Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
“NON DECIDA IL GOVERNO DOVE INTERVENIRE”… “LA MANOVRA PREVEDE NUOVI TICKET DA GENNAIO 214: NON SONO SOSTENIBILI”
«Nei tagli alla Sanità non si può andare oltre, è stato raggiunto il limite».
È la “linea del Piave” di Renato Balduzzi.
Il ministro della Salute ha appena concluso l’incontro con le Regioni sulla spending review.
Un incontro al calor bianco, con i “governatori” sulle barricate.
E lei, ministro Balduzzi su cosa batterà i pugni nel governo?
«Ho detto che non è pensabile sia Roma a decidere quali piccoli ospedali vanno chiusi».
Alle Regioni non basta; sono al collasso sulla spesa sanitaria. L’incontro è finito a insulti?
«Non ci sono stati insulti. Abbiamo constatato che non c’è accordo, ma l’abbiamo fatto con garbo».
I piccoli ospedali si chiudono o no?
«È necessaria una riorganizzazione della rete ospedaliera, non c’è dubbio. Le Regioni sono invitate a farlo, in particolare quelle che – proprio per la mancata razionalizzazione – sono in piano di rientro (Piemonte, Puglia, Sicilia) e quelle in commissariamento (Lazio, Campania, Abruzzo, Molise, Calabria). Ma non sarebbe coerente con il riparto delle competenze tra Stato e Regioni se i tagli fossero decisi da Roma. Ne andrebbe di mezzo la serietà di una politica sanitaria. Una cosa così non può essere accettata. Lo dirò in consiglio dei ministri».
Con quante chance di successo?
«Mi auguro che gli argomenti siano ascoltati».
Tre miliardi di tagli in due anni, più quelli già decisi dalle finanziarie Tremonti: sono una botta da Ko alla Sanità .
«Non si deve parlare solo di tagli, perchè la somma in meno per le Regioni significa una revisione e riqualificazione della spesa. Questo sarà chiaro dal primo gennaio 2013, quando saranno compiutamente disponibili i prezzi di riferimento di beni e servizi sanitari e dei dispositivi medici. E quindi ciascuna Asl verificherà meglio i propri scostamenti».
Tutto si può tagliare, ma con la salute non si scherza. La paura dei cittadini è la caduta della qualità delle prestazioni. E se per risparmiare si comprano protesi scadenti, ad esempio?
«Questo è ciò che va evitato. Ma confido nella capacità del sistema sanitario nel suo complesso. Ho aperto un confronto con le Regioni, specialmente con quelle che hanno già avviato processi di riqualificazione della spesa, e che dunque hanno più difficoltà a immaginare margini di risparmi. So bene che è una grande sfida».
Altra cosa che interessa i cittadini: dovremo pagare nuovi ticket sanitari?
«La manovra del luglio 2011 prevede dal primo gennaio 2014 nuovi ticket; io li considero non sostenibili. Sto cercando un meccanismo per evitarli».
Tornando alla spending review: i medici ospedalieri sono in agitazione; Farmindustria parla di 10 mila posti a rischio; il “governatore” della Puglia, Vendola minaccia la restituzione delle deleghe sanitarie perchè non sarà più possibile erogare servizi. È una rivolta.
«L’intervento del governo a certe condizioni credo sia complessivamente sostenibile, almeno nel 2012. Certo ci vuole una riflessione sul servizio sanitario nazionale, accompagnata da una serie di leggi, da quella sulla responsabilità generale dei medici alla riforma della medicina generale, alla cosiddetta continuità assistenziale».
I tagli lineari sono giudicati “indigeribili” dalle Regioni.
«Lo sono in parte nel 2012, ma il prossimo anno non lo saranno più perchè ci saranno i prezzi di riferimento. La linearità è legata all’emergenza dei risparmi anche per non fare aumentare l’Iva da ottobre. E anche la Sanità , voglio ricordare, paga l’Iva».
Però in definitiva i posti 16-18 mila posti letto negli ospedali vanno tagliati?
«Penso che la percentuale possa essere di 3,6 posti letto ogni mille abitanti, senza penalizzare i servizi ai cittadini ma razionalizzando. La spesa sanitaria era un cavallo imbizzarrito che è stato domato».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
REGIONI CONTRO IL MINISTRO CHE A SUA VOLTA CONTESTA IL GOVERNO… ADDIO STRUTTURE CON MENO DI 500 NASCITE L’ANNO… SECONDO ERRANI SONO 20 I MILIARDI DI SACRIFICI CHIESTI ALLA SANITA’
E’ scontro tra le Regioni e il ministro Renato Balduzzi sulla spending review. 
Ieri sera si è svolto un incontro in cui il responsabile della salute ha illustrato ai governatori le idee dell’esecutivo su come recuperare soldi dalla sanità .
Non ci sono state sorprese: è stata quasi totalmente confermata la linea della bozza di provvedimento già nota, ad esempio per quanto riguarda i provvedimenti sugli acquisti di beni e servizi da parte delle Asl e sui farmaci.
Forse potrebbero esserci dei cambiamenti riguardo al destino dei piccoli ospedali, e lo stesso Balduzzi si è messo in polemica con il suo governo per come è stato impostato questo tema, ma il ministro ha ribadito la decisione più dura: il taglio del fondo sanitario nazionale.
Si tratta di un miliardo in meno per quest’anno, due per il prossimo e probabilmente altri due per il 2014.
«Il governo ci ha presentato le sue proposte che noi non condividiamo, perchè pensiamo che non si tratti di spending review ma piuttosto di tagli lineari», attacca alla fine dell’incontro Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni: «In questo modo non può funzionare. Se il governo ritiene di coinvolgerci in un ragionamento serio di riduzione della spesa noi siamo pronti ma chiediamo di ridiscutere il patto sulla salute, partendo anche dal fatto che tutte le manovre hanno portato tagli alla sanità per oltre 20 miliardi, e chiunque è in grado di capire che non sta in piedi».
Alle riduzioni di finanziamenti ipotizzate dal Governo Monti, infatti, vanno aggiunte quelle legiferate dal ministro Tremonti, che circa un anno fa ha tagliato le entrate delle Regioni imponendo di mettere un nuovo ticket sulla specialistica ambulatoriale e sulla diagnostica per recuperare soldi e mettendo in cantiere altre misure che produrranno riduzioni anche nei prossimi anni, per un totale di circa 8,5 miliardi di euro.
Gli ospedali
Sono 257 le strutture sotto gli ottanta posti letto
Il tema dei piccoli ospedali, al di là del suo valore economico piuttosto basso, è quello più caldo dal punto di vista politico. Nella bozza del governo si parlava di tagli sotto i 120 letti, ma il ministro Balduzzi ha apertamente criticato questa impostazione.
Prima ha proposto di abbassare il limite a 80 letti, poi ieri ha spiegato che non vuole imporre alle Regioni le chiusure, ma una cambiamento e una razionalizzazione dell’offerta di sanità di queste strutture.
Durante il vertice di ieri sera è stato questo il punto su cui è parso possibile un cambiamento di rotta dell’esecutivo. Comunque sia, con l’operazione ospedali si recupererebbero circa 250 milioni, non una cifra altissima.
Al ministero hanno calcolato, forse sovrastimando un po’ il dato, quante sono le strutture sanitarie che hanno pochi letti: 257 sono quelle sotto gli 80 e 399 quelle sotto i 120.
Togliere i piccoli ospedali non solo porta ad un risparmio ma razionalizza – secondo molti l’offerta.
In sanità spesso piccolo non è bello, perchè le strutture che lavorano poco sono considerate meno sicure di quelle grandi. Chiudere, però, per le Regioni significa affrontare le ire delle comunità locali, sempre molto legate ai propri ospedali.
Resta in piedi la proposta, comunque non nuova, di continuare a tagliare i letti anche nelle grandi strutture, per passare dai 4 posti per 1000 abitanti di oggi a 3,6.
I reparti maternit�
Punti nascita, si cambia va avanti chi lavora di più
Si tratta di un vecchio obiettivo, discusso e approvato alcuni mesi fa dalle Regioni italiane e dal ministero, di cui in molti si sono scordati.
Sembra pronto per tornare in auge con la spending review, e potrebbe portare ancora una volta a delle chiusure.
In questo caso si parla dei punti nascita che fanno meno di 500 parti all’anno.
Secondo l’Oms una struttura sanitaria per essere sicura deve essere addirittura sopra quota 1.000 ma in Italia si è deciso di rimanere larghi.
Gli ospedali che lavorano troppo poco, quando si tratta di maternità , rischiano di essere pericolosi.
Per questo praticamente tutti sono d’accordo nel tagliare i 112 punti nascita che in Italia non arrivano a 500 parti (esclusi quelli in particolari situazioni geografiche, ad esempio sulle isole) e nei quali vengono al mondo circa 32.600 bambini, poco meno del 7% del totale.
Il problema è quando si mettono in pratica i tagli. Di solito ci si scontra con la rabbia dei paesi o delle città a cui si vuole togliere il punto nascita, con le barricate delle mamme con passeggino e dei politici locali.
Per questo, anche se praticamente in tutti i piani sanitari regionali si parla di taglio sotto i 500 parti, quasi nessuno va avanti con l’operazione. Il periodo particolarmente difficile dal punto di vista dei conti potrebbe dare la spinta definitiva ad avviare la riforma delle maternità .
Il Fondo sanitario
Si rischiano 5 miliardi di risorse in meno
à‰ la benzina dei sistemi regionali della sanità . Il fondo sanitario nazionale fa funzionare ospedali, ambulatori, assistenza domiciliare.
L’idea del Governo è di fare un taglio di un miliardo per questi ultimi mesi dell’anno (con in mezzo l’estate), poi di due miliardi l’anno prossimo. E nella bozza di decreto spunta anche la possibilità di replicare la stessa diminuzione del 2013 anche nel 2014.
Cinque miliardi, una riduzione pesantissima per le casse delle Regioni, che ieri si sono battute durante l’incontro con il ministro Balduzzi per bloccare questa parte della manovra, la più pesante di tutte.
La proposta è stata quella di “spacchettare” il taglio, prevedendo solo quello per quest’anno ed inserendo, intanto, quello del 2013 nella discussione del patto della salute, l’accordo che dopo l’estate dovrà determinare le linee principali di politica sanitaria del nostro paese.
Balduzzi si sarebbe detto disponibile a provare, con la consapevolezza che il resto del Governo potrebbe molto probabilmente non accetterà la proposta.
I miliardi della sanità si vogliono mettere nel bilancio della spending review subito. Se finirà davvero così le Regioni già in piano di rientro andranno ancora di più in difficoltà e inizieranno a scricchiolare paurosamente anche quelle più sane.
Per chi ha già iniziato a razionalizzare, infatti, ci sono pochi margini per ridurre le spese senza intaccare i servizi sanitari.
Gli acquisti
Protesi, valvole, siringhe Consip fissa i prezzi giusti
E’ noto da tempo lo scandalo dei prezzi dei beni e dei servizi che le aziende sanitarie (pubbliche) comprano dalle aziende private.
Soprattutto i dispositivi (dalle valvole cardiache, alle protesi, fino a strumenti come le siringhe) hanno prezzi molto diversi a seconda di dove sono acquistati.
Tra l’altro pesano le quantità : chi compra meno paga di più.
Un altro fattore che condiziona il prezzo sono però i tempi di pagamento del pubblico, in certe Regioni lunghissimi.
In questo scenario, il governo incarica la Consip, società del ministero della Finanze che funge da centrale di acquisti, di calcolare il prezzo medio per i vari prodotti.
Le aziende dovranno prima di tutto ridurre del 5% i contratti di acquisto e fornitura in essere. E se comunque resteranno troppo lontani dal valore indicato dalla Consip potranno chiedere di rescindere l’accordo con il fornitore. In questo modo si potrebbe recuperare una cifra importante.
I contratti per beni e servizi in sanità pesano per 34 miliardi.
Sempre riguardo al rapporto con i privati, la manovra prevede di ridurre i contratti che convenzionano le Asl con cliniche e ambulatori esterni: taglio dell’1% quest’anno e del 2% l’anno prossimo.
Si inciderà così anche in un settore molto presente in alcune Regioni, costringendo gli assessorati a rivedere le convenzioni.
I farmaci
L’industria lancia l’allarme “In pericolo 10 mila posti”
I provvedimenti sulla farmaceutica impongono ai farmacisti e ai produttori di aumentare il loro contributo al servizio sanitario.
Intanto perchè fanno crescere lo “sconto” che devono fare al pubblico per ogni confezione (rispettivamente il 3,65% e il 6,4%), poi perchè abbassano all’11,5% il tetto di spesa territoriale per i medicinali (rispetto quella generale sanitaria) oltre il quale si devono accollare le spese. Così ieri il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, ha attaccato la bozza del Governo: «Ci troviamo a dover fronteggiare un decreto che peserebbe per il 40% sull’industria farmaceutica e che le darebbe un altro colpo insostenibile.
Ci domandiamo se valga la pena colpire ed affondare uno dei pochi settori manifatturieri che resiste ancora ».
Per Scaccabarozzi, manovre e spending review rischiano di far perdere al settore 10mila posti di lavoro nei prossimi 5 anni.
Tra l’altro nella bozza si prevedeva la possibilità di utilizzare “off label” i farmaci meno cari che hanno gli stessi effetti di quelli specificamente indicati per una certa patologia.
Capita che di due prodotti uguali solo uno abbia ottenuto l’autorizzazione per curare una certa malattia.
Di solito è molto più caro di quello identico che non ha ottenuto (o non ha voluto) inserire quel problema tra le sue indicazioni.
La bozza prevederebbe di poter usare anche questo secondo medicinale per risparmiare: «Una norma che avrà effetti devastanti», chiude Scaccabarozzi.
Michele Bocci
(da “La Repubblica“)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
VIA LIBERA A QUATTRO PDL SU SETTE, RESTA FUORI PER UN VOTO FLAVIA NARDELLI, LA CANDIDATA PER CUI AVREBBE VOTATO IL CONSIGLIERE PDL DISSIDENTE SOSTITUITO FUORI TEMPO MASSIMO DA SCHIFANI
La Commissione di vigilanza Rai ha eletto i sette membri del consiglio d’amministrazione di sua competenza.
I nuovi consiglieri di viale Mazzini sono: Antonio Verro, Antonio Pilati, Luisa Todini, Guglielmo Rositani, Gherardo Colombo, Benedetta Tobagi, e Rodolfo De Laurentis.
Non c’è l’ha quindi fatta l’outsider Flavia Nardelli Piccoli che ha raccolto quattro voti.
A questi 7 nomi sono poi da aggiungere Anna Maria Tarantola e Marco Pinto, indicati invece dall’azionista di riferimento, il ministero dell’Economia.
La nomina di Tarantola dovrà passare prima per il vaglio della stessa Commissione di vigilanza, dove occorrerà una maggioranza del due terzi per l’ok definitivo alla sua nomina.
Verro, Rositani, Pilati e Todini sono stati nominati su indicazione Pdl-Lega Nord; De Laurentiis in rappresentanza dell’Udc; Tobagi e Colombo, su indicazione del Pd dopo una consultazione con diverse associazioni della società civile.
La fumata bianca arriva dopo che la Commissione di vigilanza è stata teatro negli ultimi giorni di duri scontri e feroci polemiche.
L’ultimo episodio ieri, quando il Pdl ha ottenuto dal presidente del Senato Renato Schifani la sostituzione del senatore Paolo Amato, colpevole di aver annunciato l’intenzione di votare per Flavia Nardelli contravvenendo alle indicazioni di partito.
Una situazione che indotto lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti ad intervenire minacciando un commissariamento della Rai.
Ecco chi sono i sette nuovi consiglieri:
ANTONIO VERRO. L’imprenditore e politico palermitano, classe 1946, laureato in giurisprudenza, era già membro del cda Rai dal 2009.
ANTONIO PILATI. Milanese classe 1947 è noto per essere stato l’ispiratore della legge Gasparri sul sistema radiotelevisivo. Dal ’71 al ’73 è stato Direttore di ricerca a Makno Spa. Ha lavorato a lungo nel campo della pubblicità e del marketing, con ruoli di consulenza per importanti aziende come Eni, Rai, Fininvest, Sole 24 Ore e Basf
LUISA TODINI. Nata a Perugia il 22 ottobre 1966 è un’imprenditrice impegnata nel settore agricolo ed immobiliare. E’ stata eletta deputata europea nel 1994 per Forza Italia a soli 28 anni. Dal 2010 è presidente della Federazione industria europea delle costruzioni, mentre da quest’anno è consigliere di amministrazione della Fondazione Child. E’ stata vicepresidente dell’Istituto per la Promozione Industriale e consigliere di amministrazione dell’Università Luiss.
GUGLIELMO ROSITANI. Nato il 14 febbraio 1938 a Varapodio (Reggio Calabria), città della quale è sindaco, è membro della Direzione nazionale di Alleanza nazionale. Laureato in Economia e commercio, ha militato fin da ragazzo prima nel Movimento Sociale Italiano e poi in An. Tra il 1986 e il 1992 ha fatto anche parte del Collegio sindacale della Rai. Rositani è stato deputato di An nell’XI, XII, XIV e XV legislatura e ha ricoperto, tra l’altro, il ruolo di vicepresidente della commissione Cultura di Montecitorio. Dal 2009 siede nel cda Rai.
BENEDETTA TOBAGI. Figlia minore di Walter Tobagi, giornalista assassinato dalle Brigate Rosse, è nata a Milano il 24 gennaio 1977. Laureata in Filosofia, ha nel suo curriculum una collaborazione con La Repubblica, oltre alla conduzione di programmi radiofonici, prima su Radio 3 e poi su Radio 2. Ha dedicato alla memoria del padre il libro ‘Come mi batte forte il tuo cuore’, pubblicato nel 2009 e vincitore di diversi premi. E’ Impegnata con alcune associazioni nella lotta a terrorismo e mafia.
GHERARDO COLOMBO. Nato a Briosco (Monza) il 23 giugno 1946, ex magistrato, è noto soprattutto per aver fatto parte del Pool di Mani pulite, ma come pm della procura di Milano ha condotto altre inchieste celebri come quelle sul delitto Ambrosoli, sulla Loggia P2 e su Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme. Ha lasciato la magistratura nel febbraio 2007, due anni dopo essere stato nominato consigliere presso la Corte Cassazione. Da allora si è impegnato nella diffusione della cultura della legalità nelle scuole. Nel 2009 è stato nominato presidente della casa editrice Garzanti Libri.
RODOLFO DE LAURENTIIS. Nato a Collelongo (L’Aquila) il 21 settembre 1960, eletto in Parlamento prima nelle liste del Ccd, poi per l’Udc, nelle ultime tre legislature, è stato segretario della commissione di Vigilanza (tra il 2006 e il 2008), nonchè membro delle commissioni Cultura e Trasporti della Camera. Per il partito di Pier Ferdinando Casini nel 2008 è stato in corsa per la presidenza della Regione Abruzzo (alle elezioni si è imposto il candidato del Pdl Gianni Chiodi). Dal febbraio 2009 è nel cda Rai.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
“L’UNICO MODO PER IMBAVAGLIARE LA MAFIA E’ RIFIUTARE COMPROMESSI”… MONSIGNOR FRANCESCO MONTENEGRO VIETE LE ESEQUIE DI GIUSEPPE LO MASCOLO, BOSS DI COSA NOSTRA A SICULIANA
Nella chiesa del Santissimo Crocifisso di Siculiana (Agrigento) era già tutto pronto per i
funerali di Giuseppe Lo Mascolo, ultrasettantenne deceduto due giorni prima a causa di un ictus.
Il parroco don Leopoldo Argento però ha dovuto fermare la funzione: niente esequie per Lo Mascolo, ma soltanto una preghiera e la benedizione della salma.
Il motivo? Lo Mascolo era considerato il nuovo boss mafioso di Siculiana, e l’ordine della Curia è stato netto: nessun funerale in chiesa per boss e presunti tali.
Arrestato solo pochi giorni prima di morire nell’operazione della polizia “Nuova Cupola”, per gli inquirenti Lo Mascolo era infatti uno dei personaggi più importanti della cosca, secondo soltanto ad Antonino Gagliano, il presunto capo mandamento della zona.
In passato il piccolo comune aveva guadagnato le pagine dei giornali a causa di boss mafiosi come Pasquale Cuntrera e Gerlando Caruana, diventati i principali gestori del narcotraffico su scala mondiale.
Oggi invece Siculiana celebra la storica scelta di monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della commissione episcopale della Cei, che vietando le esequie religiose per un boss mafioso crea di fatto un importante precedente.
Per la verità non è la prima volta che il presule della città dei templi prende posizione contro Cosa Nostra. “L’unico modo per imbavagliare la mafia è fare sul serio, amare e cercare la verità e il bene, rifiutare la mediocrità , i compromessi e il conformismo. Se la mafia c’è è anche colpa nostra” aveva detto monsignor Montenegro durante i festeggiamenti in onore di San Calogero, il santo patrono.
“La mafia deve essere combattuta a partire dalle feste religiose, momento storicamente molto caro ai boss di provincia” è invece il commento del sacerdote Carmelo Petrone, direttore del settimanale diocesano L’amico del Popolo.
Parole lontane anni luce dall’atteggiamento tenuto negli anni ’60 dal cardinale di Palermo Ernesto Ruffini. “Che cos’è la mafia? Forse una marca di detersivi?” scherzava Ruffini con i giornalisti.
I rivoli della storia di Cosa nostra raccontano infatti di un atteggiamento per nulla ostile tenuto da alcuni ministri del culto nei confronti di importanti boss mafiosi.
Il caso più famoso è forse quello di padre Agostino Coppola, parroco di Carini e nipote del boss italo americano “Frank Tre Dita” Coppola.
Il sacerdote fu arrestato nel 1976 perchè sarebbe stato complice del boss Luciano Liggio, che in quegli anni si dedicava con profitto ai sequestri di persona.
In alcuni casi sarebbe stato padre Coppola a recarsi dalle famiglie dei sequestrati per riscuotere il riscatto.
“Agostino Coppola è mafioso, è stato punto, è organico a Cosa nostra e fa parte della famiglia di Partinico” raccontò il pentito Antonino Calderone a Giovanni Falcone. Secondo alcuni fu proprio il parroco di Carini a celebrare il matrimonio segreto di Totò Riina con la sua Ninetta Bagarella.
L’ombra di Cosa Nostra si allungò in passato anche su monsignor Salvatore Cassisa, arcivescovo di Monreale, accusato a più riprese di collusione mafiosa e appropriazione indebita e poi sempre assolto. Cassisa, priore dell’Ordine dei cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, era in stretto contatto con il conte Arturo Cassina, il re degli appalti nella Palermo di Salvo Lima e Vito Ciancimino.
Alla fine degli anni ’80 cercò di pressare il neosindaco di Palermo Leoluca Orlando per liquidare in tempi brevi alcuni crediti miliardari alle ditte di Cassina. Orlando si rifiutò nettamente.
E Cassisa per tutta risposta gli tolse il saluto.
Un netto taglio con il passato avvenne sicuramente il 9 maggio del 1993. “Mafiosi pentitevi, verrà il giorno del giudizio di Dio” fu il monito pronunciato da papa Giovanni Paolo II nella valle dei templi di Agrigento. Proprio la stessa zona in cui oggi monsignor Montenegro vieta i funerali religiosi per i mafiosi.
Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidano“)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
LA PROSSIMA STAGIONE DI “SERVIZIO PUBBLICO” ANDRA’ IN ONDA SULLA NOSTRA RETE”…OGGI LA PRESENTAZIONE DEI PALINSESTI DELLA RETE
Michele Santoro ha firmato con La7 per la prossima stagione.
Lo ha annunciato in diretta il direttore del tg Enrico Mentana: “Poco fa Michele Santoro ha firmato con La7. La prossima stagione quindi di Servizio pubblico andrà in onda sulla nostra rete”, ha detto chiudendo l’edizione serale del telegiornale.
La notizia è stata data anche via Twitter:
L’annuncio a sorpresa è arrivato alla vigilia della presentazione dei palinsesti dell’emittente, in programma oggi a Milano, dove potrebbe intervenire anche lo stesso conduttore.
Sbarca quindi sugli schermi de La7 Servizio pubblico, andato in onda nella stagione appena conclusa su una multipiattaforma.
Il programma si alternerà in periodi diversi con Piazzapulita di Corrado Formigli, con modalità che verranno annunciate domani.
La scorsa settimana, Santoro aveva confermato che la trattativa con La7 era in atto ma era “laboriosa”.
“Insieme ai miei collaboratori ci siamo abituati a produrre televisione attraverso una piattaforma che fa capo a diverse tv private in Italia e che ha avuto il suo battesimo quest’anno con il programma Servizio Pubblico”, aveva spiegato intervenendo alla manifestazione dedicata alla tv ‘Ideona’ alla Fortezza del Priamar di Savona.
“Siamo abituati a fare televisione seguendo un criterio di libertà di espressione – aveva sottolineato Santoro – e questo non sempre è accettato”. Con La7 però “non esiste un problema di natura economica”, aveva aggiunto.
Intervenendo alcune settimane fa al programma di Radio2 Un giorno da pecora, Corrado Formigli, che si troverebbe in concorrenza con il programma, si era detto contento del possibile arrivo a La7 di Santoro.
“Mi ha insegnato a fare questo mestiere. Lui è un grande autore e un grandissimo artigiano della tv”, aveva detto.
Già lo scorso anno, dopo che Santoro aveva lasciato la Rai 1, c’era stata una trattativa fra La7 e Santoro, poi naufragata.
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