Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
IN UN VIDEO POSTATO DA UN CANDIDATO DI FORZA ITALIA IN BASILICATA, RICEVUTO A PALAZZO GRAZIOLI, IL CAVALIERE ATTACCA IL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA
“Dopo il 25 maggio se non mi mettono in galera prima, mi invitate e vengo giù”. Parola del leader di Forza Italia che ai delegati del partito di Potenza (dove si terranno le elezioni amministrative in concomitanza con quelle europee) invitati a Palazzo Grazioli regala l’ennesimo affondo contro i giudici e la magistratura.
Le toghe, dopo essere state indicate come “cancro da estirpare”, questa volta vengono definite “mafia”.
Ma questa volta il bersaglio sono proprio i giudici che dovranno decidere del suo destino: arresti domiciliari o affidamento ai servizi sociali.
Il video in cui il Cavaliere parla e intrattiene i suoi ospiti dura 5 minuti ed è stato postato su Facebook, da Nicola Becce, candidato alle elezioni.
Un filmato che mostra un leader stanco, forse un po’ abbattuto ma sempre pronto a mettere nel mirino il nemico preferito.
Si avvicina il 10 aprile, data in cui il giudice del Tribunale di Sorveglianza dovrà decidere sulla sua sorte (affidamento o servizi sociali), e Silvio Berlusconi sembra aver paura.
“Sto davvero vivendo il periodo più brutto della mia vita — dice l’ex premier alla delegazione proveniente dalla Basilicata — perchè dopo aver lottato per 20 anni per la libertà sono qui a dipendere da una mafia di giudici che il 10 aprile mi diranno se devo andare in galera, se mi mettono agli arresti domiciliari, se mi mandano a fare non so che servizio sociale”.
Berlusconi deve scontare un anno per la condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale per il processo Mediaset: tre anni sono stati condonati grazie all’indulto, ma la pena residua va scontata.
La difesa dell’ex presidente del Consiglio ha quindi presentato la richiesta per l’affidamento ai servizi sociali, ma sarà il magistrato a decidere.
Solo l’altroieri i giudici non gli hanno concesso di partecipare al congresso Ppe.
Berlusconi ritorna anche su argomento a lui caro: il complotto nei suoi confronti e il mancato aiuto da parte del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Ho rappresentato attraverso persone vicine al capo dello Stato la ridicolaggine di aver un uomo della mia età , con tutto quello che nel passato ha fatto, un uomo di impresa, uomo Stato, uomo di sport, e affidarlo a una riabilitazione attraverso colloqui con assistenti sociali. Niente ha detto no, non ci sono le condizioni. Quindi hanno voluto farmi fuori e lo hanno fatto in una maniera determinatissima attraverso colpi di Stato”.
Poi il leader dopo aver spiegato il significato da “vocabolario” dell’espressione, fa qualche battuta, racconta una barzelletta e infine dice alla platea — con chiaro riferimento a Tangentopoli e la stagione di Mani Pulite — “la democrazia è stata sospesa”.
Poi l’invito a spegnere le registrazione: “Perchè se devo dire una parolaccia la dico…”.
A dimostrazione della consapevolezza del Cavaliere che le sue parole venivano immortalate.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
ALLE 17 RIUNIONE DEI SENATORI, ALTRI PRONTI A LASCIARE… BUSTA CON PROIETTILI A ORELLANA E BATTISTA
“Si sono isolati e non possono continuare ad essere rappresentanti ufficiali nelle istituzioni.
Bencini, Bignami, Casaletto, Mussini e Romani, sono fuori dal M5s”.
Lo ha scritto Beppe Grillo sul suo blog.
I 5 senatori avevano annunciato e confermato le dimissioni da parlamentari dopo la proposta di espulsione dei 4 colleghi definiti “dissidenti” (Bocchino, Battista, Campanella e Orellana) da parte dell’assemblea del gruppo dei Cinque Stelle a Palazzo Madama.
La decisione è stata poi ratificata da una consultazione online tra gli iscritti del movimento.
Resta da capire ora se è sufficiente la nota pubblicata dal blog di Grillo o servirà una nuova pronuncia degli iscritti M5s. Ma è più probabile la prima ipotesi visto che sono stati loro a paventare l’addio per primi.
“Hanno rassegnato le loro dimissioni dal Senato e le hanno presentate ufficialmente al presidente del Senato Piero Grasso — si legge sul sito del leader dei Cinque Stelle — Questo gesto non è stato motivato da particolari situazioni personali, familiari o di salute, come solitamente avviene in questi casi, ma come gesto politico in aperto conflitto e contrasto con quanto richiesto dal territorio, stabilito dall’assemblea dei parlamentari del M5S, confermato dai fondatori del M5S e ratificato dagli iscritti certificati in Rete, in merito ai quattro senatori espulsi”.
“E’ stato loro chiesto — prosegue — se confermassero o meno la propria posizione e l’hanno ribadita. I senatori dimissionari si sono pertanto isolati dal Movimento 5 Stelle e non possono continuare ad esserne rappresentanti ufficiali nelle istituzioni. Sono fuori dal M5S”.
“Solo due parole: no comment” è la replica all’agenzia LaPresse di Maurizio Romani, senatore fiorentino noto anche per i suoi duelli a distanza con l’allora sindaco del capoluogo toscano Matteo Renzi.
Usa il fair play Laura Bignami: “Grazie Beppe senza di te non avrei mai fatto questa esperienza! Non ti curare ti ho già perdonato”.
Per il capo della comunicazione dei Cinque Stelle al Senato, Claudio Messora, “i dimissionari M5S sono stati accontentati”. Ironico, invece, Walter Rizzetto, eletto alla Camera, che nei giorni scorsi aveva criticato l’espulsione dei 4 “dissidenti”: “Espulsioni 2.0″ scrive il deputato friulano su Twitter.
Sarcastici i senatori già espulsi.
Scrive Lorenzo Battista: “Beppe Grillo Highlander! Resterete tu e Roberto. Ottima prova di democrazia”.
Francesco Campanella aggiunge: “Licenziati da Beppe Grillo altri cinque di noi. Alla fine avranno difficoltà ad organizzare una briscola”.
E dopo provoca: “Ma se i 5 stelle fedeli allo staff diventano meno di 10? Vanno loro al gruppo misto?”.
Battista aveva anche lasciato intendere che i fuoriusciti dal gruppo del Senato del Movimento Cinque Stelle avrebbero l’intenzione di formare una nuova formazione che riunirebbe tutti coloro che — volontariamente o no — hanno abbandonato il M5s al Senato dall’inizio della legislatura.
Ipotesi che il senatore ribadisce: “Il desiderio è quello ma adesso i numeri non ci sono” dichiara a Radio Città Futura.
Per Fabrizio Bocchino ”Grillo non ha la cultura del dissenso, questo è il problema principale — dice il senatore ora iscritto al gruppo misto ad Agorà (Rai3) — Noi non sappiamo perchè siamo stati cacciati, possiamo solo dedurre che tutto sia dovuto a un comunicato, comparso qualche giorno prima, in cui criticavamo il colloquio tra Renzi e Grillo, in modo peraltro moderato. Il pensiero critico in un movimento così variegato, che prende consensi da destra e da sinistra, è fondamentale”.
Nel corso dei mesi i Cinque Stelle hanno infatti perso 13 senatori.
Il primo espulso (per colpa della partecipazione a un talk show, peraltro di Barbara D’Urso) fu Marino Mastrangeli. Poi in tempi diversi Fabiola Anitori, Paola De Pin e Adele Gambaro (quest’ultima colpevole di aver criticato la linea politica di Grillo all’indomani di una tornata di elezioni amministrative andate così così).
La scorsa settimana è stato il turno dei 4 “dissidenti” che da tempo era nell’aria per vari motivi.
Oggi i 5 espulsi (in pectore o no lo scopriremo) perchè hanno annunciato le dimissioni dal Senato per protesta contro l’espulsione dei 4 colleghi.
Le dimissioni da parlamentare, per inciso, sono una missione quasi impossibile perchè le Aule sia della Camera che del Senato per approvare una richiesta di dimissioni richiedono sempre motivazioni ben fondate: le richieste devono essere discusse e poi approvate.
La Costituzione vieta il vincolo di mandato e l’Aula del Senato — per parlare del caso specifico — non voterebbe mai a favore di dimissioni motivate dal fatto di essere stato espulso da un movimento.
Difficile dire ora, però, se tutti loro finiranno in un unico gruppo per formare il quale, al Senato, serve un minimo di 10 senatori (altrimenti si va nel misto).
A rendere la situazione ancora più tesa, il fatto che una busta contenente dei proiettili indirizzata “Al Parlamento Piazza Montecitorio, Roma”, che ha come destinatari i senatori Lorenzo Battista e Luis Orellana, è stata intercettata al centro di smistamento di Roserio (Mi).
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
ANNULLATO ALL’ULTIMO MINUTO: “E’ LEADER DI UN MOVIMENTO POLITICO”
Raramente un convegno del Cnel ha ricevuto tanta pubblicità .
Inviti, email, telefonate: un appuntamento “da non perdere”, dove il Cnel — insieme all’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici — avrebbe dovuto esporre il suo “studio sul bilancio dello Stato e sui debiti della pubblica amministrazione verso il sistema delle imprese”.
Perchè usiamo il condizionale? Perchè il convegno è stato annullato all’improvviso, con una email inviata ai giornalisti appena un’ora prima dell’orario di inizio.
Motivo ufficiale: “cause tecniche intervenute improvvisamente”.
Motivo sottotraccia: la bufera che si è scatenata attorno all’uomo a cui erano state affidate le conclusioni, Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo del governo Monti, ex manager di Omnitel, Poste, Alitalia e Banca Intesa.
Oggi privato cittadino, fresco fresco dell’evento con cui, appena due settimane fa, ha lanciato il suo movimento politico “Italia Unica”.
Passera avrebbe dovuto concludere il convegno, intervenendo dopo il presidente del Cnel Antonio Marzano (anche lui ex ministro dello Sviluppo nel secondo governo Berlusconi), Michele Vietti (vicepresidente del Csm), Giorgio Giovannini (presidente del Consiglio di Stato), Raffaele Squitieri (presidente della Corte dei Conti), Giovanni Pitruzzelli (Agcom), Giorgio Squinzi (Confindustria) e altri esponenti della Ragioneria di Stato, di Bankitalia e di Abi.
Un panel eterogeneo che avrebbe dovuto fare il punto sui debiti delle pa, un tema su cui il Cnel ha proposto un disegno di legge che prevede — in linea con quanto annunciato dal premier Matteo Renzi al Senato — che sia la Cassa depositi e prestiti ad anticipare i soldi alle imprese.
Difficilmente giustificabile, invece, il ruolo affidato a Passera.
Soprattutto se si considera la doppia coincidenza della mossa politica dell’ex ministro e della scadenza, il prossimo anno, del mandato di Marzano a capo del Cnel. L’operazione ha fatto storcere il naso a molti al Cnel, soprattutto viste le dinamiche con cui è stata “mimetizzata”.
“L’ente spesso ospita convegni organizzati da altri”, spiega Michele Gentile, consigliere Cnel in quota Cgil. “Nei volantini circolati internamente, l’evento non veniva presentato come organizzato dal Cnel. E invece due giorni fa, quando esce il programma ufficiale, scopriamo che c’è il logo del Cnel: un organo di rilievo costituzionale che affida le conclusioni di un importante studio a un privato cittadino, nonchè fondatore di un neonato programma elettorale. Non le pare un po’ strano?”.
Così negli ultimi due giorni al Cnel sono scoppiate proteste e polemiche, culminate nell’assemblea di ieri.
Un’assemblea che Gentile descrive come “burrascosa”, per usare un eufemismo.
Al termine, tutte le commissioni di lavoro riunite nel pomeriggio hanno emesso un ordine del giorno per dissociarsi dal convegno.
A rincarare la dose una nota dei membri Cgil: “Il convengo con le conclusioni del recente promotore di un movimento politico assume una chiara ed esclusiva valenza politica. L’iniziativa — prosegue la nota — ha provocato forti contestazioni nell’assemblea del Cnel nei confronti del suo presidente”.
Contestazioni talmente forti che, alla fine, hanno portato all’annullamento last minute, complice anche la ritirata battuta da alcuni componenti del panel, a cominciare da Squinzi, che al suo posto avrebbe mandato un sostituto.
Secondo Gentile, è verosimile che la natura nei fatti “politica” dell’evento non fosse chiara a molti partecipanti, che quando hanno fatto due più due hanno preferito tirarsi indietro.
La versione ufficiale del Cnel, d’altronde, non aggiunge molto alla glissante espressione “cause tecniche intervenute improvvisamente”: alcuni partecipanti — ci spiegano — non potevano più garantire la loro presenza come secondo i piani, per cui si è deciso di rimandare il convegno a “una nuova data che sarà tempestivamente comunicata”.
Quanto al caso Passera, si fa notare che il convengo era stato allestito molto prima che l’ex ministro annunciasse il suo movimento, e poi: l’impegno di Passera in politica non nasce due settimane fa con “Italia Unica”, ma ha radici assai più lontane…
Per Gentile e gli altri indignati, l’annullamento è una piccola vittoria. “Era un convegno decisamente hard, che sa molto di ricollocazione”, prosegue il consigliere Cnel, secondo cui si è comunque aperto un problema di compatibilità per il presidente Marzano e il segretario generale Franco Massi, che visto il loro ruolo istituzionale non dovrebbero promuovere commistioni di questo tipo.
L’ex berlusconiano Marzano, come si è detto, è in scadenza il prossimo anno e potrebbe aver trovato nell’Italia Unica di Passera un nuovo approdo politico.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
SU 151 REATTORI NUCLEARI OPERATIVI IN EUROPA (ESCLUSA LA RUSSIA), 67 HANNO PIU’ DI 30 ANNI, 25 PIU’ DI 35, 7 PIU’ DI 40
Questa mattina siamo entrati in azione in sei nazioni europee — Belgio, Svizzera, Svezia, Francia,
Spagna e Paesi Bassi — per chiedere ai governi UE di non investire più su reattori nucleari ormai vecchi e pericolosi e puntare su fonti di energia pulite e sicure come le rinnovabili.
In contemporanea in tutta Europa, 240 nostri attivisti hanno preso parte alle proteste per evidenziare i rischi dell’invecchiamento degli impianti nucleari in Europa.
Mantenere in attività queste centrali nucleari obsolete, mette tutti noi cittadini europei di fronte ad enormi rischi dovuti a possibili incidenti.
Per denunciare questa situazione, abbiamo lanciato oggi un nostro nuovo importante rapporto, ‘Lifetime extension of ageing nuclear power plants: Entering a new era of risk’ (L’estensione della durata di vita delle vecchie centrali nucleari: inizio di una nuova era di rischio), da cui emerge che su 151 reattori nucleari operativi in Europa (esclusa la Russia), 67 hanno più di trent’anni, 25 più di trentacinque e 7 di loro oltre quarant’anni.
Di norma, il ciclo di vita di un reattore è di trenta/quarant’anni.
La nostra analisi invece mostra che il 44 per cento dei reattori nucleari europei hanno oltre trent’anni, con un’età media di ventinove.
Un’ombra sul nostro futuro: se i governi europei continueranno a voler investire su questi impianti datati e obsoleti invece di puntare su fonti rinnovabili, dovranno affrontare la prospettiva di una nuova e pericolosa era a rischio di incidenti nucleari in tutta Europa e dovranno darne conto a tutti noi cittadini.
L’Europa è a un bivio fondamentale. I leader che a fine marzo si riuniranno a Bruxelles per decidere della politica energetica comunitaria da qui al 2030, dovranno assolutamente cogliere l’opportunità e decidere di puntare in modo deciso sullo sviluppo di energie sicure e pulite, fissando target vincolanti e ambiziosi, come quello del 45 per cento di rinnovabili da noi auspicato.
Non possiamo perdere altro tempo.
È il momento di dire basta al nucleare e scegliere un futuro verde e rinnovabile.
È il momento giusto per la nostra Energy Revolution.
Greenpeace.org
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
SU 151 REATTORI NUCLEARI OPERATIVI IN EUROPA (ESCLUSA LA RUSSIA), 67 HANNO PIU’ DI 30 ANNI, 25 PIU’ DI 35, 7 PIU’ DI 40
Questa mattina siamo entrati in azione in sei nazioni europee — Belgio, Svizzera, Svezia, Francia,
Spagna e Paesi Bassi — per chiedere ai governi UE di non investire più su reattori nucleari ormai vecchi e pericolosi e puntare su fonti di energia pulite e sicure come le rinnovabili.
In contemporanea in tutta Europa, 240 nostri attivisti hanno preso parte alle proteste per evidenziare i rischi dell’invecchiamento degli impianti nucleari in Europa.
Mantenere in attività queste centrali nucleari obsolete, mette tutti noi cittadini europei di fronte ad enormi rischi dovuti a possibili incidenti.
Per denunciare questa situazione, abbiamo lanciato oggi un nostro nuovo importante rapporto, ‘Lifetime extension of ageing nuclear power plants: Entering a new era of risk’ (L’estensione della durata di vita delle vecchie centrali nucleari: inizio di una nuova era di rischio), da cui emerge che su 151 reattori nucleari operativi in Europa (esclusa la Russia), 67 hanno più di trent’anni, 25 più di trentacinque e 7 di loro oltre quarant’anni.
Di norma, il ciclo di vita di un reattore è di trenta/quarant’anni.
La nostra analisi invece mostra che il 44 per cento dei reattori nucleari europei hanno oltre trent’anni, con un’età media di ventinove.
Un’ombra sul nostro futuro: se i governi europei continueranno a voler investire su questi impianti datati e obsoleti invece di puntare su fonti rinnovabili, dovranno affrontare la prospettiva di una nuova e pericolosa era a rischio di incidenti nucleari in tutta Europa e dovranno darne conto a tutti noi cittadini.
L’Europa è a un bivio fondamentale. I leader che a fine marzo si riuniranno a Bruxelles per decidere della politica energetica comunitaria da qui al 2030, dovranno assolutamente cogliere l’opportunità e decidere di puntare in modo deciso sullo sviluppo di energie sicure e pulite, fissando target vincolanti e ambiziosi, come quello del 45 per cento di rinnovabili da noi auspicato.
Non possiamo perdere altro tempo.
È il momento di dire basta al nucleare e scegliere un futuro verde e rinnovabile.
È il momento giusto per la nostra Energy Revolution.
Greenpeace.org
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
MULTA DA 180 MILIONI A NOVARTIS E ROCHE, HANNO IMPOSTO LA VENDITA DI UN FARMACO PER GLI OCCHI A 900 EURO INVECE DI 81 EURO
Big Pharma, il cartello delle grandi multinazionali del farmaco, è stata scoperta e multata.
La decisione è dell’Antitrust. Le due aziende annunciano ricorso al Tar. Due procure, quella di Roma e quella di Torino, hanno aperto un’inchiesta.
Roche e Novartis dovranno pagare oltre 180 milioni di euro, rispettivamente 90,5 milioni e 92 milioni, per essersi accordate illecitamente con l’obiettivo di favorire la vendita del farmaco molto più costoso (Lucentis) rispetto a quello low cost (Avastin) destinato alla cura di una grave malattia degli occhi, la maculopatia che senza terapie adeguate porta alla cecità .
La clamorosa decisione è stata presa ieri dall’Antitrust italiano guidato da Giovanni Pitruzzella.
È una delle multe più elevate comminate in tutta la sua storia dall’Authority. Sulla stessa vicenda indaga dal 2012 il procuratore di Torino, Raffaele Guariniello; ieri ha aperto un fascicolo la procura di Roma che ha affidato gli accertamenti al pm Nello Rossi; il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha chiesto al Consiglio superiore della sanità nuovi accertamenti sull’Avastin; la Corte dei Conti ha acquisito dal Garante del mercato tutta la documentazione raccolta durante l’inchiesta avviata un anno fa.
Perchè una dose di Avastin ha un prezzo tra i 15 e gli 80 euro, mentre una di Lucentis viaggia intorno ai 900 e ce ne vogliono almeno sei nel corso dell’anno.
L’Antitrust dice che per colpa del cartello il servizio sanitario ha già speso 45 milioni di euro in più, la Società oftalmologica italiana (Soi) stima che circa 100 mila pazienti non possono essere curati perchè i costi non sono compatibili con i budget all’osso degli ospedali imposti dalla logica della spending review.
E con l’avvocato Riccardo Salomone ha presentato un esposto alla procura di Torino ipotizzando i reati di truffa aggravata e addirittura di corruzione Si difendono Roche e Novartis: «Sono accuse infondate. I due farmaci sono diversi».
Entrambe hanno annunciato che ricorreranno al Tar. Sarà una battaglia.
Perchè questa è una storia complessa nella quale si intrecciano, come sempre con Big Pharma, la ricerca scientifica e la ricerca dei profitti, la produzione privata e le regole fissate dalle autorità pubbliche competenti, le autorizzazioni e le successive deroghe, la cura delle malattie e la concorrenza tra aziende, gli accordi sottobanco e le strategie di marketing, le lobby.
Questa è una storia esemplare.
UNA SCOPERTA ITALIANA IN CALIFORNIA
Tutto inizia in California. Lì nei laboratori della Genentech di San Francisco (prima che venisse acquistata al 100 per cento dalla Roche), Napoleone Ferrara, catanese d’origine ora con doppio passaporto, vincitore nel 2010 del prestigioso premio Lasker Awards che in molti casi ha condotto poi al premio Nobel, scopre un principio per bloccare il fattore della crescita dei vasi sanguigni. È il principio contenuto nell’Avastin, un farmaco biotecnologico prescritto per la cura dei tumori metastatici al colon retto, all’ovaio, alla mammella, al rene e al polmone.
L’Avastin viene registrato negli Usa dalla Genentech e dalla Roche nel resto del mondo, Italia compresa.
A partire dal 2004, da quando cioè questo farmaco viene commercializzato, si accerta che i pazienti colpiti anche dalla degenerazione maculare senile (malattia molto diffusa tra gli over 60 e prima causa di cecità nelle popolazione) finiscono per guarire. Diversi approfondimenti tecnici confermano l’efficacia terapeutica del farmaco.
La Roche, però, non chiede di registrarla anche per gli usi oculari. Lascia il campo a Lucentis, prodotta dalla Novartis.
«È però un fatto – scrivono Michele Bocci e Fabio Tonacci nel libro-inchiesta sulla malasanità , “La mangiatoia” – che nella maggior parte dei paesi d’Europa e soprattutto negli Usa i medici scelgono l’Avastin. Del resto il National Eye Institute del National Institute of Health degli Usa ha pubblicato uno studio nell’aprile del 2011 dopo aver provato i due farmaci su 1.200 pazienti dimostrando che Lucentis e Avastin hanno gli stessi effetti contro la degenerazione maculare».
IL NO DELL’AUTHORITY
In Italia no, però. Anche se, nel 2007, l’utilizzo dell’Avastin nella cura delle maculopatie fu permesso dall’Aifa (l’agenzia del farmaco) nella forma off label, quando cioè il farmaco viene prescritto dal medico sotto la sua responsabilità nonostante non sia registrato specificatamente per quel tipo di malattia.
Si va avanti così fino al 2012, quando l’Aifa esclude l’Avastin dalla “lista 648”, quella composta dai farmaci che appunto possono essere comunque utilizzati dal servizio sanitario nazionale.
Da allora la sanità pubblica passa solo il carissimo Lucentis per le malattie della vista, con gli effetti sui pazienti e sui conti pubblici che abbiamo visto («era in gioco la salute dei pazienti ma anche il bilancio pubblico», ha detto il presidente Pitruzzella). Eppure almeno due studi indipendenti, l’americano Catt e il britannico Ivan, entrambi non finanziati dalle multinazionali del farmaco, dimostrano l’equivalenza nell’efficacia e nella sicurezza dei due farmaci.
Certo colpisce la posizione espressa ieri dall’Aifa: «Si tratta di una sentenza storica per tutta l’Europa e non solo». Ora – ha aggiunto – bisogna approfondire «i rischi connessi all’uso su larga scala di farmaci non studiati per specifiche indicazioni terapeutiche e per i quali la farmacovigilanza si è dimostrata carente». Un’autocritica?
Ma perchè è successo? Qui ci aiuta l’indagine dell’Antitrust.
La tesi è che Roche e Novartis si siano messe d’accordo.
LA COLLUSIONE
Abbiamo visto che la Genentech è di proprietà della Roche che incassa alte royalties dalla concorrente Novartis per la commercializzazione del Lucentis che utilizza un principio attivo registrato dalla controllata americana della Roche.
Ma c’è di più. Perchè Novartis (entrambe le multinazionali hanno sede in Svizzera) partecipa per oltre il 33 per cento al capitale della Roche e dunque condivide pro quota gli utili. Philippe Barrois, ammini-stratore delegato della Novartis Italia, e Maurizio Di Cicco, ad della Roche Italia, si scambiano mail, finite nella documentazione raccolta dall’Antitrust. Novartis chiede alla concorrente di darsi da fare per mettere in evidenza i danni che può provocare agli occhi l’uso dell’Avastin.
L’ad della Roche mette significativamente tra virgolette la parola “differenziazione” riferita ai due farmaci. In un documento interno della capogruppo Novartis si legge che bisogna «generare e comunicare» preoccupazione relativamente alla sicurezza dell’Avastin nelle cure oftalmiche.
E poi c’è il lavoro lobbistico, sui media specializzati, sui parlamentari delle commissioni competenti, sui medici, sugli organismi ministeriali.
Così si fa cartello. Che si traduce in miliardi di profitti per le multinazionali e in maggiori costi per il servizio sanitario nazionale, cioè per noi.
Nel 2014 quasi 600 milioni in più, ha stimato l’Antitrust.
Roberto Mania
(da “La Repubblica”)
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
LA NEO-CAPOGRUPPO DI NCD: “TORNO CON L’UMILITA’ DEL PRIMO GIORNO”
Nunzia De Girolamo, dopo i giorni neri delle dimissioni da ministro e dello scandalo della Asl di
Benevento, torna oggi alla luce con la nomina a capogruppo alla Camera del Nuovo Centrodestra.
«Sono grata ad Alfano e al mio partito perchè mi sono stati accanto in un momento molto difficile della mia vita. Torno con l’umiltà del primo giorno e la determinazione a fare le cose utili per il mio paese».
È stata lei a subire le pressioni dei renziani affinchè mollasse l’incarico all’Agricoltura. E sentire oggi il ministro Boschi in Aula difendere i sottosegretari del Pd indagati le ha fatto un certo effetto.
Fra l’altro il suo avversario a Benevento, Umberto Del Basso De Caro, quello che preannunciò il voto favorevole alla mozione di sfiducia nei suoi confronti, è stato nominato sottosegretario da Renzi ed è uno dei quattro sotto inchiesta.
Lei come voterà sulla mozione dei grillini contro i sottosegretari?
«Io sono garantista con gli amici e con i non amici. Non sono uno sciacallo, penso di avere uno stile diverso. L’ho dimostrato in passato e continuerò a farlo ».
Due mesi fa Boschi in tv definì il suo caso «una vicenda triste». Cosa ha pensato quando oggi l’ha sentita difendere i quattro sottosegretari?
«Premesso che auguro a Renzi di governare bene l’Italia – motivo per cui gli abbiamo dato fiducia – spero anche che abbia finalmente la forza di rottamare questa doppia morale della sinistra, che con noi, con Berlusconi e con tutti quelli che la pensano diversamente si comporta in un modo, mentre è molto permissiva, garantista e a volte distratta con i propri compagni di partito ».
Con lei i renziani non furono teneri…
«Ripeto, io sono garantista, dunque coerente. Il Pd invece non ha mai dato prova di coerenza sul tema. Spero che alle tante belle parole e ai tanti tweet seguano adesso fatti e azioni concrete, che mandino in soffitta la lunga stagione di conflittualità tra poteri dello Stato e consentano alla politica di riappropriarsi del suo ruolo, della sua credibilità e della sua autorevolezza».
Nel suo partito, quando si dimise, qualcuno disse che era stata usata dai renziani per far saltare Letta…
«Se me lo domanda è perchè forse molti ancora se lo chiedono ».
Va bene, ma la sua risposta?
«Mi sono dimessa per tutelare la mia dignità e per evitare che qualcuno usasse o pensasse di poter usare un giovane ministro, senza protezione, solo per regolare conti interni».
Senza protezione: intende a differenza della Guardasigilli Cancellieri?
De Girolamo, nel cortile della Camera, aspira una boccata dalla sigaretta e non risponde.
Che ne dice delle dimissioni del vostro Antonio Gentile? Perchè lui sì e gli altri quattro, che pure sono sotto inchiesta, no?
«Non entro nelle scelte che farà Renzi. Credo però che Gentile abbia preso una decisione trasparente e responsabile. Basta con questa caccia all’uomo».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
argomento: Nuovo Centrodestra | Commenta »
Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
ALFANO HA FATTO DIMETTERE GENTILE, IL PD NON PUO’ FAR DIMETTERE I SUOI
Può giocare brutti scherzi lo spartiacque del governo. Il prima e il dopo.
Prima di approdare a Palazzo Chigi, la solenne promessa da parte di Renzi del nuovo a ogni costo.
Dopo, il gioco in difesa.
Prima, la perentoria richiesta di dimissioni a Cancellieri e De Girolamo e quell’inderogabile «se ne devono andare».
Dopo, i sofismi per tenere nell’esecutivo i sottosegretari inquisiti. Gentile, il più impresentabile, è stato dimissionato ed era un esponente dell’Ncd, il partito di Alfano. Quelli del Pd invece restano con il diktat affidato alla Boschi. Una sorta di improvviso “doppiopesismo”.
Sconcerta sentire il giovane ministro dire a Montecitorio che il governo non chiederà le dimissioni «sulla base di un avviso di garanzia». Suona strumentale, politicamente imbarazzante, e anche un po’ cinico, il richiamo alla «presunzione di innocenza». Disgraziata quella frase – «l’avviso di garanzia è un atto dovuto, non è un’anticipazione di condanna» – perchè evoca le argomentazioni cui la destra di Berlusconi è sistematicamente ricorsa in questi vent’anni per giustificare il connubio tra illegalità e politica. Manca solo l’attacco ai giudici.
Da chi, come Renzi, dialoga con Saviano e promette una lotta decisa alla corruzione e all’illegalità , c’era da aspettarsi tutt’altra coerenza nella selezione del personale politico.
Soprattutto se il capo del governo è al contempo il segretario del “nuovo” Pd.
Un partito che in questi anni ha sempre preso le distanze dai politici indagati. E non può scoprirsi improvvisamente garantista solo quando va al governo e quando si tratta di difendere alcuni dei suoi esponenti.
Poi bisognerebbe avere la forza e il coraggio di separare la posizione di chi è accusato di un semplice abuso d’ufficio rispetto a chi è indagato per avere usato fondi pubblici a scopo personale.
Ma qui il caso è ancora diverso. La «presunzione d’innocenza» non c’entra. Non si tratta di sottosegretari che hanno ricevuto un avviso di garanzia. Ma di membri dell’esecutivo che erano stati già toccati dalle indagini.
Era proprio necessario mettere al governo persone sotto accusa?
Non se ne potevano scegliere altre?
Se sono stati selezionati quelli, qual è stata la vera ragione?
Qui le colpe di Renzi diventano doppie. Non solo ha abiurato alle promesse che egli stesso ha fatto sulla pulizia e trasparenza di chi regge la cosa pubblica, non solo ha usato un criterio per criticare le debolezze di Letta e un altro, ben più corto e flessibile, per assolvere le sue scelte, ma soprattutto sta compromettendo il futuro.
Il rischio è di riconsegnare ancora una volta nelle mani dei magistrati il compito di dispensare lasciapassare per i buoni e i cattivi candidati.
O dire – con una condanna o una assoluzione – se i sottosegretari possano restare o debbano andarsene.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
argomento: Partito Democratico, PD, Renzi | Commenta »
Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
I TANTI ERRORI GIA’ COMPIUTI DA RENZI
Dinamiche forti attraversano il sistema politico italiano, e lo stanno cambiando
profondamente. Ma, se pure questo processo è stato accelerato dalle iniziative di Renzi, per comprenderlo bisogna andare oltre la stretta attualità , gettare lo sguardo sull’intera fase che abbiamo alle spalle.
Altrimenti si rimane prigionieri di formule ingannevoli – «Aspettiamo Renzi alla prova dei fatti», «Se fallisce, è la fine» – che rivelano non tanto una deriva personalistica, quanto piuttosto una sfiducia nella possibilità stessa di condurre analisi politiche.
E invece proprio dalla politica bisogna ripartire, registrando che siamo alla fine di un ciclo che si è dipanato attraverso l’emergenza montiana, le larghe intese e le piccole intese, senza offrire nè soluzioni a breve nè prospettive, sì che Renzi finisce con l’apparire come una sorta di curatore fallimentare.
Il suo obiettivo è visibilmente quello di strutturare il sistema politico intorno a due poli, non due partiti, e proprio qui scatta l’impossibilità di liberarsi con una mossa tutta volontaristica dell’eredità del passato.
“Padrone”, almeno nelle apparenze, di un partito che aveva conquistato senza combattere, Renzi ha poi rivolto lo sguardo dall’altra parte e, muovendo da una sottovalutazione del suo partner di governo, il Nuovo Centro Destra, si è lanciato verso la rilegittimazione di Berlusconi, impigliandosi però nei prevedibili conflitti determinati dall’affidarsi all’astuzia della “doppia maggioranza”.
Ora la nuova “intesa” intorno alla legge elettorale mostra come egli non debba solo fare i conti con i fallimenti del passato, ma pure con l’esito infelice del suo stesso azzardo.
Indicata come un passaggio necessario per un chiarimento del quadro politico, la nuova fase della riforma elettorale produce, al contrario, una inquietante confusione istituzionale, destinata a sfociare in conflitti (ricatti?) incrociati, rendendo più soggetta a condizionamenti l’azione di governo e più esposta la nuova soluzione a chiari vizi di incostituzionalità .
Frutto evidente di pure strumentalità partitiche, dissolve la logica, già precaria, della doppia maggioranza, spinge tanto Berlusconi quanto Alfano a perseguire le proprie convenienze, a rafforzare la propria identità , aprendo la via a conflitti inevitabilmente destinati ad influire su tempi e scelte del governo.
L’apertura a Berlusconi era stata, nei fatti, una evidente sfida ad Alfano, così come la precedente apertura su lavoro e diritti civili lo era stata nei confronti di Letta. Cambiati i ruoli, mutato Renzi da sostanziale sfidante ad alleato obbligato di Alfano, quale sarà in concreto la linea della maggioranza ora rinsaldata?
Bisogna tornare, a questo punto, alla questione dei due poli, in vista dei quali è stata confezionata la nuova legge elettorale, con chiusure conservatrici a favore di chi già è insediato all’interno del sistema, introducendo così una ulteriore rigidità di cui, prigionieri di una poco riflessiva furia “riformatrice”, non sembra siano stati adeguatamente valutati tutti gli effetti.
Sul versante berlusconiano, è evidente l’intenzione di costruire una coalizione nella quale sarà obbligato ad entrare tutto il pulviscolo dei gruppi e gruppetti che si agitano a destra in questo momento per dare l’impressione di una autonomia del tutto finta, poichè sanno benissimo che la nuova legge elettorale, quali che siano le soglie fissate, precluderà loro ogni possibilità di accesso al Parlamento.
Si creano così le premesse per negoziati opachi, per contropartite d’ogni genere, mantenendo le condizioni che hanno in passato inquinato il nostro sistema politico e anticipando alla fase preelettorale il potere dei gruppi marginali, ma indispensabili per assicurare il successo della coalizione. Inoltre, l’alta soglia dell’8%, imposta alle liste autonome, diventa un potente disincentivo per avventure solitarie del Nuovo Centro Destra.
Diversa si presenta la situazione nel centrosinistra, dove Renzi sembra aver ripreso la logica della “vocazione maggioritaria” e, fidando sul proprio appeal, non manifesta aperture verso le diverse realtà esistenti, mostrandosi piuttosto interessato al recupero di una parte dell’elettorato del Movimento 5Stelle (strategia peraltro analoga a quella di Silvio Berlusconi).
Peraltro, la sua sbrigativa rilettura di quel che oggi sarebbe la sinistra, unita ai quotidiani slittamenti ai quali lo obbliga la convivenza con gli alfaniani, ha creato condizioni propizie all’apertura di un processo che oggi, sia pure in forme ancora da chiarire, vede coinvolti Sel e il gruppo di Pippo Civati, la lista Tsipras e i parlamentari (e non solo) che si allontanano dal Movimento 5Stelle.
Sono realtà diverse, ciascuna delle quali meriterebbe una analisi specifica, ma di cui qui può essere indicato quello che appare un possibile terreno comune.
Civati, con quella che non è soltanto una battuta, ha parlato di Nuovo Centro Sinistra, ponendo così un problema: è possibile un processo, tutt’altro che semplice e breve, che abbia come primo obiettivo quello di liberare il Pd dal legame pericoloso con il Nuovo Centro Destra e, in prospettiva, consenta di lavorare intorno ad una ipotesi di sinistra nuova e non velleitaria?
Di questo si dovrebbe tener conto, senza rifugiarsi nelle troppo comode obiezioni “realistiche” che, negli ultimi tempi, hanno privato il centrosinistra di ogni capacità di creare le condizioni pur minime per non essere sempre succube di stati di necessità , veri o costruiti.
La politica è anche, talora soprattutto, capacità di assumersi rischi, senza la quale nessuna vera innovazione è possibile.
Forse è qui che il proclamato “coraggio” di Renzi dovrebbe esercitarsi pure in questa direzione.
E si potrebbe anche cominciare a ragionare fuori da un’altra pesante ambiguità , l’indicazione della durata del governo fino al 2018, che sembra un artificio per tener buono Alfano.
Qualora al Senato si creassero le condizioni per liberarsi da questa ingombrante tutela, si potrebbe ragionevolmente discutere di un programma limitato e di un ritorno alle urne secondo una logica politica, e non puramente strumentale, anche se ora contro questa possibilità si leva il pasticcio dell’eventuale elezione differenziata di Camera e Senato.
Ripeto. È un processo non facile, che tuttavia può permettere di avviare un cammino che faccia uscire dal deserto politico nel quale continuiamo ad aggirarci. In questa prospettiva si presenta come assai impegnativa l’iniziativa della lista Tsipras perchè, in particolare, la partecipazione alle elezioni europee significherà sottoporsi ad un vero confronto pubblico.
È una impresa rischiosa e, proprio per questo, vorrebbe dai suoi promotori un rigore estremo.
Dal passato vengono esempi che ammoniscono sul rischio legato a logiche autoreferenziali (il fallimento nelle ultime due elezioni politiche dalla Sinistra arcobaleno e della lista Ingroia).
Dal presente viene l’obbligo a riflettere su che cosa significhi, al di là del fatto simbolico, il riferimento a Tsipras e al suo partito, Syriza.
Si tratta di una esperienza maturata attraverso un lavoro politico non breve e che si è consolidato grazie ad una intensa presenza sociale.
Condizioni, queste, che non trovano corrispondenza nella lista italiana e nella variegata coalizione che la sostiene, che peraltro non ha dato una esaltante prova di sè proprio nella scelta delle candidature, come attestano le cronache di ieri.
Per tutti quelli che vogliano andare oltre la semplice critica al governo Renzi, si apre una stagione assai impegnativa.
Ma proprio con queste difficoltà bisognerà misurarsi.
Stefano Rodota’
argomento: elezioni | Commenta »