Maggio 10th, 2012 Riccardo Fucile
COME NELLA PEGGIORE PRIMA REPUBBLICA: IL CANDIDATO CINQUESTELLE NUTI SI INVENTA DI ESSERE “DETTO GRILLO” E SBARAGLIA TUTTI GLI ALTRI GRILLINI IN LISTA… SE QUESTA E’ LA NUOVA POLITICA…
La foto la potete vedere qua a fianco: riproduce il voto ai candidati consiglieri del Movimento Cinque Stelle alle elezioni comunali di
Palermo.
Tale Nuti Riccardo detto GRILLO ha preso 2.720 preferenze, più della metà di tutte quelle espresse all’interno della lista.
Con un trucchetto da furbetto del quartierino, degno della Prima Repubblica, facendo leva sulla presunta omonomia con il comico genovese.
Presunta perchè a Palermo pare che nessuno sapesse che Nuti Riccardo fosse anche detto GRILLO, deve essere stata una folgorazione improvvisa, tutti lo chiamano Riccardo, insomma.
Così chi ha scritto Grillo sulla scheda ha automaticamente visto assegnare il suo voto a Nuti che è diventato il candidato in assoluto più votato della città .
Chissà quanti avranno scritto anche Nuti accanto al detto Grillo, probabilmente ben pochi palermitani, ma cosa non si fa per essere eletti…
Per essere un Movimento che vuole portare pulizia e disinteresse nella politica italiana, ci sembra un pessimo inizio.
E che nessuno abbia controllato prima o preso provvedimenti dopo è ancora più grave.
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Maggio 10th, 2012 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA PRESENTATA ALL’AMBASCIATA ITALIANA DI TIRANA… SCOPPIATA L’INCHIESTA SU BELSITO, VENNE PRECIPITOSAMENTE RITIRATA
Renzo Bossi ha tentato di far riconoscere in Italia il diploma di laurea in Economia conseguito all’università Kristal di Tirana in Albania, ritirando poi la richiesta nell’aprile di quest’anno, dopo che erano emerse le inchieste della magistratura sulla Lega Nord.
La circostanza emerge da una lettera inviata dall’ambasciata italiana a Tirana alla procura di Milano.
Nell’informativa si specifica che a fine luglio 2011 un cittadino albanese ha presentato copia della laurea di primo livello di Renzo Bossi, richiedendo all’ambasciata italiana la relativa dichiarazione di valore, ovvero il riconoscimento del titolo in Italia.
Nella lettera si parla di stupore di fronte alla richiesta in quanto da Internet i funzionari avevano appreso che Renzo Bossi si era diplomato nel luglio 2009, quando la laurea era datata 29 settembre 2010.
Di fronte a questo l’ambasciata non ha avviato la pratica per il riconoscimento del titolo di studio.
Nell’ottobre 2011 l’avvocato Dragoj si è fatto carico della vicenda e si è presentato all’ambasciata portando una serie di documenti tra cui una delegata firmata da Renzo Bossi e un certificato di ammissione alla maturità del 18 maggio 2007 (quando il figlio dell’ex leader della Lega Nord tentò la prima volta di superare l’esame, cosa riuscita solo al quarto tentativo nel 2009).
Lo stesso avvocato si è rivolto nuovamente all’ambasciata nel marzo 2012, portando copia del passaporto di Renzo Bossi.
A questo punto le autorità italiane in Albania hanno avviato la procedura per il riconoscimento del titolo, rivolgendosi all’università Kristal per avere prova della veridicità del diploma.
Il 4 aprile 2012 l’avvocato Dragoj (il giorno dopo che sono emerse le inchieste sulla Lega Nord) ha presentato richiesta per ritirare la documentazione, dicendo che non erano più interessati al riconoscimento del titolo di studio.
Tuttavia, la pratica era già stata avviata e il professor Skender Kercucu della Kristal ha dichiarato che Renzo Bossi risulta aver conseguito il diploma.
L’ateneo, continua l’ambasciata, ha poi dichiarato alla stampa che Renzo Bossi era iscritto dalla Kristal dall’anno accademico 2007-2008 (prima del conseguimento del diploma in Italia).
L’altro titolo di studio conseguito presso la Kristal è quello di Piergaetano Moscagiuro, l’ex guardia del corpo di Rosi Mauro.
Per quanto riguarda la sua laurea non è mai stata avviata alcuna pratica, in quanto la facoltà di Scienze politiche non è accreditata presso il ministero dell’Istruzione albanese.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 10th, 2012 Riccardo Fucile
TAGLI ALLE SPESA: SONO 758 IN MENO RISPETTO AL PRIMO TRIMESTRE 2011 CON UN RISPARMIO SUPERIORE A 100 MILIONI DI EURO
La stretta sulle «auto blu» funziona. Nei primi tre mesi dell’anno sono 758 in meno le vetture in servizio presso la Pubblica
Amministrazione con un risparmio stimato in 35 milioni di euro su 12 mesi (105 se si include il costo del personale).
Il dato, comunicato dal Ministero della Funzione Pubblica, è calcolato sulla base dei nuovi acquisti (434) e sulle dismissioni (1192).
Fra queste le «auto blu» vere e proprie, ovvero quelle di rappresentanza con autista utilizzate vertici delle amministrazioni sono 248 in meno e contano per il 2,5% del totale del parco.
E siamo soltanto all’inizio.
« Il governo i ha intenzione di dare un’ulteriore e drastica riduzione delle auto di servizio che non devono diventare un inutile privilegio o, peggio, uno status symbol da esibire», ha detto il Ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patron Griffi.
Il risultato arriva a pochi mesi dalla pubblicazione del primo censimento sulle auto pubbliche e a distanza di un giorno dall’avvio di una nuova iniziativa affidata al Formez per tenere sotto controllo i costi.
Con l’obiettivo di monitorare le spese delle amministrazioni nell’ultimo biennio in relazione agli obiettivi da raggiungere.
In base all’aggiornamento del censimento ai primi tre mesi dell’anno, i dati disponibile coprono il 95% del territorio.
Secondo quanto riporta il Ministero della Funzione Pubblica, gli acquisti da parte delle amministrazioni centrali dello Stato «sono stati praticamente azzerati», mentre negli enti locali la riduzione è stata dell’1%.
Per quanto riguarda le nuove auto degli enti locali, per 31%, dei casi, sono state effettuate in proprietà , mentre molto alta è la quota di nuovi noleggi e leasing (66%). Una formula che dovrebbe garantire un certo risparmio alle casse pubbliche.
E non si parla di «macchinoni»: il costo medio è di 9.307 euro: nel 65% dei casi si tratta di modelli con cilindrata da 1.100 a 1.600 cc, mentre il 23% è sopra i 1.900 cc.
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 10th, 2012 Riccardo Fucile
I VERDETTI DEL VOTO PER LE COMUNALI E GLI EFFETTI SUL GOVERNO NAZIONALE
Si tratta solo di amministrative. Elezioni che hanno coinvolto una quota ridotta di popolazione e di Comuni. Un test, in fondo, limitato.
Peraltro, molti giochi sono ancora aperti, visto che in tre quarti dei Comuni maggiori si andrà al ballottaggio.
Eppure, i risultati del primo turno sono destinati a produrre effetti politici significativi sul piano nazionale.
Le prime elezioni nell’era del Montismo hanno, anzitutto, suggerito che, insieme a Berlusconi, stia uscendo di scena anche il suo “partito personale”.
Quasi per conseguenza automatica e naturale. Il Pdl. In caduta, dovunque. Da Nord a Sud passando per il Centro.
Non è facile decifrare i dati di elezioni specifiche, come quelle amministrative. Caratterizzate dalla presenza di molte liste civiche.
Tuttavia, nei Comuni capoluogo, rispetto alle elezioni amministrative precedenti, il Pdl ha dimezzato il suo peso elettorale: è passato dal 30% al 14% (media delle medie).
Governava in 95 Comuni (maggiori), insieme alla Lega.
Al primo turno ne ha perduti 45 (inclusi quelli in cui è escluso dal ballottaggio).
Ne ha mantenuti 5, conquistandone uno solo di nuovo.
Negli altri 45 andrà al ballottaggio. In 16 Comuni, però, è in sensibile svantaggio.
A livello locale, peraltro, il Pdl non aveva mai avuto basi solide e radicate.
Ma senza Berlusconi ha perduto identità , senso.
In qualche misura, speranza. Così ha travolto, nella slavina, anche il retroterra di An. Che, invece, fino a ieri, disponeva di una presenza diffusa in molti contesti. Soprattutto nel Sud.
La Lega è in crisi netta.. Il risultato di Verona si deve, esclusivamente, a Tosi. È un voto “personale”. Per molti versi, espresso “contro” la Lega di Bossi.
Tosi, infatti, è il principale alleato di Maroni, come ha ribadito anche in questi giorni. Verona, d’altronde, non è una roccaforte storica della Lega, che si è insediata in città (e nell’area) solo nell’ultimo decennio.
Prima era una zona di forza della Destra, da cui Tosi ha attinto molti consensi. Allargandoli in misura ampia, con la sua azione. E amministrazione.
Altrove, però, la Lega è andata malissimo..
Complessivamente, nei Comuni dov’era presente, la Lega ha dimezzato la percentuale del voto rispetto alle politiche del 2008 e le europee del 2009.
Fra le 12 città maggiori al voto dove il sindaco uscente era leghista, la Lega ha perduto in 5 e in altrettante è al ballottaggio.
Oltre a Verona, al primo turno ha vinto solo a Cittadella.
Una roccaforte nel cuore del Veneto. Luogo quasi simbolico. Evoca la Lega che non è scomparsa, come alcuni ipotizzavano (e auspicavano). Ma “resiste” all’assedio.
Ha reagito meglio nei Comuni più piccoli, inferiori a 15 mila abitanti (secondo l’analisi dell’Istituto C. Cattaneo).
Tuttavia, le sarà difficile, su queste basi, riproporsi come “partito del Nord”. Tanto più perchè perdere sindaci e peso nelle amministrazioni locali significa perdere radicamento nella società e nel (suo) territorio
Dove oggi appare un soggetto politico minoritario.
Ne deriva che il Pdl e la Lega, al di fuori dell’alleanza di centrodestra, risultino perdenti. Su base locale e non solo.
D’altronde, anche un anno fa, alle amministrative, anche se alleati, avevano subito un notevole arretramento e alcune sconfitte pesanti.
Per prima: Milano.
Ma oggi, che Pdl e Lega corrono ciascuno per conto proprio, e anzi, uno contro l’altro, il loro futuro appare quanto meno difficile.
D’altronde, solo Berlusconi era riuscito a coalizzarli, a farli stare insieme. Con argomenti efficaci. Per forza e/o per interesse.
Il rapporto fra i due partiti, peraltro, era molto “personalizzato”. Fondato sulle relazioni dirette fra Berlusconi e Bossi. Ma oggi il ruolo dei due leader si è ridimensionato e anche il legame fra i partiti si è sensibilmente allentato.
In concreto, nel centrodestra si è aperto un vuoto di rappresentanza politica che non è chiaro come e da chi possa venire colmato.
Nel centrosinistra la situazione appare migliore.
Soprattutto perchè i partiti che ne fanno parte hanno, perlopiù, confermato l’alleanza. Anche se con geometrie variabili. Punto fisso: il Pd, che ha costruito intorno a sè diverse intese. In prevalenza, con la sinistra, ma anche insieme all’Udc.
Al primo turno, nei capoluoghi di provincia ha tenuto, passando (in media) dal 19% al 17%: 2 punti in meno.
Inoltre, nei 53 Comuni dov’era al governo, prima di queste elezioni, dopo il primo turno ne ha riconquistati 14 e altri 11 li ha strappati al Centrodestra.
Eppure è indubbio che anche in quest’area emergano segni di sofferenza.
Nel Pd – ma anche nel centrosinistra. Il quale non riesce a capitalizzare il crollo del centrodestra.
Subisce, nelle sue aree, il peso dell’astensione. Che raggiunge non a caso il massimo nelle zone rosse: in Toscana, in Emilia Romagna, nelle Marche.
E, ancor di più, è incalzato dalla concorrenza del Movimento 5 Stelle, ispirato da Beppe Grillo.
La sorpresa di questa consultazione. Dove i suoi candidati sono al ballottaggio in 5 Comuni oltre 15 mila abitanti (tra cui Parma).
A Sarego, piccolo comune in provincia di Vicenza, è riuscito a fare eleggere il suo candidato sindaco.
Il risultato del Movimento 5 Stelle, però, appare rilevante soprattutto per il livello dei consensi ottenuti un po’ dovunque.
Oltre il 10%, in media, nei Comuni capoluogo.
Il 9% nell’insieme dei Comuni dove è presente. In alcuni contesti, peraltro, ha ottenuto performance importanti. Intorno al 20%.
La tendenza – e la tentazione – diffusa è di etichettarlo come un fenomeno “antipolitico”. Equivalente e alternativo rispetto all’astensione.
Una valutazione che mi sembra poco convincente.
A) Perchè è comunque un soggetto “politico” che ha partecipato a una competizione democratica chiedendo e ottenendo voti. Facendo eleggere i propri candidati.
B) Poi perchè il suo successo deriva, sicuramente, dalla critica contro il sistema di Grillo, ma anche dal fatto che il Movimento ha coagulato gruppi e leader attivi a livello locale.
Impegnati su questioni e temi coerenti con quelli affrontati nel referendum di un anno fa.
Collegati alla tutela dell’ambiente, ai beni pubblici. Alla lotta contro gli abusi.
Progetti di “politica locale” promossi da persone estranee a interessi privati e a lobby. Per questo credibili, in tempi scossi da scandali e polemiche sulla corruzione politica.
C) Infine, perchè i loro elettori sono tutto fuor che “impolitici”.
Mostrano un alto grado di interesse per la politica (sondaggio Demos, aprile 2012). Certo, un terzo di essi, alle elezioni politiche del 2008, si è astenuto.
Ma il 25% ha votato per il Pd e il 16% per l’Idv.
Il Movimento 5 Stelle, per questo, rivela il disagio verso i partiti. Soprattutto fra gli elettori dell’area di centrosinistra. Ma non solo: un’analisi dei flussi elettorali condotta dall’Istituto Cattaneo sul voto di Parma, infatti, rileva una componente di elettori sottratti alla Lega (3% sul totale, rispetto alle regionali del 2010). Il Movimento 5 Stelle, dunque, offre a una quota di elettori significativa una rappresentanza, che può non piacere, ma è “politica”.
Nell’insieme, questi risultati rafforzano l’impressione che il Paese sia ormai nella Terza Repubblica, fondata da – e su – Berlusconi e il Berlusconismo.
Ma non sappia dove andare.
Con questi partiti, questi leader, questi schieramenti, queste leggi elettorali e con questo sistema istituzionale: temo che passeremo ancora molto tempo a discutere di antipolitica. Per mascherare la miseria della politica.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)
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Maggio 10th, 2012 Riccardo Fucile
ELEZIONI : I DATI DELL’ISTITUTO CATTANEO E IL FLUSSO DEI CONSENSI… STRAVINCONO I GRILLINI E TIENE L’UDC
Chi più chi meno, rispetto al 2010 hanno perso tutti i partiti. 
Che però, va detto, si sono in parte dissanguanti a vantaggio delle liste civiche difficilmente catalogabili nel meccanismo dei flussi elettorali.
La botta, comunque, è stata forte.
La Lega ha lasciato sul campo 145 mila voti (-67%), l’Idv 55 mila (-58%), il Pdl 175 mila (-44,8%), il Pd 91 mila (-33%), Sel e federazione della sinistra 12 mila (-16%). Mentre l’Udc, nella difficoltà del Terzo polo, ci rimette solo lo 0,2% e addirittura migliora (+0,4%) dove non si allea con i grandi partiti.
Stravince, invece, il Movimento 5 stelle che porta casa 200 mila voti (l’8,74%) pur presentandosi soltanto in 101 comuni su 941 in cui si è votato (dato contestato dal Pdl che accredita i grillini al 4,9% su base nazionale).
L’astensionismo ha colpito duro al Nord e può «presumibilmente spiegare il collasso del Pdl e della Lega» ma si può ritenere che «almeno in parte questa dinamica abbia investito anche le regioni della zona rossa» (Toscana ed Emilia in prima fila).
L’analisi dei flussi dell’Istituto Cattaneo di Bologna – curata da Luca Pinto e Rinaldo Vignati e basata sui dati di 24 capoluoghi: 10 al Nord, 4 nella zona rossa, 10 al centro sud – risulta impietosa nei confronti di tutti i partiti anche se, ora, i segretari delle forze politiche si aggrappano ai distinguo, alle liste civiche che hanno succhiato il sangue a destra come a sinistra, alle alleanze sbagliate.
La Lega risulta più che dimezzata in Piemonte e in Emilia Romagna, regione dove il Carroccio era cresciuto maggiormente negli ultimi anni, e va malissimo nei Comuni con più di 15 mila abitanti: i record delle politiche del 2008 (331 mila voti), delle europee del 2009 (308 mila), delle regionali del 2010 (311 mila) sono praticamente svaniti.
Unica consolazione per il Carroccio l’aver limitato i danni nella roccaforte del lombardo-veneto e nei Comuni più piccoli dove il calo si attesta intorno al 30% grazie a una «presenza fidelizzata».
A Parma i grillini hanno cannibalizzato anche lo zoccolo duro della Lega.
Va detto – sottolineano i ricercatori del Cattaneo – che «le analisi sono effettuate su “elettori” e non su “voti validi” al fine di poter includere nel computo anche gli interscambi con l’area del non voto (astenuti, voti non validi, schede bianche)».
Bene, a Parma si è assistito alla «diaspora degli elettori del Pdl che si sono sparpagliati un po’ in tutte le direzioni… anche considerando la pesante eredità dell’amministrazione uscente di centro destra travolta dagli scandali…».
Inoltre, qui si è ingigantita la crisi del centrodestra «i cui elettori, abbandonando il candidato ufficiale, si sono orientati in prevalenza verso Pizzarotti (5 Stelle) e Ubaldi (Udc e liste civiche) non tralasciando anche il candidato di centrosinistra (Bernazzoli)».
Ma c’è di più: «Il 38% di coloro che avevano votato Lega Nord nel 2010 è passato al candidato Pizzarotti (5 stelle).
Una conferma di una certa matrice comune (anti-establishment politico) fra l’iniziale spinta leghista (quella di “Roma Ladrona”) e la nuova proposta grillina…».
Eppure, a Parma «il Movimento 5 stelle ha preso voti, oltre che dalla Lega, anche dall’Idv (e in parte pure dal Pd)».
Se a Parma i grillini hanno ottenuto un incremento di 13 punti percentuali (dal 6,9% al 19,95), ad Alessandria i voti si sono quadruplicati (da 1.248 a 4.687), a Verona triplicati, a Monza, Cuneo e a Belluno più che raddoppiati.
Resta da vedere come sarebbe andata se il Movimento 5 stelle si fosse presentato in tutti i Comuni in cui si votava.
In ogni caso Grillo marcia a tre velocità : «Al Nord il risultato medio è del 10,75%, nella zona rossa del 12,7%, al Sud del 3,6%».
Perchè queste differenze così rilevanti, si sono chiesti al Cattaneo?
Un tale andamento è dovuto, tra l’altro, «alla maggiore incidenza del “voto di opinione” al Centro Nord e alla maggiore incidenza del “voto di scambio” in quelle del Sud».
Va detto, però, che la capacità di penetrazione dei grillini è in forte crescita: nel 2010 erano presenti in 10 Comuni, nel 2011 in 78, nel 2012 in 101.
Nelle 24 città analizzate, rispetto al 2010, il centro destra ha perso 46 mila voti nella «zona rossa» (-58%) e 123 mila al Nord (-41%).
Il Pdl paga un prezzo altissimo con punte al Nord (-61%, pari a 101 mila voti in meno) e nella «zona rossa» (60 per cento, 33 mila voti in meno) ma anche al Centro Sud (-40%).
Nelle medesime 24 città il centro sinistra ha perso 40 mila voti pari al 7% dei consensi ottenuti nel 2010: una limitazione del danno, puntualizza l’istituto Cattaneo, dovuta anche a una «significativa avanzata al Centro Sud (20 mila voti in più).
Eppure – nonostante questa asserita tenuta dello schieramento – il pilastro principale del centro sinistra mostra alcune crepe non trascurabili: il Pd «ha subito una contrazione pari al 29 per cento dell’elettorato che lo aveva scelto nel 2010 (con un decremento di 91 mila voti).
Una perdita che si attesta attorno al 30 per cento al Nord (-60 mila voti) e nella zona rossa (-19 mila), a fronte di una riduzione di consensi del 20% circa nei capoluoghi del Centro Sud (-12 mila voti).
Sul risultato dell’Udc, infine, l’istituto Cattaneo è un po’ avaro nel fornire cifre assolute e propone una lettura legata al tipo di alleanze scelte da Cesa e da Casini: rispetto al 2010 la lista dello scudocrociato perde lo 0,2% (scende dal 6,8% al 6,6%) nei 26 capoluoghi in cui si è votato.
Ma «nei 17 Comuni in cui si è presentata svincolata dai partiti maggiori, presentandosi da sola o insieme a liste minori, guadagna mediamente lo 0,4%.
Mentre nei Comuni in cui si è alleata con il Pd o con il Pdl ha perso, in entrambi i casi, lo 0,4%».
Emerge, dunque, «la preferenza dell’elettorato dell’Udc per una strategia svincolata dalle maggiori coalizioni».
Dino Martirano
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 9th, 2012 Riccardo Fucile
GRILLO PREDICA BENE MA RAZZOLA MALE: MAURO MUSCARA’ DAL 2011 E’ CONSIGLIERE COMUNALE DI VOBBIA E NON POTEVA CANDIDARSI A GENOVA…LA REGOLA INTERNA E’ CHIARA: “SE SEI ELETTO IN UN ENTE LOCALE NON PUOI CANDIDARTI IN UN ALTRO FINCHE’ NON FINISCI IL MANDATO”
Facciamo una premessa, onde evitare equivoci: non abbiamo nulla contro il Movimento Cinquestelle, ma riteniamo corretto che l’opinione pubblica sia informata sulla linearità e la coerenza del percorso politico non solo dei “vecchi” partiti, ma anche di intende rappresentare il “nuovo” che avanza.
E per aver denunciato situazioni anomale in vari partiti, di destra e di sinistra, in primis persino in casa attigua, pensiamo di avere dimostrato, dati e fatti alla mano, di non guardare in faccia nessuno nelle nostre denunce politiche.
Veniamo ai fatti: nelle elezioni comunali di Genova il Movimento Cinque Stelle ha raccolto circa il 14% dei consensi sia sul nome del candidato sindaco Paolo Putti (ne abbiamo trattato in altro articolo sulla home page) che sulla lista.
Sono risultati eletti cinque consiglieri, ovvero, oltre a Putti, nell’ordine Mauro Muscarà con 153 preferenze, De Pietro con 119, Boccaccio con 112, Burlando con 80.
Cinque grillini che dovranno rappresentare il Movimento a Genova nei prossimi cinque anni in consiglio comunale in nome della lotta alla partitocrazia e al richiamo costante del rispetto delle regole e della legalità .
Ma un antico detto ricorda che “prima di guardare nel giardino del vicino, occorrerebbe fare pulizia nel nostro”.
Richiamare gli altri al rispetto delle norme diventa poco credibile se i Cinquestelle a Genova già violano le loro poche regole interne, facendo candidare ed eleggere un consigliere incompatibile con le norme da loro stessi fissate.
A Genova il primo degli eletti è Mauro Muscarà (tra l’altro proveniente non dai Meetup o M5S, ma dal coordinamento “No Gronda” con i partiti).
Muscarà è però stato eletto nel 2011 consigliere comunale del comune di Vobbia (come peraltro indicato nel suo curriculum).
E quale regola, giusta o sbagliata che sia, vige nel Movimento di Grillo?
Lo ricordiamo : “se sei eletto in qualche ente locale non puoi candidarti in un’altro… finchè non finisci quel mandato”.
Parole molto chiare che avrebbero dovuto impedire la candidatura di Muscarà .
Per chi avesse dei dubbi rammentiamo la polemica di Grillo con De Magistris: il comico genovese ha sempre considerato non tollerabile persino le dimissioni dall’ente ove si è stati eletti per candidarsi altrove.
Insomma: appena arriva l’onda del successo, i grillini fanno subito cadere le regole che loro stessi si sono dati contro la partitocrazia e i voltagabbana della politica?
Non ci sembra un buon inizio.
In ogni caso attendiamo la dovuta rinuncia all’elezione di Muscarà , candidato abusivo.
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Maggio 9th, 2012 Riccardo Fucile
IL VERBALE :”BERLUSCONI VOLEVA CONTROLLARE LA COMMISSIONE DIFESA”…”PER FINMECCANICA HO STIPULATO I CONTRATTI SU ELICOTTERI E RADAR, SPONSORIZZAI IL GENERALE SPAZIANTE”
Per «controllare» la commissione Difesa sottraendola al centrosinistra Silvio Berlusconi nel 2006 «versò un milione di euro al senatore
Sergio De Gregorio» e questi passò dall’Idv a Forza Italia.
È il 25 aprile scorso, nel carcere di Poggioreale a Napoli parla Valter Lavitola, assistito dall’avvocato Gaetano Balice.
Il faccendiere svela i retroscena della «compravendita» dei parlamentari, coinvolge Clemente Mastella e Lamberto Dini nelle trattative con il centrodestra per la caduta del governo Prodi in quella che definisce «Operazione Libertà ».
Poi si sofferma sui suoi rapporti con uomini della dirigenza di Finmeccanica rivendicando il ruolo di mediatore per i contratti in Centroamerica.
E racconta di aver fatto incontrare «il presidente Berlusconi al generale Spaziante», per farlo diventare «numero due della Guardia di Finanza».
È l’inizio di quella che lui stesso definisce una «collaborazione» con i pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio che ne hanno chiesto e ottenuto la cattura per le false fatture emesse dal suo quotidiano l’ Avanti! e per corruzione internazionale.
Un atteggiamento che i magistrati stanno valutando, non escludendo che in realtà le dichiarazioni verbalizzate servano a Lavitola anche a saldare alcuni conti rimasti aperti durante la sua lunga latitanza.
L’acquisto del senatore
La prima parte del verbale riguarda proprio la «migrazione» dei parlamentari.
Lavitola: «Era stata candidata dalla sinistra una senatrice, notoriamente pacifista (Lidia Menapace ndr ), ed era uscito anche sui giornali che gran parte, diciamo così, delle forze armate erano contrarie a questa cosa. Non ricordo se io chiamai De Gregorio o De Gregorio chiamò me, e De Gregorio nel frattempo che, però, è uno intraprendente che mica aspettava me per fare le cose, si era già messo in contatto con alcuni del gruppo di Forza Italia dell’epoca, e precisamente, non perchè ora è morto, pace all’anima sua, e quindi non può dirlo, con il senatore Romano Comincioli, se non sbaglio, il quale era uno dei fedelissimi del presidente Berlusconi, e andò a negoziarsi la nomina a presidente della commissione. Io lo chiamai la mattina… e De Gregorio votò con il centrodestra e fu eletto presidente alla commissione Difesa, e in quel caso sicuramente io, ma ritengo anche il senatore Comincioli, gli creammo un link con il presidente Berlusconi, link che poi fu determinante per il suo passaggio a Forza Italia».
Pm: «Ma un link finanziario o un link…».
Lavitola: «No, un link personale, nel senso che io l’ho preso e l’ho portato da Berlusconi…».
Pm: «E quanto gli è costata a Berlusconi questa cosa?».
Lavitola: «Allora in termini economici gli è costato quel contratto che lui aveva con… allora, De Gregorio prima è passato con Forza Italia… e ricordo come se fosse ora che De Gregorio disse a Berlusconi che lui non intendeva entrare in Forza Italia, ma intendeva fare un suo movimento politico soprattutto all’estero; il presidente gli disse: non ti preoccupare, non ci sono problemi; ma non si entrò nei dettagli»
Pm: «E quanto gli è costato a Berlusconi?».
Lavitola: «In termini economici, a De Gregorio il contratto, come dico pure sui giornali, un milione».
«Dini, Pallaro e Mastella»
Dichiara Lavitola: «Questo fu uno dei miei meriti… il senatore Comincioli era l’uomo principale che al Senato si occupava di tentare di avvicinare i parlamentari del centrosinistra per passare con il centrodestra, e io in quel senso svolgevo una funzione di consigliere del senatore Comincioli…».
Poi cita gli altri casi: «Tenga presente che gli altri soldi li avrebbero dovuti dare a Dini, a Mastella e a Pallaro, che stiamo parlando, insomma, seppure glieli avesse dati non glieli ha dati per tramite… Sono persone che si sono trovate messe al margine dal centrosinistra nonostante si dica… Berlusconi che è uno che sa tra virgolette vendersi e gli ha garantito l’economia del movimento, ognuno di loro ha fatto un movimento, quando si è fatta la fondazione del Pdl insieme a Fini, ci stavano pure, alla pari, De Gregorio, Caldoro, Dini, insomma, là ci sta la fotografia con tutti questi qua magari con voti più degli altri…».
Lavitola ammette anche di aver avuto un ruolo nella costruzione del dossier sulla casa del cognato di Gianfranco Fini a Montecarlo e spiega: «L’obiettivo più che la ricompensa era quello di riuscire a ritagliarmi uno spazio politico all’interno del partito».
L’incontro con Guarguaglini
I magistrati gli chiedono degli affari e Lavitola risponde: «Ho fatto innanzitutto il consulente di Finmeccanica a Panama… Abbiamo stipulato quei contratti noti, quello dei sei elicotteri e quello dei radar e quello del telerilevamento della mappatura del territorio di Panama, e sostanzialmente il mio ruolo si sarebbe esaurito avendo io un contratto di un anno… la mia idea era di mettere assieme cinque o sei contratti di valore intorno ai 100 mila euro…».
Il suo sponsor era il dirigente Paolo Pozzessere «ma incontrai pure Guarguaglini una volta e tutti quanti dicevano sì, ma poi non si faceva niente».
Sulla mediazione per far incontrare Berlusconi con il generale Spaziante afferma invece: «Ci incontrammo per parlare della legge e io dissi al presidente Berlusconi: guardi che, a mio avviso, nel momento in cui passa la legge per la nomina interna alla Guardia di Finanza, per la nomina del comandante generale interno alla Guardia di Finanza, Spaziante potrebbe correre per fare il numero due e non il numero uno, in quanto per anzianità lui potrebbe fare il vicecomandante, punto… questo fu la cosa che io dissi a Berlusconi e Berlusconi sinceramente mi rispose e disse: chi se ne frega, tanto…».
«Latitante per Berlusconi»
I pubblici ministeri lo incalzano per sapere a che titolo voleva cinque milioni da Berlusconi e Lavitola risponde: «Io stavo latitante per aver dato dei soldi di Berlusconi a quel giovane genio di Tarantini, punto, dopo che, come si vede dalle intercettazioni, c’è stata una piccola cosa positiva in quel rapporto, credo voi sappiate di che si tratta…».
Pm: «E anche i soldini che si è portato giù».
Lavitola: «No, aspetti, i soldini che mi sono portato via anche lì, voglio dire, ci vorrebbe… Lo abbiamo già spiegato più volte a Bari».
Pm: «Dico perchè lei ha ritenuto che Berlusconi potesse essere così…».
Lavitola: «Perchè numero uno io lo conosco e molto bene, e quando uno sta nei guai soprattutto a causa sua se lui può lo aiuta, e io le ribadisco che io ero latitante solo per aver aiutato Tarantini e neanche per indurlo a mentire, perchè nessuno ci potrà credere mai…».
Poi, riferendosi a una telefonata intercettata la scorsa estate nella quale Berlusconi lo rassicurava afferma: «Nel momento in cui Berlusconi mi dice: io al limite del possibile vi scagiono a tutti quanti… lì mi sono sentito tranquillo perchè il mio dubbio era stato quello che Ghedini, per dire la verità , o Letta, si fosse inventato qualche altra cosa per farmi diventare addirittura l’estorsore di Berlusconi».
Poi ammette di avere avuto cinquecentomila euro dall’allora premier e sostiene che erano per l’ Avanti! «perchè avevamo una situazione economica difficile, eravamo un giornale fiancheggiatore di Forza Italia e gli siamo andati a chiedere se ci stava un sostegno economico a fronte di un servizio che gli potevamo fare».
Fulvio Bufi e Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere dela Sera”)
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Maggio 9th, 2012 Riccardo Fucile
POSSIBILE UNA CONVOCAZIONE DA PARTE DEI MAGISTRATI ALBANESI DEL FIGLIO DEL SENATUR CHE AVREBBE CONSEGUITO LA LAUREA SENZA MAI ESSERE ENTRATO NEL PAESE…L’INCONGRUENZA DI AVER SOSTENUTO 29 ESAMI IN UN ANNO SENZA AVERE ANCORA IL DIPLOMA ITALIANO
La Procura generale di Tirana ha inviato una nota informativa relativa alla laurea “sospetta” che Renzo Bossi, figlio di Umberto Bossi, avrebbe conseguito all’università Kristal di Tirana il 29 settembre 2010 senza mai entrare nel paese delle aquile.
I documenti, relativi al diploma in business management dell’ex consigliere regionale leghista dopo le dimissioni seguite allo scandalo sull’utilizzo dei soldi del partito, sono arrivati ieri ai magistrati milanesi che indagano sui soldi della Lega.
Denaro per lo più denaro pubblico incassato con i rimborsi elettorali .
La copia del diploma di laurea era stata trovata nella cartella “The family” custodita da Francesco Belsito, l’ex tesoriere indagato da tre procure ovvero Napoli, Reggio Calabria, Milano, in una cassaforte che si trovava in uffici di pertinenza della Camera dei deputati a Roma.
In quella cartella l’ex amministratore aveva raccolto i documenti che comprovavano l’utilizzo di soldi del partito per le spese della famiglia Bossi, comprese le multe del Trota o gli studi dei Rosi Mauro, senatrice espulsa dal Carroccio, e anche un intervento di chirurgia plastica per il figlio minore del Senatur.
Gli inquirenti milanesi stanno già accertando se il titolo di studio possa essere stato comprato con i soldi del partito.
Intanto la magistratura albanese ha aperto un fascicolo per fare chiarezza sull’episodio e, stando a quanto si apprende, avrebbe intenzione di convocare Renzo Bossi.
La notizia della laurea di Renzo Bossi, conseguita senza mai avere messo piede in Albania con il record davvero impressionante di 29 esami in un solo anno e soprattutto prima di conseguire il diploma di maturità in Italia (Il Trota ha dovuto presentarsi agli esami di maturità ben quattro volte, ndr), è diventata un caso al di là dell’Adriatico.
Il capo dell’ateneo di “doktor Trofta” ha spiegato l’anomalia dicendo che all’improvviso il rampollo di casa Bossi è diventato intelligente.
Nei giorni scorsi l’ex tesoriere Belsito, interrogato dagli inquirenti, ha confermato che Umberto Bossi, ex segretario nominato presidente ma in procinto di ricandidarsi, era informato che i soldi del partito venivano usati per i “costi della famiglia”.
Nel solo 2011, secondo il plurindagato ex buttafuori genovese, per la Bossi family sarebbero stati spesi 611 mila euro.
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Maggio 9th, 2012 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MANNHEIMER, DAL VOTO EMERGONO TRE TENDENZE: L’ALTA ASTENSIONE. IL FENOMENO GRILLO E I BASSI CONSENSI AI PARTITI
Le caratteristiche principali del voto di queste amministrative sono almeno tre, diverse tra loro, ma tutte in qualche modo legate al
fenomeno sociopolitico prevalente di questo periodo: la disaffezione degli elettori dalla politica e, in particolare, dai partiti.
C’è in primo luogo il considerevole incremento dell’astensione, di ben 7 punti, superiore quindi a quanto registrato domenica sera.
In alcuni contesti, specialmente nelle regioni meridionali, l’erosione dal voto è stata frenata dalla dimensione locale della consultazione e dalla conseguente presenza di molte forze politiche e di candidati legati al territorio.
Ma altrove, al Nord e al Centro, ciò non è bastato e si è registrata una più significativa diminuzione di votanti.
Non si tratta di una sorpresa, poichè questa tendenza era stata ripetutamente annunciata nelle scorse settimane: ne abbiamo fatto più volte cenno anche su queste colonne.
Basti ricordare che, secondo gli ultimi sondaggi, la percentuale di chi è orientato all’astensione e comunque indeciso se o cosa votare, supera il 55 per cento.
I voti dirottati verso l’astensione derivano da tutto lo schieramento politico, nessun partito escluso.
Ma la parte più consistente proviene da opzioni in passato destinate al Popolo della libertà : secondo una ricerca realizzata a livello nazionale, più del 40 per cento dei votanti per il Pdl nel 2008 dichiara oggi un comportamento astensionista
Di qui il secondo fenomeno caratterizzante di queste elezioni amministrative: il crollo, specie in alcuni contesti, del seguito della forza politica creata dal Cavaliere.
Verso l’astensione si è dunque incanalata soprattutto la disaffezione proveniente dal centrodestra, in particolare da parte di chi è meno partecipe politicamente.
Ma vi è stato–e si tratta della terza caratteristica di queste elezioni – un altro importante collettore della protesta: il Movimento Cinque Stelle.
Anche verso Grillo si è diretto un elettorato connotato da sentimenti di ostilità verso la politica tradizionale, con caratteristiche tuttavia assai diverse dagli astenuti.
Mentre questi ultimi sono più animati dall’antipolitica in generale e spesso dal disinteresse, il pubblico del comico genovese appare più specificatamente antipartitico: si tratta di elettori mediamente assai più giovani che, al contrario di chi si dice tentato dall’astensione, segue con attenzione e costanza gli avvenimenti politici.
Nell’insieme, è comunque il progressivo distacco dai partiti tradizionali ad avere caratterizzato questa tornata elettorale: si tratta di una tendenza spesso sottovalutata dalle forze politiche che, con tutta probabilità , connoterà – e forse anche in misura maggiore di oggi – lo scenario politico nei prossimi mesi
Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera“)
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