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PRODI BATTEZZA IL VASCELLO DELLA LISTA ALDE ALLE EUROPEE GUIDATO DA BOLDRIN, TABACCI E MONTI

Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile

SI CHIAMERA’ “SCELTA EUROPEA” LA LISTA LIBERAL-DEMOCRATICA

“Scelta Europea”. Si chiamerà  così la lista liberal-democratica dell’Alde alle prossime elezioni europee, con un evidente rimando alla montiana Scelta Civica. La lista è il frutto dell’alleanza tra 13 movimenti di varia impostazione: liberale, centrista, moderata, europeista.
IL RASSEMBLEMENT
Tra i movimenti che hanno dato vita alla lista, presentata oggi da Guy Verhofstadt, ci sono tra gli altri Fare, capeggiato da Michele Boldrin e Ezio Bussoletti, il Centro Democratico capitanato da Bruno Tabacci, il Partito federalista europeo rappresentato da Stefania Schipani, il Pli di Stefano De Luca e i Conservatori sociali che fanno capo all’ex Msi, Cristiana Muscardini.
LA SCELTA DEI MONTIANI
Un corposo sostegno alla lista arriva da Scelta Civica, il movimento fondato da Mario Monti e ora coordinato da Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione nel governo Renzi.
A rappresentare i montiani di Scelta Civica c’era Andrea Romano, storico, parlamentare ed ex direttore generale della montezemoliana Italia Futura. L’endorsement dei liberali di Scelta Civica, rappresentati nel governo anche dal sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, arriva per certi versi inaspettato dopo alcune recenti indiscrezioni che accreditavano perplessità  dell’ex premier ed ex commissario europeo, fondatore di Scelta Civica, per un raggruppamento eterogeneo come quello che è stato presentato oggi.
LIBERALI UNITI
Ma evidentemente è prevalsa una volontà  unitaria per una lista che oltre al movimento moderato e popolare del Centro Democratico di Tabacci ha visto la presenza oggi nel corso della presentazione di esponenti storico del Partito liberale italiano.
Non solo il segretario del Pli, Stefano De Luca, ma anche di Valerio Zanone e di Renato Altissimo.
E non si esclude che, pur non facendo parte organicamente della Lista Alde, anche Ali, l’Alleanza liberaldemocratica coordinata da Silvia Enrico e fondata tra gli altri da Alessandro De Nicola e Oscar Giannino possa sostenere la lista, nonostante le divergenze con Fare che hanno contribuito a costituire con Boldrin.
Mentre i Radicali Italiani, come annunciato da Marco Pannella nella conversazione con Massimo Bordin su Radio Radicale, non si presenteranno alle Europee nella Lista Alde.
IL VIDEO A SORPRESA
A tenere il battesimo della presentazione della Lista Alde, avvenuta a Roma alla presenza di circa 90 persone compresi i giornalisti, è stato Romano Prodi con un video messaggio. Monti e Prodi a braccetto alle Europee: chi l’avrebbe detto?

(da “Formiche“)

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LEGGE ELETTORALE: RENZI APPESO A BERLUSCONI

Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile

D’ATTORRE (MINORANZA DEM) PRESENTA UN EMENDAMENTO PER FAR VALERE L’ITALICUM SOLO ALLA CAMERA… D’ACCORDO ALFANO. FI INSORGE… IL PREMIER MEDIA

“Possiamo portare a casa l’Italicum entro la settimana. Berlusconi scenderà  a Roma mentre io sarò a Tunisi”. Così spiegava ieri sera ai suoi Matteo Renzi (che oggi fa una visita lampo in Tunisia, primo viaggio internazionale).
Una dichiarazione esplicita che la legge elettorale dipende dal sì di Forza Italia.
Tant’è vero che il premier ieri ha condotto la trattativa in proprio: ha sentito Alfano, ha visto Denis Verdini e Gianni Letta.
E poi, a fine giornata, ha rimandato l’assemblea del gruppo Pd alla Camera: avrebbe dovuto portare ai deputati democratici un’indicazione sull’Italicum, frutto della trattativa con FI. Trattativa che però non è finita.
Oggi arriva in Aula alla Camera la legge elettorale (quella che secondo il programma annunciato dal premier al Quirinale sarebbe dovuta essere approvata entro febbraio).
Ma l’accordo a tre — quello di Renzi di governo con Alfano, e quello di Renzi sulle riforme con Berlusconi — non c’è.
Anzi ieri ha rischiato di saltare del tutto.
Il caos s’è fatto evidente dopo le 12, orario in cui scadeva la presentazione degli emendamenti a Montecitorio. Con l’arrivo di una modifica presentata dal deputato bersaniano Alfredo D’Attorre, secondo la quale l’Italicum dovrebbe valere solo per la Camera e non per il Senato. Il punto è quello secondo il quale la legge elettorale va agganciata alle riforme costituzionali, nella fattispecie all’abolizione del Senato.
In pratica, in gioco è la possibilità  di andare a votare subito, o non prima di un anno.
Ncd l’aveva posta come condizione per la nascita del governo. Condizione che Renzi formalmente non ha accettato. Mentre Forza Italia ha subito chiarito che l’Italicum (e la possibilità  di votare) li vuole pronti all’uso.
In questo gioco, la minoranza Pd fa sponda con gli alfaniani, insistendo su modifiche e inadeguatezze del sistema così com’è.
Anche se poi sono tutti pronti a dichiarare, D’Attorre in testa: “Noi la legge la vogliamo solo migliorare”.
Tutto è cominciato col cosiddetto emendamento Lauricella, che rimanda l’entrata in vigore della legge all’abolizione del Senato.
D’Attorre ne ha proposto una variante di compromesso, presentando una modifica per abolire l’articolo 2 dell’Italicum e cancellare dalla legge le norme su Palazzo Madama.
In caso di fine della legislatura si andrebbe alle elezioni con due sistemi diversi nei due rami del Parlamento. Una soluzione che i democrat dicono possibile a livello costituzionale.
Ma che farebbe da deterrente a un voto immediato. È su questi due punti che ieri Renzi ha cercato una mediazione.
Per Ncd entrambe le soluzioni potrebbero funzionare (il sì ufficiale al lodo D’Attorre è arrivato da Gaetano Quagliariello). Forza Italia però non appena resi noti i nuovi emendamenti è salita sulle barricate.
“L’emendamento D’Attorre è incostituzionale”, tuonava Brunetta. “Si rispetti l’accordo Berlusconi-Renzi”, rinforzava Matteoli. Un’alzata di scudi in piena regola.
Se Berlusconi dovesse dire di no alle due modifiche sul tavolo, c’è già  pronta un’altra proposta. Quella di legare l’Italicum a una data di entrata in vigore.
Perchè poi Renzi non può permettersi di fallire sulla legge elettorale, nè ha l’interesse a questo punto di andare a votare subito dopo, passando come quello che non è stato in grado di governare.
Insomma, si lavora a un sistema elettorale prossimo venturo, che conterrebbe una scadenza per quanto ipotetica della legislatura.
Tra un anno, o meglio un anno e mezzo, come spiegava ieri un esponente del governo.
Sono arrivati il “lodo Pisicchio (entrata in vigore dopo un anno o 18 mesi) e il lodo Balduzzi (gennaio 2016). E ancora: si potrebbe approvare la norma alla Camera così com’è, e poi rimandare tutto in Senato.
Tutte strade in salita: come ammetteva ieri sera lo stesso presidente del Consiglio i nodi sono ancora da sciogliere.
Nen fratempo , ha trovato il tempo per una “distrazione” nel suo stile: una lettera ai Sindaci in cui chiede di segnalargli una scuola da riparare (con tanto di mail annessa sindaci@governo.it  ). E ieri sera a cena a Palazzo Chigi c’è stata la prima riunione ufficiale per il jobs act: una cena tra Padoan, Poletti e Delrio.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LEGGE ELETTORALE: STORIA DI UNA FOLLIA

Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile

COME ALMANACCARE SULLA NORMA SENZA SCRIVERLA

Nel 1978 la legge Basaglia ha chiuso i manicomi.
Riapriteli di corsa: c’è un matto pericoloso da internare. È il legislatore schizofrenico, l’essere che comprende in sè il non essere, la volontà  che vuole e disvuole.
In passato ne avevamo avuto già  il sospetto, dinanzi a certe leggi strampalate, a certe norme subnormali. Adesso c’è un certificato medico, la prova che il seme della follia ha ormai attecchito nelle meningi dei nostri parlamentari.
Come? Con un doppio emendamento alla legge elettorale, da quest’oggi all’esame della Camera.
Proviamo allora a raccontarla, questa «Storia della follia» che meriterebbe la penna di Foucault. Tutto comincia con l’accordo Renzi-Berlusconi sul doppio turno eventuale: se superi un determinato tetto incassi il premio di maggioranza, altrimenti ballottaggio fra le due coalizioni più votate.
È l’Italicum, ed è un sistema – almeno sulla carta – ragionevole. Perchè taglia le unghie ai piccoli partiti, contemplando una soglia minima per guadagnare seggi. E perchè lega la governabilità  al consenso (implicito o esplicito) degli stessi governati.
Sennonchè il diavolo s’annida nei dettagli.
In questo caso i dettagli sono numeri, e numeri impazziti. Un premio troppo basso (52% con il 37% dei suffragi), che lascia l’esecutivo in balia di 6 deputati.
Tre soglie diverse (12%, 8%, 4,5%) per le coalizioni, per le liste coalizzate, per i partiti che corrono da soli.
Deroghe per le minoranze linguistiche, deroghe per la Lega Nord, però nessuna deroga se il voto si spalma sulle schede come una marmellata elettorale.
Può ben succedere, in fondo è già  successo: siamo l’Italia dei mille campanili.
E dunque se il fronte di minoranza conterà  un solo partito in grado di superare la boa dell’8%, quest’ultimo intascherà  il 48% dei seggi: tombola!
Se il fronte di maggioranza verrà  presidiato da una coalizione di 11 partiti (quanti ne imbarcò l’Unione di Romano Prodi nel 2006), se nessuno degli 11 sforerà  il 4,5%, mentre tutti insieme sommeranno il 37%, il risultato in seggi sarà  zero tagliato.
E, via via, potremmo esercitarci a lungo su questo manicomio elettorale.
T’aspetteresti che l’esercizio lo svolgano pure lorsignori, invece no: discettano, rimuginano, almanaccano su come scrivere la legge elettorale senza scriverla.
Da qui l’emendamento Lauricella, che ne subordina l’entrata in vigore alla riforma (ipotetica e futura) del Senato.
Più che una legge, una promessa di matrimonio; vatti a fidare.
Da qui – ed è storia di ieri – l’emendamento D’Attorre, che circoscrive l’Italicum alla sola elezione della Camera.
E il Senato? Lì rimarrebbero in vigore le regole di adesso: un proporzionale puro. Siccome su quest’emendamento la maggioranza è già  andata in solluchero, siccome a quanto pare offrirà  l’inchiostro della nuova legge elettorale, sarà  il caso di ragionarci su.
Anche se è complicato ragionare con i pazzi.
Domanda: ma sarebbe incostituzionale stabilire regole diverse fra Camera e Senato? Niente affatto.
In primo luogo, la Costituzione stessa differenzia le due assemblee legislative, collegandole a elettorati differenti (18 e 25 anni).
In secondo luogo, in origine ne aveva differenziato pure la durata (5 e 6 anni).
In terzo luogo, già  il Porcellum confezionava un premio nazionale per la Camera, e al Senato 20 premi regionali.
Però, attenzione: proprio questa disarmonia ha alimentato una censura d’incostituzionalità . Scrive infatti la Consulta (sentenza n. 1 del 2014, punto 4 della motivazione): il Porcellum «favorisce la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti nei due rami del Parlamento, pur in presenza di una distribuzione del voto nell’insieme sostanzialmente omogenea»; sicchè viola, in conclusione, «i principi di proporzionalità  e ragionevolezza».
Morale della favola: è ragionevole diversificare, è irragionevole contraddire.
Si può adottare, per esempio, un maggioritario con sistemi differenti: alla Camera con il premio, al Senato con i collegi uninominali.
Si può scegliere un proporzionale variando le soglie minime d’accesso nelle assemblee legislative. Ma non si può decidere per un «maggiorzionale», non si possono trattare le due Camere come se appartenessero a due Stati lontani.
Per rispetto del buon senso, se non anche del buon senno.

Michele Ainis
costituzionalista

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FORMIGONI: TRA CHAMPAGNE E CROCIERE UNA RAZZIA DA 70 MILIONI

Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile

UNA VITA SENZA BISOGNO DI PORTAFOGLIO

È scoccata l’ora di Tangentopoli anche per Roberto Formigoni.
Un tempo c’era la mazzetta di banconote, in busta o in valigia.
Oggi, attraverso l’ex presidente della Regione, si vedono le «altre utilità »: anni e anni di lussuosi viaggi caraibici a Capodanno e cene a base di champagne, di affari immobiliari occulti mescolati alle mollezze delle crociere.
Questa «vita a sbafo», per i magistrati, si spiega con il «sistematico asservimento della discrezionalità  amministrativa» della Regione alle esigenze dei faccendieri. L’«eccellenza sanitaria» lombarda nascondeva un fiume di soldi: che usciva dalle tasche pubbliche e veniva drenato per infilarsi nelle tasche private dei faccendieri.
La razzia ammonta a circa 70 milioni ed è stata perpetrata, secondo la polizia giudiziaria, da due uomini legati indissolubilmente a Formigoni.
Antonio Simone, ciellino di lungo corso, travolto dalla vecchia Tangentopoli. E Piero Daccò, imprenditore.
I due, che ancora tacciono o si proclamano innocenti, hanno giustificato quel denaro come il frutto di meritate «consulenze».
Ma che non fossero consulenze lo provano i lavori surreali, appioppati dai due amici di Formigoni sia al San Raffaele, sia alla Fondazione Maugeri: paginette sulla vita marziana, copia-e-incolla di baggianate prese da Internet, robaccia delirante in lessico paramedico, dossier pagati centinaia di migliaia di euro (l’uno).
Soldi che prendono la via dell’estero, che s’inabissano nei paradisi fiscali.
Soldi ai quali bisogna fare attenzione, perchè nelle carte giudiziarie esiste un passaggio che viene ostinatamente «taciuto» dalla trincea difensiva.
Lo potremmo definire «il non-miracolo della moltiplicazione dei soldi» di Formigoni. I detective hanno analizzato tutti i conti dell’ex presidente della Regione, accertando che «non si registrano nè prelievi bancomat, nè emissione di assegni» compatibili con il suo tenore di vita. Accanto alle «significative disponibilità  di denaro del quale non è nota la provenienza», si registra una sorta di risparmio totale, molto meno di quanto serve alle «necessità  quotidiane di una “comune” persona».
Spiegazioni? «Non mi sono mai messo in tasca un euro, anche Gesù ha sbagliato a scegliere un collaboratore»: queste alcune reazioni di Formigoni in pubblico.
In privato, scaricava la sua rabbia persino sul cardinal Angelo Scola: «… magari a cercare degli amici cardinali che non dicano troppe str….».
Il brogliaccio degli intercettatori regala il perfetto riassunto di uno stile: «Formigoni dice di essersela presa perchè Scola ha dato il segnale di avere qualche dubbio su di lui (…) Formigoni continua a lamentarsi che altri amici non lo hanno difeso».
Ma come difenderlo?
Ci sono ciellini che faticano a finire il mese e c’è, ormai in vista, lo stupefacente mènage del loro leader.
La presentatrice tv Manuela Talenti ha acquistato una casa per 630mila euro, il pagamento è realizzato in parte con bonifici firmati Roberto Formigoni (55mila).
Ma anche, accertano i detective, con denaro cash. Quando il segreto istruttorio finisce, Talenti si sfoga con i giornali: «Formigoni – dice lei – mi diede un contributo di circa 135mila (…) è stato da parte di entrambi un grande amore vero ».
Da dove Formigoni prelevava i contanti per l’amatissima?
Nessuna risposta nemmeno sulla rata annuale d’iscrizione di Formigoni all’»Ordine militare costantiniano di San Giorgio» (280 euro), o sulla costosa crema per il viso che il politico (parola del suo segretario) usa «come colla per i manifesti».
E sulle barche Ojala, Cinghingaia, Ad Maiora, per il branzino, il vino, il carburante, le lenzuola, il vasellame, le focacce, i giornali, quanto spendeva Formigoni?
«Neanche un centesimo», ricorda il cambusiere.
E la splendida villa in Sardegna, acquistata da Alberto Perego, «capocasa» di Formigoni nella comunità  dei Memores Domini, come mai è costa così (relativamente) poco (a loro)?
E come mai Formigoni chiamava in Regione un funzionario di banca e consegnava «denaro contante per importi compresi tra i 5 e i 20mila euro… raccomandandosi di non farli transitare sul proprio conto corrente»?
In questa vita senza bisogno del portafoglio c’è la chiave che accende la macchina del rinvio a giudizio per corruzione e associazione per delinquere.
L’ex presidente della Regione resta uno che, quando Daccò venne arrestato, disse ai giornalisti: «Mi pare faccia il consulente nel settore della Sanità ».
Ci aveva trascorso cinque Capodanni insieme. «Le ricevute delle spese? Le cerco», aggiunse.
Per il 6 maggio, giorno d’inizio processo, le avrà  trovate?

Piero Colaprico

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UN CASO E’ RISOLTO, MA RIMANGONO CINQUE INDAGATI

Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile

SONO BARRACCIU, DEL BASSO DE CARO, DE FILIPPO E I RICONFERMATI BUBBICO E LUPI… 4 DEMOCRAT E IL MINISTRO DIVERSAMENTE BERLUSCONIANO

Fabrizio Cicchitto, mentre ancora il suo compagno di partito Antonio Gentile era inchiodato alla poltrona di sottosegretario, avvertiva il Pd del rischio di “non vedere la trave nel proprio occhio, ma solo la pagliuzza nell’occhio altrui”.
Più o meno tutti quelli del Nuovo centrodestra — con significative differenze di stile espressivo — si schieravano sulla stessa trincea.
La sostanza del ragionamento è questa: Gentile non è nemmeno indagato e se ne deve andare, a maggior ragione devono farlo gli indagati del Pd, che sono quattro.
In realtà  i seguaci di Angelino Alfano si dimenticano di citare un altro indagato del governo Renzi, l’unico ministro: trattasi di Maurizio Lupi, Ncd pure lui, inquisito dalla Procura di Tempio Pausania per concorso in abuso d’atti di ufficio per la nomina del commissario dell’Autorità  portuale del Nord Sardegna.
Va detto che effettivamente ha ragione Cicchitto: un bel pezzo del Pd tende a dimenticare le sue pagliuzze o travi che siano.
Non Rosy Bindi, per la verità : “Sono stata molto critica anche nei confronti delle nomine a sottosegretario che riguardano il mio partito — ha detto la presidente dell’Antimafia — Soprattutto nel momento in cui si vuole riformare il finanziamento pubblico ai partiti e si punta il dito sui rimborsi ai consiglieri regionali, trovo che sia poco opportuno e poco corretto che chi è inquisito per reati relativi al finanziamento dei gruppi regionali sieda nel governo”.
Questi infortuni del moralizzatore Renzi hanno un nome e un cognome.
La più famosa è Francesca Barracciu, sottosegretario alla Cultura, sarda e fedelissima del nuovo premier.
Indagata, con molti altri consiglieri regionali, per peculato aggravato: i magistrati di Cagliari le contestano spese non rendicontate per 33mila euro tra il 2006 e il 2009.
Lei sostiene di averli spesi tutti in benzina. Comunque la condizione di indagata le impedì la candidatura a governatrice, ma ora non è di ostacolo alla sua presenza al governo.
C’è poi il caso di Vito De Filippo, sottosegretario alle Salute, accusato per 3.840 euro con cui — così dice lui — l’ex presidente della Basilicata del Pd comprò francobolli in due tabaccherie. Un altro caso riguarda il beneventano Umberto Del Basso De Caro, ex socialista, avvocato di Nicola Mancino nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, anche lui sotto inchiesta per i rimborsi facili in regione (la Campania, nel suo caso).
Ultimo ma non ultimo Filippo Bubbico, confermato viceministro nientemeno che all’Interno, che è sotto processo a Potenza per abuso d’ufficio.
Chi sarà  il prossimo?

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’ITALICUM E’ AFFONDATO, SLITTATA LA RIUNIONE PD, RENZI INCARTATO, ALFANO HA MESSO BERLUSCONI ALLE CORDE

Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA NON VUOLE VOTARE NEL 2018 QUANDO BERLUSCONI AVRA’ 81 ANNI… ALFANO NON VUOLE VOTARE TRA UN ANNO… O CADE IL GOVERNO O SI ROMPE L’ACCORDO TRA SILVIO E MATTEO….RENZI TENTA UNA MEDIAZIONE CON UNA SCADENZA PER LE RIFORME

Se c’è un punto fermo, almeno uno, nella giostra di trattative sulla legge elettorale, è che l’accordo sull’Italicum, di fatto, non c’è più.
Inteso come quello che avevano siglato Renzi e Berlusconi per terremotare il governo Letta.
È per questo che Renzi, abituato a parlare quando ha cose da dire, preferisce rinviare la riunione del gruppo del Pd in serata.
Limitandosi a spargere un po’ di ottimismo: “Siamo alla stretta finale, l’accordo è vicino. Ma bisogna superare varie difficoltà ”.
Il problema — e non è un dettaglio — è che le difficoltà , alla vigilia della discussione in Aula, non sono banali.
E l’accordo è affidato ai più classici consigli che porta la notte. E allora conviene provare a fissare qualche punto fisso nel labirinto per ricostruire il complesso negoziato.
Ad esempio partire da quando, nel corso di una serie di telefonate dirette tra Renzi e Verdini, si capisce che con la formazione del governo tutto è cambiato.
Il plenipotenziario di Berlusconi si dice disposto ad aggiustamenti piccoli perchè, come ama dire, i numeri sono “birichini” e tutto dipende da come “li incolonni”, ma questo è il massimo del gioco possibile.
Bene dunque a ragionare di algoritmi, per risolvere quelle criticità  che il professor D’Alimonte ha illustrato al Corriere. Epperò Forza Italia non può accettare nè il famoso emendamento Lauricella, nè l’emendamento D’Attorre, ovvero: applicare l’Italicum solo per la Camera dei deputati, ma non per il Senato, dove resterebbe in vigore il Consultellum (la legge uscita dalla Consulta).
Per evitare l’emicrania diciamola semplice: sia l’uno che l’altro rappresentano dei deterrenti rispetto alla prospettiva del voto anticipato e legano la legge elettorale alle riforme istituzionali.
Detto ancora più direttamente: si vota nel 2018 quando Silvio Berlusconi avrà  81 primavere. Si capisce allora il no, senza se e senza ma di Verdini.
E pure il malumore del Cavaliere, in costante contatto telefonico da Arcore affiancato da Giovanni Toti. Insomma, spiega con Renato Brunetta, col Lauricella o affini “salta tutto”. Legge elettorale e riforme devono andare “parallelamente”.
Il problema è che Renzi, critico col Lauricella ai tempi in cui al governo c’era Letta, stavolta cerca una mediazione.
Riforme e legge elettorale vanno collegate. Un azzurro di rango spiega: “Renzi ha fatto la politica dei due forni. Prima ha fatto l’accordo con noi sulla legge elettorale, poi con Alfano sul governo dando garanzie sui tempi lunghi. Ora si è incartato”.
Il sospetto del Cavaliere però è che il tempo sia foriero di brutte sorprese. E cioè che l’Italicum o si approva adesso o non si approva più: “Il vero obiettivo di Alfano e sinistra Pd — prosegue l’azzurro di rango — è prima prendere tempo, poi cambiare l’Italicum. A quel punto Renzi è incastrato”.
È un sospetto che alberga anche nei pensieri del premier. Il quale sta cercando una mediazione, una sorta di “lodo Renzi.
Una mediazione che consenta di non rompere con Forza Italia e, al tempo stesso, di non far saltare il governo.
Tra la l’Italicum subito e l’emendamento Lauricella, l’idea è fissare un tempo “determinato” per le riforme.
Un Lauricella a tempo, in sostanza: riforme istituzionali e legge elettorale vanno legate ma va fissato un tempo per non arrivare al 2108. Un anno, due. Una qualunque scadenze.
Alfano all’inizio ha detto di no. La trattativa è lunga…

(da “Huffingtonpost“)

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ALTRO CHE LOTTA ALLA MAFIA, RENZI TAGLIA 1,8 MILIARDI DI STIPENDI AGLI AGENTI DI POLIZIA ED ELIMINA 200 SEZIONI SUL TERRITORIO

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

ECCO IL DOCUMENTO CHE CAMBIERA’ IL VOLTO DELLA POLIZIA E RIDURRA’ LA SICUREZZA DEI CITTADINI… E NEGLI ULTIMI TRE ANNI AGENTI, CARABINIERI E G.D.F. DERUBATI DI 1.300 EURO L’ANNO

Il ministero dell’Interno taglia un miliardo e 800mila euro agli stipendi delle forze dell’ordine, proprio mentre si fa un gran parlare di lotta alla mafia, con Saviano che lancia un appello contro l’economia criminale, il premier che promette cinque punti per aggredire i patrimoni mafiosi, il presidente dell’Antimafia che sprona ad appovare un decreto per i reati spia, il sottosegretario ai servizi segreti che conferma che la mafia durante la crisi s’è rafforzata.
Ma il Viminale non taglia solo gli stipendi: propone la chiusura di undici commissariati; la soppressione di due compartimenti e 27 presidi della Stradale; la cancellazione di 73 sezioni di polizia ferroviaria.
In un momento in cui si denunciano nuovi reati telematici, elettronici compreso il cybercrime, saranno chiuse 73 sezioni provinciali della polizia postale, deputata a fronteggiare questa nuova frontiera del crimine online.
E in un momento in cui in Italia si registra un’emergenza immigrazione, con flussi migratori che attraversano soprattutto le frontiere Schengen (oltrechè il Mediterraneo), saranno chiuse due zone di frontiera e 10 presidi minori.
Tutte le 50 squadre nautiche infine saranno soppresse, quattro sezioni di sommozzatori, undici squadre a cavallo e perfino quattro nuclei artificieri.
È in corso anche la riduzione delle scuole di formazione.
Le forze dell’ordine sono sul piede di guerra, nei giorni scorsi la Silp-Cil ha inscenato una manifestazione di protesta davanti a Montecitorio.
Il malumore serpeggia anche tra i carabinieri che, essendo privi di formazioni sindacali, ufficialmente non parlano.
Ma anche tra le alte sfere c’è chi lamenta che prima dei piani di riordino, il governo dovrebbe saldare agli agenti e ai militari i conti dei loro salari.
Dal 2011 a oggi, infatti, i tagli fatti dai governi Berlusconi, Monti e Letta alle buste paga delle forze dell’ordine (tra tagli agli scatti di carriera, promozioni, indennità ) ammontano a 1 miliardo e 800 mila euro.
Facendo una media, è come se ad ogni operatore della sicurezza fosse stato tagliato lo stipendio per 1300 euro all’anno negli ultimi tre anni.
Oggi alle 18, tutte le sigle sindacali della polizia di Stato (dall’Anfp al Siap, dal Coisp al Siulp, dall’Ugl al Sap) saranno ricevute dal capo vicario Alessandro Marangoni per discutere il piano di riordino.
Del resto, la   circolare di “razionalizzazione” firmata dal direttore degli Affari Generali Gaudenzio Truzzi non lascia presagire nulla di buono fin dalle prime righe.
“Si evidenzia – scrive Truzzi – l’esigenza di una condivisa razionalizzazione della dislocazione dei presidi di polizia sul territorio che tenga conto la conclamata carenza di organico in cui versano le forze dell’ordine e l’attuale congiuntura economica”.
I tagli a commissariati e caserme dei carabinieri arrivano dopo l’allarme lanciato su Repubblica qualche mese fa dal capo della Polizia.
“Tutti mi chiedono di aumentare il livello di sicurezza sul territorio – aveva dichiarato Pansa il 22 novembre scorso, gelando il ministro dell’Interno Angelino Alfano – ma con 15.000 poliziotti in meno non possiamo offrire lo stesso grado di qualche anno fa. Nel 2014 saremo 94mila e non possiamo darci i compiti come se fossimo ancora 110mila”.
Il 2014 è arrivato e Pansa, Marangoni, con l’avallo politico del ministro Alfano, stanno mantenendo quanto annunciato.
La sicurezza sarà  parametrata su 94mila addetti con gli stipendi decurtati.
I commissariati saranno tagliati a Osimo (Ancona), Treviglio (Bergamo), Bressanone (Bolzano), Alassio (Savona), Duino (Trieste), Tolmezzo (Udine), Descia (Pistoia), Colleferro, Frascati e Genzano (ROma), Porto Tolle (Rovigo).

Alberto Custodero

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GRILLO SCOMUNICA PIZZAROTTI: “NESSUNO TI HA AUTORIZZATO A INCONTRARE I SINDACI”

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL GUITTO SCONFESSA L’INIZIATIVA DEL SINDACO CHE REPLICA: “SE FARE RETE TRA AMMINISTRATORI NON VA BENE, FATE VOI”

Stavolta la scomunica è toccata a Federico Pizzarotti: sindaco di Parma, emblema dell’affermazione Cinque Stelle sul territorio.
L’anatema di Beppe Grillo è arrivato via twitter: “L’incontro con i sindaci ed i candidati sindaci M5S organizzato da Pizzarotti a marzo non è stato in alcun modo concordato con lo staff, nè con me”, scrive il leader del Movimento.
E chi se ne frega, verrebbe da dire…
Grillo fa riferimento all’iniziativa di Pizzarotti che sulla sua pagina facebook aveva annunciato per “il prossimo 15 marzo” un incontro con “gli attivisti che si preparano alla campagna elettorale per le elezioni amministrative”.
Evidentemente, la riunione non è piaciuta allo staff del M5S che ne ha preso le distanza.
Ma la replica di Pizzarotti all’attacco arriva nel giro di pochi minuti: “L’incontro dei candidati e sindaci M5S a Parma è stato organizzato come quello dello scorso anno. Se fare rete non va bene fate voi”.
Ma non è stato certo l’incontro di Parma a scatenare l’ira di Grillo.
Il caso è con ogni probabilità  legato alle espulsioni dei quattro senatori Cinque Stelle che ha scosso il Movimento la scorsa settimana.
“Questa vicenda mi ha lasciato con l’amaro in bocca – aveva scritto su Facebook il sindaco – e sapendo che i problemi degli italiani sono altri, perdere tempo in spaccature e dissidi interni ci indebolisce e delude tante persone che ci sono vicine”.
Il sindaco si era permesso di dissentire, oggi è arrivata puntuale la bastonatura del guappo stelle e striscie.

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CINQUE STELLE, L’ILLUSIONE IPERDEMOCRATICA: I MILITANTI NON RAPPRESENTANO AFFATTO GLI ELETTORI

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

E’ IL DISPREZZO PER IL PROPRIO STESSO ELETTORATO IL LATO INQUIETANTE DEL GRILLISMO…SOLO IL 3% DEGLI ITALIANI SI INTERESSA ATTIVAMENTE DI POLITICA, NEI CINQUESTELLE SI SCENDE ALLO 0,5% DEGLI ELETTORI

Ultimamente , qualcuno si è messo a dire che i grillini sarebbero fascisti. I loro metodi sono stati tacciati di squadrismo. E in questi giorni, di fronte alle procedure di espulsione dei dissidenti, è risuonata forte e chiara l’accusa di stalinismo.
A me pare un abbaglio. Un abbaglio enorme. Soprattutto, un abbaglio che rischia di occultare la vera natura del Movimento Cinque Stelle.
No, cari critici del Movimento Cinque Stelle. I partiti totalitari del passato erano un’altra cosa. Erano violenti e anti-democratici. Il Movimento Cinque Stelle è l’esatto contrario: è non violento e iper-democratico. Non violento, innanzitutto.
Perchè la violenza e il suo uso politico, come nel fascismo, nel nazismo e nel comunismo, sono stati una cosa troppo seria e tragica.
Evocarle a proposito di qualche spintone in Parlamento (sicuramente deprecabile, ma pur sempre spintone) significa non avere il senso della misura, e in definitiva nutrire poco rispetto per le vittime di quei regimi.
Il punto fondamentale, però, quello che caratterizza veramente il grillismo, è l’iper-democrazia. Qui è il cuore dell’ideologia 5 Stelle. E qui sta la sua vera e più grave pericolosità , a mio sommesso parere.
Che cos’è l’iper-democrazia? L’iper-democrazia è un’ideologia che si è consolidata solo negli ultimi 20 anni, in concomitanza con il trionfo di internet, male cui radici risalgono a quasi mezzo secolo fa, e precisamente al biennio 1968-69. Che cosa è capitato, in quei due anni cruciali?
Due cose, fondamentalmente. Nelle scuole e nelle università  è nata l’ideologia assembleare, il cui nucleo logico è il seguente: le decisioni le prendono coloro che si riuniscono in assemblea, gli assenti hanno sempre torto.
L’idea soggiacente è quella di una sorta di primato morale della politica: se fai politica, se sei impegnato, allora sei un gradino sopra gli altri; se invece non la fai, allora sei un egoista, un opportunista, un edonista, o come minimo un qualunquista.
E questo a dispetto del fatto che chi fa politica è una minoranza, e la maggioranza ha altro da fare (pochi lo sanno, ma nel mitico ’68 gli studenti politicamente attivi erano solo 1 su 5).
Ecco perchè la minoranza politicizzata si sente moralmente superiore, e disprezza profondamente la massa che si astiene dalla politica, cui riserva termini carichi di connotazioni negative: maggioranza silenziosa, apatici, qualunquisti.
Il complesso di superiorità  della sinistra nasce anche di qui.
Ma c’è un altro evento capitale in quegli anni: il 7 gennaio 1969 nasce un tipo di trasmissione radiofonica completamente nuova, “Chiamate Roma 3131”, che diventerà  un modello per decine di altre trasmissioni consimili.
In essa gli ascoltatori diventano improvvisamente protagonisti: chiunque può telefonare e intervenire a prescindere da qualsiasi credenziale di cultura, esperienza, autorevolezza.
Oggi ci sembra normale, ma allora fu un’assoluta novità , che cambiò completamente il rapporto fra pubblico e media. Da allora, sia pure lentamente e gradualmente, si fece sempre più strada l’idea che tutti possono essere protagonisti e, soprattutto, che non è richiesta alcuna speciale dote, competenza o merito per poterlo essere.
Ma veniamo a oggi. Che cos’è il Movimento Cinque Stelle?
Per molti versi non è altro che la micidiale fusione di questi due cambiamenti epocali, entrambi risalenti a mezzo secolo fa. Grazie alla diffusione di internet, l’utopia di una comunità  di decisori potenzialmente universale, in cui tutti decidono su tutto, è sembrata improvvisamente una possibilità  reale.
Il mito della democrazia diretta, da cui Norberto Bobbio ci aveva sempre messi in guardia, è sembrato finalmente alla portata dei tempi.
Una volta acquisito che tutti possono circolare in rete, una volta stabilito che il discorso pubblico non richiede alcuna speciale competenza, una volta interiorizzata l’idea che chi fa politica è migliore di chi non la fa, c’erano tutte le condizioni per la nascita di un movimento come quello di Grillo: un movimento iperdemocratico, perchè fondato sulla credenza che tutti possano partecipare e sulla convinzione che debbano farlo.
Restava un piccolo problema, un dettaglio non risolto. La maggioranza della gente, la stragrande maggioranza delle persone normali, ha un sacco di cose da fare e non si diverte affatto a fare politica, a meno di voler chiamare «politica» il fare gli spettatori nei combattimenti di galli che ogni sera ci offrono Floris, Santoro, Formigli, Paragone, eccetera.
Da decenni e decenni le inchieste rivelano che i cittadini politicamente attivi sono una piccolissima minoranza (diciamo il 3%), e che la maggior parte della popolazione o disprezza, o ignora, o assiste passivamente alla commedia della politica.
E questo è ancora più vero nel movimento di Grillo, dove i militanti sono circa lo 0,5% degli elettori, ossia qualcosa come 5 persone su 1000.
Ciò crea un salto, una vera e propria frattura, fra la grande e silenziosa maggioranza degli elettori, che si limita a votare e tutt’al più a informarsi, e la minoranza degli impegnati, che frequenta sempre meno le sedi di partito superstiti ma, in compenso, inonda la Rete di ogni sorta di pensieri, analisi, insulti, volgarità , esternazioni più o meno ostili alla grammatica italiana.
Ma non si tratta solo di una frattura, quella c’è sempre stata, anche ai tempi del glorioso Pci.
La novità  è che ora, con il movimento di Grillo, a quella frattura si dà  uno statuto nuovo, esplicito e paradossale. Grillo sogna una civiltà  digitale in cui tutti, seduti davanti al proprio schermo, partecipino alle decisioni fondamentali della comunità . Una civiltà  iper-democratica perchè tutti possono partecipare, tutti hanno le competenze per farlo, e l’assenza di partecipazione è una colpa, come era nel ’68 e come, sotto sotto, è sempre rimasta nella cultura e nella mentalità  della sinistra.
Questa visione della democrazia e della partecipazione genera almeno due conseguenze.
La prima è il sostanziale disprezzo per la democrazia rappresentativa, che si basa invece proprio sul principio opposto, secondo cui la gente ha il pieno diritto di non occuparsi attivamente di politica, ed è del tutto normale che il cittadino deleghi ad altri, i politici di professione, il compito di amministrare la cosa pubblica.
La seconda conseguenza è il disprezzo per il proprio stesso elettorato, ossia per quei 995 elettori su 1000 che non partecipano alle decisioni in Rete.
Questo disprezzo, non il presunto fascismo o stalinismo, è secondo me il vero lato inquietante del grillismo.
Perchè, nel movimento di Grillo come negli altri partiti, i militanti non sono affatto un campione rappresentativo degli elettori.
Spesso sono invece i più aggressivi, i più faziosi, i peggio informati (perchè leggono tanto, ma solo ciò che li conferma nelle loro opinioni), i meno vicini al sentire comune delle persone normali.
Le quali lavorano, studiano, si divertono, cercano la loro via nel mare aperto della vita.
L’iper-democrazia della Rete, molto poco democraticamente, le snobba e le esclude, e in questa esclusione rivela il vero volto di sè stessa.

Luca Ricolfi

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