Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX TERRORISTA RICEVERA’ UN COMPENSO DI 500 EURO DALL’UNIVERSITA’ DI SANTA CATERINA A FLORIANOPOLIS
In Brasile si torna a parlare di Cesare Battisti. 
L’ex militante dell’estrema sinistra italiana, condannato all’ergastolo in Italia, darà una conferenza presso l’Università federale di Santa Caterina, a Florianopolis, sul tema “Chi ha diritto di parlare”.
L’annuncio dato dall’Università è stato ripreso dai media brasiliani, i quali ricordano d’altra parte che l’ateneo è finanziato con soldi pubblici: più precisamente, viene sottolineato, dal ministero dell’Educazione.
Per fare da “docente” universitario per qualche ora, l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) intascherà un compenso di circa 500 euro, riferiscono i media, ricordando che la lezione è in programma mercoledì nell’ambito di un forum dell’ Universidade Federal de Santa Catarina.
A organizzare l’appuntamento è stato il professor Paulo Lopes, il quale ha spiegato che l’idea alla base della lezione è quella di «ascoltare gli esuli, i carcerati, i demoni della società ».
La notizia ha subito scatenato commenti e reazioni su Twitter, sia in Italia sia in Brasile.
Su YouTube è apparso un video nel quale due ragazzi raccontano gli omicidi per i quali è stato condannato Battisti e danno appuntamento a una protesta per mercoledì – in coincidenza con la lezione – davanti al rettorato dell’Università di Santa Catarina. «Noi non siamo contrari alla sua libertà di espressione, siamo contrari all’utilizzo delle risorse pubbliche per questa finalità », precisano i due ragazzi, riferendosi proprio ai soldi che lo Stato destina all’ateneo e alla “lezione” dell’ex militante dei Pac.
«Lei sa chi sono queste persone?», domandano all’inizio del video i due giovani mentre scorrono le immagini di Pierluigi Torregiani, Lino Sabbadin, Antonio Santoro e Andrea Campagna: le quattro persone uccise, omicidi per i quali Battisti è stato condannato con sentenza definitiva all’ergastolo dalla giustizia italiana.
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
MA PER BRUNETTA “E’ PROPRIO L’ESECUTIVO A RISCHIO”
Fuori da Forza Italia se il partito dichiarerà guerra al governo sulla legge di stabilità . «Se tenteranno ancora una volta di farci cadere, noi a quel punto andremo per la nostra strada».
È la linea di demarcazione tracciata da Angelino Alfano ieri con i ministri Pdl, Lupi, Lorenzin e Quagliariello.
Un altolà che oggi il vicepremier ribadirà al telefono a Silvio Berlusconi prima di incontrarlo nell’ennesimo faccia a faccia di domani al rientro del capo a Roma.
Le cannonate sparate dai berlusconiani di Fitto e dai governativi per tutta la giornata sono la conferma che un accordo non c’è, anzi, pare lontano.
La dura nota di fine giornata di Maurizio Lupi a nome della delegazione pidiellina al governo sa di ultimatum.
«Anche oggi dai cosiddetti lealisti la solita alluvione di dichiarazioni sulla legge di stabilità e contro il governo, a cui ricordo abbiamo votato tutti insieme la fiducia il 2 ottobre» scrive.
E il ministro della Sanità Lorenzin: «Nel nuovo partito vi dovranno essere regole di democrazia interna che permettano una leale convivenza tra anime diverse ma non incompatibili, così come in tutti i grandi partiti bipolari d’Europa».
Messaggio rivolto a Fitto, ai falchi, ma tra i destinatari impliciti c’è anche il Cavaliere. «Il governo sulla stabilità e sulla decadenza è a rischio », avverte Renato Brunetta. Berlusconi a questo punto dovrà quindi decidere se dichiarare guerra al governo Letta o trovare un compromesso sulla legge di stabilità .
E dovrà decidere in fretta. Domani mattina il rientro a Roma, per definire la strategia, prima che mercoledì il premier Letta incontri i gruppi di maggioranza, Pdl compreso
Berlusconi ha mantenuto le distanze per qualche ora, ritirandosi a Villa Campari sul lago Maggiore, da dove è rientrato ieri a ora di pranzo.
Giusto in tempo per ascoltare l’affondo di Raffaele Fitto in tv a “In mezz’ora” e chiamarlo subito dopo per complimentarsi.
«Firmino tutti il documento dell’ufficio di presidenza per il passaggio e Forza Italia e il riconoscimento della leadership di Berlusconi, a cominciare da Alfano » aveva intimato il capocorrente pugliese da Raitre.
Una tregua tra il ministro degli Interni e il leader è vista come fumo negli occhi da quella parte dello schieramento. «Alfano ormai è minoranza nel partito e in Parlamento» è la traduzione brutale di Saverio Romano, altro vicino a Fitto.
«Ti pavoneggi come fossi un leader» gli risponde Cicchitto, vicino invece al vicepremier come pure Formigoni, che critica i lealisti, li sfida sui numeri e annuncia: «Noi abbiamo già raccolto le firme di oltre un terzo dei consiglieri nazionali e ci avviamo verso la metà ».
Sarà quella, con gli 800 consiglieri, la sede della resa dei conti.
In una data che Berlusconi vorrebbe ancora anticipare l’11 e il 16 novembre, comunque prima della sua decadenza, e che Alfano si ostina coi suoi a voler mantenere l’8 dicembre.
Il pasticcio di queste ore sono le doppie firme dei tanti peones locali che temono liste di proscrizione e firmano sia per il documento Berlusconi-Fitto che per Alfano.
«Guai a trasformarlo in una rissa all’ultimo voto – dice Enrico Costa, nella squadra del vicepremier – Troppi sperano di campare sulle divisioni».
Ieri sera ad Arcore a cena la Biancofiore e Santanchè, il direttore del Giornale Sallusti e l’eurodeputata Ronzulli.
Su Villa San Martino continuano a volteggiare i falchi.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
DALLE CONSULENZE ALLE SPESE CORRENTI, LE STIME DEI MINISTERI SUI BENEFICI DELLA CHIUSURA… INEFFICIENZE PER 2,6 MILIARDI
È una sfiancante guerra di trincea, quella che si combatte sul destino delle Province. Una
guerra cui neppure i calcoli sui risparmi che si potrebbero ottenere eliminando i soli apparati politici, equivalenti secondo un dossier del ministero degli Affari regionali a 11.300 nuovi posti negli asili nido italiani, afflitti da un deficit drammatico, riesce a imprimere una svolta.
Una guerra nella quale un Paese che ha un disperato bisogno di tagliare la spesa pubblica è invischiato ormai da anni, nonostante non ci sia stata una forza politica che non si sia schierata per l’abolizione di quegli enti.
E le armi più acuminate sono i numeri che si scambiano i due schieramenti opposti.
Da una parte i bellicosi esponenti del partito delle Province, rianimati dalla sentenza della Consulta, affermano che la soppressione produrrebbe un aumento dei costi (tesi cara all’Upi). Un paio di miliardi l’anno, addirittura.
L’obiettivo è almeno allungare i tempi della legge del ministro Graziano Delrio per arrivare fino alla prossima primavera, contando che a quel punto sarà impossibile non andare a votare per rinnovare più di 70 consigli provinciali: con il risultato di mettersi al sicuro per altri cinque anni.
Dall’altra chi è determinato a fiaccarne la resistenza, con l’obbligo di far passare prima di Natale quel provvedimento, oggetto di una estenuante melina in commissione alla Camera presieduta dal pidiellino Francesco Paolo Sisto, snocciola dati completamente diversi.
A cominciare dai 113 milioni e 630 mila euro stimati dalla Bocconi come costo per le sole indennità degli oltre 4.200 politici provinciali: dai presidenti delle giunte ai consiglieri.
Somma che come dicevamo potrebbe essere investita secondo il ministero di Delrio in 11.300 nuovi posti negli asili nido.
Oppure nel dissesto idrogeologico del Paese, considerando che lo stanziamento statale per affrontare quel gravissimo problema non raggiunge un quarto di tale cifra.
Ma è niente, rispetto ai risparmi che quel dossier ministeriale ipotizza.
Per esempio, le spese correnti amministrative delle Province.
Ammontano a 2,3 miliardi: dei quali sarebbero aggredibili un miliardo 335 milioni, considerando che il costo del personale, pari al 43 per cento del totale, non verrebbe toccato: i dipendenti resterebbero in carico alla Provincia, trasformata in organismo non più elettivo con funzioni ridotte, o transiterebbero in forza ad altri enti.
Di più. L’analisi condotta dalla Sose (Soluzioni per il sistema economico), società di consulenza e servizi controllata dal ministero dell’Economia e dalla Banca d’Italia, nel 2012 ha stimato per la spesa di beni e servizi delle Province un tasso di inefficienza pari al 31,44 per cento, calcolando un risparmio possibile di 2 miliardi 612 milioni di euro a fronte di una massa di risorse pari a 8 miliardi 297 milioni.
Dalle sole spese per gli organi istituzionali, le consulenze, le collaborazioni e i contratti di cosiddetto «global service» si potrebbero recuperare oltre 553 milioni, considerando una inefficienza addirittura superiore.
Pari in questi campi, secondo Sose, al 55,36 per cento.
Per tutta risposta, l’Unione delle Province argomenta che l’aumento dei costi colpirebbe settori nevralgici, come quello delle scuole.
Dice l’associazione guidata dal democratico presidente della Provincia di Torino Antonino Saitta che la spesa per riscaldarle, una volta che la funzione venisse trasferita ai Comuni, lieviterebbe del 53 per cento: 424 milioni in più.
Opposta la tesi del dossier Delrio, che porta alcuni esempi. Come un paragone fra le scuole gestite dalla nuova Provincia di Fermo e dai Comuni che la compongono: considerando tra l’altro che metà delle scuole «provinciali» si trova proprio nella città di Fermo.
Comune che spende per riscaldare i propri plessi scolastici 7,48 euro al metro quadrato contro gli 8,55 della Provincia.
La differenza è del 13 per cento, che però sale al 28 per cento se si prende in esame il dato del Comune più virtuoso.
Lo stesso accade anche in altre Province.
Quella di Treviso spende per riscaldare le scuole il 22 per cento più del Comune di Vittorio Veneto, quella di Reggio Emilia il 33 per cento più del Comune di Novellara, quella di Milano il 46 per cento in più rispetto a Sesto San Giovanni, quella di Parma il 68 per cento più di Sorbolo…
«Se adottiamo lo stesso criterio utilizzato dall’Upi e calcoliamo la media dei risparmi dei Comuni virtuosi», conclude il dossier del ministero degli Affari regionali, «avremo dunque un risparmio medio del 39 per cento corrispondente, rispetto ai costi sostenuti dalle Province nel 2012 per riscaldare tutti gli edifici scolastici, pari a 312 milioni)».
Per non parlare poi dei risparmi indiretti che si conseguirebbero con la riduzione dei livelli amministrativi e la dismissione di un patrimonio immobiliare spesso ridondante.
Nonchè la probabile (e auspicabile) eliminazione di uno strato di centinaia di società pubbliche spesso funzionali al solo mantenimento di poltrone, quando non inutili o in perdita.
Per avere un’idea delle dimensioni di questo aspetto, si consideri che la sola Provincia di Bergamo ha 33 partecipazioni in società di capitali.
Mentre la Provincia di Reggio Calabria controlla il 69 per cento della società che gestisce il locale piccolo aeroporto, in grado di accumulare nei dieci anni dal 2001 al 2010 perdite per 27 milioni senza mai chiudere un esercizio in utile.
Sappiamo che l’abolizione delle Province, o almeno la loro trasformazione in «agenzie di area vasta» non può essere la soluzione definitiva di un problema molto più complesso, che riguarda l’assetto di un sistema istituzionale disarticolato, confuso e costosissimo, con inutili duplicazioni e sovrapposizioni di competenze, e un numero assurdo di livelli amministrativi.
Ma è comunque un passo avanti ineludibile. Poi si dovrà necessariamente mettere mano a funzioni e ruolo delle Regioni: molto più potenti e agguerrite delle Province .
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
DAI DUBBI SULLA SICUREZZA ALLE INCHIESTE: TUTTI I FLOP DELLE “CASETTE” DI BERLUSCONI
Isolatori sismici fallati, infiltrazioni d’acqua, riscaldamento rotto, cedimenti di intonaco.
Nessun servizio intorno, nè pubblico nè privato.
Il tutto dentro 185 palazzine sparse nella periferia che oggi – dopo appena quattro anni dalla loro realizzazione – sono nuove aree di degrado urbano.
La storia delle case provvisorie volute dall’ultimo Governo Berlusconi per 19mila terremotati dell’Aquila, dopo il sisma dell’aprile del 2009, è costellata di flop.
Per questo “miracolo aquilano” come lo definì l’allora premier visti i tempi record di consegna degli alloggi, lo Stato ha speso 900 milioni di euro senza seguire il codice degli appalti, ma con affidamenti in “emergenza” ad (appena) sedici ditte nazionali.
La costruzione delle “new town” fu seguita dai media con dirette tv e programmi ad hoc, con tanto champagne nel frigorifero a favore di telecamera.
Ma dal giorno dell’inaugurazione in poi, il “progetto C. a. s. e.” di Guido Bertolaso, allora capo della Protezione Civile, ha cominciato a venire giù. Pezzo dopo pezzo.
Il primo atto è un’impietosa relazione redatta dagli ingegneri dell’ufficio tecnico dell’Aquila, pochi mesi dopo la consegna degli appartamenti.
«Sono evidenti segni di deterioramento degli edifici che sono inaccettabili» è il giudizio finale corredato da un centinaio di fotografie a conclusione di due mesi di certosini sopralluoghi in ogni angolo di quelle costruzioni.
Piastra dopo piastra, ballatoio dopo ballatoio,garage dopo garage. Ringhiera dopo ringhiera.
Ma è solo l’inizio.
Poco dopo, la Procura dell’Aquila apre un’inchiesta sui settemila isolatori sismici che sostengono i 185 palazzi.
E la scoperta è amara, amarissima. Almeno duecento degli isolatori sismici a pendolo montati sui pilastri che sostengono gli edifici sono destinati a sbriciolarsi se mai la terra dovesse tornare a tremare come quel 6 aprile di 4 anni e mezzo fa.
E quel che è peggio, nessuno è in grado di dire oggi – nemmeno la ditta che li ha prodotti e montati, la società «Alga» – quali strutture esattamente appoggino su quei pezzi fallati.
Per questa vicenda, poche settimane fa il giudice del tribunale dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, ha condannato con rito abbreviato a un anno di reclusione Mauro Dolce, responsabile del procedimento del progetto C. a. s. e., accusato di frode nelle pubbliche forniture.
Giuseppe Caporale
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
ECCO IL DOSSIER DI BRUXELLES: LE NEW TOWN COSTATE IL 58% IN PIU’ DEI PREZZI DI MERCATO
Un danese ha perlustrato l’Abruzzo del dopo terremoto per tre anni, ha visitato una
spettrale città chiamata L’Aquila, poi ha steso un report che è diventato un documento d’accusa contro la ricostruzione.
Tutto esasperatamente costoso. E per di più tutto fatto in nome della legge.
Un dossier della commissione di controllo del bilancio di Bruxelles racconta la fiera dello spreco dopo la notte del 6 aprile 2009.
Case troppo care, fondi comunitari spesi male, norme violate, materiali scadenti, appalti sospetti. Firmato Sà¸ren Sà¸ndergaard, deputato europeo, inviato in Italia per verificare come è stato usato il denaro dei contribuenti dell’Unione.
Ogni appartamento è costato il 158 per cento in più del valore di mercato, il 42 per cento degli edifici è stato realizzato con i soldi dei contribuenti europei (e non con quelli del governo italiano, come ha sempre sostenuto l’ex premier Silvio Berlusconi), solo il calcestruzzo è stato pagato 4 milioni di euro in più del previsto.
E 21 milioni in più i pilastri dei palazzi.
Cifre ufficiali della Corte dei Conti europea, tutte richiamate nel report di Sà¸ndergaard. Dove si censura il silenzio dell’Europa che è stata a guardare mentre qui si sperperava, dove si «deplora » l’invio di dati «apparentemente non corretti» trasmessi a Bruxelles dal Dipartimento della Protezione Civile, dove si elenca minuziosamente tutto ciò che lui stesso ha riscontrato nelle sue missioni.
Su prefabbricati, acciaio, ammortizzatori sismici, bagni chimici, contratti a imprese. Sempre oltre i costi preventivati, soprattutto quelli fissati dai «manuali». E anche di tanto
Il suo dossier sarà discusso al Parlamento europeo giovedì 7 novembre e presentato questa mattina, in anteprima all’Aquila, nelle sale del consiglio regionale.
È la sintesi di una lunga «istruttoria» condotta in Abruzzo da Sà¸ndergaard – membro della Cont, la commissione di controllo del bilancio di Bruxelles – insieme al suo collaboratore Roberto Galtieri per indagare su dove erano finiti gli stanziamenti comunitari dopo la potentissima scossa di quella notte, trecentonove morti, decine di migliaia di sfollati e un business infinito intorno ai cinquantasei comuni abruzzesi dentro il «cratere ».
La prima volta sono arrivati all’Aquila l’8 ottobre del 2010. Poi hanno cominciato a investigare mese dopo mese, fino a ultimare questo report che giovedì prossimo dovrà vagliare il Parlamento di Bruxelles
Il dossier del deputato danese comincia dalla fine, dall’ultima visita all’Aquila: «La situazione del centro storico rimane sostanzialmente invariata. In quattro anni solo un paio di edifici (uno pubblico e uno privato) sono stati ricostruiti nella cosiddetta zona rossa…».
Poi informa la sua commissione dei sopralluoghi negli edifici del progetto CASE (Complessi Antisimici Sostenibili ed Ecocompatibili) e in quello dei MAP (Moduli Abitativi Provvisori), dove ha verificato con il suo «ispettore» Galtieri cosa c’era cosa e cosa non c’era: «Nelle case e nelle scuole non ci sono pannelli a indicare che sono state costruite con i fondi Ue… ma al contrario ci sono pannelli che specificano “edifici realizzati con donazioni da enti privati e amministrazioni locali”. Ciò è in contraddizione con le norme europee… ».
Poi ancora segnala alla commissione la qualità delle costruzioni dei MAP: «Il materiale è generalmente scarso… impianti elettrici difettosi… intonaco infiammabile… alcuni edifici sono stati evacuati per ordine della magistratura perchè “pericolosi e insalubri”… Quello di Cansatessa è stato interamente evacuato (54 famiglie) e la persona responsabile per l’appalto pubblico è stato arrestato e altre 10 persone sono sotto inchiesta».
Un capitolo intero è dedicato alla criminalità organizzata e alle infiltrazioni nei lavori della ricostruzione.
Primo punto: «Un numero di sub appaltatori non disponeva del certificato antimafia obbligatorio».
Secondo punto: «Il Dipartimento della Protezione civile ha aumentato l’uso del sub appalto consentito dal 30 al 50 per cento».
Terzo punto: «Un latitante è stato scoperto nei cantieri della Edimo, che è una delle 15 imprese appaltatrici ».
Quarto punto: «Una parte dei fondi per i progetti CASE e MAP sono stati pagati a società con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata… ma le competenti autorità italiane non hanno ancora reso pubblici questi dati… «.
Quinto punto: «La commissione bilancio Ue ha dichiarato di avere scoperto casi di frode, ha comunicato tali risultati al Dipartimento della Protezione Civile, che successivamente ha scambiato questi progetti connessi con la frode con progetti nei quali non è stata scoperta alcuna frode…»
Nel report Sà¸ren Sà¸ndergaard elenca le denunce dell’associazione Libera e di Site. it (la testata online che ha sollevato fin dai primi giorni lo scandalo della ricostruzione) e poi bacchetta il governo europeo dopo l’ispezione di una delegazione in Abruzzo nel 2010: «Nella sua relazione non menziona nessuno dei problemi che sono stati portati alla sua attenzione da diversi deputati. Un caso di evidente negligenza».
È un’accusa di omesso controllo.
E infine, il deputato danese ricorda come la commissione bilancio Ue abbia anche elaborato una propria valutazione dei conti, tenendola però segretissima.
Solo i deputati della Cont l’hanno potuta conoscere – e solo il 15 luglio del 2013 – con divieto di prendere appunti e divieto anche di commentare citare il contenuto di quanto avete appena letto. Tutto top secret.
Per quattro anni, i contribuenti europei non hanno avuto il diritto di sapere come era stato speso il loro denaro
Nelle ultime pagine del dossier Sà¸ndergaard cita ampiamente la relazione della Corte dei Conti con sede in Lussemburgo.
«In questo documento vengono fornite al Parlamento e ai cittadini europei risposte ad alcune delle domande riguardanti la gestione dei fondi Ue in Abruzzo», scrive il deputato danese.
E riferendosi alla corte di giustizia europea, ribadisce quale è stata la sua «raccomandazione » al governo di Bruxelles: «È la richiesta all’Italia di rimborsare i fondi europei in caso, nel futuro, derivasse profitto dai progetti finanziati dall’Ue».
È uno dei punti centrali del dossier.
I regolamenti Ue impongono che i soldi dirottati ai vari Stati non debbano «generare reddito», ma nelle case nuove dell’Abruzzo fra un po’ si pagherà l’affitto. È già in corso un censimento per capire chi e quanto dovrà sborsare per abitare in quegli edifici dopo il terremoto.
Se accadrà , stando alle norme comunitarie, l’Italia dovrebbe restituire all’Europa parte di quei fondi. Sono all’incirca 350 milioni sui 493,7 ricevuti dopo il terremoto
La relazione della Corte dei Conti è finita alla Commissione europea nel mese di febbraio di quest’anno. In un primo momento, Bruxelles ha giustificato le scelte del governo italiano («Il progetto Case corrisponde pienamente agli obiettivi Ue…»), ha ignorato le «violazioni» denunciate ma giovedì sarà costretta a esaminarla con più cura quel documento insieme al report del deputato danese.
E questa volta, non in segreto. Ma in seduta pubblica e con diretta streaming dal sito del Parlamento europeo.
La Corte aveva già fornito numeri espliciti. Aveva fatto una premessa la Corte, sul post terremoto in Abruzzo: «Ai costi è stata assegnata scarsissima importanza relativa».
E aveva tirato le sue conclusioni: «A giudizio della Corte il progetto Case non ha rispettato le specifiche disposizioni del regolamento europeo… la Commissione dovrebbe anche riesaminare, alla luce dei criteri di ammissibilità stabiliti dal regolamento, la domanda di assistenza presentata dalle autorità italiane».
Attilio Bolzoni
(da “la Repubblica”)
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
IL CERCHIO MAGICO DELLO SCOUT RENZI E IL FATTORE “M”
Ai tempi degli scout Matteo era una persona molto appassionata, aveva una grande capacità di mettersi in cammino”. E di portare gli amici con sè.
L’elogio di Matteo Renzi è dell’amico e omonimo Matteo Spanò. Il fattore M.
Cresciuti negli scout di Pontassieve, “insieme dai lupetti”, legati poi per sempre. Spanò è un componente del cerchio magico di Renzi o, a seconda dell’opinione che si ha del rottamatore, un ingrediente della ciambella che sta intorno al buco.
Un po’ insapore, perchè il sindaco di Firenze di consiglieri fidati ne ha pochi. Pochissimi. Escluso lo storico portavoce Marco Agnoletti, al fianco di Renzi ci sono Spanò, Luca Lotti, Marco Carrai e Luigi De Siervo. Altri si sono persi per strada.
Come Giuliano da Empoli, ex fedelissimo lasciato sul campo alle scorse primarie o Massimo Mattei, ex assessore alla mobilità , dimissionario dopo lo scandalo escort che ha sfiorato Palazzo Vecchio scoperto a seguito dell’esposto presentato da Alessandro Majorano, un dipendente del Comune.
Tutti under 40 (tranne il 43enne, De Siervo) cresciuti con lui e coinvolti, a seconda delle capacità e della necessità , nelle varie tappe del cammino che da Pontassieve sta portando Renzi alla scalata del Pd per conquistare il Palazzo.
Spanò è stato da poco confermato alla guida della Banca Credito Cooperativo di Pontassieve ed è anche presidente del Museo dei Ragazzi di Firenze, nominato per espresso desiderio di Renzi.
Che lo aveva già insediato a capo della Florence Multimedia, società creata ad hoc nel 2004 dal non ancora rottamatore ma giovane presidente della Provincia fiorentina e recentemente finita all’attenzione della Corte dei Conti per i 9,2 milioni di euro spesi tra il 2006 e il 2009.
Tra cui ci sono fatture pagate alla Dotmedia, impresa privata di Spanò. Non solo. Alla Dotmedia, società che fino al 2012 è stata tra i fornitori del Comune di Firenze, sono finite anche alcune commesse dirette affidate dal Museo dei Ragazzi.
Presieduto, come detto, sempre da Spanò.
Un dato: Dotmedia è passata da 9 mila euro di fatturazione del 2008 ai 401 mila del 2011. Socio di Spanò era Andrea Conticini allo stesso tempo socio della Eventi 6, la società della famiglia Renzi: amministrata dalle sorelle Matilde e Benedetta, che ne detengono il 36 per cento ciascuna, insieme alla madre, Laura Boboli, che ha l’8 per cento.
Il restante 20 per centoè in mano a Conticini, marito di Matilde.
Un uomo di fiducia e di famiglia dunque, Spanò per Renzi
Ruoli chiave anche per Matteo Carrai, il Richelieu di Renzi, già descritto come l’uomo forte che agisce nell’ombra, come Gianni Letta per Berlusconi, anche se lui preferisce essere paragonato a Peter Mandelson, storico consigliere di Tony Blair.
Carrai presiede l’Aeroporto di Firenze e siede nei consigli della Fondazione Carifirenze (azionista di Intesa San Paolo al 3,2 per cento) e della municipalizzata Firenze Parcheggi, di recente finita sotto la lente della Guardia di Finanza Toscana che sta verificando gli appalti e i conti degli ultimi anni.
Giusto per rimanere in tema. Va detto che da quando Renzi è considerato il futuro segretario e possibile premier, gli esposti a Firenze fioccano.
Carrai non è tipo da preoccuparsene. Composto, schifo ai riflettori, è considerato vicino a tutto: Comunione e Liberazione, Opus Dei, finanza laica, l’entourage obamiano, David Serra e Oscar Farinetti di Eataly.
Si conoscono negli anni novanta nel Ppi prima e insieme poi nella Margherita. Renzi nel 2004 conquista la Provincia e lo porta come capo segreteria.
Direttore generale della Fondazione Big Bang, da sempre gestisce i finanziamenti alle campagne elettorali tanto che alle primarie d’esordio di Renzi chi versava contributi con Paypal riceveva un sms: “Hai inviato un pagamento a Marco Carrai”.
Nato e cresciuto nel Chianti da una notissima famiglia di imprenditori è anche socio e consigliere del la Carrai Paolo e figli. Ed è presente in diverse società , tutte a Firenze, oltre a detenere alcune partecipazioni attraverso la holding D&C, della quale è presidente del consiglio di amministrazione e socio al 50 per cento.
Ha il 12 per cento della Ourfuture, di cui è presidente e ad, il 14,2 della Cambridge consulting e quote in altre società : Beauty Lab, C&T, Cki.
Unico neo: essere stato, nel 1994, tra i fondatori dei circoli di Forza Italia nel Chianti e aver inizialmente sostenuto Berlusconi.
Ma anche questo, in fondo, può contribuire al cammino di Renzi.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
GUAI A CRITICARE IL COMICO MILIONARIO, DIVENTI “PENNIVENDOLO DELIRANTE”, “CANE DA COMBATTIMENTO” E “DEVI FINIRE AI GIARDINETTI”
L’articolo di Eugenio Scalfari su “Repubblica”
Grillo e l’Europa. Mi sembra questo il tema di maggiore attualità : la campagna elettorale che il proprietario e leader del Movimento 5 Stelle ha già aperto in vista delle elezioni europee del maggio 2014 e di quelle italiane che egli si augura e fa di tutto per provocare il più presto possibile.
Si tratta di una campagna di destra, una destra xenofoba contro gli immigrati, qualunquista contro i partiti (tutti i partiti, nessuno escluso) e contro le istituzioni, dal capo dello Stato al presidente del Consiglio ai ministri (tutti i ministri) e contro la magistratura e la Corte costituzionale.
Non è più anti-politico il Movimento 5 Stelle poichè ora una politica ce l’ha, l’ha scelta. È a suo modo una politica rivoluzionaria perchè vuole abbattere tutta l’architettura esistente ma con un obiettivo reazionario perchè vagheggia una dittatura, la sua.
Il movimento di popolo che le sue parole d’ordine indicano con chiarezza fa leva sui sacrifici, le speranze frustrate e la rabbia che ne deriva, ormai molto diffusa, che gli italiani sentono con sempre maggiore acutezza.
Di chi è la colpa, chi ne sono i responsabili, stando alle indicazioni di Grillo? I partiti che governano il Paese da oltre mezzo secolo, l’establishment economico, i sindacati, l’Europa. Questi sono i nemici da sconfiggere, mettere in fuga e sostituire.
Con chi? Col popolo finalmente svegliato da Grillo, che sarà naturalmente lui a guidare, a istruire e ad educare.
Quando questa opera di lunga lena sarà compiuta lui si ritirerà . Ovviamente sarà celebrato nei libri di storia come quello che…
Da qualche settimana l’Europa così come è fatta oggi e l’euro che la Banca europea stampa sono diventati i nemici principali e rappresentano i bersagli sui quali sparare per primi.
La stessa strategia è quella usata dal Fronte nazionale francese della Le Pen, dal movimento anti-europeo di Germania (dove però non hanno neppure superato la soglia per entrare in Parlamento), in Grecia, in Danimarca, in Olanda.
Grillo ha anche in mente una sua politica economica.
Non è mai andato a scuola di economia e conosce per sentito dire le scuole di Cambridge, di Vienna e del Mit degli Usa; ma sa interpretare e semplificare quello che molta gente pensa: ridurre le tasse, combattere evasione e corruzione, infischiarsene del debito pubblico, spendere per creare posti di lavoro senza preoccuparsi delle coperture, rispondere a pernacchie alle direttive europee e mandare per aria l’euro.
Chi se ne frega dell’euro. Meglio una moneta nazionale stampata in Italia in quantità capaci a fare star meglio la gente, i giovani, gli anziani, tutti.
L’Europa non reggerà il colpo. Anche la sua architettura attuale crollerà e i movimenti che l’hanno distrutta la ricostruiranno a modo loro.
E poichè il movimento principale sarà il 5 Stelle, che guiderà il Paese con il debito più alto di tutti gli altri, sarà dunque il 5 Stelle – cioè lui – a guidare la ricostruzione.
Questo pensa Grillo, lo dice e lo diffonde. Ormai è un Verbo, naturalmente incarnato.
Ma non è il solo poichè anche a destra c’è qualcuno che – in modi appena più sfumati nella forma ma identici nella sostanza – dice cose analoghe.
Finora erano due populismi di segno contrario, adesso sono due nazionalismi entrambi di estrema destra, entrambi demagogici, entrambi irresponsabili ed entrambi visti con favore da alcuni milioni di elettori.
La replica pomeridiana del leader di Tramonto dorato
“E’ iniziata l’invasione degli Ultrascalfari. La paura delle elezioni europee fa novanta e ogni colpo contro il M5S è lecito, meglio se sotto la cintura.
Scalfari fa da apripista, da pennivendolo da sfondamento che con quell’età e quella barba può scrivere quello che vuole.
Il suo delirante articolo di oggi (“Se vince Grillo, paese a rotoli”) è solo l’annuncio dell’invasione degli Ultrascalfari di destra e di sinistra nei media da qui a maggio”.
“Il Sistema manda avanti i suoi cani da combattimento – prosegue Grillo – senza alcun pudore. Il M5S non deve vincere le elezioni europee”.
Infatti non le vincerà , gli Italiani li fai fessi una sola volta
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
NELLA CAPITALE BOTTE E INSULTI NEI CIRCOLI… CINQUEMILA NUOVE TESSERE IN DIECI GIORNI, PROTESTE E ACCUSE INCROCIATE TRA CORRENTI… E C’È CHI INVOCA L’INTERVENTO DEL NAZARENO
A Roma qualcuno gonfia il tesseramento, qualcun altro prova a “gonfiarsi”.
Tradotto dal vernacolare, significa picchiarsi. Tradotto in termini politici, vuol dire che nei congressi romani del Pd si è andati oltre il limite.
Dalle recriminazioni e dai ricorsi si è passati alle risse.
Il corollario della corsa per la segreteria, con quattro candidati e una folla di correnti e sotto-correnti a combattersi con ogni mezzo, tra pacchetti di nuove tessere (5mila in dieci giorni, secondo il reggente Eugenio Patanè) e circoli “fantasma”.
Ombre che sono lo sfondo dei congressi in mezza Italia.
A Roma la partita è principalmente a due: da una parte l’ex senatore Lionello Cosentino, sostenuto dal demiurgo del Pd romano, Goffredo Bettini, e da un fronte che va dai franceschiani ai popolari, per arrivare a gran parte degli zingarettiani, legati al governatore del Lazio.
Dall’altra il consigliere municipale Tommaso Giuntella, uno dei tre “giovani” della squadra di Bersani nelle scorse primarie, appoggiato dai dalemiani e da qualche zingarettiano malpancista, come l’ex segretario romano Marco Miccoli.
Gli outsider, il renziano Tobia Zevi e Lucia Zabatta (Civati).
So è già votato in oltre metà dei circoli, e per ora Cosentino è avanti con il 41 per cento, mentre Giuntella al 36.
Salvo sorprese, sarà decisiva l’assemblea del 9 novembre. E forse l’ago della bilancia saranno i voti di Zevi, che viaggia sopra il 16 per cento.
Un discreto caos sulla carta, ma molto peggio nella realtà .
Lunedì scorso, nel circolo Pd di Vigne Nuove, nella periferia nord-est, sono arrivati la polizia e due ambulanze. Riccardo Corbucci, presidente del Consiglio del III Municipio, è finito in ospedale per trauma cranico, con 5 giorni di prognosi.
Sostiene di essere stato aggredito da Claudio Maria Ricozzi, presidente dell’assemblea municipale Pd, che nega e parla di “montatura”.
La certezza è che hanno discusso ad altissima voce. Corbucci, sostenitore di Giuntella, ha chiesto di invalidare il congresso locale, bollando Vigne Nuove come uno dei (non pochi) circoli fantasma: sempre inattivi, tranne quando c’è da raccogliere voti.
Ricozzi, pro Cosentino, ha replicato a tono. Bufera,e alla fine il presunto scontro. Corbucci ha battuto la testa: “sono stato picchiato” ripete.
Ricozzi, sentito dal giornale on line Roma Post, replica: “Mi sono avvicinato mettendogli due dita davanti alla bocca per fargli capire che doveva smetterla . E lui è caduto all’indietro: io ho anche cercato di trattenerlo”.
Il caso potrebbe tracimare in tribunale (“Ho presentato una denuncia” fa sapere Corbucci). Nervi più che tesi anche nel circolo Pd di Cinecittà , dove il congresso è stato rinviato a martedì.
Secondo il blog Monitore Romano, sarebbe scoppiata una guerra interna sul controllo di un centinaio di tessere.
Mercoledì scorso alcuni iscritti hanno occupato per protesta l’ingresso del circolo, e sono stati insulti e e spintoni.
Problemi anche in un altro circolo di peso, quello di Trastevere, dove sono volati stracci tra renziani. Ma tutti accusano tutti, nel Pd romano.
La deputata Bonaccorsi, vicina al fu rottamtore, ha fatto notare che “in 7 circoli Cosentino ha preso il 100 per cento”.
L’ex capogruppo in Comune replica: “Si è svolto tutto secondo le regole”. Ieri la Zabatta ha parlato di circoli “invasi dalle truppe cammellate di questo e di quel candidato”, per poi invocare: “Chi di dovere intervenga al più presto”.
A margine, il giudizio (anonimo) di un maturo dirigente: “Le tessere gonfiate le usano tutti, la guerra è guerra”.
Ieri sera dibattito congressuale al circolo Pd Aurelio Cavalleggeri (Roma Nord). Sala piccola e stracolma: età media piuttosto alta, tante donne, molti con il blocchetto degli appunti.
A presentare le mozioni Cosentino, Zevi e i rappresentanti degli altri due candidati (il consigliere regionale Mario Ciarla per Giuntella, l’ex parlamentare Vincenzo Vita per Zabatta). Quattro discorsi con un punto in comune: le regole per le primarie sono sbagliate. Ovvero, “non ci si può iscrivere e votare nello stesso giorno”.
Nel circolo gli iscritti sono raddoppiati: da 150 a oltre 300. “Ma non devi pensare male, molte sono ex iscritti che si erano allontanati in questi anni” spiega Gianna, a sinistra “dai tempi del primo manifesto”.
Sostiene: “Stiamo sempre a votare, tra primarie di ogni tipo. Non facciamo politica, così è una conta continua”. Accanto a lei un signore: “Se mi sta passando la voglia? No, l’idea vale più di tutto”.
In sala, i candidati ammettono: “Siamo sui giornali solo per le tessere e le botte, è un segnale di allarme”. I militanti annuiscono, una signora sussurra: “Sono qui perchè sono di sinistra, ma iscrivermi a questo Pd, mai”.
Enrico Berlinguer la scruta da un vecchio quadro.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 4th, 2013 Riccardo Fucile
“LEGGE DI STABILITA’ DA MODIFICARE”
Berlusconi e i suoi alla carica della legge di stabilità . È il primo terreno di scontro col
governo, alla portata, ed ecco in arrivo una valanga di emendamenti, quando giovedì scadranno i termini per la presentazione in commissione Bilancio del Senato.
Il premier Letta prova a correre ai ripari, dopo aver incontrato mercoledì il gruppo Pd, vedrà anche i pidiellini.
Alfano e i suoi ministri confermano ai colleghi di partito la disponibilità a modificare il testo ma sottolineando nei colloqui di queste ore che «i saldi dovranno restare invariati».
E siccome i conti finali non si toccano, i margini di manovra in realtà saranno strettissimi. Così, sulla legge finisce col riprodursi lo schema della guerra interna al Pdl-Forza Italia, con i “lealisti” da una parte e i filo governativi dall’altra.
Il là all’affondo raccontano lo abbia dato lo stesso Berlusconi dal quartier generale di Arcore, dove si è ritirato nel fine settimana.
Sta di fatto che ieri si contavano a decine gli attacchi al ddl finanziario 2014 da parte di tutta l’ala a lui più vicina.
Il pressing sulla stabilità finirà col diventare una delle pedine di scambio da far pesare nella trattativa che il Cavaliere ha aperto col vicepremier Alfano, quando martedì tornerà forse a incontrarlo per tentare una difficile tregua interna.
Berlusconi è intenzionato a pretendere comunque dal suo ex delfino una piena adesione, e a breve, al documento dell’ufficio di presidenza sul passaggio immediato a Forza Italia.
E con la stessa determinazione, spiega chi gli ha parlato in queste ore, vuole ancora anticipare il Consiglio nazionale del partito che invece il ministro degli Interni vorrebbe confermare per l’8 dicembre.
Molto, anzi tutto dipenderà dalla data della seduta sulla decadenza da senatore, che i capigruppo di Palazzo Madama fisseranno proprio martedì.
Il leader rivendica un’acclamazione nella kermesse di partito prima che venga espulso dal Parlamento. Favorevole a un anticipo anche il sottosegretario e berlusconiano di ferro Gianfranco Miccichè, convinto che l’unificazione dovrà passare innanzitutto attraverso una pacificazione «tra l’ala laica e quella cattolica» del partito.
Ma aggiunge: «Secondo me Fitto sarebbe un ottimo leader di una nuova Forza Italia, giovane, preparato, competente». Il muro contro muro continua.
«Il governo è impegnato a migliorare il ddl, i loquaci esponenti del Pdl dovrebbero evitare polemiche strumentali» è intervenuto a un certo punto della giornata il viceministro pd all’Economia, Stefano Fassina.
Ma l’assedio ormai non si ferma. Letta e ancor più il ministro Saccomani sono nel mirino. I toni sempre più pesanti.
«Solo tasse, io rispondo: basta, basta, basta. Questo governo è assolutamente indisponibile a valutare tagli di spesa e soluzioni in favore dei cittadini» attacca Giancarlo Galan. E come lui Daniele Capezzone, falco e presidente della commissione Finanze alla Camera sostiene che la «Stabilità è da riscrivere, una stangata sulla casa inaccettabile». È un’escalation.
«Le tasse aumentano, il governo cambi radicalmente rotta o continuare a sostenerlo sarebbe un esercizio di masochismo per noi e di sadismo verso gli italiani» avverte Anna Maria Bernini, senatrice.
Come pure la deputata Renata Polverini: «La manovra stabilizzerà pure il governo, ma destabilizza il Paese». Insomma, per dirla con Gasparri, «va completamente riscritta: meglio avviare Saccomanni verso la lauta pensione che purtroppo incasserà ».
Gli “innovatori” di Alfano sono in trincea, convinti di avere i numeri a Palazzo Madama per difendere il governo.
Formigoni si dice certo che più di trenta pidiellini su novanta stanno dalla loro parte. «La legge va modificata, ma gli ultimatum non servono» dice Barbara Saltamartini.
E il rischio, aggiunge Maurizio Sacconi, è che «il confronto nel Pdl danneggi la governabilità ». Un altro falco di peso come Sandro Bondi spera che si ritrovi l’unità «attorno alla leadership di Berlusconi», ma a quel punto, avverte, «si decida tutti insieme, democraticamente, la posizione da assumere sulla legge di stabilità ».
Col sottinteso che se prevarrà il no, i ministri si dovranno adeguare.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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