Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2011 L’AMMINISTRAZIONE REGIONALE AVEVA STANZIATO QUELLA CIFRA PER LIMARE IL DEBITO DA 1,5 MILIARDI… LE ASL AVREBBERO DOVUTO PAGARE LE FORNITURE MAI SALDATE, MA SOLO 200 MILIONI SONO USCITI DALLA CASSA
La sanità pugliese, già traballante, riceve un altro durissimo colpo.
Una nuova voragine si apre nei conti: 18 milioni di euro letteralmente bruciati nel giro di sei mesi in interessi passivi maturati per il ritardo nei pagamenti dei fornitori delle Asl.
Una situazione ben diversa da quella delle altre Regioni italiane alle prese con lo stesso problema.
In Puglia, infatti, lo strumento per evitare tutto ciò c’era.
Una delibera della giunta guidata da Nichi Vendola – la numero 2408 — datata novembre 2011, consentiva una transazione immediata tra Asl e fornitori.
L’atto, approvato dall’esecutivo per tentare di limare il maxi debito da 1,5 miliardi, aveva messo a disposizione 600 milioni di euro.
La proposta era di liquidare a stretto giro i conti più vecchi, a patto che le imprese fornitrici rinunciassero ai contenziosi, alle spese legali e al 2,5% dell’ammontare totale delle fatture. Unica clausola: spendere tutto e farlo entro il 22 maggio 2012.
Ed è qui che si è inceppato il meccanismo; nei sei mesi l’operazione è stata un totale fallimento.
Dei 600 milioni a disposizione, solo 200 sono stati impegnati e liberati.
Le fatture sono rimaste nei cassetti, i 400 milioni a disposizione anche, con la diretta conseguenza di produrre 18 milioni di euro in interessi passivi.
Eppure il vantaggio che si poteva trarre era considerevole.
Ad esempio il Policlinico di Bari — che assieme alla Asl Bat ha colto al volo l’occasione — per coprire una parte dei 350 milioni di euro di debito totale, ne ha utilizzati 80 di quelli messi a disposizione dalla Regione.
Questa operazione ha comportato il risparmio di 8 milioni di euro — tra interessi passivi, spese legali e lo sconto del 2,5% su ogni fattura — che la struttura può così impegnare per dare servizi al cittadino.
Per contro, le performance peggiori sono state registrate nelle Asl di Bari, Lecce e Foggia. In cassa sono rimaste il 70% delle rispettive fatture.
Il motivo: incuria, tempi troppo stretti, poca voglia di scartabellare tra i documenti.
Difficile interpretare. Fatto sta che i soldi sono rimasti lì dove erano.
E così non si è nemmeno rispettato il precedente obbligo imposto dalla giunta un anno e mezzo prima della predisposizione dei 600 milioni, ovvero quello di censire tutte le fatture. Cosa che avrebbe preparato il terreno per poter sbrigare velocemente le procedure nella fase liquidatoria.
Fa spallucce il direttore generale della Asl di Lecce, Valdo Mellone, che di debiti ne ha per 190 milioni: “Effettivamente non ci fa onore”, dice a denti stretti, “dobbiamo vergognarci”.
Ora per tentare di salvare il salvabile — e non peggiorare la situazione facendo lievitare ancora di più gli interessi passivi — la Regione sta mettendo a punto una nuova delibera con la quale si rinnoverà la transazione per altri due mesi, vale a dire fino all’estate, aggiungendo altri 300 milioni di euro al fondo, nel tentativo di farli spendere. Se dovessero ancora avanzare delle somme, saranno distribuite direttamente alle imprese.
Tutto questo si inserisce in un quadro generale difficile; un altro aspetto negativo, infatti, è il dato relativo ai tempi di pagamento delle fatture che attribuisce alla Puglia la maglia nera italiana.
La media regionale è di 300 giorni – quasi un anno — per pagare le aziende, arrivando a picchi estremi come quello dell’Ospedale oncologico “Giovanni Paolo II” di Bari, che riesce a pagare le fatture in media dopo 602 giorni di attesa.
E questo non è un aspetto da poco perchè per le aziende si traduce in un serio rischio di fallimento.
La giunta cerca invece di arrivare ai 180 giorni di attesa.
Una sfida non da poco. Il tutto, tra l’altro, mentre il presidente Vendola — alle prese con una nuova tornata di chiusura di ospedali per rientrare nei costi della sanità — punta il dito contro il governo Monti, reo di aver inferto un nuovo taglio alla sanità pugliese di 110 milioni di euro.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile
IL 31% DEGLI ITALIANI SPERA CHE OTTENGANO MOLTI SEGGI ALLE POLITICHE, IL BACINO ELETTORALE VIRTUALE PUO’ ARRIVARE AL 22%… META’ SI COLLOCA NELL’AREA DEL CENTROSINISTRA, UN TERZO NON SI RICONOSCE IN CATEGORIE DEFINITE
Il successo del Movimento 5 Stelle ha sconvolto lo scenario politico italiano. 
Vale la pena, dunque, di approfondire ancora la natura del M5S e di comprendere i sentimenti che esso suscita nell’elettorato.
Come si sa, il profilo dell’elettore del M5S è in larga parte diverso da quello degli altri partiti.
Si tratta di cittadini in maggior misura residenti nelle regioni del Nord, tendenzialmente giovani, con titoli di studio medio-alti, più interessati alla politica, con una più intensa lettura dei giornali e, specialmente, frequentazione di internet.
Se si domanda loro l’autocollocazione sul continuum sinistra-destra, più o meno metà si posiziona nel centrosinistra, ma una quota importante (più di un quarto) rifiuta di collocarsi, sostenendo la obsolescenza delle categorie politiche tradizionali.
È un segnale della «alterità » del M5S dai canoni consueti, che suggerisce una sua collocazione «trasversale», come fu quella della Lega ai primi tempi della sua esistenza. D’altro canto, questa è anche l’immagine diffusa tra i cittadini.
Infatti, anche la maggioranza relativa degli italiani colloca il M5S nel centrosinistra, ma quasi quattro su dieci non lo associano a nessuna categoria politica tradizionale.
Anche uno degli indicatori più evidenti della differenza del M5S dagli altri partiti, vale a dire la scelta di non apparire in tv, è approvata da più di metà della popolazione.
Come si è visto, anche in occasione delle elezioni, questa posizione del M5S è in grado di attrarre consensi diffusi.
Non solo come espressione della protesta, ma anche come possibile attore di governo: all’affermazione «quelli del M5S sono capaci solo di protestare» solo il 38% degli italiani è d’accordo, mentre i restanti non lo sono.
Anche se, per la maggior parte, gli si attribuisce un ruolo più incisivo a livello locale, ma si è scettici sulla sua capacità di assumere una responsabilità nazionale, tanto che secondo il 63% dei cittadini il M5S non sarebbe in grado di governare l’Italia.
Ma ben il 22%, che corrisponde a un po’ di più dell’attuale bacino elettorale virtuale del Movimento, la pensa al contrario.
La platea di simpatizzanti, anche se non necessariamente votanti, per il M5S è ancora più ampia: quasi un italiano su tre, il 31%, dichiara «spero che il M5S ottenga molti seggi alle prossime elezioni politiche».
Se non per governare, almeno per «denunciare le scorrettezze degli altri partiti»: lo auspica il 45% degli italiani.
Un movimento che, dunque, suscita grandi simpatie.
Ma destinato a durare? Forse sì, se si considerano le attuali condizioni dello scenario politico. Al riguardo, gli italiani si dividono.
Se è vero infatti che la maggioranza relativa ritiene che il M5S sia un fenomeno passeggero e una percentuale simile preveda che finirà per essere un partito come tutti gli altri, sono molti (attorno al 40%) che la pensano all’opposto.
A questo proposito, secondo molti osservatori, il M5S è assimilabile all’Uomo Qualunque di Giannini del dopoguerra, che scomparve dopo poco tempo, inglobato di fatto dalla Dc.
Ma allora la crisi economica – che spiega in buona parte il sorgere di movimenti siffatti – era in via di superamento e, specialmente, si era prospettata un’alternativa credibile di partiti «veri»: uno scenario che oggi si fa fatica a rilevare.
Insomma, come ha osservato lo stesso Grillo, le prospettive future del M5S dipendono non tanto da scelte sue, quanto da quelle degli altri partiti.
Sino a quando questi ultimi (o altri nuovi attori che si presentassero sullo scenario politico) non riusciranno a proporsi come soluzione credibile e a sconfiggere il discredito che oggi li caratterizza (e questo è, come si è detto, ciò che stanno cercando di fare, per ora con scarso successo), lo spazio per movimenti populistici e demagogici (ma che raccolgono molti sentimenti profondi presenti nella popolazione) continuerà ad essere assai ampio.
Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile
“LA STRAGE DI BRINDISI? UNA COLOSSALE TRAGEDIA, MA LA MAFIA NON C’ENTRA”….”A QUALCUNO PUO’ FARE COMODO CREDERE ALLA MAFIA, A UNA BOMBA SPORCA DA UTILIZZARE COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA”
La strage di Brindisi? Una colossale tragedia, ma la mafia non c’entra. Parola di Gioacchino Genchi, ex consulente tecnico della procura di Palermo (oggi avvocato penalista), l’uomo che Berlusconi —in un moto d’impeto dei suoi —accusò di aver intercettato “ 350 mila italiani”.
Genchi, in che senso distrazione di massa?
Perchè fa comodo pensare che la mafia sia solo una congrega di pazzi sanguinari che fanno saltare le bombe davanti alle scuole. Distrae da quello che realmente è, un’organizzazione che ha in mano buona parte dell’economia e della finanza di questo Paese. Rappresentare cosa nostra come se fosse ancora quella dei Riina e dei Provenzano, insomma, serve a girarsi dall’altra parte, per non vedere.
Dunque la mafia a Brindici non c’entra?
Gli ultimi sviluppi sembrano riportare verso quell’ipotesi… Cosa nostra, con le stragi del 1992 soprattutto, ma anche del 1993, sa di aver commesso il più grave errore della sua storia. Certo, non è da escludere un gesto collegato ad altre realtà criminali, fazioni minori che tentano di accreditarsi agli occhi di qualche organizzazione più potente. Tutto può essere, ma a non convincere sono la dinamica e l’esplosione. Il gas non è mai stato usato per attentati di questo genere. Oltretutto in Puglia, terra di passaggio con l’Est europeo, non credo sia difficile per le organizzazioni criminali trovare altro tipo di esplosivo. Magari più efficiente. Perchè l’esplosione di Brindisi ha sì causato la tragica morte di una ragazza e il grave ferimento di una seconda, ma non è da escludere che chi ha azionato il telecomando, forse, puntava a un gesto dimostrativo. à‰ ovvio che il momento storico attuale è molto simile a quello del 1992- ‘ 93, ma a Brindisi vedo più uno scenario da unabomber che da strategia della tensione.
E la scuola Morvillo-Falcone, la tappa della carovana antimafia di Libera, la prossimità con il ventennale della strage di Capaci?
Questi sono i soli elementi che potrebbero far pensare alla pista mafiosa. Dopotutto non sarebbe una novità . La notte del 28 luglio 1993 a Roma esplosero due bombe —fortunatamente senza vittime —nelle chiese di San Giovanni Laterano e San Giorgio in Velabro. Giovanni e Giorgio, i nomi di Spadolini e Napolitano, allora presidenti di Camera e Senato.
Quale può essere il principale ostacolo alle indagini?
Se l’ordigno è stato azionato con uno squillo di cellulare, come le bombe di Madrid e Londra, c’è poco tempo. Mi spiego : dopo le stragi del 2005 l’Ue emanò una direttiva che imponeva la registrazione del traffico telefonico anche per le cosiddette chiamate senza risposta (che sono i due terzi del traffico) e che, in quanto ininfluente ai fini della fatturazione, non veniva conservato. L’Italia, con ritardo, ha adeguato la propria normativa, senza però prevedere una sanzione per il mancato adempimento da parte delle compagnie telefoniche. Dopo un lungo tira e molla, oggi, si è deciso che il traffico senza risposta venga conservato per un mese. Un tempo troppo breve. Se l’ordigno è stato innescato a distanza potrebbero perdersi le tracce dello “ squillo”.
Stafano Caselli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile
“DOVE ABBIAMO PERSO LE PRIMARIE, COME A GENOVA, ABBIAMO VINTO LE ELEZIONI. DOVE ABBIAMO VINTO LE PRIMARIE, COME A PARMA, ABBIAMO PERSO LE ELEZIONI. STIAMO STUDIANDO ATTENTAMENTE IL CASO PALERMO, DOVE ABBIAMO PERSO SIA LE PRIMARIE CHE LE ELEZIONI”
Un’imprudenza del titolista de l’Unità manda nel panico i dirigenti del Pd: solo in tarda serata hanno
capito che si parlava di loro.
Bersani chiarisce il senso del trionfo del partito: “Se perdiamo le primarie non temiamo nessuno”.
D’Alema rivendica la vittoria: “L’ho abilmente costruita restando legato e imbavagliato nello stanzino delle scope”
E’ un giovane poliziotto iscritto all’Udc il protagonista dei festeggiamenti seguiti ai risultati delle amministrative alla sede del Pd romano.
“Abbiamo fatto le primarie per decidere chi doveva aprire lo spumante e ha vinto lui”, dice un funzionario del partito.
Il disappunto degli iscritti è stato comunque contenuto, perchè in ogni caso si respira aria di festa nella sede del Partito Democratico: “Una vittoria storica — si legge nei comunicati diffusi dalla segreteria — e vedrete che faremo di tutto perchè non si ripeta”.
L’analisi del voto è affidata al segretario Bersani in persona, che detta la linea: “Dove abbiamo perso le primarie, come a Genova. abbiamo vinto le elezioni. Dove abbiamo vinto le primarie, come a Parma, abbiamo perso le elezioni. Ma stiamo studiando attentamente il caso Palermo, dove abbiamo perso sia le primarie che le elezioni”.
Comunque sia, è la dimostrazione che in Italia la sinistra può vincere, soprattutto se gli elettori di destra non vanno a votare.
Particolarmente interessante il caso di Genova, dove Marco Doria ha sbaragliato gli avversari. “Anche qui bisogna fare un’analisi approfondita — dice un deputato Pd — perchè dimostra la collaborazione tra due anime della sinistra: se Sel mette il candidato e noi mettiamo i voti si vince”.
Ora che il Pd è la prima forza politica del Paese, comunque, l’esercizio di gran moda è paragonare la linea del partito alle proposte di Hollande, eletto presidente in Francia. “Tassare i ricchi, come dice Hollande sarebbe una bella idea, ma chi glielo dice ai nostri elettori?”.
Quanto alla proposta sull’eutanasia, Bersani sarebbe favorevole, ma solo nel caso di Matteo Renzi.
Nel discorso di ringraziamento del segretario non sono mancati poi toni umanitari.
“Adesso che le urne sono chiuse — ha detto — possiamo concederci gesti generosi: potete anche togliere il bavaglio a D’Alema e Veltroni, ma ricordatevi di rimetterglielo sei mesi prima delle politiche del 2013”.
Unica nota stonata, il malore di Enrico Letta, che si è accasciato nel suo ufficio una volta appresa la notizia della vittoria della sinistra.
L’allarme è poi rientrato quando un infermiere gli ha spiegato che invece aveva vinto il Pd.
Alessandro Robecchi
(da MisFatto)
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Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA CITTADINA DI MILANO DI FLI LASCIA IL PARTITO: “NON MI CI RITROVO PIU’”…”MI RIBELLO AL REGIME DEI PARTITI, LASCIO QUESTO SISTEMA SCHIFOSO”
Barbara Ciabò è una delle personalità politiche più stimate sotto la Madonnina.
“Avrei potuto far carriera, se avessi sacrificato la mia libertà “, ripete spesso.
E ora più che mai.
Ad Affaritaliani.it rivela infatti di aver lasciato Futuro e Libertà , formazione della quale era segretaria cittadina: “Mi ribello al sistema dei partiti nel suo complesso. Ho deciso di dimettermi da questo sistema schifoso. Fli? Non mi ci ritrovo più”
Barbara Ciabò, che succede?
Succede che mi sono resa conto di essere incompatibile con i partiti attuali.
Fli non l’ha soddisfatta?
Il problema non è Fli. Il problema è che siamo in mano a un’oligarchia, che pensa solo di governare servita e riverita e di riconfermarsi al potere per altri cinque anni. Sono tutti uguali. I partiti non rappresentano più i cittadini italiani. Io non esco solo da Fli, esco dal sistema dei partiti.
Perchè?
Perchè è impossibile per una persona che vuole fare solo l’interesse dei cittadini collaborare con i partiti attuali esistenti. Se siamo in questa situazione è perchè la base di chi fa politica a livello locale non reagisce, non si ribella.
Lei si sta ribellando, quindi?
Esatto. Io ho il coraggio di alzarmi dalla sedia e andarmene, di sbattere la porta, quando le cose non vanno bene. Per questo non ho fatto carriera a livello politico. La libertà per me è il mio bene più grande.
Il progetto di Fli è fallito?
Il progetto di Fli dipende da quel che faranno. Per quanto mi riguardo non mi ci ritrovo più. Ho sempre preferito la mia libertà , non ho mai preso un soldo dalla politica. Oggi più che mai lo rivendico con orgoglio.
Fabio Massa
(da Affaritaliani.it)
“Ho provato a fare politica per tanti anni con il sogno di cambiare un po’ il mondo ma vi assicuro oggi e’ impossibile in Italia, siamo in mano a un’oligarchia che vuole governare in eterno e pur di rimanere al potere farebbe di tutto.
Ora per riciclarsi alcuni riesumeranno il ricordo di Almirante e altri si attaccheranno al partito dei carini mentre a sinistra i rottamatori sono stati rottamati.
Ma non dobbiamo rassegnarci: io credo nei giovani che non si faranno comprare e sapranno pacificamente ribellarsi.
E credo che presto troveremo le modalita’ per organizzare la vera rivoluzione italiana”
(un pensiero di Barbara)
Un successivo scambio di messaggi col ns. direttore
Barbara Ciabò
“Ciao Riccardo volevo solo ringraziarti per quello che fai e dirti che sei uno dei pochi, pochissimi che ancora stimo perche’ sei libero come me.
Non condivido praticamente piu’ nulla di Fli: 25 anni di politica buttati nel cesso, di battaglie fatte, per portare al governo una manica di …. mah!
Vediamo un po’ cosa fare…Comunque quando il pesce puzza puzza dalla testa … Avremmo potuto fare grandi cose …ora siamo peggio degli altri partiti”
Riccardo Fucile
“Grazie Barbara per la stima che è contraccambiata. Purtroppo le persone libere in questo partito ormai si contano sulle dita di una mano…sembra di assistere a una guerra per bande dove ogni giorno si contano le vittime.
Un grande abbraccio”
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Maggio 26th, 2012 Riccardo Fucile
FLAVIA PERINA: “SI RESTITUISCA AGLI ITALIANI IL DIRITTO DI SCEGLIERE GLI ELETTI”
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C’è un’unica cosa che i partiti, o quel che ne resta, potrebbero dire al Paese per cercare
un minimo di riqualificazione.
E cioè: ci rifiutiamo di mandare l’Italia alle urne con il Porcellum, vogliamo restituire al corpo elettorale il potere di scegliere gli eletti.
Non mi spiego perchè ci sia tanta resistenza a prendere posizione in questo senso.
Non me la spiego soprattutto nel Partito democratico, che anzichè tormentarsi sul tema delle alleanze e delle liste civiche, su Grillo o sui rottamatori, dovrebbe esercitare tutto il suo potere e la sua forza per archiviare “l’Italia dei nominati” sfuggendo alla tentazione di sfruttare la rendita di posizione che il sistema attuale in teoria gli garantisce.
Tutto quello che abbiamo visto negli ultimi due anni nelle piazze e nelle urne è legato alla richiesta di una rappresentanza decisa dalle persone e non dalle burocrazie politiche.
La mobilitazione delle donne di “Se non ora quando” ebbe come epicentro il caso di Nicole Minetti e dei sistemi di selezione delle cosiddette quote rosa.
Il corteo per la Costituzione del 12 marzo successivo mosse dalla protesta per il tentativo di cambiare la Carta da parte di un Parlamento del tutto screditato.
E poi le amministrative di Milano e Napoli con la vittoria degli “outsider”, il raggiungimento del quorum sui quattro referendum e il successo della raccolta di firme per l’abolizione del Porcellum (con il quesito poi bocciato dalla Corte costituzionale): tutto ci ha parlato e ci parla del desiderio collettivo di esercitare fino in fondo i diritti di cittadinanza, scegliendo oltre le pigre indicazioni delle segreterie di partito.
E anche la valanga di voti al Cinque Stelle, marca la riappropriazione dello spazio pubblico da parte della “gente normale”, non più disposta a mettersi in coda nelle anticamere di qualche assessore elemosinando una carriera in politica.
Che Silvio Berlusconi la butti in caciara è naturale.
L’unica speranza del Cavaliere per conservare almeno un ruolo di interdizione nella prossima legislatura è perpetuare il bipolarismo malato del Paese, e quindi la legge elettorale che lo ha costruito, con il vantaggio ulteriore di portare a Montecitorio una “legione tebana” di fedelissimi votati a scatola chiusa e quindi legati al Capo da un inossidabile patto di fedeltà . Ma gli altri?
Non c’è un coraggioso capace di far saltare la partita delle piccole convenienze e di pronunciare un netto “non ci sto”?
L’incapacità di rischio di questa politica mi sorprende perchè somiglia all’inane attesa degli eventi del ’93-’94, con la differenza che allora era semplicemente impensabile il collasso del sistema di potere costruito intorno alla Dc e al Psi e la sconfitta nelle urne del Pds, mentre oggi dovrebbero essere tutti consapevoli del pericolo di finire nel baratro.
E più di tutti dovrebbe saperlo la sinistra, che dalla “sindrome di Occhetto” non si è ancora liberata: avere la vittoria a portata di mano e vedersela scippare da un miliardario.
Coraggio, compagni, provateci: dite qualcosa di patriottico, una volta tanto, e se davvero volete sfidare Grillo rilanciate sul suo terreno.
Mai più nominati, si vada a discutere una nuova legge elettorale e basta meline su impossibili riforme costituzionali.
E anche gli altri che si preparano a giocare la partita, i Montezemolo e i soggetti di un possibile Partito della Nazione, chiariscano la loro posizione: non c’è altro modo per rispondere ai sospetti di gattopardismo e confermare il desiderio di cambiamento speso con generosità negli articoli che parlano di mercato, sviluppo, merito, sostituzione delle vecchie classi dirigenti. Il nuovo bipolarismo, da un pezzo già attivo in Italia, non ha nulla a che vedere con destra e sinistra, liberali e statalisti, post-questo e post-quello, ma ha come discriminante lo scontro tra chi difende questo sistema di partiti e chi ne vuole costruire un altro.
La prima area al momento è affollatissima, la seconda quasi vuota.
Chi farà una mossa per occuparla si prenderà l’unico spazio pubblico che al momento conta: quello del desiderio di partecipazione.
Gli altri, peggio per loro.
Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2012 Riccardo Fucile
SEMBRA INCREDIBILE BATTERE LA COMICITA’ DEI POLITICI, MA IL BLOG FENOMENO DELLA RETE CI RIESCE
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“La sottrazione di soldi pubblici per l’istruzione del Trota è falsa. È palese che il fatto non sussiste”. Quando l’inverosimile si fa duro, i duri cominciano, anzi continuano, a fare satira. Nell’epoca post-berlusconiana il sarcasmo amaro non basta più.
Più che la battuta politicamente scorretta, che si dimentica dopo un attimo, oggi serve un luogo che funzioni da memoria collettiva dell’assurdo che è stato: “Leggi le battute, ridi, e poi inorridisci: Davvero hanno fatto questo!”: è questa, nelle parole degli autori, l’essenza del blog-fenomeno Spinoza.it  , da cui è appena nato il libro Spinoza.
Qualcosa di completamente diverso (Aliberti editore).
Si tratta di un almanacco degli ultimi dodici mesi, un anno d’oro per la satira, tra morte dei dittatori, fine del berlusconismo, inchieste sui partiti, rottamazione dei rottamatori.
Gli autori sono Stefano Andreoli e Alessandro Bonino, che, assieme a una trentina di curatori, selezionano le battute inviate dai lettori, “circa mille al giorno”.
Le ragioni del successo di un blog che “raggiunge qualche milione di contatti al mese” stanno nel mix tra la battuta esilarante (“Ratzinger ha mostrato un’ampolla con il sangue di Wojtyla. È il segreto della sua fantastica sangria”), e quella che, insieme, fa gelare il sangue (“Ciao, sono don Marco e sono due settimane che non tocco un bambino”).
Bersagli particolarmente amati dagli spinozisti sono, oltre ai politici, la Chiesa, ma anche i giornalisti (“Sallusti vince il premio Hemingway: Per chi suona la panzana”) e le celebrieties (“Cagna adotta sei cinghiali. Ora la Jolie sta davvero esagerando”).
Nessuno viene risparmiato. Nè quando i protagonisti si ammalano o muoiono (“È morto Don Verzè. Su consiglio del commercialista”). Nè quando succedono eventi sconvolgenti, come la strage di Oslo (“Strage di giovani laburisti a Utoya. Dimezzati i rischi di avere un Matteo Renzi norvegese”).
“La nostra satira è diversa da quella dei giornali, perchè Internet ci permette di dire cose difficilmente pubblicabili altrove.
Una battuta come ‘Berlusconi ha sempre combattuto la mafia. Spesso nascondeva le ciabatte a Mangano’ — raccontano — è un esempio di come si possa veicolare un messaggio senza avere guai”.
Chi volesse tracciare un identikit politico dello spinozista doc deve però arrendersi: “Tutto quello che viene pubblicato è una sintesi delle nostre divergenze”.
LEGA NELLA BUFERA
“Una tragedia se le sei sottovento”. Le accuse: “Sulla Lega Nord l’ombra della ‘ndrangheta. Ma anche viceversa”.
Il punto è un altro, però: “Oggi tutti a dire che i leghisti sono ladri. Ma vi siete già scordati quanto sono stronzi?”. E gli investimenti a Cipro e in Tanzania? “Chissà Bossi cosa aveva detto”.
C’È CRISI
“Il passo del Vangelo su Erode è stato incluso nella manovra”. “Tua moglie, piuttosto che comprarti un regalo, te la darà ”. “Mia nonna mi ha regalato un passamontagna”. “In tv trasmettono Mamma e il gommone”; “Nel calendario Pirelli c’è la Merkel”. “Fuggono i cervelli? No, gli stomaci”.
B. SI È DIMESSO!
(Sottofondo audio: tripudio di miccette). “Il berlusconismo è finito. Pubblicità ”. Finalmente gli italiani possono sfogarsi. “Vergogna, hanno urlato allo specchio”.
La caduta di B. “è come la laurea: l’hai desiderata per anni, ti ubriachi e il giorno dopo non sai che cazzo fare”.
Numerosi però gli effetti positivi: “Mediaset congeda Fede: I soldi sono sul comodino”.
l premier è sempre più isolato (“stamattina è andato a farsi asportare due costole”), ma pensa a un film sulla sua vita politica: “Brivido quando si scopre che mamma Rosa è lui con la parrucca”.
LE MANOVRE
L’impatto sulle famiglie italiane sarà duro: “Cara, tu a quale figlio vuoi più bene?”. La Fornero piange: “Era la versione per non udenti”. Per fortuna arriva il contratto unico “Chi sarà il fortunato?”.
Ma c’è chi si rivolta contro le misure: “Briatore: Tassare gli yacht sarebbe una vera idiozia. Spiegategli che tassano il proprietario dello yacht”. Soluzione per gli esodati: “I nati nel 1952 d’ora in poi saranno nati nel 1964”.
ALEMANNEIDE
Contro l’inefficienza del sindaco il buon senso dei cittadini: “La capitale è coperta dalla neve. “Aho’, e giratela ‘sta boccetta!”. Alemanno attacca la Protezione civile: “Non aveva precisato che la neve sarebbe arrivata dal cielo”. La protezione animali si appella agli uccelli: “Lasciate briciole di pane sui davanzali”.
SINISTRAMENTE
Trionfo di Pisapia e De Magistris. “Non mi sentivo così felice dall’invasione della Cecoslovacchia”. Il Pd reagisce con campagna di tesseramento.
“Testimonial un panda”. D’Alema insiste “La politica che cerca un leader che comunica bene è superata”. Te lo auguro.
Caso Lusi: “Nel bilancio della Margherita c’erano voci poco credibili. Tipo: festeggiamenti elettorali”.
DITTATORI
Dopo la morte di Gheddafi “c’è ottimismo per il futuro della Libia. Il nuovo dittatore non potrà essere così pacchiano”.
Sulla cattura e la morte di Bin Laden “quindi da domani posso imbarcare lo shampoo nel trolley?”, si fa strada un’ipotesi fondata: “Tradito da un corriere. Così impara a ordinare il nuovo iPad”.
Elisabetta Ambrosi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2012 Riccardo Fucile
LOTTA DI POTERE IN CURIA: IL SEGRETARIO DI STATO, CARDINAL BERTONE, COMBATTE PER LA SUA SOPRAVVIVENZA
L’arresto di un assistente papale per i Vatileaks è l’inizio di un nuovo capitolo disastroso
per la Santa Sede.
Non la fine della vicenda.
Intanto rivela una drammatica vulnerabilità dell’entourage papale. Ma c’è di più. Quando si arriverà al processo contro i responsabili della fuga di documenti, Benedetto XVI potrà ringraziare il suo Segretario di Stato Tarcisio Bertone per altre ondate di pubblicità negativa a livello planetario.
L’affaire si intreccia con il caso Gotti Tedeschi.
L’estrema brutalità del comunicato con cui è stato silurato il presidente dello Ior è il segno che la lotta di potere all’interno della Curia ha raggiunto un livello di parossismo impensabile.
Mai era accaduto negli ambienti curiali, così felpati, che si colpisse così duramente nell’onore un uomo scelto dal Papa.
La reazione del Segretario di Stato, che fa sfiduciare pubblicamente Gotti, rappresenta la rottura di una tradizione.
Nella sua violenza svela la paura di Bertone di essere scalzato dalla carica.
In pari tempo la vicenda rimanda ad un pontefice debole e fragile, incapace come re Lear di tenere a bada la sua corte.
à‰ chiaro che c’è un gruppo clandestino in Curia (non un solo maggiordomo come nei gialli) a volere un cambio di gestione al vertice.
L’arma che gli oppositori agitano sono gli autogol internazionali di Bertone.
In un anno il Segretario di Stato, apparente vincitore in queste ore, ha piazzato tre formidabili boomerang, tutti dannosi per l’immagine di Benedetto XVI e il suo desiderio di garantire pulizia e trasparenza nelle finanze e nell’amministrazione vaticana.
Monsignor Carlo Maria Viganò, segretario del Governatorato, aveva denunciato corruzione negli appalti e in alcuni settori amministrativi.
Bertone lo ha rimosso quasi fosse un mitomane.
Agli occhi del mondo diplomatico e mediatico è apparso chiaro che Viganò è stato colpito perchè voleva fare pulizia.
Nel dicembre 2010 Benedetto XVI istituisce l’Autorità di informazione finanziaria, guidata da un cardinale, per portare lo Ior nella “lista bianca” del sistema bancario internazionale.
Passano pochi mesi e per iniziativa del Segretario di Stato si accredita la teoria che la trasparenza non vale per il passato e si emanano nuove norme, che imbrigliano l’autonomia della nuova Authority.
A nulla valgono le accorate proteste del cardinale Nicora e di Gotti Tedeschi. Secondo autogol e pessima figura presso Moneyval, l’organismo europeo incaricato di verificare lo standard antiriciclaggio delle banche d’Europa.
Il terzo autogol è la cacciata di Gotti Tedeschi.
Faceva resistenza all’operazione San Raffaele, voluta dal cardinale Bertone con il miraggio faraonico di un “polo ospedaliero cattolico” comprendente San Raffaele, policlinico Gemelli e l’ospedale di Padre Pio.
Gotti Tedeschi inoltre non condivideva lo stile di comando di Giuseppe Profiti, presidente del Bambin Gesù (condannato in primo grado per il coinvolgimento nello scandalo delle mense in Liguria: “concorso in turbativa d’asta”) e fatto vice-presidente del San Raffaele in quanto longa manus di Bertone.
Il Segretario di Stato non glielo ha mai perdonato.
L’aver perseguito, poi, una linea senza compromessi e attivamente critica nei confronti di Bertone per la questione della trasparenza dello Ior, è costata la testa a Gotti.
Lui lo presagiva e da mesi confidava agli amici: “Mi salva soltanto il rapporto con il Papa”.
Cosa succederà adesso? Il Segretario di Stato, con questa prova di forza, dimostra di volere resistere ad ogni costo alle pressioni rivolte a Benedetto XVI perchè lo sostituisca a dicembre in occasione dei suoi 78 anni.
Ma l’estrema debolezza di Benedetto XVI, che in queste vicende non è riuscito a tenere ferma la barra nella direzione da lui stesso auspicata, mostra che il pontefice ormai ottantacinquenne e fisicamente fragilissimo (e occupato a scrivere il terzo libro su Gesù) non riesce a tenere sotto controllo gli affari della Curia e si affida — anche a costo di buttare a mare persone che stima — al Segretario di Stato, da cui non sembra in grado di staccarsi.
Il mondo cattolico è disorientato.
L’Avvenire, mentre pubblica il comunicato vaticano, scrive che Gotti “aveva fatto proprio l’impegno per la crescita dello Ior nella trasparenza secondo standard internazionali”.
Ha commentato l’ex vicedirettore dell’Osservatore Romano Gianfranco Svidercoschi: “Nel comunicato vaticano che definisce criminale la diffusione dei documenti arrivati alla stampa non c’è una sola riga dedicata ai fatti ivi descritti”.
Il popolo delle parrocchie non ci capisce più nulla.
à‰ una deriva quale mai si era verificata in Santa Romana Chiesa.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 26th, 2012 Riccardo Fucile
L’ASSALTO AL POTERE E LE MANOVRE PER IL PROSSIMO CONCLAVE…LA SEGRETERIA DI STATO NEL MIRINO: ORA E’ CACCIA AI MANDANTI
C’è un dettaglio illuminante nella vicenda che lega l’arresto del cameriere di Sua Santità , considerato il “corvo” che passava le carte segrete vaticane ai media, alla cacciata di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior.
E tocca il Pontefice, il suo appartamento, unendosi alle dicerie sulla salute di Joseph Ratzinger, il quale invece sta bene per l’età che ha (85 anni), come risulta evidente a chi lo incontra e vede da vicino.
Perchè i documenti interni diffusi, e di recente pubblicati anche in un libro, non portano per la maggior parte il timbro della Segreteria di Stato vaticana.
Non sono usciti, cioè, da quell’ufficio, al quale pure sono arrivate.
Ma provengono direttamente dall’Appartamento papale, dove alcune erano ad esempio giunte al fax con il numero riservato di monsignor Georg Gaenswein, il segretario personale di Benedetto XVI.
E vista l’assoluta fedeltà dell’assistente tedesco – il quale per ragioni di opportunità giovedì scorso ha addirittura rinunciato a una conferenza a Pordenone dal titolo “Vi racconto il Papa”, eppure annunciata da due ampie pagine sull’Osservatore Romano e su Avvenire (“Es ist besser nicht”, meglio di no, gli ha detto Ratzinger) – per quanto incredibile questo sia apparso agli inquirenti vaticani, le indagini sui diffusori delle carte si sono infine concentrate sulla casa di Benedetto.
Nel cosiddetto Appartamento, con la A maiuscola, vive la Famiglia pontificia.
Composta
dalle persone che sono intorno al Papa. Chi ci abita rassetta, prepara e consuma i pasti con lui, tenendogli compagnia talvolta guardando la tv.
Sono loro a festeggiarlo nei giorni comandati e nei compleanni. Loro ad accogliere i visitatori esterni, come il fratello del Pontefice, monsignor Georg Ratzinger.
Nell’Appartamento circolano monsignor Gaenswein appunto, l’altro segretario, il maltese Alfred Xuereb, le quattro Memores domini, donne laiche che fanno vita consacrata, accudendo le stanze e preparando colazione, pranzo e cena.
E il cameriere del Pontefice, Paolo Gabriele.
Su di lui si sono appuntati i sospetti sia della Gendarmeria vaticana guidata dal comandante Domenico Giani, sia la commissione di indagine dei tre cardinali presieduta dal porporato spagnolo Julian Herranz Casado, allievo diretto del fondatore dell’Opus Dei, Josemaria Escrivà de Balaguer.
I “corvi” che hanno passato le carte fuori dalla Santa Sede, com’è noto da tempo, sono più d’uno.
Ieri la Segreteria di Stato è uscita allo scoperto, accusando addirittura Gotti (“era uno dei corvi” hanno detto), il quale però si è difeso contrattaccando (“li querelo”) .
Uno scontro al calor bianco che fa da sfondo alla cacciata dell’economista per “gestione insoddisfacente”.
La vicenda dei “Vatican leaks” si sta così allargando, scuotendo l’intero vertice della Santa Sede, con colpi feroci tra fazioni di cardinali, mentre il Papa assiste e si prepara a compiere, da qui a pochi mesi, passi decisivi.
Monsignor Gaenswein è rimasto molto toccato dalle critiche arrivate al Pontefice attraverso le carte.
E anche il segretario di Stato, Tarcisio Bertone – comunque lo si veda è però un fedelissimo di Joseph Ratzinger – è apparso provato dalla vicenda. Ha persino accarezzato l’idea, come già fatto in passato, di offrire il proprio posto e dimettersi.
Ma il Papa gli ha fatto subito capire che non se ne parlava nemmeno.
Alla destra di Benedetto, un gruppo di cardinali, arcivescovi e monsignori si è mosso in prospettiva futura con un obiettivo duplice e ambiziosissimo: la presa della Segreteria di Stato e, successivamente, addirittura la conquista del Conclave con un Papa scelto tra le proprie file.
E’ quello che un osservatore attentissimo di cose vaticane definisce “un vero e proprio colpo di Stato”. E le menti che hanno concepito il piano sono le stesse che hanno foraggiato i media, attraverso i “corvi”, di carte segrete al fine di portare scompiglio e far cadere il governo vaticano.
Il progetto è fallito. La Santa Sede è attualmente sottoposta a dure critiche da parte dell’opinione pubblica internazionale, con un’immagine intaccata.
Ma il golpe non è riuscito perchè il Papa – che contrariamente a quel che si è vociferato è pienamente in salute – sa tutto, conosce i membri dell’una e dell’altra fazione, ed è deciso a regolare la faccenda al tempo dovuto e, com’è d’uso, senza clamori.
Bertone a dicembre compirà 78 anni ed è possibile un suo passo indietro.
Alcuni osservatori danno per favorito l’attuale prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Mauro Piacenza, che lo scorso anno ha ottenuto da Benedetto una doppia promozione: la berretta cardinalizia e la guida di un dicastero.
Le strade che il Papa ha davanti sono più d’una: riconfermare Bertone; accettare infine le sue dimissioni e sostituirlo con Piacenza; oppure cambiare del tutto cavallo scegliendo un outsider per sgombrare il campo dai durissimi scontri interni.
Questa terza ipotesi riguarda l’attuale ministro degli Esteri, il corso Dominique Mamberti, che gode della considerazione di Bertone e, allo stesso tempo, viene considerato un candidato debole per non ostacolare le ambizioni alla destra del Papa dei diretti interessati alla Segreteria di Stato.
Si è cercato, da questo fronte, di accreditare l’idea che la Commissione cardinalizia di indagine fosse priva di mordente e di capacità operativa.
In realtà , proprio quella composizione (Julian Herranz Casado, Jozef Tomko, Salvatore De Giorgi) è stata ed è la chiave del successo dell’inchiesta, non ancora conclusa, perchè i tre anziani cardinali sono ben presenti a loro stessi.
E soprattutto non hanno ambizioni proprie o per altri.
Diversa la battaglia sul futuro Conclave.
Nel Novecento, quasi sempre i Pontefici hanno informalmente indicato i propri successori, puntando i riflettori sui loro preferiti.
È accaduto da Pio XI in poi. Benedetto XVI ha forse in mente il proprio successore.
Ora gli osservatori si attendono da lui un segno.
Le voci false diffuse sul suo stato di salute (“ha un tumore al fegato”, “ha avuto due ischemie”), puntano a delegittimarlo.
Ma il Papa per ora è saldo e guarda al proprio domani, pensando anche al futuro della Chiesa.
Marco Ansaldo
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