Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
L’UNICA CHE RIGUARDA IL MERIDIONE E’ SU LAMPEDUSA: TUTTO IL RESTO SONO MARCHETTE A FAVORE DEI SUOI FEUDI ELETTORALI PADAGNI
“Se abbiamo avuto toni eccessivi in questi anni sul Sud e i meridionali, chiedo scusa”. Così il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, parlava lo scorso febbraio nel giorno del suo “sbarco in Sicilia” annunciando una nuova fase.
E la sua passione meridionalista è proseguita in Puglia con il tour previsto per l’11 maggio.
Solo che l’accoglienza non è stata calorosa con lanci di uova e pomodori a Foggia, dove la polizia ha caricato i manifestanti.
Stessa tensione a Lecce, solo che in questo caso gli agenti non hanno usato la forza.
A Bari c’è stato un grande dispiegamento di forze dell’ordine, ma non si sono verificate proteste.
Salvini ha comunque tirato dritto, parlando di “accoglienza stupenda” in Puglia.
Sarà . Evidentemente per lui il Sud si è trasformato in una tale folgorazione da non consentirgli più neanche di riconoscere le contestazioni più plateali.
IL SUD PUO’ ATTENDERE
Eppure, carte alla mano, la conversione leghista non trova riscontri nell’attività parlamentare.
Ilfattoquotidiano.it ha controllato le proposte di legge del Carroccio depositate in Parlamento dall’inizio di questa legislatura.
Tra tutti i testi, solo uno è rivolto al Sud. Si tratta dell’iniziativa in favore dell’Istituzione della zona franca — con l’istituzione di benefici fiscali per vari beni di consumo — a Lampedusa e Linosa, sostenuta dal senatore Giacomo Stucchi.
Per il resto non c’è traccia del Mezzogiorno.
Al contrario, il Nord è sempre presente tra le priorità dei gruppi parlamentari della Lega.
Tra Camera e Senato si contano almeno 25 proposte, che a vario titolo puntano ad avvantaggiare Regioni o dare contributi alle amministrazioni settentrionali.
Tutto normale, per carità , visto che i parlamentari sono stati eletti in circoscrizioni del nord. Ma rispetto alle promesse, agli impegni e le dichiarazioni d’amore per il Meridione del leader del Carroccio, qualcosa decisamente non quadra.
ROMAGNA MIA
Il deputato Gianluca Pini ha molto a cuore l’Emilia-Romagna. Tra i 10 disegni di cui è primo firmatario, quel territorio risulta il suo chiodo fisso tanto da aver avanzato la proposta dell’istituzione della Regione Romagna formata dalle “Province di Forlì-Cesena, di Ravenna e di Rimini” e dai Comuni di “Borgo Tossignano, Casalfiumanese, Castel del Rio, Dozza, Fontanelica, Imola e Mordano nella Provincia di Bologna”.
E dopo la Regione a sè stante, secondo Pini la Romagna dovrebbe avere anche una propria Università costituita dalle “sedi decentrate di Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini” ora ritenute dal parlamentare “mere appendici della prestigiosa università di Bologna, in un’università di serie A”.
A completare il quadro ci sono la proposte di istituzione della Corte d’Appello di Forlì, quella del “distacco dei Comuni di Montecopiolo e Sassofeltrio dalla Regione Marche alla Emilia-Romagna”, e anche del “distacco del comune di Sant’Agata Feltria dalla provincia di Rimini e la sua aggregazione alla provincia di Forlì-Cesena”. Nel menù non poteva mancare il dialetto con la proposta di legge sulla “la tutela del patrimonio linguistico romagnolo e delle sue varianti locali”.
TRA PIEMONTE E BRIANZA
Il deputato Stefano Allasia è invece molto concentrato sul Piemonte.
Così ha firmato la proposta “in materia di tutela della lingua storica piemontese”. Ma non solo.
Nell’elenco delle sue iniziative c’è “l’attribuzione dello statuto di autonomia provinciale alla provincia del Verbano-Cusio-Ossola” e il “distacco del comune di Carema dalla regione Piemonte e la sua aggregazione alla regione Valle d’Aosta, ai sensi dell’articolo 132, secondo comma, della Costituzione”.
Il deputato Paolo Grimoldi ha molto cuore la Brianza. Tre i suoi disegni di legge, fermi nei cassetti della Camera: c’è la “dichiarazione di monumento nazionale e contributo per il recupero, il mantenimento e la conservazione del tracciato storico dell’autodromo di Monza”.
Costi previsti? 500mila euro per “interventi di recupero, di mantenimento e di conservazione delle parti storiche del tracciato”.
Ancora: la lista della spesa (per lo Stato) include “l’istituzione del Museo delle carrozze storiche lombarde nella Villa Reale di Monza”, con uno stanziamento di 3 milioni di euro.
Infine, un altro progetto di Grimoldi punta all’istituzione “del Museo del mobile di design brianzolo-medese”. Ma questo senza aggravi per il bilancio pubblico.
AMORI NORDISTI
All’appello non manca il capogruppo alla Camera, Massimiliano Fedriga. Il presidente dei deputati leghisti ha depositato un testo per chiedere un “finanziamento statale di 10 milioni di euro per lavori di restauro della cinta muraria” del Comune di Palmanova, in provincia di Udine.
Obiettivo? “La riqualificazione dello spazio urbano e di immobili di proprietà demaniale”.
Non chiede soldi, ma meno tasse il deputato Nicola Molteni che ha proposto “l’Istituzione zona franca nelle province di Como, Sondrio e Varese”.
Il senatore Stefano Candiani è sulla stessa lunghezza d’onda con “l’istituzione di una Zona Economica Speciale nella aree territoriali della Lombardia confinanti con la Svizzera”.
Il collega di Palazzo Madama, Gian Marco Centinaio, ha pensato invece alla “dichiarazione di monumento nazionale e contributo per l’esecuzione dei restauri interni ed esterni della Basilica di San Michele a Pavia”.
E ancora Sergio Divina si è preoccupato di proporre il “distacco del comune di Pedemonte dalla regione Veneto e la sua aggregazione alla regione Trentino-Alto Adige/Sà¼dtirol e quello dei “comuni di Asiago, Conco, Enego, Foza, Gallio, Lusiana, Roana e Rotzo dalla regione Veneto” per aggregarli “alla regione TrentinoAlto Adige/Sà¼dtirol”.
Non proprio le regioni meridionali visitate in campagna elettorale.
Stefano Iannaccone
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: LegaNord | Commenta »
Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL MOVIMENTO SARA’ PRESENTATO NEI PROSSIMI GIORNI A ROMA E CONFLUIRA’ NEL GRUPPO EUROPEO DEI “CONSERVATORI-RIFORMATORI”… BERLUSCONI NON VUOLE METTERE LA FACCIA NELLA SCONFITTA IN PUGLIA E RIDUCE LA SUA PRESENZA A UN SOLO COMIZIO… MOLTI ALTRI PARLAMENTARI STANNO BUSSANDO ALLA PORTA DI FITTO
Una nuova associazione politica, “embrione” di una nuova destra, che farà capo a Raffaele Fitto. 
Dopo il misero 4 per cento raccattato alle elezioni in Trentino Alto Adige, la scissione dentro Forza Italia sembra sempre più vicina.
Nella associazione, che confluirà nel gruppo dei conservatori-riformatori del Parlamento europeo, sarebbero infatti pronti a entrare 30 parlamentari azzurri.
Non più un cambio generazionale interno a Forza Italia quindi, ma l’ipotesi sempre più concreta di un nuovo partito che abbia alla base “i valori fondanti dell’ex Popolo della Libertà ”, proponendosi come guida e riferimento per tutti i moderati italiani e raccogliendo l’eredità del movimento lanciato da Silvio Berlusconi nel 2007 e sospeso 6 anni dopo per convergere nel rilancio di Fi.
Del resto, diceva ieri lo stesso Fitto a margine di una iniziativa di sostegno del candidato in Puglia Francesco Schittulli, Forza Italia “non c’è più”: “Non lo dico io, lo dicono loro stessi che Forza Italia non c’è e non ci sarà più. E purtroppo lo dicono gli elettori che in massa l’hanno abbandonata e che oggi hanno lanciato un segnale chiaro. Le elezioni di Bolzano di Trento mi sembra che siano indicative: percentuali imbarazzanti”.
Sono dati, secondo Fitto, che “testimoniano come il centrodestra non si possa rifondare con qualcuno che decide chi e come debba riunirsi ma su programmi seri e sistemi che si richiamino veramente alle esperienze degli altri Paesi, a partire da quella dei repubblicani americani che affidano agli elettori con le primarie la decisione su chi deve avere un ruolo o meno”.
Il riferimento, manco a dirlo, è alla leadership consunta ed evidentemente poco attrattiva dal punto di vista elettorale di Silvio Berlusconi, che da un lato annuncia il grande avvento di un “partito Repubblicano”, dall’altro si ritrova a capo di un piccolo partito balcanizzato nelle posizioni politiche dopo l’avanti-indietro sul patto del Nazareno e sulle riforme del governo Renzi.
E non è un caso che l’annuncio del nuovo soggetto arrivi nel giorno in cui lo stesso Silvio Berlusconi ha deciso di sciogliere le riserve sulla sua visita elettorale proprio in Puglia, terreno della frattura insanabile tra l’ala dei Ricostruttori legata a Fitto e il cerchio magico fedele all’ex Cavaliere.
L’ex premier avrebbe dovuto spendere due giorni girando in lungo e in largo il tacco d’Italia per dare sostegno ad Adriana Poli Bortone.
Al momento invece, sembra che l’ex premier si presenterà per un unico comizio a Lecce il 15 maggio.
La Puglia è notoriamente terreno di Raffaele Fitto, lì l’ex governatore ha la sua base elettorale, e potrebbe quindi trasformarsi in una esposizione mediatica in negativo per Berlusconi proprio all’indomani della sonora bastonata incassata a Trento e Bolzano, dove il partito è sceso al 4%. L’entusiasmo del commissario Vitali non ha convinto i fedelissimi dell’ex premier, che hanno dovuto rimediare all’annuncio dettato dall’euforia senza incappare nell’incidente diplomatico.
E se gli alleati-nemici della Lega Nord gongolano vedendo la difficoltà dell’ex leader, intanto Fitto prosegue la sua marcia: la nuova associazione politica, che sarà presentata a Roma nei prossimi giorni, avrà rappresentanti in tutte le regioni.
L’iniziativa si sarebbe rafforzata in un dialogo con l’area politica che fa riferimento a David Cameron, reduce dal trionfo alle elezioni in Gran Bretagna.
E l’obiettivo sarà “evitare una transumanza verso il Pd”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Forza Italia | Commenta »
Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
“RENZI HA UNA CONCEZIONE AUTORITARIA DI OCCUPAZIONE DELLE ISTITUZIONI”… “L’ITALIA È UN PAESE AD ALTA DIGERIBILITà€, CHE AMA L’UOMO FORTE”
La parola più spesso pronunciata è responsabilità . Quella soltanto accennata, che sta dentro tutte le altre, è nostalgia.
“So cosa vuol dire, perchè l’ho già provata”, ha detto Ferruccio de Bortoli ai suoi giornalisti prima di lasciare via Solferino.
Era il 30 aprile, oggi ci riceve nel suo ufficio alla Fondazione Vidas: “Non ho fatto un giorno di vacanza”.
Sorride: “Sai, pensavo che la mia esperienza come direttore finisse con il Sole 24 Ore. Ho anche goduto di un tempo supplementare. Il ricambio, a tutti i livelli, è necessario”.
Parla di politica?
Non solo. Partiamo da una considerazione preliminare: la nostra classe dirigente ha progressivamente perso l’idea di quella che chiamo ‘responsabilità nazionale’. Insieme all’etica pubblica. La classe dirigente privata ha criticato spesso gli apparati pubblici e la politica per difetti che ha finito per mutuare, ingigantendoli. Questo è lo spaccato in cui sono venute meno anche le figure di riferimento morale.
La vostra generazione ha delle responsabilità .
Non c’è dubbio. Abbiamo avuto buoni maestri, siamo stati cattivi maestri. È successo nell’intera società : abbiamo avuto ottimi padri, che si sono sacrificati moltissimo, ma non sempre siamo stati all’altezza del nostro ruolo quando lo siamo diventati noi. Lo dico anche per esperienza personale. È chiaro che ci sono tante eccezioni, però è vero che è un po’ svanita la coscienza collettiva. Pur con i suoi difetti, il secolo dell’ideologia aveva un’idea complessiva di bene comune, che non è affatto la sommatoria degli interessi privati. Ecco, da noi il bene comune è diventato una sorta di res nullius, che non ci appartiene. Gli spazi pubblici fatichiamo a sentirli nostri, tant’è vero che li trattiamo molto male. In questo senso dico che la classe dirigente ha perso per strada il ‘sentimento’ della propria responsabilita’
Per esempio?
Nel continuo pensare che lo Stato debba svolgere un ruolo di supplenza; nel fatto che in tutti questi anni gradatamente si sono trasferiti costi privati sul pubblico; abbiamo vissuto per molto tempo al di sopra delle nostre possibilità : fenomeni che hanno finito per ridurre il senso di responsabilità della classe dirigente. Tutti siamo consci di difetti e problemi, ma molto raramente si fa autocritica. Carenze, limiti, fragilità appartengono sempre al nostro vicino, sono la caratteristica decisiva del nostro nemico, del nostro avversario. L’autocritica, sostanziale e costruttiva, non c’è stata dentro i corpi sociali, da Confindustria al sindacato, non c’è stata all’interno degli ordini professionali. Così si è arrivati alla balcanizzazione della situazione italiana.
Questo è vero anche per i giornali?
Sul mondo dei media sono molto critico, però rifiuto l’accusa di un’informazione che non fa il proprio lavoro. Perchè lo si dice pensando a un’informazione che dovrebbe avere un ruolo ancillare, essere una proiezione della comunicazione politica o d’impresa. L’informazione, e l’ho scritto, è per sua natura scomoda, deve illuminare gli aspetti oscuri. Dove non c’è informazione non c’è riconoscimento del merito, dei risultati; non c’è equità , non c’è concorrenza, non c’è nemmeno crescita economica. Abbiamo discusso a lungo dei costi di un’informazione sbagliata o reticente. Ma abbiamo parlato assai poco dei costi della non informazione, cioè spazi di società che non vengono toccati da un’informazione corretta, indipendente, perfino irritante. Quando i media non fanno sconti a nessuno c’è una maggiore circolazione delle idee, un maggiore confronto, e anche una maggiore legalità .
A cosa si riferisce?
I poteri — quello politico e quello finanziario — dovrebbero essere osservati, analizzati, seguiti con maggiore scrupolo e rigore. Penso anche al funzionamento degli organi pubblici, alla burocrazia, a legami sotterranei. Questo è un tema sul quale sono intervenuto più volte. Altrove si parla molto tranquillamente del ruolo di alcune associazioni.
La massoneria. Un argomento ricorrente nei suoi discorsi, a partire dal famoso editoriale sul patto del Nazareno e “l’odore stantio di massoneria”.
Come ho chiarito, non volevo dire affatto che il premier appartiene alla massoneria. Giravano molte voci ed era lecito porre una domanda di chiarezza. La libertà di associazione in Italia esiste. Ma se scelte o nomine di carattere pubblico o privato sono determinate da appartenenze di questo tipo, legittime ma non trasparenti, si deve sapere.
E dire che in Italia c’è stata la P2, il Corriere ne sa qualcosa.
Quello che è accaduto con la P2, come spesso capita per i fatti molto gravi, è stato dimenticato. L’Italia ha un rapporto difficile con la sua memoria, specie per quanto riguarda il passato prossimo. Così però si perde la percezione di credibilità , affidabilità , livello di onestà dei protagonisti della scena pubblica.
Abbiamo dimenticato Mani Pulite?
È stata rimossa. Tangentopoli è stata, diciamo, una fase in cui si è tentato di moralizzare il Paese, anche se non possiamo negare i limiti dell’azione giudiziaria, che credo abbia fatto luce solo su una parte del malaffare dell’epoca. Però dobbiamo dirlo: a differenza di adesso, era un malaffare indirizzato soprattutto ai partiti, mentre oggi mi sembra tutto indirizzato alle persone o ai gruppi di potere. Quella lezione non l’abbiamo storicizzata. Per esempio riguardo alla sostituzione dell’etica con la norma penale nel discorso pubblico: un tema che meriterebbe una riflessione ampia. Alla fine tutto si richiude: l’Italia è un Paese ad alta digeribilità , che non impara dai propri incidenti. Ci si rifà molto facilmente una verginità , e si cambia di aspetto e di maschera con grandissima velocità .
La politica è il miglior esempio.
Credo che il trasformismo sia una delle caratteristiche peculiari del nostro Paese, non solo nella politica. Uno degli straordinari difetti dell’Italicum, che peraltro il Fatto ha ben sottolineato, è che aumenterà il grado di trasformismo della politica. Il partito della Nazione è il trionfo del trasformismo. Ma come: ci siamo divisi tra bianchi e neri, tra guelfi e ghibellini, per una vita e poi improvvisamente confluiamo tutti in un grande partito!
Perchè è possibile adesso?
Intanto perchè c’è un solo grande protagonista, al quale ovviamente dobbiamo riconoscere grandi meriti
…e talenti, come lei ha scritto.
Matteo Renzi è uno straordinario comunicatore, è un politico raffinato. E poi c’è il disfacimento del centrodestra, di partiti che si erano in qualche modo stabilizzati in un bipolarismo molto claudicante nella Seconda Repubblica…
Berlusconi è finito?
Anche lui è stato un grande solista, ora incapace di passare il testimone: rischia di mangiare le proprie creature e di lasciare un’eredità che fa addirittura torto a quello che ha fatto. Comunque: in questa grande decomposizione del quadro politico l’Italicum favorisce il trasformismo, forse anche nella certezza di chi comanderà . Però il trasformismo, attenzione, è una malattia che mina alla base la democrazia. Vedo il rischio di un distacco tra la società e la politica: con la nuova legge elettorale non decidiamo più i nostri eletti, per il 60-70%, a Montecitorio
Lei è favorevole al monocameralismo.
Sì, ma dubito molto delle funzioni di un Senato ridotto a una Camera di secondo grado, eletta dai consigli regionali. Il pericolo è un progressivo distacco dei cittadini che non credono più nel governo, nella politica, nello Stato e nella possibilità di stare insieme. L’effetto collaterale dell’Italicum sarà di aumentare l’astensionismo: se l’offerta politica si riduce a un Partito della Nazione, e ad alcuni residuali cespugli, che non hanno la minima attrattività perchè sono perdenti nati… È avvenuto un cambio sostanziale nella forma di governo, siamo passati a un premierato forte: un passaggio che si è concretizzato con leggerezza colpevole. L’Italia, una democrazia immatura, ama l’uomo forte. Mentre la partecipazione è fatta da contrappesi, istituzioni che si rispettano. Siamo passati dal berlusconismo, che occupava le istituzioni anche con fini personali, a un impoverimento delle istituzioni, un indice importante del grado di salute della nostra democrazia.
I giornali sono stati all’altezza del passaggio?
Credo che in generale la media della stampa italiana sia stata più internazionale del proprio Paese, più avanzata sui temi dell’economia e della politica. Penso abbia svolto una funzione di stimolo e critica: dopodichè il giornalismo non fa mai abbastanza. Deve essere il più possibile acuminato, e contemporaneamente sapere che alla libertà si accompagna la responsabilità . Quando si sbaglia bisogna riconoscerlo. Per esempio credo che ci debba essere un maggiore rispetto per le persone: quanti abbiamo ‘condannato’ sulla base di inchieste che si sono rivelate totalmente infondate? Non ce la possiamo cavare con una breve in una pagina interna. Dobbiamo porci il problema di restituire a quelle persone la dignità . Più rispetto vuol dire anche più libertà : credo che questo sia un modo per immettere nel giornalismo anticorpi che possono difenderlo da una serie di condizionamenti subdoli, per esempio quelli del mondo pubblicitario, anche considerando che il settore non attraversa un periodo felicissimo dal punto di vista economico.
Lei ha detto che Renzi è allergico al dissenso, che mal sopporta le critiche. Le sue pare lo abbiano fatto particolarmente arrabbiare.
Non lo so. Vorrei ricordare che la novità di Renzi è stata salutata, anche da me, come una novità positiva: ha portato la sfida della modernità all’interno di un partito ancorato a vecchi schemi ideologici. Dopodichè, a me pare abbia mutuato dalla controparte molti dei modi con i quali gestisce il potere. La sua è una concezione autoritaria di occupazione delle istituzioni. A mio parere dovrebbe imparare — se vuole paragonarsi ai leader europei — che l’informazione non è un male necessario. L’informazione è scomoda, per lui come lo è stata per le persone che ha ‘rottamato’. Non può pensare che la stampa lo applauda costantemente. Questo riflesso personale autoritario m’inquieta.
Vi siete scambiati sms: che dicevano?
Diciamo che i rapporti sono stati sempre tesi, ho ricevuto critiche per scelte che magari erano spiacevoli per lui. Ma non ci sono state solo posizioni contrarie: abbiamo elogiato la sua politica economica, per esempio.
L’avversione del premier ha inciso in questo suo travagliato anno al Corriere?
Assolutamente no. All’epoca delle leggi ad personam ho avuto una lunghissima querelle giudiziaria con Ghedini e con Pecorella, avvocati di Berlusconi. E con D’Alema ebbi tutta una serie di procedimenti che si interruppero quando diventò presidente del Consiglio, subito dopo Prodi. Con Berlusconi da tanto tempo non ci sentiamo più. Penso che il giornalista debba fare il proprio mestiere, cercare di farlo il meglio possibile. Mentre da noi c’è sempre una visione un po’ amicale del rapporto tra giornalista e politico. Ci si dà troppo spesso del tu, si va a cena. In questo, ho commesso degli errori anch’io.
Cioè?
Ho capito che bisogna essere un po’ più rigidi, altrimenti la tua fonte pensa che tu non abbia regole. Io non chiedo a un imprenditore o a un finanziere di non fare il suo mestiere. Non vedo perchè loro debbano chiedere a me di non fare il giornalista.
Questo è un problema nostro: le persone ci trattano come noi permettiamo loro di fare.
È vero. Il giornalismo, quando è temuto è autorevole, quando è indipendente si fa rispettare. Nel momento in cui accetti una mediazione o un compromesso, è la linea dalla quale non torni più indietro.
Le notizie non sempre piacciono ai protagonisti.
Il giornalismo deve nutrire l’opinione pubblica di verità , non sempre piacevoli. Deve far ragionare, mettere la classe dirigente nella condizione di valutare le priorità . Deve esercitare una pressione che induce a prendere decisioni, a tendere al meglio, a valutare molti aspetti di ogni singola questione. Dove non c’è opposizione, dove non c’è il controllo democratico da parte di giornali che sono i cani da guardia del potere, è chiaro che il potere non si comporta bene. Il potere tende a prendere pessime abitudini che fanno male alla democrazia.
Questo accade perchè come categoria abbiamo parecchio scodinzolato, più che abbaiato.
Sì. E forse abbiamo fatto anche molti sconti. Uno dei difetti principali del giornalismo odierno è quello di essere parte della scena che deve descrivere.
Questo si vede molto bene in tv.
Se fai questo mestiere, come dovrebbe essere anche per i magistrati, non devi avere nè amici nè sentimenti. Devi dire crudamente quello che succede e devi porti delle domande, essere inopportuno e temuto. Solo così il giornalista ha un ruolo. Perchè il grande giornalismo anglosassone, quello vero, magari dice sì alla guerra, però poi non diventa il gazzettiere delle forze armate. Mentre qui abbiamo molti colleghi che sono, anche inconsapevolmente, enbedded.
Le è capitato di essere in difficoltà nel pubblicare una notizia?
Una volta i magistrati ci chiesero di non pubblicare la notizia del rapimento di Alessandra Sgarella, che era avvenuto a Milano: ritenevano che ci fossero altissime possibilità che l’ostaggio venisse ucciso durante la notte. Però c’era un altro aspetto: il governo era di centrosinistra e l’allora ministro dell’Interno aveva detto che con il suo governo i rapimenti non c’erano più. Non pubblicare quella notizia diventava anche una scelta politica. Per questo chiamai Ezio Mauro e gli altri direttori, dicendo ‘dobbiamo uscire’. Andai a dormire con l’angoscia di sentirmi poi responsabile se per caso fosse successo qualcosa alla persona rapita: fortunatamente non accadde niente.
Nel suo Rendiconto d’addio ha parlato dei suoi “fin troppo litigiosi azionisti”. Molte pressioni
È stata una separazione consensuale. Ho sofferto la grande litigiosità dei miei azionisti, però non vorrei toccare questo tema: fa parte del passato. Ho avuto problemi con molti di loro, alla fine devo riconoscere che il giornale me l’hanno fatto fare. Sono contento perchè sono stato sostituito da Luciano Fontana: lui era la mia proposta iniziale. Sono convinto che proseguirà , innovando e facendo molte più cose meglio di me.
Il direttore del Corriere della Sera è un mestiere a sè, anche nel mestiere a sè del direttore. Molti azionisti da tenere a bada.
Nella prima direzione di più. Nella seconda meno, i rapporti si sono allentati. Forse è molto più difficile per un direttore avere un azionista unico, che gli chiede cose cui è difficile dire di no. Comunque la libertà è direttamente proporzionale alla capacità del giornale di essere autorevole e di avere le notizie.
Ezio Mauro dirige Repubblica da 19 anni, lei e Mieli avete diretto, con la doppia staffetta, via Solferino per un ventennio…
Sono diventato direttore per la prima volta nel ’97, succedendo a Paolo. Credo che il nostro tempo sia finito. La nostra generazione non ha favorito ricambi, anche perchè si sono affrontate negli ultimi anni molte ristrutturazioni, che purtroppo si sono risolte a danno dei giovani: si sono tutelati di più gli anziani. Ecco, questa responsabilità generazionale l’ho sentita. Cioè, se devo fare una critica a me stesso, probabilmente ho fatto crescere molti giovani, ma avrei dovuto fare di più e meglio. Dopodichè, è chiaro che noi siamo ancorati a una visione un po’ novecentesca della politica, dell’economia, della società . Ho notato che la mia capacità di interpretare la realtà si è costantemente ridotta. Mi sono reso conto che l’angolo di visuale con cui guardavo il mondo e quindi con cui facevo il giornale si era ristretto.
Che cosa significa?
Alcuni fenomeni, non capendoli, abbiamo preferito non affrontarli. Per esempio la cultura digitale. Per esempio i movimenti giovanili, le tendenze della cultura e della società : eravamo meno preparati di come avremmo dovuto essere per affrontare questi temi. All’inizio del nostro ventennio probabilmente saremmo stati degli innovatori più capaci. Forse ci siamo trasformati, siamo diventati conservatori. Del resto quelli che quando eravamo giovani noi vedevamo come anziani, erano molto più giovani di noi adesso.
Si perde la capacità di stupirsi?
Sai qual è la malattia senile del giornalismo? Quando accade qualcosa e tu pensi di sapere già come andrà a finire. E allora, credendo di sapere, hai un atteggiamento un po’ scettico e superficiale rispetto a quello che accade. Invece ti devi stupire, incuriosire, indignare. Sempre. Tu devi essere attratto dal sistema. Cioè, la tua carne, il tuo corpo, devono essere attratti dalle notizie. Ma quando tu ti soffermi sul ciglio — con la tua giacca e cravatta come faccio io — e giudichi dall’alto, sei superficiale, superbo. E alla fine fai male il tuo mestiere.
È preoccupato per il Corriere? Si parla dell’ennesima, sanguinosa, ristrutturazione.
Come ho detto, il mio rapporto con gli editori si è interrotto il 30 aprile. Il mio legame affettivo con il giornale è indissolubile, continuo, e anche in questi giorni ne provo profondissima nostalgia. Ma sono convinto che il ruolo del Corriere rimarrà quello di prima, anzi, sarà estremamente potenziato dalla direzione di Luciano Fontana. Il Corriere ha sempre generato utili, anche quando era in amministrazione controllata. Mi sono sempre battuto per la centralità del Corriere all’interno del gruppo e credo che anche in questa fase gli editori riscopriranno e rilanceranno la centralità del Corriere.
Ora scrive sul Corriere del Ticino. Libri in cantiere?
Non so neanche se sono capace di scriverlo, un libro. Non è così facile scrivere un libro, sai? Io sono sempre stato, e resto, un giornalista.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Stampa | Commenta »
Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
TRITON COME MARE NOSTRUM, SOCCORSI A 50 MIGLIA DALLE COSTE… SARANNO IN TOTALE 40.000 I PROFUGHI RIDISTRIBUITI IN EUROPA
Le navi di Triton potranno stazionare su una rotta a 50 miglia dalle coste italiane nelle acque del
Mediterraneo per controllare il traffico e salvare altre vite umane.
L’agenzia per la vigilanza delle frontiere Ue, Frontex, ha imbastito un’intesa col governo italiano per dare un più ampio spettro di azione alla missione, oltre le attuali 30 miglia. L’orientamento replica il profilo di Mare Nostrum, l’operazione chiusa in autunno perchè accusata di «attirare i migranti».
Si ritiene anche di ampliare il mandato al «search & rescue» (ricerca e salvataggio) considerata una svolta importante.
I leader Ue sono favorevoli; i tecnici di Frontex, a cui tocca la delibera, ritengono che si possa e si debba fare.
Più mezzi e soldi
L’Europa ha cambiato idea. Jean-Claude Juncker ha contestato chi ha lasciato Roma «da sola nel Mediterraneo» e, con la sua Commissione, prova a cambiare scena.
Più mezzi per sorveglianza e salvataggi. Più soldi, in tutto 190 milioni di nuovi fondi e un sistema di distribuzione su base obbligatoria, 20 mila sbarcati sarebbero smistati tra i Ventotto in base a Pil, popolazione, occupazione.
A noi ne toccherebbero 2000; ai tedeschi più o meno 2500.
Da aggiungere altri 20 mila rifugiati. In totale: 40 mila.
Non un dato immenso visto che nel 2014 gli illegali giunti in Italia sono stati 170mila.
La bozza di Agenda per l’Immigrazione che l’esecutivo comunitario conta di approvare domani ha superato senza danni la riunione dei capi di gabinetto.
È un segnale forte, in parte per i numeri (relativi), ma soprattutto perchè introduce il principio della distribuzione obbligatoria e proporzionata dei migranti.
Con una maggiore solidarietà «forzata», l’Ue potrebbe ora cominciare a dire di avere un approccio integrato, se non proprio una vera politica unica per l’Immigrazione.
Gentiloni: principio giusto
La Commissione sa che non sarà uno scherzo, in particolare quando la palla finirà nel campo del Consiglio, cioè dei governi nazionali. L’Italia ovviamente spinge. Ieri in un’intervista alla «Cnn», il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto che «una condivisione dell’accoglienza sulla base di un sistema di quote sarebbe un principio giusto».
L’ira del Regno Unito
Parigi è d’accordo: il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve ha affermato che «la proposta è in parte ispirata a idee della Francia».
Favorevoli alle quote anche Germania, Austria e Paesi Bassi. Per approvare la ripartizione occorre una maggioranza qualificata: almeno 15 Paesi in rappresentanza del 65% della popolazione. «In questo momento c’è», assicura una fonte Ue.
L’opposizione è a Est, in Polonia e Ungheria, fra romeni, cechi e slovacchi.
Decisa la reazione dei britannici che si chiamano chiaramente fuori dalla manovra.
«Ci opporremo a ogni distribuzione non volontaria dei migranti», ha assicurato un portavoce del ministero degli Interni britannico — e non parteciperemo ad alcuna legislazione che imponga un sistema obbligatorio di rilocazione o redistribuzione».
Piano in sette punti
La proposta di Bruxelles è basata su sette azioni chiave.
Si parte con Triton, la cui riforma è attesa per fine mese: fondi triplicati e maggiore campo di azione.
Due: sostegno a un’operazione antiscafisti Ue-Onu nel Mediterraneo e sulle coste libiche. Tre: attivazione in giugno del sistema di emergenza con la ripartizione obbligatoria dei migranti.
Quattro: approvazione entro l’anno di un sistema permanente per ripartire chi arriva e ha diritto di restare.
Cinque: sistema di ricollocamento (rifugiati) per un approccio permanente oltre il 2016. Sei: 30 milioni per i programmi nei Paesi terzi. Sette: creazione di un centro pilota in Niger entro il 2015, una novità assoluta.
Inedita anche l’idea di creare un «approccio hotspot» che permetta a Frontex, all’Ufficio Ue per l’asilo e a Europol di lavorare sul terreno fianco a fianco con gli Stati per il segnalamento degli stranieri, partecipando anche alla creazione di strutture di smistamento gestite dall’Europa dove gli stranieri saranno ospitati fino all’avvenuta identificazione.
È uno schema di raccordo che suscita dubbi in alcune fonti del Viminale, secondo cui si tratta di «un oggettivo commissariamento».
Il piano operativo dell’intero pacchetto sarà presentato dalla Commissione entro maggio. I ministri europei ne parleranno a metà giugno, prima del vertice Ue dei giorni 25 e 26 che dovrebbe chiudere la contesa.
Ci saranno anche fondi aggiuntivi: 50 milioni per reinsediare i rifugiati, 30 per i programmi nei Paesi terzi, un centinaio per Triton e una decina di fondi vari. Fanno 190 milioni. Oltre il doppio di quanto c’era finora in cassa alla voce «Immigrazione».
(da “La Stampa“)
argomento: Diritti civili | Commenta »
Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PERCHE’ DOVREI ESSERE IO ORA COSTRETTO A PRANZARE CON LORO IGNORANDOLI?
De Luca, l’uomo del Pd per la presidenza della Regione Campania, ha invitato gli elettori a non votare certi ceffi presenti nelle liste civiche che sostengono la sua candidatura.
Si parla di nostalgici e di professionisti del voto di scambio, alcuni in odore di camorra.
Ieri il vicesegretario nazionale del partito Guerini ha ribadito il concetto.
Dunque l’appello più surreale della storia suona più o meno così: «Cari cittadini, vi saremo veramente grati se non darete il vostro voto alle persone con cui ci siamo alleati».
Ma se sono talmente impresentabili da non meritare il nostro sì, perchè vi siete accordati con loro?
E soprattutto, perchè continuate a restarci insieme anche adesso?
Toccherebbe alla politica selezionare la classe dirigente da sottoporre al giudizio del popolo.
Troppo comodo fare accordi con chiunque porti in dote pacchetti consistenti di voti e poi chiedere agli elettori di rimettere le cose a posto, promuovendo i buoni e bocciando i cattivi.
Come se uno, invitando a cena il suo migliore amico, gli dicesse: a tavola con noi ci saranno Barbablù, Al Capone e il mostro di Firenze, però tu non rivolgere loro la parola, anzi, ti autorizzo a cacciarli da casa mia.
L’amico avrebbe buon gioco a rispondere: ma se ti creano tanto imbarazzo, non faresti prima a non invitarli più?
Rivolgo la stessa domanda a De Luca e Guerini: se certi alleati vi creano tanto imbarazzo, non fareste prima a non invitarli più, anzichè chiedere agli elettori di cacciarli da casa vostra?
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL LIBRO BIANCO DEL MINISTERO PREVEDE MENO MILITARI E PIU’ FORMAZIONE E QUALITA’
Meno soldati, ma soprattutto meno generali. E una pianificazione più politica che militare degli
interventi.
Sono le nuove forze armate così come le disegna il Libro Bianco messo a punto dal ministero della Difesa.
Un documento che, seguendo le indicazioni fornite dal ministro Roberta Pinotti «mira a far fronte con efficacia alle nuove minacce e a rispettare i vincoli di bilancio».
Questa almeno è l’intenzione dichiarata dalla commissione di esperti che per 8 mesi ha incontrato decine di personalità , ma anche partecipato a riunioni nelle università , consultato le associazioni pacifiste, effettuato raffronti all’estero: dal Pentagono al Regno unito passando per la Francia e la Germania.
Il punto centrale riguarda il personale.
Attualmente ci sono 190.000 militari e 30.000 civili mentre i tecnici propongono una riduzione di ben il 25 per cento arrivando a 150.000 militari e 20.000 civili entro il 2024 anche se alla fine dell’anno si potrebbe già scendere a 170.000 militari.
Ma è soprattutto la qualità a dover cambiare: «In Italia l’87 per cento è in servizio permanente contro il 13 a tempo determinato. In Francia si va all’inverso: 37 per cento in servizio permanente e 63 a tempo determinato. In Germania addirittura il 30 per cento in servizio permanente e il 70 per cento a tempo determinato».
E poi c’è l’età media del personale militare che è di 37 anni con quella dei marescialli che sale a 45 anni.
Ecco dunque la proposta: «Proporzione fra servizio permanente e tempo determinato che sia di metà e metà ; più giovani arruolati, con maggiori tutele al momento del congedo e supporto per il ricollocamento lavorativo; incremento della formazione e della qualificazione professionale; nuova struttura della retribuzione, connessa con l’operatività militare e retribuzioni capaci di attrarre il personale più preparato».
Organici più snelli e regole diverse.
Secondo la commissione ora «le scelte di politica militare e politica industriale sono talvolta incoerenti, anche perchè parcellizzate in numerosi centri decisionali. Le singole Forze armate hanno ampia autonomia e tendono a controllare direttamente le operazioni militari e gli investimenti. Ci sono molti centri di spesa, ridondanza di infrastrutture e duplicazioni di funzioni».
Nel futuro si dovrà invece arrivare a ottenere «la totalità delle decisioni politiche sotto la responsabilità del ministro, mentre tutte le operazioni militari sotto comando interforze, alle dipendenze del capo di Stato maggiore della Difesa.
La pianificazione delle future capacità militari dovrà essere interforze e coordinata con i partner europei. Ma soprattutto va istituito un Direttore nazionale degli Armamenti e della Logistica per accorpare Reparti e unificare le funzioni», in un’ottica di risparmio e razionalizzazione.
Nulla viene esplicitato nel Libro Bianco sull’acquisto degli F35 e questo vuol dire, almeno a sentire i tecnici della Difesa, che al momento rimane la linea delle mozioni parlamentari che invitano ad andare avanti con il programma di acquisto anche se non è escluso che il numero di velivoli, fissato per ora a 90, possa essere modificato.
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: governo | Commenta »
Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
EMILIANO IRRAGGIUNGIBILE AL 42%, LARICCHIA (M5S) AL 17,5%
Se la battaglia del “ricostruttore” Fitto per le regionali è principalmente incentrata sul risultato elettorale in Puglia, terreno di scontro da settimane tra l’ex ministro e il cerchio magico berlusconiano, il sondaggio di Scenari politici segnerebbe una svolta decisiva.
Perchè, se confermato dall’esito delle urne, vedrebbe le truppe di Fitto sconfiggere quelle di Berlusconi e Salvini unite.
Al di là della scontata vittoria di Emiliano (Pd) che è quotato al 42%, al secondo posto è dato Schittulli con il 22,5% , poi il Cinquestelle Laricchia al 17,5% e solo quarta con il 16% la candidata di Forza Italia e Lega, Adriana Poli Bortone.
Un dato va sottolineato: se il cerchio magico berlusconiano non avesse sfasciato la coalizione che avrebbe appoggiato Schittulli, la somma delle due percentuali dei candidati di centrodestra sarebbe ora al 38,5%, a poca distanza di Emiliano e con la possibilità di giocarsela fino all’ultimo.
Ma evidentemente qualcuno ha voluto fare un favore a Renzi…
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PANICO TRA I COLONNELLI… ANCHE I SONDAGGI PER LE REGIONALI SONO IMPIETOSI…E FITTO ORMAI PREPARA LA SCISSIONE
È solo l’inizio. Lo spettro del tracollo prende corpo nei numeri a una cifra del Trentino Alto Adige. 
Forza Italia non raggiunge più nemmeno il cinque e getta nello sconforto l’intera classe dirigente. In pochi tra i parlamentari berlusconiani, anche fedelissimi, sono disposti a questo punto a scommettere sull’effetto taumaturgico del “ritorno” di Silvio Berlusconi, a poco più di due settimane dal Dday delle regionali.
«Lo avevo detto a Silvio che sarebbe finita così, eccoci davanti agli ultimi giorni di Pompei», sospira comunque amareggiato Denis Verdini – fatto fuori anche dal tavolo delle candidature – commentando coi suoi “dissidenti” il responso dal Nordovest.
Una campana a morto, più che un campanello d’allarme, col voto alle porte l’ex Cavaliere lascia Arcore solo in mattinata per un appuntamento, poi si blinda per il solito lunedì con familiari e aziende, non un commento ufficiale a quei dati piovuti da Trento e Bolzano.
È solo la conferma, la più drammatica, del trend degli ultimi due anni.
All’ufficio elettorale della sede di San Lorenzo in Lucina hanno ormai ben chiaro il quadro, tabelle elettorali alla mano: nelle sette regioni in cui si andrà al voto, per superare la soglia minima di «esistenza in vita» del 10 per cento occorrerebbe conquistare almeno 1 milione e 100 mila elettori.
Target che – tenendo conto della Toscana, dell’Umbria, della Liguria e delle Marche rosse, della Puglia lacerata tra fittiani e berlusconiani e dal Veneto a trazione leghista – anche i più ottimisti ritengono pressochè irraggiungibile.
E adesso anche l’unico uscente, il governatore Stefano Caldoro, sembra costretto a inseguire in Campania l’avversario Vincenzo De Luca.
È il fantasma del 6-1 che ritorna. In cui l’uno vincente è solo a impronta leghista, nel Veneto.
E col partito che il 31 maggio si risveglierebbe nelle regioni tra il 7 e il 9 per cento e il Carroccio al doppio dei consensi, non diventerebbe più nemmeno un problema di sorpasso, ma un caso di cannibalismo.
Matteo Salvini ormai è allo sberleffo del progetto berlusconiano di Partito repubblicano. «Non so che significhi, noi comunque non ci sciogliamo in niente», ha tagliato corto ancora ieri.
Se lista unica sarà , perchè con l’Italicum dovrà esserci, la guiderà lui e alle sue condizioni, è il messaggio. Nessun riguardo per l’alleato, un tempo amico: si occupi di Milan, «a 79 anni mi godrei i frutti del lavoro».
L’ultimo sondaggio pubblicato da Euromedia di Alessandra Ghisleri, dietro il Pd al 35,6 e il M5s al 20,6, fotografa la Lega al 14 e Forza Italia al 12,2. Ma è un dato nazionale, non limitato appunto alle 7 regioni.
Poco differente quello letto ieri sera da Mentana al Tg La7 (Emg), con Pd al 34,2, il M5s al 22,8, Lega al 14,9 e Fi al 12,5.
Raccontano che Berlusconi non intenda comunque rinunciare al progetto di rifondazione post regionali.
«Il voto in Trentino è un episodio locale, comunque la conferma che laddove ci presentiamo divisi perdiamo, la gente non ci capisce più non ci segue », colpito soprattutto dal dato dell’affluenza: «Un elettore su tre non è andato a votare e quell’elettore è un nostro deluso».
Riconquistarlo è l’impresa che si ripropone. «Con me in campo, anche in queste regionali, sarà diverso, ci sarà il “fattore B”». Ma trainerà ancora?
Il leader forzista ci prova e si prepara a un mini tour elettorale di due giorni nella palude pugliese, giovedì e venerdì. La settimana prossima toccherà alla Campania.
La partita vera inizierà però il primo giugno. «Salvini adesso fa il duro perchè è in campagna elettorale, ma sa bene che senza di noi anche le sue percentuali non servono a niente, non va da nessuna parte contro Renzi» ha ripetuto Berlusconi ancora ieri in privato.
Ancorato al sogno del listone unico, del partito repubblicano che però, a questo punto, difficilmente manterrà quel nome. altisonante nella tradizione Usa, assai meno in quella italiana.
Tanto più adesso, con i numeri in circolazione.
Le ironie già si sprecano. «A Bolzano Forza Italia come il partito repubblicano: 3,7%. Colpa di Raffaele Fitto che non parla tedesco», si prende gioco del leader su Twitter perfino Francesco Storace de La Destra.
Che Forza Italia – nome e simbolo – abbia i giorni contati ormai è l’unica certezza, in un partito alla deriva. Sebbene i due primi figli dell’ex Cavaliere, Marina e Pier Silvio abbiano versato centomila euro ciascuno nelle casse esangui di Forza Italia.
La soglia massima che un privato può donare a un soggetto politico.
Raffaele Fitto in Puglia lo aspetta ormai da sfidante, con la sua lista “Oltre” in sostegno a Francesco Schittulli.
Terrà comizi negli stessi giorni in cui arriverà Berlusconi. Pronto a salpare comunque coi suoi nel day after delle regionali.
Anche se ieri ironizzava (anche lui), dopo le «percentuali imbarazzanti di Trento e Bolzano: lasciare Forza Italia? Ma lo dicono loro stessi che non c’è più».
Maurizio Bianconi lo sprona da giorni: «Per me Fitto ha già tardato di due mesi per lo strappo». Lui invece aspetta e conta le truppe: i 33 fedelissimi, 15 deputati e 18 senatori, tre eurodepuati, un centinaio di amministratori.
Il primo giugno d’altronde è vicino.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
argomento: Forza Italia | Commenta »
Maggio 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA (FORZA ITALIA E LEGA) PERDE A TRENTO E BOLZANO COMPLESSIVAMENTE 7.384 VOTI … I CONSENSI VENGONO RIDISTRIBUITI SOLO IN PARTE ALL’INTERNO DELLA COALIZIONE CHE PASSA DA 19.567 VOTI A 12.183 E ANCHE UNITO NON ARRIVA AL 20%
L’analisi del voto alle comunali in Trentino viene catalizzato, oltre che dalla vittoria del centrosinistra, da un esame superficiale del voto nell’ambito del centrodestra che viene così riassunto: crollo di Forza Italia, grande successo della Lega.
Manca un quadro di riferimento complessivo che è invece fondamentale per comprendere lo stato d’animo dell’elettore di centrodestra che ormai preferisce starsene a casa, non sentendosi più rappresentato nè dalla Lega nè da Forza Italia.
Andiamo ai dati reali, in modo da rendere comprensibile questa nostra valutazione.
Una prima analisi parziale ci dice che Forza Italia è scesa a Trento dal 7,2% delle comunali 2009 e dal 10% delle scorse Europee fino al 4,3% attuale.
Mentre a Bolzano è passata dal 21,6% del 2009 al 4,7% delle Europee al 3,7 attuale.
Percorso inverso per la Lega: a Trento dal 7,6% del 2009 al 9% delle Europee al 13,6% attuale. A Bolzano dal 5,5% del 2009 al 6% delle Europee al 10,7% attuale.
Mentre la Lega rimane appena sotto alla media nazionale riconosciutale dai sondaggi (nessun miracolo quindi) Forza Italia scende a un terzo di quanto è accreditata a livello nazionale.
Ma la gente si chiede: la coalizione di centrodestra a guida Salvini è più forte o più debole rispetto a prima?
E qui la risposta è netta: molto più debole, dai 19.567 voti ottenuti a Trento e a Bolzano nel 2009 da Lega più Forza Italia, si è passati ai 12.183 attuali, con una perdita secca di 7.384 voti.
Una coalizione pertanto che induce più di un terzo dei vecchi elettori di area a starsene a casa o a votare per altre formazioni.
Anche in percentuale infatti i due partiti non arrivano insieme a Trento e Bolzano neanche al 18% e al 15% dei consensi.
A dimostrazione evidente che questo centrodestra, appiattito su posizioni leghiste, non va da nessuna parte.
Con buona pace di chi oggi esulta senza aver capito di acer solo vinto la Coppa del nonno.
argomento: elezioni | Commenta »