Destra di Popolo.net

LA TRAPPOLA DEI PASSAPORTI PER BIMBI: RESTANO A TERRA IN CENTINAIA

Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile

DA TRE SETTIMANE OBBLIGO DI DOCUMENTI INDIVIDUALI… LA NOVITA’ COMUNICATA SOLO IN TRE RIGHE NEL SITO DEL MINISTERO DEGLI ESTERI

Esiste di questi tempi un guaio peggiore che vedersi sfumare le ferie proprio quando si è all’aeroporto con la famiglia al seguito e le valigie al piede?
Probabilmente no, ma è esattamente quanto capitato nelle ultime tre settimane a centinaia di vacanzieri italiani, che hanno sperimentato di tasca loro una nuova norma entrata in vigore nel silenzio generale il 26 giugno scorso: questa obbliga anche i minorenni che devono espatriare ad avere una loro carta d’identità  o un passaporto individuale.
Non basta più, insomma, che un bimbo abbia i propri dati riportati sul documento del genitore, pena vedersi rifiutare l’imbarco in aeroporto. Norma tassativa e che non ammette deroghe.
Alzi la mano chi ne era a conoscenza.
Tra i tanti naufraghi delle vacanze c’è Silvia Cavallo, passeggera (mancata) della compagnia Ryanair, che ha scritto ai giornali raccontando la sua disavventura: «L’11 luglio scorso sono rimasta bloccata all’aeroporto di Ciampino con i miei due figli minori. E la stessa cosa è successa a tante altre famiglie con bambini. Abbiamo pagato un conto salato ma mi sono chiesta: davvero è colpa mia?».
La signora allude al fatto di aver dovuto ricomprare un nuovo biglietto aereo ma soprattutto al fatto che nonostante l’importanza della novità , nessuno l’aveva mai divulgata. In effetti dell’avvertenza ancora ieri non c’era traccia sul sito internet dell’Alitalia, nè su quello di Ryanair, per citare le due compagnie più popolari.
La pagina web della Sea, la società  che gestisce gli aeroporti di Milano, nella sezione «Documenti di viaggio» ha un link che invita a consultare il sito «Viaggiare sicuri» del ministero degli Esteri.
Dove in effetti, in tre righe, è annunciato l’obbligo del documento d’identità  anche per gli under 18.
Lo stesso accade su quello della romana dell’Adr dove ai passeggeri viene solo consigliato di leggere «il sito internet della linea aerea con cui si è scelto di volare» e di «verificare l’idoneità  e la validità  dei documenti richiesti per la destinazione prescelta».
La nuova circolare campeggia invece in bella evidenza sul sito della polizia dove viene anche specificato che «i passaporti dei genitori con iscrizioni di figli minori rimangono validi per il solo titolare fino alla naturale scadenza».
«A Fiumicino abbiamo già  assistito a decine di casi di persone rimaste a terra perchè non sapevano della novità , soprattutto la settimana scorsa – racconta Antonio Del Greco, dirigente della polizia di frontiera -. Per chi ha scoperto all’ultimo momento di non poter partire, l’unica possibilità  è stata farsi rilasciare il passaporto dal commissariato di Fiumicino, dove proprio per questo motivo è stato rinforzato il servizio».
Tra le vittime della «trappola» burocratica anche un padre e un figlio in procinto di imbarcarsi per Kiev per assistere alla finale degli Europei Italia-Spagna.
Ma, d’altra parte, la Questura della Capitale già  da un paio d’anni consigliava, a chi doveva rinnovare il passaporto, di farne anche uno nuovo anche per i figli minorenni nell’eventualità  di viaggi negli Usa, in Canada, Australia e in altri paesi del Commonwealth.
«Qualche caso si è verificato anche da noi – aggiunge Giuseppina Lanni, responsabile della Polaria di Capodichino, a Napoli – ma ci siamo preparati per tempo, d’accordo con i vettori».
A Malpensa invece i viaggiatori vittime del provvedimento sono stati non meno di 120: tante sono infatti le pratiche per documenti d’identità  richieste allo sportello apposito che si trova in aeroporto e gestito dal comune di Ferno, il municipio lombardo nel cui territorio sorge lo scalo.
«Se il comune di residenza del passeggero ci invia i documenti necessari, in meno di un’ora siamo in grado di risolvere l’inconveniente» dice Mauro Ceruti, sindaco di Ferno.
Certo, occorre anche una buona dose di fortuna: bisogna che l’orario di apertura dello sportello e degli uffici anagrafe sparsi per l’Italia coincidano e comunque da questa scialuppa di salvataggio sono esclusi i viaggi per cui è richiesto il passaporto. «L’informazione da parte di compagnie, agenzie di viaggio, aeroporti, istituzioni – denuncia Carlo Rienzi, presidente nazionale del Codacons – è stata insufficiente e per questo a mio giudizio i consumatori danneggiati dovrebbero chiedere un risarcimento al ministero degli Interni. La norma richiedeva mesi perchè tutti gli interessati potessero adeguarsi e invece è stata introdotta proprio a ridosso delle vacanze».

Claudio Del Frate

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AGNESE BORSELLINO DALL’OSPEDALE SCRIVE: “AFFRONTO UNA MALATTIA INCURABILE CON LA DIGNITA’ CHE LA MOGLIE DI UN GRANDE UOMO DEVE AVERE”

Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile

LA VEDOVA DI PAOLO: “IO E I MIEI FIGLI NON SIAMO PERSONE SPECIALI”.. “ABBIAMO IL DOVERE DI SERVIRE LO STATO”

Rispetto per le istituzioni, speranza nella verità , fiducia nel futuro.
Mentre infuria lo scontro istituzionale tra la procura di Palermo e il Quirinale sull’uso delle intercettazioni sulla trattativa Stato-mafia, mentre due fratelli di Paolo Borsellino — il leader delle «Agende rosse» Salvatore e l’europarlamentare Rita — scendono in campo contro il Colle, la vedova del giudice, Agnese, e i suoi tre figli affidano a una lettera il ricordo dell’uomo ucciso vent’anni fa in via D’Amelio e diventato icona dell’antimafia.
Lontani dalle polemiche dirette, ma decisi a dire la loro su quello Stato in cui continuano a credere seppure «non abbia fatto tutto quello che era in suo potere per impedire la morte» del magistrato.
Seppure la mancata protezione non sembri la sua «sola colpa».
Seppure Manfredi abbia di recente bollato come un processo-farsa quello che a Caltanissetta portò a sette ergastoli in seguito a un colossale depistaggio e abbia accusato il responsabile delle indagini, Arnaldo La Barbera, di essere «uno che aveva molta fretta di fare carriera».
Nonostante tutto questo, la famiglia sceglie di ribadire fiducia nelle istituzioni perchè «abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato», dice la vedova nella lettera.
È lei a firmare venti righe rivolte ai giovani, dettate dal letto dell’ospedale dove — scrive — «affronto una malattia incurabile con la dignità  che la moglie di un grande uomo deve sempre avere».
Righe partorite insieme con i figli, tra le flebo e il via vai dei dottori: un ricovero che non le ha consentito, come già  era successo per l’anniversario di Capaci, di partecipare alle commemorazioni del marito.
Righe composte e serene che suonano come un controcanto nel giorno della memoria diventato terreno di scontro.
A portare pubblicamente il testimone del ricordo è stato Manfredi, oggi commissario di polizia a Cefalù: mercoledì sera, alla chiesa di San Domenico, insieme con gli scout, a ridare voce al celebre discorso che il padre tenne il 23 giugno del 1992, per il trigesimo di Falcone.
Ieri mattina alla caserma Lungaro, insieme con i familiari degli agenti della scorta caduti con il padre: Agostino Catalano, Eddie Cosina, Fabio Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina, tutti giovani.
Poi a Palazzo di giustizia, con il figlioletto Paolo — quattro anni e mezzo — aggrappato ai suoi pantaloni, ad ascoltare le parole di Diego Cavaliero, uno dei giudici ragazzini che Paolo formò alla procura di Marsala, e poi di don Cesare Rattoballi, il prete al quale il giudice affidò i pensieri più intimi sulla ineluttabilità  della morte alla quale andava incontro.
«Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui», scrive adesso la moglie, in memoria di un marito amatissimo «che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita».
E non perchè avesse la vocazione al martirio, non perchè volesse lasciare tre figli orfani ma perchè — ha chiarito poche settimane fa il figlio — «non toccava a lui pensare alla sua sicurezza personale, perchè c’erano altre persone e istituzioni deputate a farlo».
Malgrado questo, malgrado «le terribili verità  che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito», malgrado «alcuni momenti di sconforto” dovuti “alla lettura in ospedale delle notizie che si susseguono sui giornali», scrive, Agnese si dice orgogliosa dei figli perchè servono lo Stato, quello stesso Stato in cui credeva il marito.
Manfredi ha reso omaggio a suo padre come è stile di famiglia: lavorando sodo.
E raccogliendo i frutti di un’inchiesta che ha portato a dieci arresti tra i paesi delle Madonie.
La sorella Lucia è rimasta al timone del dipartimento Salute dell’assessorato regionale alla Sanità .
L’altra sorella, Fiammetta, appartata nella sua casetta di contrada Kamma a Pantelleria – l’isola che il giudice adorava – ieri ha fatto celebrare una messa in ricordo del padre. Una messa di campagna, con il parroco del paese, i contadini, pochi amici.
Tutti, come sempre, uniti come una falange.
Tutti con nomi scelti dal padre sulla base delle sue passioni letterarie: la Fiammetta di Boccaccio; la Lucia manzoniana; Manfredi, ultimo re di Sicilia.
Tutti e tre desiderosi di un profilo basso, di una testimonianza discreta.
Lontani dai clamori, perchè «non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai». Anche ieri, mentre Palermo e tutto il Paese si dilaniava tra accuse e polemiche, tutti testardamente fiduciosi nel futuro.
«Io non perdo la speranza in una società  più giusta e onesta — dice Agnese ai giovani – sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia».

Laura Anello
(da “La Stampa“)

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INGROIA: “SONO DIVENTATO UN BERSAGLIO, ANDRO’ UN ANNO IN GUATEMALA”

Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile

“LA LOGICA DELLA GUERRA NON MI APPARTIENE”

Nell’aula magna del primo piano di palazzo di Giustizia, quando il presidente della Corte d’Appello finisce di leggere il messaggio del Capo dello Stato, la platea di magistrati rimane fredda.
Qualche timido applauso parte dalle autorità  presenti.
«Ho apprezzato e condiviso il richiamo del Capo dello Stato alla necessità  di lavorare senza sosta e senza remore per accertare la verità  sulla strage di via D’Amelio».
Dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia arrivano segnali di pace in direzione dell’Alto Colle. Nel giorno del ventennale della strage di via D’Amelio, Ingroia racconta delle indagini e delle polemiche che lo hanno visto al centro dell’attenzione, in questi giorni.
E annuncia che a settembre partirà  per il Guatemala, accettando l’offerta delle Nazioni Unite per un incarico annuale.
Sostiene il procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che è stata dichiarata guerra contro di lei e l’ufficio di Palermo.
«Io non mi sento in guerra con nessuno, però che sia diventato un bersaglio questo lo avverto anch’io. Non mi appartiene la logica della guerra, in questi anni ho cercato di muovermi sempre seguendo gli insegnamenti di Paolo Borsellino».
Quali?
«Cercare la coesione istituzionale e la collaborazione tra le istituzioni per quello che dovrebbe essere l’obiettivo di tutti: la ricerca della verità ».
Nel suo messaggio in occasione dell’anniversario di Borsellino, il Capo dello Stato fa un appello perchè vengano scongiurate sovrapposizioni nelle indagini su torbide ipotesi di trattativa tra Stato e mafia…
«È vero che in passato c’è stata qualche incomprensione tra le procure che indagano sul biennio stragista del ’92-’93. Ma da tempo ormai il coordinamento funziona a perfezione come attestato dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso».
Non è irrituale che la Procura di Palermo si appelli all’opinione pubblica?
«Noi lavoriamo nel rispetto delle regole ma se occorre ci appelliamo all’opinione pubblica per denunciare quello che non va. Ricordo che nell’estate del 1988 anche Paolo Borsellino si rivolse all’opinione pubblica denunciando un calo di tensione all’interno della magistratura, e perciò rischiò in prima persona un provvedimento disciplinare del Csm».
Procuratore Ingroia, chiariamo la questione delle intercettazioni indirette che coinvolgono il Capo dello Stato…
«Proprio per evitare il rischio di precipitosi o intempestivi depositi di intercettazioni che a nostro parere devono assolutamente rimanere segrete – così come fino a oggi è avvenuto – , sono state depositate soltanto le intercettazioni ritenute rilevanti (tra le quali non risultano telefonate del Presidente della Repubblica, ndr.). Quelle del tutto irrilevanti sono rimaste in un altro procedimento che avrà  tempi certamente molto più lunghi rispetto al fascicolo definito in questi giorni».
Si invoca la necessità  di far chiarezza sulla trattativa e implicitamente si accusa il Capo dello Stato di frapporre ostacoli a questo obiettivo. Ma scusi, procuratore Ingroia, nei prossimi giorni non chiederete il processo per la trattativa?
«La Procura di Palermo ritiene di aver ricostruito la trama e lo svolgersi di questa trattativa; di aver individuato i principali protagonisti, ma non ancora tutti coloro che hanno avuto un ruolo nella trattativa, nella consapevolezza che rimangono ancora dei buchi neri».
Quali?
«Più che quali insisterei oggi nel segnalare che per risolvere i punti ancora da chiarire dobbiamo superare l’omertà  in Cosa nostra di quel tempo, e reticenze nel mondo istituzionale di quel tempo».
Come superare queste reticenze?
«Credo sia necessario che la politica, le istituzioni comprendano di dover procedere quanto prima alla revisione della legge sui pentiti, allungando il periodo dei sei mesi entro i quali il collaboratore di giustizia deve dichiarare tutti i temi sui quali vuole parlare».
Allora, procuratore Ingroia accetta l’offerta delle Nazioni Unite? Va in Guatemala?
«Da tempo le Nazioni Unite mi hanno proposto un incarico annuale di capo dell’unità  di investigazione e analisi criminale contro l’impunità  in Guatemala. La proposta la considero una sorta di prosecuzione della mia attività  in Italia. In quelle latitudini, per fortuna, i giudici antimafia italiani sono apprezzati anzichè denigrati e ostacolati».
Sembrava che volesse rinunciare all’offerta dell’Onu…
«I fatti accaduti negli ultimi giorni, la delicatezza del momento mi stanno facendo riflettere sui tempi entro i quali accettare la proposta. Intanto ho deciso di rinunciare alle mie ferie».

(da “La Stampa”)

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L’ECONOMIST: “BERLUSCONI: L’ULTIMA COSA DI CUI HA BISOGNO L’ITALIA”

Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile

STAMPA BRITANNICA, IL SETTIMANALE INGLESE ATTACCA: “POCHE COSE POTREBBERO ESSERE PEGGIORI: RITORNO ALLARMANTE, MA NON DA ESCLUDERE”

Ancora una volta l’Economist, l’autorevole settimanale britannico, torna a occuparsi di Berlusconi.
E, ancora una volta, in termini non proprio lusinghieri: il Cavaliere annuncia il suo ritorno alle redini del Pdl?
Il magazine gli risponde così: Berlusconi è «The last thing Italy needs».
Ovvero l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno: «Poche cose potrebbero essere peggiori per la credibilità  e l’affidabilità  creditizia dell’Italia del fatto che gli investitori passino i prossimi nove mesi a domandarsi se Silvio Berlusconi tornerà  a fare il primo ministro».
Il settimanale ripercorre poi le ultime vicende dell’ex premier: negli otto mesi in cui ha lasciato il vertice del partito, la popolarità  del Pdl è «precipitata».
Per tre motivi: il partito sta pagando un prezzo per il «suo sostegno parlamentare» al governo tecnico di Mario Monti; il Pdl è «perso senza il suo fondatore»; Berlusconi non si rende conto che un numero crescente di italiani sta percependo che gli otto anni in cui ha guidato il Paese sono stati «un disastro per l’economia» del Paese.
Ma, secondo l’Economist, le risorse di Berlusconi «sono praticamente senza limiti, la sua comunicazione è eccezionale» e ha un asso nella manica: cavalcare la protesta degli italiani contro l’aumento delle tasse e i tagli alla spesa del Governo Monti.
La promessa di ribaltare l’attuale governo «potrebbe anche invertire le fortune del Pdl nei sondaggi».
E, avverte il settimanale, per quanto «allarmante» sia lo spettro di un suo ritorno, le possibilità  di vittoria di «Berlusconi non si devono ancora escludere».

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GREEN HILL: NEL CANILE DELL’ORRORE TROVATI NEI CONGELATORI I CORPI DI CENTO BEAGLE

Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile

SCOPERTE DALLA FORESTALE NEGLI HANGAR LE CARCASSE DI ANIMALI CONGELATI… SI AGGRAVA LA POSIZIONE DELL’AZIENDA: 400 CUCCIOLI NON ERANO IN REGOLA

Orrore a Green Hill. Nei cinque hangar dell’allevamento di beagle destinati alla vivisezione sequestrato l’altro giorno dalla Procura di Brescia sono state trovate carcasse di animali congelati.
Quando hanno aperto la cella frigorifera veterinari e agenti sono sbiancati in volto. Impilati, fianco a fianco, c’erano decine di animali. Morti.
I veterinari hanno fatto il conteggio dei cadaveri, hanno tolto i corpi dai frigoriferi e hanno cominciato a contare: poco meno di cento il totale.
Tutti i corpi di beagle sono stati sequestrati e sono già  stati disposti accertamenti ed esami per cercare di capire come siano morti i cani e perchè le carcasse fossero ancora conservati.
Una scoperta agghiacciante che rischia di aggravare la posizione dell’azienda e dei tre indagati (l’amministratore unico, la francese Ghislaine Rondot che vive a Lione, il direttore dell’allevamento e il veterinario responsabile) nell’inchiesta nata da un esposto presentato all’inizio di giugno congiuntamente da Lav (Lega antivivisezione e Legambiente).
I magistrati Sandro Raimondi e Ambrogio Cassiani oltre ai maltrattamenti sugli animali stanno valutando di contestare anche il reato di «uccisione di animali senza necessità »
L’ispezione degli uomini della Digos di Brescia e del Nirda del Corpo Forestale dello Stato al canile – oggetto dallo scorso ottobre di una serie manifestazioni di ambientalisti, assalti, liberazione di cuccioli, raccolta di firme per la chiusura – si è protratta per l’intera giornata portando alla scoperta anche di un’altra irregolarità  pesante: quattrocento cuccioli non avevano il microchip.
La piccola capsula con il numero identificativo deve essere installata alla nascita, ma i veterinari che hanno esaminato gli oltre 2.300 beagle allevati a Montichiari, su alcuni esemplari hanno usato il lettore senza successo: 400 cuccioli non erano in regola.
I veterinari dell’Asl hanno immediatamente registrato i cuccioli che ancora risultavano sconosciuti all’anagrafe canina.
La Procura ha disposto anche la schedatura di tutti i cani.
Per ogni esemplare è stata compilata una scheda contenente il numero identificativo e tutti i dettagli sulle condizioni di salute e di vita dell’animale.
Al setaccio anche tutta la documentazione dell’azienda, controllata dalla multinazionale americana Marshall.
La Procura vuole ricostruire i percorsi seguiti dai cuccioli dopo la vendita: il sospetto è che non tutti finiscano nei laboratori per la sperimentazione scientifica e farmacologica, ma che alcuni esemplari siano utilizzati per esami necessari a testare prodotti cosmetici.
Accusa che Green Hill continua a definire «infondata».
E per i beagle è già  corsa all’adozione: la Federazione italiana diritti animali e ambiente ha chiesto l’affido dei cani di Green Hill con una lettera inviata alla procura di Brescia.
Le richieste sono state talmente tante che la casella di posta elettronica della procura è andata in tilt.

Wilma Petenzi
(da “il Corriere della Sera“)

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PRESSIONE FISCALE AL 55%, TASSE EVASE PER 154 MILIARDI, PARI AL 17,5% DEL PIL

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

CONFCOMMERCIO: PER RIDURRE IL SOMMERSO, PIU’ ALTO DEL MESSICO E DELLA SPAGNA, OCCORRE MIGLIORARE IL LIVELLO DEI SERVIZI PUBBLICI, L’EFFICIENZA DEL SISTEMA GIUDIZIARIO E IL PESO DELLE IMPOSTE

L’Italia registra il “record mondiale” nella pressione fiscale effettiva – cioè il peso fiscale che grava sui contribuenti in regola – che si attesta al 55% del Pil: gli italiani sono infatti uno dei popoli che paga più tasse.
E’ quanto sostiene l’Ufficio Studi di Confcommercio nella “Nota sulle determinanti dell’economia sommersa”.
Secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi di Confcommercio, la pressione fiscale apparente (cioè data dal rapporto tra gettito e Pil così come queste grandezze vengono osservate) nel 2012 è pari al 45,2%.
L’Italia si posiziona così al quinto posto sui 35 paesi considerati, dietro Danimarca (47,4%), Francia (46,3%), Svezia (45,8%) e Belgio (45,8%).
Pressione record.
Il nostro Paese, sottolinea Confcommercio, “supera anche molti paesi nordici, quelli dello Stato sociale funzionante. Si colloca sopra le medie europee e stacca di cinque punti percentuali assoluti la Germania (40,4%), di sette il Regno Unito (38,1%) di dodici la Spagna (32,9%), di quindici il Giappone (30,6%) e di quasi venti gli Stati Uniti (26,3%). Nel rapporto si evidenzia quindi come “nonostante un elevato livello di economia sommersa, gli italiani siano un popolo di pagatori di tasse, tra i maggiori pagatori al mondo”. Secondo Confcommercio, “il record mondiale dell’Italia nella pressione fiscale effettiva dipende più dall’elevato livello di sommerso economico che dall’elevato livello delle aliquote legali”.
Campioni di evasione.
Numeri che portano l’Italia in cima alle classifiche mondiali per il valore dell’economia sommersa, che è pari al 17,5% del Pil con imposte evase per 154 miliardi di euro.
Per il 2008 “l’Italia presenta un tasso di sommerso più che doppio rispetto al Regno Unito (8,1%), tra cinque e sei volte quello francese (3,9%), otto volte il tasso di sommerso stimato per il Canada”.
Osservando i dati degli anni passati, solo per Messico e Spagna si hanno tassi di economia sommersa in doppia cifra ma comunque inferiori di circa un terzo rispetto ai valori dell’Italia.
I dati dei paesi “più virtuosi”, sottolinea Confcommercio, quelli del Nord-Europa, “non sono affatto aggiornati e risalgono invece al 2000” mentre la Germania calcola il sommerso ma non pubblica statistiche e quindi non figura nella classifica.
Servizi pubblici scadenti.
Il problema – secondo Confcommercio – è proprio italiano perchè se la percezione dei servizi pubblici arrivasse ai livelli del Belgio, o l’efficienza e l’efficacia del sistema giudiziario si portasse sugli standard degli Stati Uniti, o ancora la pressione fiscale si riducesse ai livelli della Spagna, allora il tasso del sommerso crollerebbe dall’attuale 17,5% al 12-13% e il prelievo fiscale scenderebbe.
Secondo Confcommercio, l’Italia si posiziona al 25esimo posto su 26 paesi considerati per la percezione dell’output pubblico (sanità , infrastrutture, istruzione) e questo determina “un più elevato tasso di evasione, a parità  di altre condizioni”.
Anche il costo dell’adempimento spontaneo “impatta sulla scelta di nascondere imponibile e imposte al fisco”: in questo l’Italia si colloca al 23esimo posto in classifica su 25 paesi considerati.
Stesso discorso se ci spostassimo su valori paragonabili a quegli degli Usa per efficienza e efficacia del sistema giudiziario: “Il tasso di evasione crollerebbe al 12,2%, l’imposta recuperata e distribuita ai contribuenti in regola sarebbe pari a 56 miliardi di euro, le aliquote legali su tutti i tributi potrebbero ridursi di quasi l’8%”. Nell’ipotesi poi di una pressione fiscale “che si riducesse del 17,3%, a livello spagnolo, il tasso di sommerso si ridurrebbe di 1,5 punti percentuali assoluti implicando un’emersione di imposta evasa pari a 16 miliardi di euro”.

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LEGA: IL VECCHIO CERCHIO MAGICO CREA UN NUOVO PARTITO

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

ROSI MAURO E BODEGA HANNO FONDATO IL MOVIMENTO TERRITORIALE “SIAMO GENTE COMUNE” PER RACCOGLIERE GLI SCONTENTI DELLA LINEA MARONI

Un nuovo partito per il vecchio cerchio magico.
Potrebbe essere questo il ruolo del movimento territoriale ‘Siamo Gente Comune’, operazione appena imbastita da Rosi Mauro e Lorenzo Bodega, pronti ad accogliere il gruppo di potere che controllava la Lega Nord prima dell’avvento di Roberto Maroni.
Una delle prime transfughe è Arianna Miotti, consigliere comunale di Arcisate (Varese) che sembrava destinata a fare carriera nella Lega bossiana ma è presto finita nel dimenticatoio   l’indomani del colpo di spugna operato dai maroniani anche a livello territoriale.
Come lei hanno fatto anche due consiglieri comunali di Lecco e uno di Monteveglio (Bo).
Per ora nelle fila del Carroccio non sembra esserci molta preoccupazione sulle sorti del nuovo movimento, bollato dai più come una “scorreggia nello spazio” (cit.), ovvero un fenomeno assolutamente marginale e transitorio, destinato a fare proseliti solo tra una sparuta minoranza di leghisti.
La differenza potrebbe farla l’improbabile (ma ventilato) sostegno di Umberto Bossi, costretto a denti stretti a fare il presidente del “suo” partito, messo all’angolo senza più poteri sostanziali, ormai solo e dimenticato.
La pazza idea di un impegno, anche indiretto, del Senatùr per il successo dell’Sgc, è mutuata dalla storica vicinanza della famiglia Bossi con la Mauro.
Nei mesi difficili della lotta intestina, nelle settimane del crollo elettorale e poi, a ridosso del congresso, non sono mancate le strizzate d’occhio e i cenni d’intesa, con Bossi pronto ad affermare che per colpa della voglia di pulizia sono state promosse espulsioni frettolose.
Ma l’idea è stata subito smentita dallo stesso segretario protempore del movimento, il senatore lecchese Lorenzo Bodega, che ha bollato la notizia come una stupidata: “Io, da commissario nazionale di Sgc — ha dichiarato al quotidiano La Provincia di Lecco — dico subito a scanso di equivoci che questa storia è un’autentica balla”.
Chi se ne va oggi lo fa per disperazione, mosso da una profonda disaffezione verso un movimento che non riconosce più nè nella forma nè nella sostanza, nel totale disprezzo degli ex compagni di partito.
Chi rimane lo fa un po’ per opportunismo, un po’ con l’idea che verranno tempi migliori, con la consapevolezza che da qualche parte e per qualche tempo, c’è un salvagente pronto ad accoglierlo.
Il nuovo soggetto politico (che può contare su due senatori) così come è stato partorito non riuscirà  certamente a raccogliere molti consensi.
Il partito ha anche una sede, dieci giorni fa infatti è stato inaugurato a Oggiono il “Bodega Art Cafè”, lo stesso senatore Bodega ha così commentato: “Questo vuole essere un luogo di incontro aperto a tutti, nessuno escluso. Un’attività  nuova che si occuperà  tra le altre cose anche di cultura ma cultura sarà  anche fare politica”.
All’inaugurazione si sono presentati i big del nuovo partito, oltre a Bodega e la Mauro erano presenti il senatore leghista Armando Valli, Luciano Grammatica, Piero Moscagiuro e   Marta Casiraghi.
Bodega ha parlato già  come un leader: “Quest’anno finisce la mia carriera romana e mi dedicherò al territorio. Me ne sono andato dalla Lega perchè non ho condiviso certe cose e atteggiamenti ma è giusto che io continui a mettere a frutto l’esperienza maturata in questi anni (…) e portare avanti la nostra esperienza fatta sul territorio e promuovere l’informazione vera e non quelle mezze verità  riportate dai giornali per infangarci, ci batteremo per un informazione puntuale e precisa fatta con i comizi e con i porta a porta. Ho avuto modo di conoscere bene Rosy Mauro, ha un carattere che può sembrare dura ma dà  il cuore e l’ anima, non ha fatto niente ed è stata espulsa dalla Lega, è una persona eccezionale che subito tanta cattiveria ma ci saranno le sedi opportune per appurare la verità “.
Ha ribattuto in lacrime la Mauro: “In una fase così difficile come questa non sapete cosa significhi finire nella macchina del fango, è una cosa terribile che non auguro nessuno ma noi andremo avanti con determinazione. Tutto è partito da un complotto interno e non dalla magistratura ma da quei “barbari sognanti” che due anni fa hanno iniziato a distruggere il movimento. La magistratura farà  il suo corso, io non sono nemmeno indagata ma sono già  stata processata dai giornali. Bodega ha avuto il coraggio di dimettersi da un movimento che un innominabile è riuscito a distruggere in due anni costringendo persino Bossi a dimettersi”.
Ma tra gli invitati c’è anche Michela Vittoria Brambilla che commenta così la nascita del nuovo partito: “In politica mai come in questo momento c’è bisogno di un volto nuovo, ce lo dicono i cittadini, saluto con piacere la nascita di un nuovo movimento.”

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BILANCIO IN ROSSO, IL “GEMELLI” PRIVATIZZA LE CURE, TAGLIA MEDICI E POSTI LETTO

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

IL POLICLINICO VATICANO E IL PIANO DI RIENTRO DOVUTO AI MANCATI INTROITI DA PARTE DELLA REGIONE LAZIO… RIDUZIONE DEI PAZIENTI E DEL PERSONALE, LE ECCELLENZE OSPEDALIERE SOLO PER CHI POTRA’ PAGARE

Una medicina di Serie A e una di Serie B, con corsie separate secondo il reddito, dove le eccellenze si pagheranno. Care, carissime.
Questo è lo scenario messo nero su bianco dalla dirigenza del policlinico Gemelli, l’ospedale del Vaticano forse più importante d’Italia, in un documento riservato che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare.
E’ il piano strategico preparato in gran segreto in questi mesi di crisi — profonda e drammatica — della sanità  cattolica, considerata dai patti lateranensi equiparata a quella pubblica.
Un piano che mostra come sia in corso una sorta di rivoluzione copernicana nel sistema sanitario cattolico laziale, solo parzialmente dovuta ai conti in rosso.
Il documento intitolato “Linee guida del piano strategico e valutazione preliminare degli impatti economici“, datato 6 luglio 2012, indica con chiarezza la strada che l’attuale dirigenza del policlinico Gemelli sta intraprendendo.
“E’ presumibile che per il 2011 il Gemelli generi una perdita economica di 100 milioni di euro”, è la premessa.
Un buco di bilancio dovuto, secondo l’analisi del management, alla “riduzione del finanziamento in conto esercizio della Regione”.
Tagli ai bilanci della sanità  del Lazio che hanno colpito duramente anche le strutture cattoliche equiparate al servizio pubblico.
Altri 100 milioni di euro in meno sono previsti per l’immediato futuro, con un rischio considerevole per le casse dell’ospedale.
La risposta è forse la più ovvia, ma è anche la cartina di tornasole che mostra con chiarezza la conseguenza dell’attuale politica sanitaria della giunta Polverini: occorre “accelerare la trasformazione del Policlinico”, si legge sul piano strategico del Gemelli.
In che direzione?
Dopo poche pagine il quadro appare chiaro: “La riduzione della spesa pubblica in ambito sanitario prevista per i prossimi anni accentuerà  l’incremento della contribuzione di risorse private anche attraverso una maggiore intermediazione da parte di assicurazioni e casse assistenziali”.
In altre parole, un addio alla sanità  pubblica ed universale, a quel modello che è ancora oggi ritenuto uno dei migliori del mondo.
Chi avrà  la copertura di assicurazioni private — e care — potrà  garantirsi l’eccellenza del policlinico universitario dell’università  cattolica.
Per gli altri ci sarà  un’assistenza con budget ridotti.
L’avvio di un’attività  ospedaliera privata è la scelta strategica pensata per compensare la riduzione del finanziamento della sanità  pubblica. Scrivono i manager nominati dall’Istituto Toniolo di Milano, proprietario della struttura: sarà  necessario “lo sviluppo di attività  assistenziali in regime privato”, con la creazione di vere e proprie offerte assicurative, come il “pacchetto Gemelli”.
Se vuoi l’eccellenza, in sostanza, devi mettere le mani al portafogli.
L’altra cura prevista per i conti in rosso del policlinico del Vaticano prevede un taglio deciso ai posti letto disponibili.
Dalle 1644 unità  del 2011, già  quest’anno si passa a 1588, per arrivare nel 2012 a 1400 degenze medie.
Un’operazione che è già  stata avviata, e che prevede, parallelamente, la riduzione drastica del personale: 490 lavoratori, medici e non, dovranno lasciare nei prossimi anni il Gemelli, con un risparmio stimato di 30 milioni di euro.
Altri 22 milioni di euro verranno ricavati — nella cura da cavallo proposta nel piano strategico — dalla riduzione del “costo unitario del personale”.
Ovvero dal taglio degli stipendi reali. L’obiettivo finale — per il gioiello della sanità  cattolica — è quello di rendere remunerativa l’attività  assistenziale sanitaria, con circa 30 milioni annui di ricavi a partire dal 2016.
La strada della privatizzazione della sanità  è ormai aperta.

Andrea Palladino
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’ESTATE DEI NUOVI SCHIAVI: “NOI SOTTOPAGATI E CON CONTRATTI FASULLI”

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

NELLA RIVIERA ROMAGNOLA GIOVANI LAVORATORI COSTRETTI A TURNI MASSACRANTI E MAL PAGATI

Sono giovani, con un’età  che arriva nella maggior parte dei casi ai 40 anni.
E sono sia italiani che stranieri, un esercito di lavoratori in nero (in toto o in parte) che, nel comparto del turismo sulla riviera romagnola, condividono situazioni analoghe, con paghe orarie che variano dai 3 ai 4 euro e turni che possono raggiungere le 15 ore al giorno (per tutti tra le 80 e le 90 ore a settimana).
Per Patrizia Rinaldis, presidente dell’Associazione italiana albergatori (Aia) di Rimini, sono “casi limite che non rispecchiano il nostro turismo”.
Per altri, invece, il “lavoro gravemente sfruttato è un fenomeno talmente epidemico che non possiamo segnalare un datore di lavoro piuttosto di un altro: lo fanno tutti”.
Ad affermarlo sono due realtà  che da anni lavorano a fianco degli stagionali.
Sono il comitato Schiavi in Riviera e l’associazione Rumori Sinistri che nelle settimane scorse hanno collaborato con il consigliere riminese Fabio Pazzaglia della lista Fare Comune a un’interpellanza contro lo schiavismo nel turismo.
Scopo è quello di arrivare a settembre a un consiglio comunale tematico in cui trovino spazio le voci dei lavoratori, quelle che denunciano condizioni di mancato rispetto dei contratti nazionali di categoria e un uso “disinvolto” di strumenti ad hoc, come i contratti a chiamata.
“Parlare di questo argomento in riviera è difficile”, dice Pazzaglia.
“Si pensi che a Rimini ci sono 40 vigili che devono controllare gli ambulanti abusivi e solo 2 che invece devono occuparsi delle condizioni dei lavoratori in alberghi, ristoranti o impianti balneari”.
Gli ispettori del lavoro che girano sono 23, “ma non sempre sono nelle condizioni di rilevare reali abusi da parte dei titolari degli esercizi”, spiega Marco, uno degli attivisti di Schiavi in Riviera.
Trentatreenne, conosce bene il settore dato che “ho cominciato a lavorare come stagionale a 15 anni e ancora oggi ho bisogno di arrotondare per arrivare a fine mese. Così la sera faccio il cameriere”.
Marco ha iniziato nel 2008 a “fare squadra” con altri colleghi — oggi il gruppo è composto da una decina di attivisti e da un centinaio di sostenitori — e spiega che per “aggirare i controlli, i lavoratori sono istruiti a dire che è il loro primo giorno, hanno preso servizio da un’ora o da due e che non conoscono nessuno degli altri”.
Il meccanismo, secondo gli attivisti romagnoli, è quello dell’abuso del contratto a chiamata, conosciuto anche come contratto di lavoro intermittente.
“Avvalendosi male di questo strumento”, prosegue il giovane romagnolo, “i versamenti contributivi sono quasi inesistenti, non si ha diritto a indennità  di disoccupazione e si può essere licenziati facilmente”.
E come se non bastasse, nel pieno della stagione, si viene “chiamati” tutti i giorni. Mauro, 19 anni, vive a San Mauro Mare e da quando ne aveva 14 d’estate fa il barista nei bar sulla spiaggia o in birrerie la sera.
“Succede che possa lavorare ben oltre i giorni pattuiti e vengo avvertito all’ultimo momento. Ma può succedere anche il contrario: se c’è maltempo mi dicono via sms che me ne posso stare a casa. Il messaggio può arrivare alle 7 del mattino, dopo che ho lavorato fino alle 2 e che mi sono già  svegliato per riprendere. Quest’anno ho fatto un colloquio in un pub: volevano che lavorassi tutte le notti senza contratto per una paga di 3 euro all’ora. Ho rifiutato”.
Claudio di anni ne ha 24, è di origine campana ma vive da tempo a Rimini e fa il cameriere in una pizzeria. “Il contratto a chiamata per me vale sempre, prendo un migliaio di euro al mese e in una settimana posso fare fino a 90 ore”.
L’unica storia, tra quelle raccolte, con un esito positivo è quella Tommaso, 26 anni, un ragazzo riminese che lavora nel salvataggio. “Prima ero in un officina meccanica”, dice, “e quando sono rimasto disoccupato ho pensato di fare la stagione. Mi hanno preso ufficialmente per 6 ore e 20 minuti al giorno. Invece ne facevo almeno 8 e quando ho avuto un lutto in famiglia i miei datori di lavoro stentavano a lasciarmi i giorni per il funerale e per stare con i parenti. Allora ho iniziato a informarmi sui miei diritti e ho minacciato una vertenza. A quel punto mi hanno regolarizzato e regolare lo sono ancora oggi. Ma non tutti nel mio impianto lo sono”.
Laura, 40 anni, oggi fa la guida turistica, ha un contratto come si deve, ma del suo precedente lavoro in un hotel di Rimini non ha mai visto neanche un soldo.
“Ero regolarizzata per il 30% di quello che in realtà  lavoravo, il restante stipendio mi veniva dato in nero. All’inizio ho accettato perchè avevo bisogno di denaro, ma poi passa il primo mese e non mi pagano, passa il secondo e la situazione è la stessa. A quel punto mi sono rivolta a chi poteva assistermi nell’avere quello che mi spettava. Durante una manifestazione davanti all’albergo, però, con sono stata aggredita a parole e non solo”.
Quello del passare dall’abuso contrattuale all’aggressività  verbale e fisica è un nodo che segnala anche Manila Ricci dell’associazione Rumori Sinistri.
“Il problema è nel complesso così grave che non possiamo più gestirlo come gruppo di volontari. Sta dunque partendo una campagna che prevede anche l’attivazione di una linea telefonica perchè i lavoratori para-schiavizzati vanno oltre la stagione estiva e c’è un bisogno costante di supporto specialistico. Occorre rompere il meccanismo di omertà  e il sistema del lavoro schiavistico del turismo”.
Un sistema che, se per gli italiani è drammatico, lo è ancora di più per gli stranieri, soprattutto donne comunitarie che arrivano dalla Romania.
I migranti sono sotto ricatto anche per il posto letto compreso nel “pacchetto” lavorativo (se protestano, l’alloggio rischia di saltare) e nel 2011 l’associazione Rumori Sinistri ha ricevuto 198 persone allo sportello antisfruttamento.
Di queste 174 erano romene e 142 hanno pagato agenzie di intermediazione italiane con uffici nei Paesi d’origine.
Il prezzo per lavorare a condizioni estreme in Italia si aggira sui 600 euro per i cittadini comunitari, ma può arrivare a 1700 per chi viene da nazioni extra Unione europea.
Quattro di queste lavoratrici, tutte romene, hanno però reagito e attraverso l’associazione hanno ottenuto il supporto di un avvocato romagnolo, Raffaele Pacifico, che in tarda primavera ha presentato una denuncia alla procura della Repubblica di Rimini per riduzione in schiavitù e mobbing.
“Ho raccolto i loro racconti in lingua originale e poi li ho fatti tradurre”, spiega il legale.
“Sono racconti crudi che parlano di avanzi di cibo da mangiare con gli animali domestici dei titolari degli alberghi, di giorni di riposo mai concessi e di assenze per malattia negate. Avendo pagato per venire in Italia a lavorare, queste lavoratrici non potevano tornare nel loro Paese prima della fine della stagione. Ora i magistrati sono in fase istruttoria e stanno valutando tutta la documentazione che ho allegato alla denuncia, certificati medici compresi”.
Mentre il consigliere Pazzaglia e le associazioni di lavoratori chiedono che si arrivi a un “certificato di qualità ” che attesti il rispetto degli operatori del settore per contratti e condizioni di lavoro, l’Aia respinge le accuse e dice che non si tratta di una situazione generalizzata.
“Casi ce ne sono”, spiega ancora la presidente De Rinaldis. “Il figlio di una mia collaboratrice, per fare il bagnino, ha preso 50 euro per dieci giorni, è una vergogna, prenderei chi lo ha trattato così a calci nel sedere”.
La rappresentante degli albergatori è in realtà  ancora più esplicita quando parla di questo episodio, ma aggiunge riferendosi al comparto: “Vorrei andare io dai sindacati a dire che c’è personale in eccesso che non fa niente e che rifiuta di spostarsi per esempio dalle cucine ai piani se in cucina non c’è nulla da fare e invece serve una mano altrove”.
E insiste a parlare di “situazioni limite, da non difendere, certo, ma comunque marginali”.
Ma limite o meno che siano queste situazioni, i lavoratori sfruttati potrebbero bussare alla porta dell’Aia trovando un interlocutore che intervenga per sanare ciò che sano non è?
“Non è questo il nostro lavoro”, risponde Patrizia De Rinaldis. “Ci sono delle regole che devono essere rispettate, ma sono altri gli organi che lo devono fare. Personalmente faccio convegni e corsi per ribadire quali sono queste regole. Le verità  è che noi per primi subiamo la concorrenza sleale di chi sfrutta i lavoratori usando forme di flessibilità  estreme che mettono a rischio a 80 mila posti di lavoro nel settore”.

Antonella Beccaria
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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