.
Tale dato è stato confermato anche da una recente sentenza di condanna del Tribunale di Napoli a otto anni di reclusione di alcune persone – organiche ad un clan camorristico radicato nel centro storico di Napoli – arrestate nel febbraio 2011, che agivano quali procacciatori di falsi invalidi
I destinatari della misura cautelare emesse dal gip sono persone che, mediante falsa documentazione, hanno indebitamente ottenuto pensioni di invalidità , comprensive di indennità  di accompagnamento, causando all’Inps un danno di oltre 2 milioni di euro.
Nel corso delle indagini si è verificato anche un tentativo di ostacolare l’attività  degli inquirenti, realizzato mediante la distruzione di documentazione medica e amministrativa contraffatta.

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MUTUI E TITOLI: CHE SUCCEDE SE SI LASCIA L’EURO

Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile

LA SVALUTAZIONE DELLA MONETA NAZIONALE E L’AUMENTO DEI TASSI DI INTERESSE

La finanza fatta con i «se» è inattendibile. Quasi come la fantascienza.
Eppure le ipotesi, a volte, sono l’unica chiave a disposizione per cercare di capire meglio la realta.
Che cosa succederebbe ai cittadini, greci ed europei, se davvero Atene decidesse di abbandonare l’euro? La verità  è che nessuno lo sa.
Perchè l’Unione monetaria ha solo porte per entrare e nessuna finestra giuridica per uscire. E quindi la crisi aperta da un singolo abbandono non trova paragoni storici a cui fare riferimento.
Alcuni meccanismi che potrebbero mettersi in moto – la svalutazione, la sorte dei tassi di interesse e dei titoli di Stato – sono però assimilabili ad altre situazioni di grande tensione che i mercati, in maniera molto meno interconnessa, hanno vissuto anche in passato.
IL RICORDO
Per gli italiani, per esempio, l’idea della svalutazione (a cui la dracma andrebbe incontro immediatamente dopo il divorzio) chiama subito il ricordo del 1992, quando il nostro Paese venne costretto ad abbandonare lo Sme, il sistema monetario europeo, dopo un furioso attacco speculativo.
Il dopo è storia, non finanza fatta con i «se». Tra maggio e ottobre la lira perse il 25% rispetto al marco tedesco.
Nel periodo successivo i Bot andarono al 17%, l’inflazione schizzò e i titolari di un mutuo in Ecu – il paniere che rappresentava le divise europee – o in altre monete straniere maledissero la scelta extra valutaria. Perchè la lira perse terreno rispetto a tutte le monete forti.
Più o meno quello che potrebbe succedere ai greci. I meccanismi sono gli stessi, ma il contesto è davvero molto diverso.
Lo Sme era solo un sistema di cambi, i destini dell’Unione monetaria non erano ancora legati come lo sono ora.
Che cosa succederebbe? Nella speranza che il «se» rimanga tale e che non si debba passare all’indicativo, qui abbiamo cercato di spiegare solo i primi passi di un’eventuale crisi da distacco dal punto di vista di un piccolo risparmiatore.
IL CAMBIO
Addio conversione fissa a quota 340,75 Dracma in caduta libera fino al 70%
La dracma ha cessato di esistere per gli scambi finanziari il primo gennaio 2001, quando titoli e depositi di Atene vennero convertiti in euro al cambio fisso di 340,75. La moneta greca, che ha un bel nome antico, eredità  dei fasti ellenistici delle città -stato, ha continuato però a rimanere fisicamente nelle tasche dei cittadini, tra spiccioli e banconote, fino ai primi mesi del 2002.
Esattamente come è accaduto a lira, marco, franco francese, peso spagnolo e a tutte le valute degli undici Stati che già  utilizzavano la moneta unica per il calcolo del valore delle attività  finanziarie dal primo gennaio 1999.
Che cosa succederebbe oggi se Atene decidesse unilateralmente di resuscitarla?
L’idea più accreditata è che si riparta da quella parità  calcolata nel 2001: 340,75 dracme per un euro. Un valore che, all’apertura dei mercati, resisterebbe forse per qualche centesimo di secondo.
La svalutazione sarebbe immediata e violenta.
Tra gli analisti c’è chi dice che la dracma potrebbe perdere tra il 40 e il 50%, qualcuno si spinge fino a dire il 70%.
In pratica per comprare un euro ci vorrebbero 5-600 dracme, non ne basterebbero più 340,75, come nella «fotografia» all’ingresso dell’Unione.
Una dracma debole sarebbe un vantaggio per chi esporta, ma la Grecia non è un grande produttore industriale.
In questo momento le dimensioni delle sue importazioni sono il doppio dell’export. La moneta debole sarà  invece un grosso svantaggio per l’acquisto di petrolio e altre materie prime. Un handicap per le aziende e per i singoli che vedranno schizzare alle stelle la benzina, il gas e il costo della vita.
I MUTUI
Per un prestito da 100 mila euro la rata vola a mezzo stipendio medio.
E ai mutui che cosa succederebbe?
A meno che il contratto non preveda clausole di salvaguardia valutaria (ed è un caso quasi impossibile nella realtà ) avere acceso un prestito ad Atene non sarà  una passeggiata, a partire dalla prima rata dopo l’addio alla moneta unica.
Ipotizziamo che un debitore greco abbia un mutuo residuo per 100 mila euro.
Che cosa potrebbe succedere in caso di svalutazione della dracma del 25% rispetto a quel 340,75 con cui Atene entrò nell’euro?
Ipotizziamo che il mutuo sia di 20 anni, che paghi un tasso del 5% e che il debitore oggi abbia uno stipendio di 2000 euro.
Oggi la rata sarebbe di 660 euro al mese, pari a circa un terzo dello stipendio.
Domani con il ritorno della vecchia valuta greca, lo stipendio del nostro debitore diventerebbe di 681.500 dracme (applicando la parità  del 2001) indipendentemente da quello che succede sul mercato finanziario.
Il mutuo però, rata per rata, verrebbe ricalcolato sul tasso di cambio del momento e si «mangerebbe» fino al 41% dello stipendio, anche se il prestito fosse a tasso fisso.
E se la svalutazione fosse più alta?
Se hanno ragione gli analisti che vedono la dracma in caduta libera del 50% e più, la stessa rata potrebbe arrivare a coprire anche la metà  dello stipendio, cioè mille euro al mese.
Con l’altra metà  il debitore dovrebbe comprarsi il necessario per vivere, che presumibilmente, costerà  molto di più. In questo scenario è abbastanza facile immaginare che il numero dei debitori che riescono a far fronte ai loro impegni scenda ogni giorno di più.
GLI OBBLIGAZIONISTI
Cosa spetterà  ai creditori esteri? I loro bond perderanno valore.
I titoli di Stato della Grecia, convertiti in euro per Capodanno del 2001, dopo l’adesione formale di Atene al trattato, si troverebbero di nuovo tramutati in dracme. Fanno eccezione (e quindi rimarrebbero in euro) solo i bond emessi sotto altre legislazioni, per esempio in Lussemburgo.
Che cosa succederà  allora a chi possiede quei titoli? Il ritorno alla dracma non è forse il principale problema.
Nei mesi passati, la rinegoziazione del debito greco è stata una lunga e dolorosa trattativa, conclusa con un accordo complesso, dove, in estrema sintesi, i creditori hanno accettato un hair cut, un «taglio di capelli» come si dice tecnicamente e metaforicamente sui mercati, superiore al 70%.
I maggiori debitori della Grecia sono istituzioni finanziarie europee e non, cui fanno capo circa 245 miliardi.
Ma le obbligazioni greche sono anche in qualche portafoglio privato, visto che nel processo di rinegoziazione sono stati coinvolti anche molti piccoli risparmiatori. In caso di addio, dunque, potrebbe aprirsi la strada di una ulteriore trattativa, che interromperebbe le attese di rimborso nel tempo di quel 25-30% di valore rimasto in mano ai creditori esteri.
Oltre agli effetti collaterali sul sistema bancario, che si troverebbe a fare i conti con nuove possibili minusvalenze da conteggiare, per gli investitori privati grandi e piccoli si riproporrebbe uno scenario simile a quello seguito al default dell’Argentina.
Una lunga trattativa con il governo, difficile da portare avanti e con pochissime certezze sul risultato finale.
I TASSI
Si stampa moneta per finanziarsi L’inflazione finisce fuori controllo.
I tassi di interesse della Grecia senza l’euro potrebbero essere diversi da quelli già  elevatissimi che il mercato fa pagare ad Atene da quando è cominciata la crisi.
Nei momenti peggiori il rendimento dei decennali è arrivato al 31%, oggi viaggia intorno al 29%.
E lo spread, la differenza tra il Bund tedesco e il titolo di Atene, è pari all’astronomica grandezza di 2.600 punti.
Una distanza pari a sei volte quella che in questi giorni separa il Btp italiano dal titolo decennale di Francoforte (440).
I titoli brevissimi– quelli a tre e sei mesi–oggi pagano «solo» il 4,7%, ma questa grandezza non potrebbe certo essere rappresentativa del costo del denaro greco dopo un eventuale abbandono della moneta unica.
Dove potrebbero arrivare i tassi? È facile immaginare un’inflazione e un costo del denaro a due cifre (15-20%), dicono molti economisti.
Una situazione che renderebbe molto difficile la vita di tutti gli indebitati, sia sul fronte delle aziende pubbliche che su quello dei privati cittadini.
«Per il governo diventerebbe molto difficile finanziarsi emettendo altri titoli che nessuno sul mercato sarebbe disponibile a comprare–spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo –. Resterebbe la via impervia delle tasse e quella, più facile, del battere moneta».
L’addio della Grecia avrebbe poi ripercussioni sui rendimenti degli altri Paesi dell’euro.
Il Bund potrebbe retrocedere ancora, mentre il resto d’Europa pagherebbe dazio con spread più elevati. A seconda delle fragilità .

Giuditta Marvelli e Gino Pagliuca
(da “Il Corriere della Sera”)

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I PIRATI TEDESCHI: “SIAMO UN VERO MOVIMENTO POPOLARE”

Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile

IL PIRATENPARTEI IN GERMANIA VELEGGIA OLTRE IL 10%…SI BATTONO PER LA PRIVACY E IL FILE SHARING, PRENDONO LE DISTANZE DA GRILLO E CERCANO IL CONFRONTO ORIZZONTALE

Sono la novità  politica del momento. Nei sondaggi veleggiamo oltre le due cifre e anche nel Nord-Reno Vestfalia, la regione più ricca e popolata della Germania, domenica hanno portato a casa il 7,7 per cento.
Parliamo del Piratenpartei, naturalmente, il partito dei pirati informatici tedeschi. Si battono per la difesa della privacy e del file sharing, prendono le distanze da Grillo ma, soprattutto, con la loro formazione “hacker” puntano tutto su strumenti informatici di confronto orizzontale.
Di ciò abbiamo parlato con Carlo Von LynX.
Carlo, come è cominciato tutto?
I politici erano sempre molto interessati ai temi digitali,ma poi alla fine facevano sempre quello che dicevano i lobbisti. Quando in Germania hanno proposto una legge che con la scusa di colpire la pedopornografia voleva censurare Internet, ci siamo dati da fare.
Tu come ti sei avvicinato?
Dopo l’europee del 2009: prendemmo l’un per cento, ma capimmo che potevamo crescere.
Per iscriversi bisogna prendere una tessera?
Sì, anche se in realtà  si tratta di un foglio di carta che si può anche mandare via posta. Online non ci si può iscrivere: è troppo rischioso per la riservatezza dei dati
Un iscritto che diritto ha?
Il diritto più bello è la partecipazione al LiquidFeedback, il software al centro della proposta pirata, uno strumento di partecipazione ideato da scienziati politici vicini al partito che non fa altro che simulare un’assemblea permanente. Si discutono idee e proposte, dalle iniziative ai volantini. Ogni discussione è votabile ed emendabile in tempo reale: vince chi riceve più consensi. Questo vale anche per nominare delegati, incarichi ed esperti sui singoli tempi.
In quanti siete?
In Germania trentamila.
LiquidFeedback è uno strumento solo per i membri?
Sì, è necessario avere una identificazione per essere sicuri che dietro ogni account ci siano persone.
Quanto costa iscriversi?
36 euro l’anno, 3 euro al mese
Quali strutture avete?
Il minimo necessario previsto dalla legge tedesca sui partiti: board regionali e nazionali, loro rappresentanti e figure amministrative. Devono tutti riflettere esattamente le decisioni che abbiamo preso collettivamente.
Come li eleggete?
In assemblee tradizionali anche se nel nostro caso partecipa chiunque lo voglia. Si vota usando le classiche schede. Fondamentale è il voto segreto.
L’ultima assemblea?
Qualche settimana fa, con circa 1500 partecipanti.
Non votate su Internet?
No: riteniamo insormontabile il problema di rendere davvero sicuro un voto online.
Siete virtuali e reali…
Siamo diventati un partito molto reale: tantissimo lavoro si fa nei raduni settimanali nei quartieri. Solo qui a Berlino abbiamo cinque gruppi locali
A qualcuno di voi sono scappate frasi tipo “cresciamo come i nazisti”…
Siamo nuovi all’agone politico. Dobbiamo imparare ad aspettarci che una nostra frase possa essere estrapolata. Ma siamo assolutamente anti-nazi.
Avete a cuore solo i diritti “digitali”?
Siamo entrati in politica per difendere i nostri spazi di libertà  su Internet. Ma abbiamo capito presto che la politica è dominata dal lobbismo e che dobbiamo occuparci di tutto. Col LiquidFeedback abbiamo una piattaforma nella quale il lobbismo non ha possibilità  di esprimersi
Chi vota i pirati?
Un recente sondaggio, lo stesso che ci assegna il 12-13 per cento a livello nazionale, dice che veniamo percepiti come “di centro” e siamo votati da tutte le età , a destra e a sinistra, all’est e all’ovest . Siamo un vero movimento popolare
Grillo dice di essere il vostro corrispettivo italiano
Beppe Grillo mi è sempre piaciuto. Ma ha imposto al Movimento Cinque Stelle uno statuto che lo rende capo di tutto: è un leader politico anche se dice di non esserlo. Lui e la sua ditta tengono il “copyright” del logo e del nome del movimento, possono espellere singoli, o gruppi di persone, quando gli pare. In questo modo il suo non è un movimento sufficientemente democratico: se Beppe Grillo mollasse l’osso e permettesse al 5 Stelle di diventare un movimento orizzontale; se cedesse il potere a una tecnologia come il LiquidFeedback, allora potrebbe essere assimilabile a noi.
Siete contro qualsiasi alleanza politica?
L’opposizione fondamentale a ogni alleanza è una delle caratteristiche della vecchia politica. Suona un po’ come “o siamo al governo o vi blocchiamo tutto”.
E voi?
Se abbiamo preso una decisione condivisa nel partito e se una proposta corrisponde a quella di un governo, o di un’altra forza politica, non abbiamo problemi a votare a favore. Gli unici con i quali non ci accorderemmo mai sono i nazisti. Per il resto dipende dai contenuti. Chi ci viene incontro può collaborare con noi. Chi ci chiede voti su cose con le quali non siamo d’accordo non avrà  mai il nostro sostegno.

Federico Mello
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL PDL LANDOLFI A GIUDIZIO: “HA FAVORITO I CASALESI”

Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile

L’ACCUSA DEI PM E’ DI CORRUZIONE NELLA VICENDA DEL CONSORZIO ECO4

Dovrà  affrontare il processo, che comincerà  il 9 luglio, il deputato del Pdl Mario Landolfi, ex presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, ed ex ministro delle Comunicazioni.
Il gup Alessandra Ferrigno ha infatti disposto oggi il suo rinvio a giudizio per concorso in corruzione e truffa, aggravati dall’ avere agito per favorire il clan camorristico dei La Torre, a volte alleato a volte rivale del clan dei casalesi.
La vicenda è quella del Consorzio Eco4, che nel 2009 occupò a lungo le prime pagine dei giornali. Landolfi – secondo l’accusa – corruppe un consigliere comunale di Mondragone, la sua città , inducendolo a dimettersi per evitare lo scioglimento del consiglio; in cambio gli offrì un posto nella futura giunta e un contratto di lavoro dalla durata di tre mesi per la moglie, la quale peraltro si limitò a percepire lo stipendio.
Del mancato scioglimento del consiglio e dunque della permanenza in carica del sindaco beneficiò, per il pm Alessandro Milita, il consorzio Eco4, una società  a capitale misto attiva nel settore della raccolta dei rifiuti che nell’ordinanza di custodia cautelare il gip definiva «pura espressione della criminalità  organizzata».
L’inchiesta si basa sulle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia tra cui Gaetano Vassallo, titolare di discariche legato alla fazione del clan dei casalesi che fa capo al boss Francesco Bidognetti.
Nell’ inchiesta fu coinvolto anche l’ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino, ora a giudizio davanti al tribunale di Santa Maria Capua Vetere dopo avere, su sua richiesta, «saltato» la fase dell’udienza preliminare.
Sulla vicenda, Mario Landolfi ha sempre avuto un atteggiamento collaborativo nei confronti dei magistrati.
Per esempio, ha messo a disposizione – e addirittura pubblicato su Facebook – le intercettazioni telefoniche che lo riguardavano, anche se, in quanto parlamentare, la Camera avrebbe potuto negare il consenso al loro utilizzo.
Questo è uno dei motivi per cui Landolfi oggi si dice amareggiato: «Mi sono comportato all’insegna della trasparenza – rileva – fornendo chiarimenti in un interrogatorio durato due ore e mezzo. Ho depositato un’informativa della Guardia di Finanza dalla quale si evince con chiarezza che la moglie del consigliere comunale non fu assunta dal consorzio Eco4 grazie a me. Eppure, il giudice ha deciso il rinvio a giudizio: forse il meccanismo dell’udienza preliminare è da rivedere».
Landolfi riceve un’attestazione di solidarietà  non formale dal commissario regionale del Pdl campano, Francesco Nitto Palma.
«Ho letto le carte con l’ occhio del magistrato e non del politico – afferma l’ ex ministro della giustizia – carte che denunciano il totale deserto probatorio. In più occasioni giudici hanno sconfessato la Dda di Napoli. Attendiamo con fiducia il responso dell’autorità  giudiziaria».

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