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DOPO LA “STRATEGIA DELLA PENSIONE”, RENZI DOVRÀ TIRAR FUORI I SOLDI

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

CAOS DI VOCI SUI RIMBORSI, GOVERNO DIVISO… CONSULTA: “PAGARE È OBBLIGATORIO”

La strategia del governo sulle pensioni dopo la sentenza della Consulta? Non c’è.
Renzi non si è ancora messo sul dossier e quindi non sappiamo esattamente cosa fare”. Questo il riassunto della situazione che fonti del Tesoro affidano al Fatto Quotidiano: i conti sugli effetti procedono, qualche scenario è stato disegnato, ma la partita si chiude la prossima settimana.
D’altra parte, va notata la bizzarria di un premier che non dice una parola da giorni su un buco di bilancio miliardario.
Non che l’esecutivo stia però con le mani in mano. In assenza dei fatti, si occupa del flusso di notizie: reagisce alla realtà  con gli slogan.
Stavolta siamo a un dipresso al Robin Hood previdenziale: pagheranno i ricchi.
Chi siano, quanto e come pagheranno non si sa, ma tant’è.
Il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, per dire, ieri mattina s’è tolto la camicetta di membro del governo e a nome di Scelta Civica (i rimasugli dei “montiani”) ha messo a verbale quanto segue: “È impensabile che si restituiscano i soldi a pensionati da 3.500-4.000 euro, quando si è chiesto ai giovani di passare al sistema contributivo e ai quasi pensionati di spostare in avanti l’età  per andare in pensione”.
Questa non è (solo) l’esternazione di un leaderino in cerca di passaggi tv, perchè Palazzo Chigi nel pomeriggio l’ha di fatto confermata: “Non rimborsare tutti è compatibile con la sentenza della Consulta”, è la tesi.
Ovviamente questa uscita ha spaventato milioni di pensionati, ma pure al Tesoro — diciamo — sono rimasti basiti.
Pier Carlo Padoan, infatti, ha dovuto ripetere quanto dice da giorni: “Pensiamo a misure che minimizzino l’impatto sui conti, ma nel pieno rispetto della Corte”.
Alla fine pure Chigi è costretto alla nota ufficiale: “Valgono solo le parole del ministro”.
Nella realtà  le cose stanno così.
La Consulta ha bocciato la norma inserita dal governo Monti nel decreto “Salva Italia”, che bloccava il recupero dell’inflazione per le pensioni superiori a circa 1.400 euro lordi al mese nel 2012 e 2013: quella legge non esiste più e quindi il maltolto va restituito. Punto.
Se farlo a debito, magari a rate, cercando o meno l’accordo con l’Ue sul deficit, è una scelta tecnica del governo.
Non pagare o pagare solo chi si vuole no: il conto fa 8 miliardi e spiccioli e va saldato.
La stessa Consulta, tramite l’agenzia Ansa, ha voluto chiarire la situazione: “Per ottenere il rimborso delle somme non percepite in termini di indicizzazione si deve fare una domanda all’Inps, non serve un ricorso, perchè dopo la sentenza la restituzione è un obbligo da parte dello Stato”.
Certo se poi Inps non paga, allora la parola passerà  agli avvocati.
Anche due ex ministri del Lavoro hanno tentato di spiegarlo all’esecutivo.
Cesare Damiano (Pd): “La sentenza della Consulta va applicata. Il governo trovi una soluzione unitaria”.
Maurizio Sacconi (Area Popolare): “Sconsiglio vivamente il governo dall’individuare modalità  inappropriate e irragionevoli di copertura degli oneri conseguenti alla sentenza della Consulta. Se pensasse, infatti, di ricalcolare le prestazioni in essere con metodi diversi a seconda delle fasce di reddito realizzerebbe una soluzione iniqua e esposta a un’altra bocciatura della Consulta”.
Sacconi si riferisce a un’idea buttata lì — nei giorni scorsi — da un altro kamikaze della dichiarazione (Filippo Taddei, responsabile economico del Pd): ricalcolare col sistema contributivo tutte le pensioni in essere sopra una certa soglia (quale non si sa).
Intervento, gli ricordava Sacconi, di sicura incostituzionalità .
Insomma, a un certo punto l’ora dello slogan finirà  e il governo dovrà  pagare per il triennio 2012-2014.
Qualche spazio di manovra, invece, Renzi potrebbe averlo per il futuro.
È vero infatti che la rivalutazione retroattiva aumenta la spesa pensionistica per i prossimi anni, ma è vero pure che la Consulta ha riconosciuto la possibilità  di un blocco dell’indicizzazione delle pensioni su quelle più alte: i giudici — in quest’ultima sentenza — citano un provvedimento del governo Prodi che agiva da 8 volte il minimo Inps (circa 4mila euro lordi).
Fino al 2016, peraltro, è in vigore il blocco progressivo voluto dal governo Letta: il 95% tra 1.500 e duemila euro lordi, il 75% fino a 2.500 euro e giù al 45% dai tremila euro lordi al mese in su.
Il problema è che se si volessero prendere di mira i “ricchi” di Zanetti da 3.500 euro lordi, bisognerebbe sapere che si tratta di una percentuale minima della platea: si parla, all’ingrosso, di 350mila persone su 16,5 milioni di pensionati, che valgono 24 miliardi .

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GLI ALLEATI STOPPANO SILVIO: “NO AL PARTITO REPUBBLICANO, NON CI INTERESSA”

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

MA BERLUSCONI RILANCIA: “SI DOVRANNO ADEGUARE”… CRITICI FITTO E ANTONIO MARTINO

«A me delle loro critiche non importa nulla, cosa vi aspettavate? Siamo in campagna elettorale». Silvio Berlusconi non rinuncia al progetto del Partito repubblicano o come altro si chiamerà  il «grande contenitore dei moderati» che ha deciso ormai di lanciare.
A giugno si parte.
Il capo di Forza Italia rientra a Roma dopo la lunga parentesi d’affari ad Arcore.
Riceve un gruppo di candidati pugliesi, parla con i dirigenti che vogliono sapere quanto faccia sul serio e soprattutto come reagire al fuoco di fila degli (ipotetici) alleati, da Salvini alla Meloni. L’ex Cavaliere non retrocede.
«Noi dobbiamo rivolgerci ai milioni che non vanno più a votare e poi tutti, perfino Salvini, dovranno fare i conti con questa legge elettorale. Vedrete che anche Matteo cambierà  idea, il ragazzo metterà  la testa a posto».
Si tratta solo di attendere il 31 maggio, è la convinzione.
Ai candidati che lo hanno inchiodato per ore a caccia di selfie da esibire poi in campagna elettorale, ripete che ormai non c’è alternativa: «Bisogna convincere gli elettori che devono votare per un unico grande partito. Prendete il mio caso, la rivoluzione liberale mi è stata impedita dagli alleati con cui sono stato costretto a convivere».
Listone unico, dunque. Ma con chi?
Matteo Salvini, come ha ripetuto ieri in un’intervista alla Stampa, non ne vuol sapere: «Mai, non mi sciolgo in Forza Italia».
Il progetto, di cui sono a conoscenza i leghisti a lui più vicini, è ormai altro: alzare sempre più il tiro, portare il 13 per cento a un mirabolante 20 e scalzare Beppe Grillo.
Insomma, puntare al ballottaggio col Pd, ma col vessillo della Lega sopra quel listone.
E a quel punto deciderà  Berlusconi se starci o meno. Ma da gregario, appunto.
E sferzante lo è in queste ore anche Giorgia Meloni dei Fratelli d’Italia: «Lo diciamo subito, non siamo disponibili a nessuna ammucchiata. Ci abbiamo già  provato, si chiamava Popolo della libertà  ed è naufragato».
Chi resta? Alfano e i suoi?
«Non ci convince, l’Italicum è destinato a far competere due partiti di governo, non anti sistema come Lega e M5s», ragiona Gaetano Quagliariello.
Come dire, se del listone dovesse far parte il Carroccio, non ci sono margini di convivenza. Dentro Forza Italia alle dichiarazioni entusiastiche dei fedelissimi si affiancano riserve.
Del capo dei dissidenti Raffaele Fitto, soprattutto.
Al quale il partitone potrebbe anche andare bene, se non fosse che ci punta «da giorni il cerchio che inspiegabilmente viene definito magico: segnalo che nel Partito repubblicano americano ci sono le primarie e la leadership è contendibile e non sono due dettagli».
Ma anche un fondatore forzista della prima ora (e filo Usa) come Antonio Martino, coltiva i suoi dubbi: «Già  sul partito repubblicano americano gravano pesanti contraddizioni, come la convivenza tra l’ala cattolica più radicale e quella fortemente laica. Qui vorrebbe dire tenere insieme dalla Binetti a Pannella, insostenibile. E poi il grande partito si regge quando c’è o si propone una leadership forte».
E il centrodestra, sottinteso, per adesso non ne dispone.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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VITALIZI, CAMBIA IL TESTO E SALVA QUASI TUTTI I CONDANNATI

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

ESCLUSO L’ABUSO D’UFFICIO, INSERITI LA “RIABILITAZIONE” E IL TETTO DEI SEI ANNI: COSàŒ LA FARANNO ANCORA FRANCA

Gli assegni d’oro ai condannati diventano un caso politico.
Oggi, in Consiglio di presidenza del Senato e in Ufficio di presidenza della Camera, è previsto il voto sulla delibera che cancella i vitalizi agli ex parlamentari condannati. L’ultima versione prevede scappatoie per tangentisti e condannati della prima ora.
Una versione diversa da quella iniziale, che salva quasi tutti grazie all’insierimento della riabilitazione, all’esclusione dell’abuso d’ufficio e alla modifica in senso restrittivo per i delitti non colposi da quattro a sei anni.
In Italia, la dorata pensioncina, è sempre finita nelle tasche degli ex parlamentari anche se si sono macchiati di reati gravi contro la Pubblica amministrazione.
Un privilegio doppio, denunciato più volte dal Fatto.
Un caso finito all’attenzione dei palazzi della politica dopo i ripetuti appelli del presidente del Senato Pietro Grasso e una campagna della società  civile con tanto di raccolta firme sul sito riparteilfuturo.it  .
La delibera che andrà  in votazione prevede un salvacondotto, che trova fondamento e giustificazione come soluzione giuridica per evitare ricorsi, ma che trasforma, nei fatti, l’annunciata soppressione in una cancellazione revocabile in caso di riabilitazione.
È frutto di un compromesso rispetto alla previsione iniziale che vede il Partito democratico favorevole e il Movimento cinque stelle critico.
Alla richiesta di alcuni costituzionalisti di fissare un tempo alla cancellazione si è risposto scegliendo la strada di legare il vitalizio ad un istituto del nostro ordinamento penale: la riabilitazione.
La delibera è di certo un passo avanti rispetto all’indecenza delle dorate pensioncine ai condannati.
Il presidente del Senato Pietro Grasso di recente è tornato sul tema: “Bisogna dire ai giovani che noi adulti non riteniamo giustificabile la corruzione, i favoritismi, i vitalizi per chi è stato condannato per gravi reati”.
La scappatoia è al comma 3 del primo articolo. “Le disposizioni non si applicano qualora sia intervenuta la riabilitazione” e più avanti: “In caso di riabilitazione l’erogazione dei trattamenti previdenziali riprende con decorrenza dalla data dell’istanza che sia stata legittimamente presentata e accolta”.
Insomma se un ex parlamentare è stato condannato, ma ha ottenuto la riabilitazione, ha così salvato il vitalizio.
La riabilitazione cancella le pene accessorie e gli effetti penali della condanna.
Può essere richiesta a tre anni dall’estinzione della pena. La richiesta deve essere accolta dal Tribunale di Sorveglianza, valutata la condotta del condannato.
Per fare un esempio eccellente. Silvio Berlusconi è stato condannato per frode fiscale. Incassa un vitalizio di 8 mila euro.
Con le nuove disposizioni gli verrà  revocato l’assegno mensile, ma nel 2018 potrebbe fare richiesta di riabilitazione.
In caso di accoglimento Berlusconi tornerebbe candidabile, ma soprattutto percepirebbe nuovamente il vitalizio.
Sono molti i politici che hanno comunicato alla pubblica opinione l’avvenuta riabilitazione, il loro vitalizio non avrà  neanche un giorno di sospensione nonostante i reati commessi.
Paolo Cirino Pomicino non ha voluto rispondere alla Gabbia che, ieri su La7, si è occupata nuovamente del caso.
L’ex ministro del Tesoro è stato condannato per finanziamento illecito ai partiti e ha patteggiato una pena di due mesi per corruzione.
Non rientra tra i “cancellati” visto che la sua condanna è inferiore ai due anni, ma anche perchè nel 2011 ha annunciato l’avvenuta riabilitazione.
Salvatore Sciascia, invece, oggi è senatore di Forza Italia, in passato è stato condannato per aver corrotto alcuni finanziari. Ha spiegato di essere stato riabilitato.
Quando uscirà  dal Senato incasserà  il vitalizio.
In caso di approvazione della delibera i condannati potranno giocarsi la carta della richiesta di riabilitazione.
In caso di accoglimento l’assegno mensile sarà  restituito fin dalla presentazione della domanda.
Sulla cancellazione dei vitalizi gli uffici di Camera e Senato hanno acquisito otto pareri per una spesa di centomila euro. I pareri, però, non erano sul testo che andrà  in votazione, ma soprattutto quella versione sottoposta al giudizio dei giuristi non prevedeva la riabilitazione.
Un punto che avrebbe, di certo, diviso i costituzionalisti. Nella delibera c’è un elemento positivo visto che la cancellazione, anche se revocabile, è prevista per condanne definitive, con pene superiori a due anni di reclusione, anche in caso di patteggiamento.     C’è qualcuno che, però, non dovrà  neanche preoccuparsi di presentare una richiesta di riabilitazione.
Nella delibera, infatti, c’è anche l’esclusione di un reato: l’abuso d’ufficio.
Ai condannati per questo reato non sarà  cancellato il vitalizio.
La cancellazione non è inoltre applicabile ai vitalizi spettanti ai familiari superstiti, ma solo se l’ex parlamentare è deceduto prima dell’entrata in vigore della delibera.
Alla fine, rispetto alla prima versione, il provvedimento è cambiato.
“È un risultato positivo, ma ora passiamo alla riforma anticorruzione” spiega Leonardo Ferrante della campagna Riparte il Futuro.
Critica la senatrice grillina Laura Bottici: “L’esclusione dell’abuso di ufficio e la riabilitazione prevista svuotano di senso la norma”.
Ora si attende il voto.
Il risultato è in bilico proprio al Senato, potrebbe risultare decisiva proprio la scelta del M5S.

Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DAGLI AL GIORNALISTA: DUE CASI EMBLEMATICI

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

IL PROCESSO A PIO POMPA E IL CASO DELLA AMURRI

Confesso il mio doppio conflitto d’interessi: sono giornalista e sono anche uno di quelli spiati durante il governo Berlusconi-2 dal Sismi del generale Niccolò Pollari e del suo “analista” Pio Pompa e, per soprammercato, pure dalla cosiddetta Security della Telecom capitanata da Luciano Tavaroli (che in realtà  lavorava in tandem con i servizi).
Bene: a Perugia, nel silenzio generale, sta per concludersi il processo a Pio Pompa, nei cui uffici e appartamenti romani furono sequestrati nel 2007 ben 10 mila file.
“In quei Cd, Dvd e hard-disk — ha ricordato il pm Massimo Casucci — sono stati rinvenuti dossier su giornalisti e magistrati, insieme a documenti su attentati e sulle questioni aperte riguardanti Iraq, Afghanistan e Nigergate.
Quando è avvenuta la perquisizione, però, Pompa non faceva più parte dell’intelligence militare e dunque non poteva detenere quei file”.
E perciò, dieci giorni fa, il pm ha chiesto la condanna di Pompa a 4 anni e mezzo di carcere per essersi procacciato documenti “atti a fornire notizie che nell’interesse della sicurezza dello Stato dovevano rimanere segrete”.
Ieri il sito del Fatto ha rivelato che, sentito come testimone, il generale Pollari     — ex superiore di Pompa — ha invocato il segreto di Stato depositando una lettera che gli ha scritto Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio (il Dis, che coordina i servizi segreti militare e civile). Che dice Massolo?
Che anche il governo Renzi, come i precedenti, ha deciso di apporre il segreto di Stato e addirittura di ricorrere alla Corte costituzionale per mandare in fumo il processo a Pompa.
Ora, nei dossier sequestrati nel 2007, emergeva un sistematico dossieraggio su magistrati, politici e giornalisti considerati “ostili” a Berlusconi, definiti “bracci armati” di non si sa quale Spectre e dunque da “disarticolare”, “neutralizzare”, “ridimensionare” e “dissuadere”, anche con “provvedimenti” e “misure traumatiche”. Davvero il governo Renzi ha così a cuore la libertà  di stampa e di pensiero da impedire verità  e giustizia anche su quell’oscura vicenda?
È vero, noi giornalisti siamo una categoria malfamata.
Ma ormai il primo che passa si sente autorizzato a prenderci a ceffoni senza che nessuno dica o faccia nulla.
È di questi giorni l’incredibile vicenda dell’Unità , che il Pd vorrebbe rimandare in edicola con i soliti soldi pubblici, ma abbandonando al loro destino i giornalisti delle ultime gestioni, lasciati soli a difendersi da querele penali e cause civili, a pagarsi gli avvocati e addirittura a farsi pignorare le case e gli stipendi.
Ed è dell’altro giorno la sentenza del Tribunale di Roma che dà  torto a Sandra Amurri, giornalista del Fatto Quotidiano, e ragione all’ex deputato Dc e poi Udc Calogero Mannino, tuttora imputato a Palermo per violenza o minaccia a corpo dello Stato nel processo sulla trattativa Stato-mafia.
L’antefatto è noto, almeno ai nostri lettori.
Il 21-12-2011 Sandra Amurri, trovandosi al Bar Giolitti di Roma, a due passi da Montecitorio, ascoltò casualmente una conversazione fra due politici.
Uno lo riconobbe subito: Mannino. L’altro lo identificò poi dalle foto scattate con l’iPhone: Giuseppe Gargani.
Sentì dire fra l’altro a Mannino: “Stavolta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perchè hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perchè questa volta ci fottono.
Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità . Hai capito? Quello, il padre, di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.
E a Gargani: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. Un caso di scuola di inquinamento delle prove.
La Amurri raccontò sul Fatto quanto aveva visto e sentito e, chiamata dai giudici di Palermo a testimoniare sotto giuramento, confermò tutto.
Mannino la insultò: “Mitomane”, “spia”, “agente volontario in servizio della Stasi in Germania o del Kgb nell’Urss”, “fantasia eccitata”, “delirio”, “menzogna organizzata”.
La Amurri gli fece causa. Intanto, sentito come teste al processo Trattativa, Gargani confermava il colloquio (non, ovviamente, le parole) con Mannino nella data e nel luogo indicati.
E il deputato Aldo Di Biagio, che l’aveva incontrata alla sua uscita dal bar Giolitti, testimoniava che subito la nostra giornalista gli aveva raccontato ciò che aveva appena sentito dai due politici.
Ora il giudice di Roma dà  ragione a Mannino e condanna la Amurri a pagargli 15 mila euro di spese legali.
Ma, quel che è peggio, scrive nella motivazione che gli insulti sanguinosi di Mannino — i peggiori che un giornalista possa ricevere — sono “espressioni riconducibili all’esercizio del diritto di critica… proporzionate e strettamente collegate alle accuse mossegli nell’articolo” e “all’indebita interferenza della giornalista in una sua conversazione privata”.
Già , perchè qui la colpevole è la cronista: ha “abusivamente origliato il colloquio” e, anzichè starsene zitta come fanno i conigli che non cercano rogne, l’ha denunciato e poi confermato ai giudici per aiutarli ad accertare la verità .
La domanda è semplice: se io, comune cittadino o giornalista, ascolto al bar due persone che progettano un omicidio, o una rapina, o uno stupro, che devo fare?
La sentenza non lascia dubbi: devo farmi i cazzi miei e lasciare che i due portino a termine il crimine.
Altrimenti, se faccio il mio dovere di denunciarli, quelli potrebbero diffamarmi e, se reagisco, rischio di incontrare un giudice che mi accusa di averli abusivamente origliati violando la loro sacra privacy, e mi obbliga pure a rimborsarli con 15 mila euro.
Una lezione di educazione civica.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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EXPO, MOLTI PADIGLIONI DEI PAESI POVERI SONO IN ALTO MARE

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

DIVERSE AREE TEMATICHE NON SONO STATE ANCORA APERTE PER “SCARSA ASSISTENZA DA PARTE DEGLI ORGANIZZATORI”

Accanto alla giraffa in legno l’addetto dello spazio della Guinea tiene la testa sul bancone. Sembra dormire.
Del resto qui hanno aspettato tutta la notte gli oggetti da esporre.
Ma a cinque giorni dal via dell’Expo gran parte del carico non è ancora arrivato.
E l’accoglienza poco ortodossa dei visitatori? Niente di male, tanto qui al cluster di frutta e legumi arrivano in pochi, come negli altri cluster, le aree tematiche condivise da più paesi.
Lo stesso problema della Guinea c’è l’ha lì accanto la Repubblica Democratica del Congo: “Quello che è già  esposto è stato portato con una valigia — spiega Ruggiero Martino, responsabile Promozione e servizi alle imprese della Camera di commercio Italafrica — il resto degli oggetti da esporre sono a pochi chilometri da qui, al deposito della Db Schenker. Ma non sappiamo quando ce li porteranno”.
Db Schenker è il corriere cui Expo ha affidato l’appalto per i trasporti da molti Paesi partecipanti fin dentro al sito di Milano-Rho.
Anche i due ragazzoni del Camerun parlano di problemi di responsabilità  di Expo: i loro scaffali sono ancora vuoti, cosa non rara nei pochi spazi aperti nell’area dedicata a cacao e cioccolato.
Nei cluster la festa di Expo non è ancora iniziata.
Qui non ci sono le code che invece si vedono fuori da molti padiglioni. Quello del Brasile per esempio, dove la gente aspetta di camminare su un enorme letto fatto di amache.
O quello del Messico, dove un ragazzo invita a fermarsi chi passa per il decumano: “Non vi preoccupate, la coda dura solo pochi minuti”.
Nei cluster tutto questo arriverà . Il commissario unico Giuseppe Sala invita tutti a essere comprensivi e la butta sulle difficoltà  dei Paesi stessi: “Il problema — sostiene — è che questi   Paesi, che spesso non sono ricchi e vengono da molto lontano, stanno
facendo fatica per fare arrivare gli allestimenti. Noi li stiamo aiutando”.
Qualcuno in effetti ammette le proprie responsabilità .
Nello spazio del Senegal, cluster delle zone aride, hanno uno scaffale già  pieno di borse e su quello che manca non danno la colpa a nessuno: “La responsabilità  dei ritardi è nostra”.
Così in quello del Venezuela (cereali e tuberi), dove le installazioni con ologrammi sono pronte e mancano solo le brochure informative: “Non sono ancora arrivate, ma Expo non c’entra”.
Solo che poi, girando un po’, si finisce alle Comore, cluster ‘Isole, Mare e cibo’, e anche qui si lamentano dell’organizzazione di Expo, visto che la loro merce è ancora ferma in Tanzania.
“La nostra inaugurazione sarà  dopo il 20 maggio”, dicono. Parole che rischiano di rendere vane quelle di Sala, che promettono invece i cluster “tutti aperti entro dieci giorni”.
Di lavoro da fare ce n’è ancora molto. “Sono arrivati a pulire solo oggi”, si lamentano nell’area del Gambia (frutta e legumi).
Loro hanno affittato gli attrezzi della cucina da un’azienda segnalata da Expo, ma nessuno si è ancora fatto vivo per installarglieli: “E’ due gironi che chiamiamo per avere un appuntamento, ma non riusciamo a farli venire”.
Dove si dovrebbero esporre cereali e tuberi diversi spazi sono ancora chiusi. “Resina fresca, vietato l’accesso”, è l’unica informazione che dà  un cartello appeso alla porta del Congo.
Il cluster messo meglio è quello del riso, oggi l’hanno pure inaugurato.
Nello spazio della Cambogia tutto pare ok: un buddha nero accoglie i visitatori nella prima stanza, poi si passa in quello che ricorda un bel negozio di souvenir.
Ma a pochi passi sono ancora vuoti tutti gli scaffali di Sierra Leone e Myanmar.
Il Bangladesh sembra a posto ma, se chiedi all’operation manager Md Abdul Matin, ti spiega che per ora non possono cucinare i loro piatti tipici perchè i cuochi non sono ancora arrivati: “L’ambasciata italiana in Bangladesh non ha ancora concesso i visti. Non c’è nessuna priorità  per Expo. Alle altre esposizioni questo non capitava”.
E anche qui alcuni oggetti da esporre non ci sono ancora, “per colpa del corriere di Expo”, dice.
Le lamentele tocca farle presenti a Sala, lì fuori per l’inaugurazione: “Molti hanno portato le merci al corriere non imballate — sostiene — il corriere le trasporta, non deve imballarle. Il problema però non è di chi è la responsabilità . Adesso bisogna muoverci e stiamo cercando di fare arrivare tutto il prima possibile”.
Per questo Expo sta organizzando per diversi paesi trasporti via aerea anzichè via mare. “Che ci siano problemi ci sta, non posso dipingere un mondo perfetto. Vediamo le cose positive”.
E di cose positive se ne vedono. Come i visitatori che a naso in su ammirano i padiglioni, comprese tantissime scolaresche.
O come i militari che hanno portato in spalla tre disabili perchè in mattinata s’è rotto un ascensore.
Già , gli ascensori. Ce ne sono duemila nel sito. In uno di questi il primo giorno è rimasto bloccato il vice ministro Andrea Olivero. Cose che capitano.
Quello della Guinea Equatoriale, si lamenta il direttore dello spazio Jeronimo Nsue Asumu Nchama, è fuori uso sin dall’inizio: “Stamattina sono venuti i tecnici. Ma ancora niente”.

Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano“)

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GIOVANI ITALIANI SFRUTTATI NEI CAMPI IN AUSTRALIA

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

UNDICI ORE A NOTTE A RACCOGLIERE CIPOLLE… 15.000 GIOVANI CON VISTO “VACANZE LAVORO” RINNOVABILE DOPO UN ANNO… ABUSI, RICATTI E VIOLENZE SESSUALI

 Oltre 15.000 giovani italiani si trovano attualmente in Australia con un visto temporaneo di «Vacanza Lavoro». Hanno meno di 31 anni e, spesso, una laurea in tasca.
Alla partenza, molti di loro neppure immaginano di rischiare condizioni di aperto sfruttamento, con orari di lavoro estenuanti, paghe misere, ricatti, vere e proprie truffe. Per lo più finiscono nelle «farm», le aziende agricole dell’entroterra, a raccogliere per tre lunghi mesi patate, manghi, pomodori, uva.
L’ultima denuncia arriva da un programma televisivo australiano, «Four Corners», durante il quale diversi ragazzi inglesi e asiatici hanno raccontato storie degradanti di molestie, abusi verbali e persino violenze sessuali.
Gli italiani non sono esclusi da questa moderna «tratta».
Ne sa qualcosa Mariangela Stagnitti, presidente del Comitato italiani all’estero di Brisbane. «In un solo anno ho raccolto 250 segnalazioni fatte da giovani italiani sulle condizioni che avevano trovato nelle “farm” australiane. Alcune erano terribili», spiega.
Due ragazze le hanno raccontato la loro odissea in un’azienda agricola che produceva cipolle rosse.
Lavoravano dalle sette di sera alle sei di mattina, anche quando pioveva o faceva freddo. «Non potevano neanche andare in bagno, dovevano arrangiarsi sul posto», dice Stagnitti.
Un ragazzo, invece, era stato mandato sul tetto a pulire una grondaia piena di foglie. «È scivolato ed è caduto giù, ferendosi gravemente. L’ospedale mi ha chiamata perchè il datore di lavoro sosteneva che aveva fatto tutto di sua iniziativa».
Secondo i dati del dipartimento per l’Immigrazione, nel giugno dell’anno scorso in Australia c’erano più di 145.000 ragazzi con il visto «Vacanza Lavoro», oltre 11.000 dei quali italiani.
E il nostro è uno dei Paesi da cui arriva anche il maggior numero di richieste per il rinnovo del visto per un secondo anno.
Per ottenerlo, questi «immigrati temporanei» hanno bisogno di un documento che attesti che hanno lavorato per tre mesi nelle zone rurali dell’Australia. E questo li rende vulnerabili ai ricatti
«Ho sentito di tutto», dice Stagnitti. «Alcuni datori di lavoro pagano meno di quanto era stato pattuito e, se qualcuno protesta, minacciano di non firmare il documento per il rinnovo del visto. Altri invece fanno bonifici regolari per sembrare in regola, ma poi obbligano i ragazzi a restituire i soldi in contanti. E poi ci sono i giovani che accettano, semplicemente, di pagare in cambio di una firma sul documento».
Non sono in molti a denunciare la situazione.
«Quando mi chiedono cosa fare, io consiglio loro di non accettare quelle condizioni e di chiamare subito il dipartimento per l’Immigrazione, ma i ragazzi non lo fanno perchè hanno paura di rimetterci. Tanti mi dicono che ormai sono abituati: anche in Italia, quando riuscivano a lavorare, lo facevano spesso in nero e sottopagati». Stagnitti alza le spalle. «La verità  è che spesso questi giovani in Italia sono disoccupati, senza molte opzioni, per questo vengono a fare lavori che gli australiani non vogliono più fare».
Sulla scia della denuncia di «Four Corners», il governo dello stato di Victoria ha annunciato che darà  il via a un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle «farm», con l’obiettivo di stroncare gli abusi e trovare nuove forme di regolamentazione che mettano fine allo sfruttamento.
Intanto, proprio nei giorni scorsi, il Dipartimento per l’Immigrazione ha deciso che il cosiddetto «WWOOFing», una forma di volontariato nelle azienda agricole in cambio di vitto e alloggio, non darà  più la possibilità  di fare domanda per il secondo anno di visto «Vacanza Lavoro».
«Nonostante la maggior parte degli operatori si sia comportata correttamente – si legge in un comunicato stampa – è inaccettabile che alcuni abbiano sfruttato lavoratori stranieri giovani e vulnerabili».

Roberta Giaconi
(da “il Corriere della Sera”)

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SONDAGGIO IPR: TESTA A TESTA CALDORO-DE LUCA, M5S PRIMO PARTITO IN CAMPANIA

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

ENTRAMBI SONO AL 37%, SALE LA GRILLINA AL 22%… IL 69% DEGLI ELETTORI NON CONOSCE LA SOSPENSIONE DI DE LUCA IN CASO DI VITTORIA

Testa a testa tra Stefano Caldoro (centrodestra) e Vincenzo De Luca (centrosinistra) entrambi al 37 per cento.
A sorpresa Valeria Ciarambino (M5S) al 22 per cento, mentre l’astensione è al 47 per cento e gli indecisi sono il 29%.
Questa la situazione in Campania a poco meno di un mese dalle elezioni regionali secondo il sondaggio di Ipr-Marketing per il Mattino.
Fino al 13 marzo scorso il governatore uscente aveva 3 punti di vantaggio sull’ex sindaco di Salerno e il portavoce M5S era al 14 per cento.
La situazione è cambiata in poche settimane: il primo partito è proprio quello dei 5 Stelle (23 per cento), mentre il Pd si ferma al 20 e Forza Italia al 19,5 per cento.
Ipr-Marketing fa anche un focus sulla situazione del candidato a sinistra De Luca: il 69 per cento degli elettori non è a conoscenza del fatto che se fosse eletto, a causa della condanna in primo grado per abuso d’ufficio, sarebbe sospeso per la legge Severino.
E addirittura per il 68 per cento questa situazione “non incide sulla possibilità  di votarlo come presidente”.
Diverso il giudizio che gli elettori campani danno all’alleanza a sinistra tra De Luca e l’ex ministro Dc di 87 anni Ciriaco De Mita: tra chi ha dichiarato di votare Pd il 34 per cento non la ritiene una buona scelta.
“Gli elettori credono poco ai programmi”, spiega a il Mattino il presidente di Ipr-Marketing Antonio Noto, “ma molto alla capacità  della persona nel risolvere i problemi. Conta la leadership. Conta essere nell’immaginario collettivo la persona giusta al momento giusto. Ecco perchè un elettorato che non è fedele a una colazione può essere attratto da variabili emotive”.
Il dato più interessante, secondo Noto, è quello degli indecisi: tra loro ci sono persone che decideranno chi votare a pochi giorni dalle elezioni e tendenzialmente valuteranno il centrodestra o il centrosinistra, perchè l’elettorato M5S è “meno indeciso e più mobilitato”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PENSIONI, LA CONSULTA INCHIODA IL GOVERNO: “LA SENTENZA VALE PER TUTTI, SENZA RICORSI”

Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile

PER IL GOVERNO ERA “IMPENSABILE RIMBORSARE TUTTI”, STASERA VIENE SMENTITO

La sentenza della Consulta sulle pensioni rischia di aprire un caso all’interno del governo.
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan ha dichiarato che l’esecutivo “rispetterà  le leggi, minimizzando l’impatto per le casse del governo”.
Ma il sottosegretario, e leader di Scelta Civica, Enrico Zanetti la pensa in modo diverso: “Escludo che sia possibile restituire a tutti l’indicizzazione delle pensioni, per quelle più alte sarebbe immorale e il governo deve dirlo forte. Occorre farlo per le fasce più basse”.
Ma fonti della Consulta precisano in serata che le sentenze della Corte Costituzionale, salvo diverse indicazioni contenute nel provvedimento emesso dai giudici – che, in questo caso, non ci sono – acquistano efficacia il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
Per ottenere il rimborso delle somme non percepite in termini di indicizzazione – spiegano le fonti – si deve fare una domanda all’Istituto pensionistico, non serve un ricorso, perchè dopo la sentenza la restituzione è un obbligo da parte dello Stato.
Ciò non toglie che, come accaduto in casi analoghi, gli stessi avvocati possano consigliare la via del ricorso come strada per rendere più forte l’azione e per sollecitare il rimborso.
Una precisazione che sembra ribaltare l’opinione – “espressa a titolo personale” – di Zanetti, che ha rischiato di spaccare l’esecutivo.
In prima battuta fonti governative fanno sapere che non rimborsare tutte le pensioni toccate dalla recente sentenza della Consulta è una soluzione “compatibile con la sentenza della Corte” stessa.
Poi fonti di Palazzo Chigi sottolineano come sul tema il governo si sia espresso oggi attraverso le parole del ministro Padoan, quindi le indiscrezioni e ricostruzioni riportate da alcuni organi di informazione non riflettono gli orientamenti dell’esecutivo al riguardo.
D’altra parte la sentenza della Corte costituzionale è chiara: il blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni lorde di importo superiore a tre volte il minimo previsto dall’Inps (1.443 euro) è incostituzionale.
Adesso con l’applicazione della sentenza – secondo uno studio della Uil – il rimborso per una pensione che nel 2011 era di 1500 euro lordi, quindi appena superiore alle tre volte il minimo, dovrà  partire da 2.540 euro per i due anni di blocco (2012 e 2013) e per gli effetti che questi hanno avuto sul 2014.
La rivalutazione calcolata è di circa 85 euro al mese. Somme che rischiano di pesare fino a 13 miliardi di euro sulle casse del governo.
Addirittura 16,6 miliardi secondo l’ufficio studi della Cgia.
Proprio secondo quest’ultimo studio, il rimborso medio spettante per le pensioni da 2.500 a 3mila euro arriva a 3.791 euro, per poi superare i 5.171 euro per le pensioni al di sopra dei 3mila euro

(da “La Repubblica”)
I

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INDAGATI, EX BERLUSCONIANI E IMPRESENTABILI: TUTTI IN LISTA CON DE LUCA

Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile

DE LUCA AVEVA DETTO: “NON ACCETTO SPEZZONI DEL VECCHIO CETO POLITICO”

Il “nuovo”, a volte, fa strani giri. E tende agguati alla rivoluzione renziana.
Un impasto di contraddizioni e vecchia politica rischia di gravare sulle liste del candidato governatore Pd, Vincenzo De Luca.
Duri battibecchi e aspre polemiche, soprattutto sui social network, infiammano la fase più calda della campagna elettorale per le regionali, dopo alcune storie ricostruite da Repubblica, alla chiusura delle dieci liste a sostegno dell’ex sindaco di Salerno, che tra l’altro rischia la sospensione dopo la condanna di primo grado, se eletto a Palazzo Santa Lucia.
Le sue promesse di estrema discontinuità  con il governo di Stefano Caldoro — «Rivoluziono tutto, daremo il via al processo di modernizzazione e sburocratizzazione della Campania» — convivono per ora con scelte che a molti appaiono discutibili: dal patto del primo Maggio, siglato in extremis, di notte, con il leader ormai 87enne di Nusco, Ciriaco De Mita, ai profili di candidati che poco somigliano all’innovazione chiesta dal “giglio” magico” del Nazareno.
Nomi di destra, di indagati o di loro congiunti, o di avversari di esponenti simbolo delle battaglie democrat: tutti in pista per l’ex viceministro del governo Letta.
Così, dopo i sindaci democrat candidati “col trucco” — che si erano fatti multare dai propri vigili urbani pur di decadere, per gabbare una norma regionale, poi costretti a dimettersi per entrare in lista — ecco i consiglieri- migranti.
Da un lato all’altro, pur di stare con chi vince, o si pensa possa farcela.
Alla voce Pdl o Fi, ecco l’ex senatore Pdl ed ex candidato sindaco di Napoli di Berlusconi, il prefetto Franco Malvano.
Poi una sfilza di dirigenti di Fi o amministratori in carica fino a pochi giorni fa, sotto l’insegna azzurra: è l’offerta “Campania in rete” il vero scrigno.
Nella lista di Caserta, vi figurano: l’ex vice coordinatrice Pdl di Caserta ed ex assessore di quel comune, Teresa Ucciero; è in buona compagnia con il sindaco Alfonso Piscitelli, del comune di Santa Maria a Vico, anch’egli eletto sotto il simbolo degli azzurri; e con Angelina Cuccaro, assessore per Fi nell’altro comune di Santa Maria Capua Vetere.
È lo stesso elenco in cui brilla per attivismo anche Rosalba Santoro, moglie di quel Nicola Turco, tuttora inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa, e referente di Cosentino, che al nostro giornale ha rivendicato la sua convinta adesione al progetto di De Luca: «Ma perchè c’è qualcosa di sinistra nella coalizione di De Luca? Non direi — argomenta la dottoressa, laureata in Lettere — Però questo candidato del Pd è uno che combatte, una persona chiara. E Cosentino era un leader carismatico».
Alla voce Destra, ala estrema, ecco un sostenitore di De Luca che continua a replicare alle polemiche.
È Carlo Aveta, il mussoliniano doc, fedelissimo degli omaggi al Duce sulla tomba di Predappio, che non rinnega la sua stima per la storia fascista ma contesta e precisa, invece, il contesto in cui sarebbe stata pronunciata una frase «non contro gli omosessuali, ma a favore della decenza».
«Non ho mai detto che mi fanno schifo i gay, c’è stata confusione e strumentalizzazione su un mio post Facebook del luglio 2014 in cui, legittimamente, dedico un giudizio personale a un’immagine che tuttora mi crea sconcerto: tre uomini che sfilano, in una pubblica piazza, davanti a bambini e bambine, in baby-doll. È una scena decente, quella? Secondo me: no».
Alla voce indagati, ecco sempre nella lista “Campania in rete”, ma a Napoli, la candidatura di Attilio Malafronte, consigliere comunale d’opposizione a Pompei che, solo qualche mese fa, è finito agli arresti domiciliari in un blitz sulla presunta compravendita di sepolture al cimitero comunale.
Nell’armadio della sua casa, la polizia trovò e sequestrò un fucile calibro 12, una canna per fucile marca e oltre 30 cartucce per uso di caccia, dopo alcune settimane il consigliere è stato scarcerato, ma Malafronte aveva già  «fatto un percorso nuovo», quindi di corsa verso De Luca.
Analogo capitombolo capita alla candidata Rosa Criscuolo, che corre come consigliere regionale per “Centro democratico”: è la bionda avvocatessa che non disdegna pose ammiccanti e neanche il confine tra la cronaca rosa e quella giudiziaria; e non solo per il suo lavoro.
La Criscuolo, oltre ad essersi mobilitata oltre un anno e mezzo fa, per una colorata manifestazione pro-Cosentino a Caserta con tanto di slogan contro la carcerazione preventiva (fu bloccata in tempo da Fi, che la indusse a recedere) è stata poi l’ultima signora con cui ha cenato l’ex ministro Claudio Scajola, poche ore prima che venisse arrestato su ordine della distrettuale antimafia di Reggio Calabria.
L’avvocatessa ha sempre detto d’aver cominciato la sua militanza politica nel centrosinistra, nel vesuviano, e diaver poi sempre scelto liberamente.
Oggi confessa, candidamente, che va verso il Pd «per esclusione. Non mi voglio candidare con Caldoro e nella coalizione in cui ci sono i Cesaro ».
E alle Voce Donne, o Mogli di, non poteva mancare Annalisa Vessella Pisacane: è candidata nello stesso “Centro”, non solo è consigliere regionale uscente di Caldoro, ma moglie di quel Michele Pisacane che in Parlamento corse a sostenere Berlusconi con “i Responsabili” nel 2011.
«Nelle liste non accetto spezzoni del vecchio ceto politico», aveva detto Vincenzo De Luca in un’intervista.
Era meno di cinquanta giorni fa.

Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)

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