Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
ALESSANDRO CAMPI, DOCENTE DI STORIA DEL PENSIERO POLITICO: “DOPO LA BUFERA HANNO BISOGNO DI APPARIRE UNITI”
“Maroni sarà un leader di transizione e Bossi è meglio che si metta da
parte se vuole lasciare un buon ricordo di sè».
Alessandro Campi, docente di storia del pensiero politico all’Università di Perugia, è convinto che il nuovo segretario della Lega non ha il carisma e la forza del Senatur.
L’ex ministro dell’Interno dovrà tener conto del nuovo equilibrio territoriale.
Professore, sta dicendo che prima o poi Zaia o Tosi faranno le scarpe a Maroni e il Carroccio sarà a trazione veneta?
«Non ci sarà più una Lega come l’abbiamo conosciuta finora, con un capo che faceva il bello e il cattivo tempo. Quella di Maroni sarà una segretaria che dovrà avere carattere collegiale più di quanto si immagini. Ora questo partito ha bisogno di un unanimismo ipocrita. Poi si faranno avanti gli Zaia, i Tosi che vogliono far apparire Maroni il nuovo Bossi ma è operazione di chirurgia plastica. La Lega ha la necessità vitale di compattarsi attorno a un nuovo leader perchè viene fuori da periodo difficile, ma l’egemonia lombarda è finita».
Intanto Maroni dovrà mettere a fuoco una linea politica. Crede che la Lega si ritirerà al Nord e non parteciperà alle elezioni politiche?
«La Lega esce da una brutta vicenda brutta giudiziaria ma soprattutto politica. Più che lo scandalo il Carroccio viene dal fallimento dell’esperienza di governo: aveva delle ottime carte da giocare ma ha perso la partita. Ha portato a casa molto poco, nè il federalismo nè la diminuzione delle tasse. Ora potrebbero riscoprire posizioni ultra indipendentiste con un rapporto privilegiato col territorio al punto che non si candida a livello nazionale. Non credo però che ciò convenga. Per un partito come la Lega è più opportuno cavalcare la battaglia anti-europeista, anti-statalista, anti-banche, anti-tasse. Da questo punto di vista il Carroccio è più attrezzato perchè fa parte del suo bagaglio ideologico che risale a Miglio, alla radice anarcoide liberista. Una sorta di Tea Party americano, una posizione che poi era il cavallo di battaglia di Berlusconi delle origini. Non a caso il Cavaliere e Bossi erano in sintonia, al di là dei rapporti personali, mentre Alfano è più orientato verso posizioni centriste e moderate e su una linea che è quella del Ppe. Ecco perchè non penso che Pdl e Lega potranno ritrovare un’alleanza».
Lei considera chiusa anche la stagione dell’intesa Pdl-Lega?
«La Lega in questo momento non ha il problema di trovare un’alleanza ma di crearsi una nuova verginità politica, di superare uno scandalo che ha toccato la sua stessa identità : incarnavano un’ identità luterana, ma è scivolata nel classico familismo italiano».
Cosa ha lasciato il leghismo bossiano alla politica italiana?
«Ha vinto culturalmente, e non lo dico in positivo, sul piano del linguaggio e nello stile di lotta politica: brutale e semplificatorio. All’inizio invece sembrava immediatezza. Con l’anti-italianismo ha incuneato il germe della divisione territoriale, dell’egoismo degli interessi tra nord e sud. Con il federalismo avrebbe potuto avere il merito di una diversa articolazione dell’Italia, ma non ha saputo giocare questa formidabile carta».
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IL LEADER VERSO UN POLO RIFORMATORE… NUOVA SVOLTA SUGLI OMOSESSUALI: VANNO TUTELATE LE UNIONI TRA PERSONE
«Un nuovo polo europeo, patriottico e riformatore». Gianfranco Fini sceglie il centro congressi di Eataly, neotempio dei gourmet romani (tra loro c’è anche Italo Bocchino), per lanciare ufficialmente la campagna elettorale.
All’ultimo piano del mega centro, dopo aver superato fritti e mozzarelle di bufala, culatelli di Zibello e piadine, ecco l’assemblea nazionale di un partito che, come molti altri, deve ancora decidere la sua direzione di marcia.
Niente «proposte choc», nonostante gli annunci della vigilia.
Ma il leader di Fli prova a mettere qualche punto fermo nella complicata strategia delle alleanze.
Barra dritta al centro, con due veti.
Uno a destra e uno a sinistra: no a un Pdl che rimanga agganciato alla Lega e resti antimontiano; no a un Pd che si allei con Vendola.
Fini comincia con una spietata autocritica: «Alle Amministrative abbiamo dimostrato la nostra marginalità e in certi casi ininfluenza».
Archiviato anche il Terzo polo, inteso come alleanza tra partiti (Fli, Udc e Api): «È stato percepito come una somma di entità , uno stare insieme per disperazione. Oggi non esiste più il Terzo polo per come è stato concepito, ma le potenzialità di quella operazione sono ancora più valide di prima».
E allora ecco la nuova rotta, che incrocia da vicino quella di Monti: «Il giudizio verso il governo sarà la cartina di tornasole per le future alleanze. Non staremo mai con chi ha contestato l’esecutivo Monti».
Di più, Fini non esclude affatto che del suo progetto entrino a far parte anche esponenti del governo («Non il presidente del Consiglio», precisa).
Già , ma qual è il progetto?
Troppe le variabili per dirlo subito.
Si guarda naturalmente al centro e magari anche a Luca Cordero di Montezemolo (a pochi metri da qui partono i suoi treni Italo).
Il partito più vicino è naturalmente l’Udc, ma non mancano le differenze di vedute.
Casini ha aperto a un patto tra moderati e progressisti.
Ma Fini cita il leader di Sel: «La foto di Vasto è salda. E ha ragione Vendola quando dice che non si può staccare Di Pietro dalla foto. Bersani è simpatico e bravo ma qui non si tratta di smacchiare i giaguari».
E dunque via a un nuovo attivismo per «dimostrare che non siamo un partito in liquidazione», in vista dell’assemblea dei 1.000 di settembre, «quando speriamo siano maturi i tempi del confronto con altri».
Intanto Fini ripete alcuni punti fermi: legge elettorale uninominale con maggioritario secco (plauso di Marco Pannella); semipresidenzialismo (plauso di Ignazio La Russa); ius soli e cittadinanza per «la generazione Balotelli»; detrazione dell’Imu dalla dichiarazione dei redditi; «un quadro giuridico per regolare le unioni tra persone», vedi alla voce «coppie di fatto», «senza mettere in discussione la famiglia».
Questa è la linea dentro Fli, dice Fini: «O si è d’accordo o se ne prende atto».
Alessandro Trocino
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IL PRIMO CITTADINO DI PALERMO NON SI E’ DIMESSO DALLA CARICA DI DEPUTATO
L’Orlando innamorato. Delle poltrone. 
L’avvocato onorevole Leoluca Orlando Cascio ama sedere su due poltrone.
Potenza del sedere.
Eletto per la quarta volta sindaco di Palermo – era il 21 maggio – non si è ancora dimesso dalla carica di deputato.
E dire che la Corte costituzionale ha sancito, con una sentenza del 2011, che i sindaci dei Comuni superiori a 20.000 abitanti sono incompatibili con le cariche parlamentari.
O Roma o Orte, cioè Palermo.
Non come fece il suo concittadino ed ex sindaco di Palermo Sergio Cammarata (balzato di recente alle cronache perchè, pur accusato di una gestione delle finanze cittadine non oculata, era stato chiamato a Palazzo Madama come consulente per i tagli alla spesa degli Enti locali; incarico a cui ha rinunciato nei giorni scorsi).
Ebbene, questo Cammarata è diventato famoso perchè, non rinunciando all’indennità da parlamentare, infranse una prassi di incompatibilità e costrinse nel 2002 la Giunta delle elezioni della Camera ad affermare che «non sussistevano motivi che ostassero al cumulo degli incarichi di sindaco di grande città e di parlamentare» (la cosiddetta «giurisprudenza Cammarata»).
Anche Orlando fa ricorso a questa vituperata giurisprudenza?
Il neosindaco si difende: «Non vedo quale sia il problema, mi sembra una polemica sterile. Torno a ripetere che mi dimetterò da deputato appena si insedierà il consiglio comunale, cioè il prossimo 9 luglio… Appena giurerò da sindaco lascerò la carica di parlamentare».
Nell’attesa del «giurin, giurello», Orlando si aggrappa al cavillo e all’orpello, dando adito a illazioni: spinto da Di Pietro il neosindaco rallenterebbe non per prendere due stipendi ma per tenere lontano Giuseppe Vatinno, primo dei non eletti in Lazio, passato nel frattempo dall’Italia dei Valori a Francesco Rutelli (l’Italia dei Lusi e Delusi).
A parti invertite, Orlando avrebbe già gridato allo scandalo e Di Pietro sventolato le manette. Ma forse, in Sicilia, ogni legge si deve intendere a statuto speciale.
L’Idv ci sta dimostrando che i valori bollati sono più importanti dei giudizi di valore.
Del resto, il valore di una persona si misura sempre alla prova dei fatti.
Aldo Grasso
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 1st, 2012 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI TALE BOBO MARONI, CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA PER RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE… BOSSI ATTACCA LO “SCOPAIOLO” TOSI: “QUALCUNO CHE ALZAVA LA SCOPA FAREBBE MEGLIO A FARSI PAGARE L’AUTISTA DAL SUO COMUNE E NON DALLA LEGA”… “VEDRO’ SE CI SONO IMBROGLI NELLO STATUTO”
Tutto come previsto (o quasi): le lacrime di Umberto Bossi, i sorrisi di Robero Maroni e dei suoi sostenitori in bermuda (Salvini in primis), gli applausi telecomandati, la regia della cappella votiva Isabella..
La seconda e ultima giornata del Congresso federale della Lega Nord al Forum di Assago ha segnato il passaggio tra la vecchia e la nuova gestione del partito.
Non sono mancate frasi polemiche e frecciate reciproche nei discorsi del nuovo segretario del Carroccio, eletto per alzata di mano da circa i due terzi dei congressisti, e del Senatur.
Quest’ultimo, dopo la proclamazione di ‘Bobo’, riprendendo la parabola legata a Re Salomone, ha spiegato di aver agito per evitare la divisione della Lega: “Ho fatto come la donna di quella parabola che lascia il bambino alla rivale pur di non farlo tagliare in mezzo. Il bambino è tuo”, ha detto Bossi.
”Umberto Bossi per me è mio fratello, lo porterò sempre nel cuore – ha commentato il fariseo – Ma oggi inizia una fase nuova”.
Slurp slurp dei barbari in platea che già sognano nuove poltrone.
Poco prima l’ex ministro dell’Interno aveva preso la parola mettendo in chiaro la sua posizione e la volontà di lavorare senza tutele e commissariamenti ( a parte gli imput che gli impartirà la Isabella, ovvio…. n.d.r.).
”Noi siamo qui a congresso per l’attacco della magistratura”. Con queste parole Umberto Bossi ha aperto il suo intervento sul palco del Forum di Assago.
“Il sogno è una cosa sola. E lo dico per gli imbecilli che stanno nella Lega che girano col tricolore. Il sogno è la Padania libera. Quando vedevo avanzare una corrente nella Lega ero preoccupato non tanto per la Lega perchè c’era il rischio che morisse il sogno nella testa di tanta gente”.
Il senatur ha poi attaccato Roma: “La Lega non ha rubato niente. I ladri sono a Roma, sono farabutti i romani non sono padani”, ha detto, ma questa affermazione è stata accompagnata da qualche fischio della platea.
Le vicende giudiziarie che hanno toccato la Lega Nord negli ultimi mesi sono state, per Bossi, “tutte studiate al tavolino” perchè “Berlusconi è stato fatto fuori e se ci sono elezioni i voti vanno alla Lega, che è molto peggio di Berlusconi” (siamo lì, n.d.r.).
“È un attacco preparato al tavolino – ha aggiunto – un attacco della magistratura. Ma certo qualcuno ha aperto la fortezza della Lega dall’interno” (Maroni ?)
Umberto Bossi ha attaccato “quelli che alzavano le scope”, cioè i militanti leghisti, in grande maggioranza maroniani, che in occasione di una manifestazione a Bergamo dopo l’avviso di garanzia al tesoriere Belsito chiedevano pulizia all’interno del movimento.
“Quelli che alzavano le scope – ha detto Bossi parlando al Congresso della Lega ad Assago – non hanno capito che la cosa era organizzata. Di più. Spesso quelli che alzavano le scope – ha proseguito Bossi – se si andasse a fondo, farebbero meglio a non alzarle troppo. Perchè c’è n’è uno poi, è ridicolo, alzava la scopa, gridava e poi il suo autista, invece di farlo pagare dal suo comune, lo faceva pagare alla Lega. Meglio essere tranquilli”.
Secondo alcuni fedelissimi bossiani il riferimento di Bossi è all’autista del sindaco di Verona Flavio Tosi.
Umberto Bossi non dimostra molta fiducia nei confronti dei nuovi dirigenti e ha chiesto di vedere il nuovo statuto approvato dal congresso federale stamane: ”Vado a vedere se mi avete fatto degli imbrogli”, ha affermato, chiamando, sul palco, di fianco a lui, il presidente dell’assise, Luca Zaia.
Lo statuto ”è stato votato all’unanimità ”, gli ha risposto il governatore del Veneto.
”Questo è preoccupante”, ha replicato Bossi. ‘
‘Oggi, secondo me, non è necessario fare lo statuto, avete votato lo statuto, spero che qualcosa non sia cambiato che io non sappia”, ha aggiunto.
Poi è toccato a Maroni rivolgersi ai militanti, con uno dei suoi noti discorsi “trascinanti”, fatto di due slogan, una pausa e un’occhiata al testo preparato in ore di contemplazione mistica: “Io vorrei che da domani si ricominciasse a lavorare tutti insieme: chi è qui per lavorare sarà benvenuto, chi è qui per chiacchierare a vanvera può andarsene domani mattina”.
A quel punto, temendo che il discorso potesse ritorcercersi contro se stesso, ha seguito il consiglio della nuova badante mettendo le mani avanti: “Non sarà facile recuperare la fiducia di chi non ci vota più, ma io ci credo. Garantisco il mio impegno totale: lavorerò per unire. Devo tutto alla Lega”.
Applausi convinti di tutto il congresso sul fatto che lui “debba tutto alla Lega”.
“Basta beghe interne, basta piangerci addosso. Io non credo ai complotti. Abbiamo fatto pulizia e continueremo a farla”, ha dichiarato.
Infatti l’inquisito on. Pini non è stato espulso. Lui è maroniano, mica bossiano.
Da un condannato in via definitiva a diversi mesi di galera per resistenza a pubblico ufficiale e che non si è vergognato di fare il ministro degli Interni non possiamo in fondo chiedere troppa coerenza.
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