Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
5 EURO UN TOAST, 1,5 EURO UN CAFFE E MENU A 90 EURO
È come camminare lungo una gigantesca tavola sempre apparecchiata. Con tutti i sapori del mondo.
Cibi e piatti di ogni latitudine e profumi che arrivano dai chioschi disseminati ai lati delle strade e dai più sofisticati ristoranti, dalla tigella da portar via a 2 euro ai menù stellati che possono arrivare a costarne 90.
E, in fondo, i primi visitatori che hanno affollato i padiglioni di Expo cercano anche quello: l’avventura gastronomica.
Ma immergersi nelle diverse cucine e sedersi al tavolo di uno spazio di un Paese può costare tanto. Forse troppo
Così, sarà che molti si aspettavano “degustazioni gratuite”, sarà che bisogna mettere in conto anche il costo del biglietto d’ingresso (39 euro quello standard) e dei trasporti, ma con l’avvio sono arrivate anche le prime polemiche sui prezzi.
Che all’Esposizione che vuole nutrire il pianeta si rischi che i visitatori si debbano portare il pranzo al sacco?
È come una città , Expo. Nei giorni di punta, secondo i calcoli della società di gestione, grande come Messina: 250mila persone.
Una città che deve e vuole mangiare: 26 milioni di pasti in sei mesi, la stima.
Secondo Coldiretti, solo in questo primo weekend di apertura e di febbre da Expo, sarebbero stati preparati 800mila tra colazioni, pranzi e cene.
C’è solo l’imbarazzo della scelta: tra ristoranti e take away, food truck e baracchini sono quasi 200 gli indirizzi dove mangiare. Dall’alto al basso.
Anche il commissario Giuseppe Sala dice: «Bar e ristoranti hanno avuto una fatturazione fuori dalle loro dimensioni anche rispetto alle loro aspettative ».
Ma anche per i turisti è arrivata qualche sorpresa.
E prezzi simili a quelli di Milano città , non proprio abbordabili.
Fino al caffè espresso, un euro e cinquanta in versione take away al chiosco sloveno. Massimo e Giorgia da Reggio Emilia, per dire, passeggiano con una birra in mano. «Mangiare a Expo? Troppo caro. Abbiamo speso 14 euro a testa per un piatto di pasta, una bottiglia di vino bianco 17 euro. Ci marciano un po’».
Una famiglia di quattro persone arrivata da Torino si lamenta sulla via del ritorno: «Dopo aver controllato molti ristoranti abbiamo scelto quello della Turchia: ci sembrava il più abbordabile, ma abbiamo ordinato per due e speso 44 euro».
Ma quanto costa, davvero, questo giro del mondo gastronomico in 140 Paesi? Partiamo dai sapori nostrani, quelli dei 20 spazi regionali di Eataly.
Per una tappa in Liguria con trofie al pesto si spendono 12 euro, un fritto misto 14 e il risotto cacio e pepe alla lombarda 13.
Pochi passi e siamo in Spagna. Impossibile non cedere alla tentazione delle tapas . Per degustare il prosciutto iberico seduti si pagano 35 euro, 12 per una tortilla (tre fettine) di patate 12. Una paella, invece, costa 16 euro.
In Messico promettono di far scoprire i veri sapori della loro cucina. «Offriamo qualità e non a caro prezzo: lo scontrino medio si aggira sui 25 euro», dicono.
Ma solo per il piatto più esotico, mole carretaro, anatra e purè di carote con banana croccante, se ne vanno 18 euro.
Il mantra è quello, la qualità e la diversità costa.
Lo spiega anche il direttore del ristorante del padiglione brasiliano: «Sì, qualcuno si è lamentato dei prezzi ma non siamo a un festival latino-americano ».
Qui per un menù completo churrascaria ci vogliono 45 euro.
Presto, però, arriverà un menù aperitivo meno caro.
Il punto è (anche) quello. Certo, ci sono sempre le tradizioni coreane (con qualche problema di traduzione), dove ci si può limitare a un involtino “di coreani” con piadina e verdure a 6 euro.
Ma per un’insalata di manzo con cetrioli e champignon e cipolla bielorussa si devono mettere in conto 14 euro, per un arroz de marisco nello spazio dell’Angola 16.
E, per arrivare ai sapori dell’Uruguay, ecco gli antipasti da 9 a 15 euro e la griglia da 5 a 36
Il top, a Expo, sono i menù degustazioni di Identità golose: ogni settimana uno chef stellato – l’avvio con Massimo Bottura – diverso, ma lo stesso prezzo: 75 a pranzo bevande incluse. Non da tutti.
E allora si parte alla ricerca dei chioschi, per ora un po’ defilati.
Perchè in fondo mangiare con non troppo si può. È quello che hanno fatto Lorenzo ed Ekaterina: «Per due studenti Expo costa troppo: 29 euro il biglietto, 5 euro la metropolitana e poi c’è da mangiare».
E così sono andati in uno degli spazi comuni: 10 euro per toast, patate e bibita.
Se ci si accontenta di un panino con il salame e di una bibita si può chiudere la pratica pranzo con 5 euro.
Nei tipici food truck degli Stati Uniti, un sandwich con i gamberetti, un sacchetto di patatine e una bottiglietta d’acqua costa 15 euro.
Allo stand dell’Emilia i primi piatti si pagano 9 euro, mezzo Lambrusco 7,50.
Alla boulangerie francese, si può uscirne con 5 euro (“ croque baguette ”, ma toccare il ristorante è un’altra storia).
Alessia Gallione
(da “La Repubblica”)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
ATTRAVERSO IL LORO CAMMINO POTREMO MISURARE QUELLO DELL’UMANITA’
Queste due creature appena venute al mondo sono una discreta radiografia della sperequazione
sociale.
Una si chiama Charlotte Elizabeth Diana, è nata da lombi principeschi in una clinica per miliardari, attesa e benedetta da milioni di connazionali, e prima ancora di gattonare ha già una strada asfaltata dinanzi a sè.
L’altra è stata chiamata Francesca Marina dai marinai che l’hanno aiutata a nascere in mezzo alle onde, la sua culla è un giaciglio di fortuna e la sua clinica il barcone di disperati in cui la madre nigeriana ha cercato scampo da orrori indicibili.
Non c’erano milioni di connazionali ad attenderla e a benedirla.
Anzi, di connazionali per lungo tempo Francesca Marina non ne avrà proprio, perchè in base alle nostre leggi diventerà italiana solo a diciotto anni.
La strada che le si apre davanti è un sentiero stretto e pieno di buche che può finire in una pianura come dentro un burrone.
Depurato da ogni retorica, ma anche da ogni cinismo, questo contrasto spietato che la cronaca ci sbatte addosso rappresenta una sfida.
La ricerca della felicità è un’impresa individuale dall’esito incerto e dagli sviluppi imprevedibili: il destino della nonna paterna che la principessa inglese porta nel nome è la prova di come la gioia di vivere non sempre coincida con la ricchezza.
Invece la ricerca delle pari opportunità è il compito supremo della politica.
Sarà interessante ritrovare queste due bambine tra trent’anni e scoprire se le differenze abissali che oggi le separano si saranno almeno ridotte.
Attraverso il loro cammino potremo misurare quello dell’umanità .
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
MATTARELLA FIRMERA’… E SPERANZA PREPARA UN’USCITA NAZIONALE
Esce dall’Aula, Roberto Speranza, tre minuti dopo il voto finale.
Siepe di giornalisti che già lo identificano come il designato a sfidare Renzi, al prossimo congresso.
Piglio deciso: “La foto di oggi non è una bella foto per il paese. Il problema non è il Pd, ma che stiamo riformando le istituzioni a molto meno della maggioranza, con le opposizioni tutte fuori e un pezzo significativo della maggioranza che ti dice ‘dove vai’”.
La voce della Boldrini, inconfondibile, ha appena scandito, nell’emiciclo semivuoto: “Favorevoli 334, contrari 61, astenuti 4”. Sono i numeri della spaccatura profonda. Perchè sulla carta, la maggioranza – tutta – ha circa 405 voti, e quindi c’è sulla carta un dissenso, espresso in varie forme, di una settantina di parlamentari: “Nel segreto dell’urna poi — dicono i ben informati – in soccorso al governo, quindi da conteggiare nei 334, hanno votato pure un pezzo di grillini dissidenti, rimasti in Aula”.
Appare soddisfatto Bersani. Parla di “dissenso ampio” visto che rispetto al voto di fiducia (352 favorevoli) Renzi ne ha persi una quindicina.
Ed è aumentata l’opposizione interna. Dei 61 contrari, almeno 50 sono della sinistra del Pd, a cui aggiungere qualcuno di Ncd, più Corsaro rimasto in Aula, Saverio Romano, qualcuno del misto.
È certo che l’operazione “responsabili” non ha portato molti frutti.
O con o contro Renzi. Nel Pd, non c’è terra di mezzo.
È un corpo a corpo che va in scena alla Camera.
Lotti che rassicura quelli di Scelta Civica, Lotti che si vede attaccato al telefono dietro le colonne su e giù. È lui il terminale anche delle trame dei grillini dissidenti, che partito non sono e se si vota sono senza seggio. In cortile, pezzato di sudore sotto lo giacca estiva, Nico Stumpo il “ministro dell’Interno” della Ditta — così lo chiamano — tiene la conta delle minoranze: “Zoggia? Non viene perchè il figlio si è rotto il braccio. Giustificato. La Cimbro? In missione. Zappalla? Sta arrivando, è in aereo”.
È “Nico” il grande regista del voto segreto: Fedriga, capogruppo della Lega, capisce al volo che alle opposizioni conviene l’Aventino. Ed è lui ha ripetere a Brunetta: “Se non lo fate è un disastro perchè i verdiniani vanno in soccorso al governo”.
È un clima che già lascia presagire cosa accadrà .
Perchè oggi, dice un bersaniano di rango con una metafora calcistica, “Renzi ha vinto l’andata e neanche benissimo, ma ora c’è il ritorno e lì perde”.
Già , il “ritorno”. Il ritorno Renzi lo gioca fuori casa, al Senato, dove davvero i numeri ballano.
Federico Fornaro, uno degli attaccanti della minoranza a palazzo Madama, è già pronto: “È chiaro che, con questa legge elettorale, occorre per un corretto equilibrio costituzionale, un Senato delle garanzie. Garanzie significa legittimazione dei componenti. Ovvero un Senato elettivo”.
Posizione minacciosa, alla luce della battaglia sull’Italicum: “Fino al jobs act — spiegano in parecchi — lo schema era correggere la rotta. Ora dopo che un pezzo di partito non ha votato la fiducia e ha votato contro la legge la minoranza ha cambiato schema. O di qua o di là ”.
Si chiami Senato, si chiami riforma della Rai o scuola o precari i freni inibitori sono caduti.
È già iniziato il congresso del Pd, permanente. Che si combatte più sul governo, provvedimento dopo provvedimento, che nelle sezioni.
E sabato Speranza farà la prima uscita nella sua Cosenza sul reddito di cittadinanza.
E sarà un’uscita dal respiro nazionale.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
“UNA VOLTA LA DESTRA RAPPRESENTAVA LA LEGALITA’, ORA PRESENTA GLI INDAGATI”… “TOTI E’ ALLA TESTA DI UN SUQ DI OCCUPANTI ABUSIVI”
Le elezioni regionali in Liguria sono ormai al centro dell’attenzione dei media nazionali: quali
elementi di riflessione si possono ricavare dopo la presentazione delle liste?
La sinistra è divisa tra la candidatura della renziana Raffaella Paita, imposta come erede da Burlando, e quella del civatiano Pastorino che ha raccolto la sinistra che non si riconosce in quella continuità . Mentre nel centrodestra al paracadutato Toti appoggiato da Forza Italia, Lega e Fdi, l’alternativa è rappresentata da Liguria Libera e dal suo candidato governatore Enrico Musso. Terza forza i Cinquestelle con Alice Salvatore.
Vede analogie tra i due schieramenti che appoggiano Paita e Toti ?
La principale analogia è che le due liste scontano la presenza di un gran numero di indagati per peculato che non hanno avuto il buon gusto di fare un passo indietro. Il Pd presenta la Paita indagata per l’alluvione, ma la coalizione di Toti fa persino di peggio…
Ma la destra una volta non difendeva la legalità ?
Appunto la difendeva la Destra, quella vera: in altri tempi un rinviato a giudizio non sarebbe mai stato candidato, sarebbe stato invitato a stare fermo un giro in attesa di sentenza.
E che dovrebbe fare allora un elettore di destra il 31 maggio?
Se fosse coerente con le proprie idee secondo lei dovrebbe votare per Forza Italia per far eleggere quattro candidati indagati? O votare Lega e far eleggere i due capolista indagati? O votare Fratelli d’Italia e far eleggere il loro capolista indagato? Mi dica lei…
Montanelli consigliava di turarsi il naso …
Sì, ma per ragioni politiche, non per aspetti giudiziari… qui siamo di fronte a qualcosa che riguarda la coscienza e la morale dell’elettore di destra, ci sono valori non negoziabili per chi, come me, ha una lunga militanza a destra.
Non resta che Liguria Libera vuol dire?
Non lo dico io, lo dice il buon senso: Toti in Liguria non conta nulla, non è riuscito neppure a impedire che si ricandidassero gli indagati del suo partito, si figuri quelli degli alleati. Nella nostra lista non esiste alcun indagato, anche perchè in tal caso non ci sarei io.
Ma c’è chi dice che voi così danneggiate il centrodestra e favorite la Paita
Lo dicevano anche alle scorse comunali di Genova e ricorda come finì? Che Musso prese il 15% e Forza Italia il 12%. Alla fine furono loro ad impedire che vincesse l’unico candidato che aveva oggettive possibilità di battere il centro-sinistra. Comunque chi, ai tempi delle comunali, tifava per Vinai (passato poi con Renzi) oggi dovrebbe riflettere prima di gettarsi a capofitto su Toti o soci.
Quindi?
Quindi è il centrodestra degli indagati che si danneggia da solo, noi rappresentiamo l’alternativa pulita e moderata ai paracadutati, agli indagati e agli urlatori. Se non esistessimo, molti elettori di destra starebbero a casa.
Loro hanno i leader nazionali alle spalle, molti sono già venuti a Genova per sostenerli…
Nel disinteresse dei genovesi, sanno solo portarli al Suq di via Turati per cavalcare l’abusivismo degli ambulanti. Dimenticando che il Suq peggiore lo hanno a casa loro, avendo permesso l’occupazione delle liste da parte di una decina di inquisiti accusati di aver fatto pagare alla collettività persino i lassativi e i pranzi a base di ostriche.
Qualcuno sostiene che la candidatura di Toti è stato un favore a Renzi
Un elettore di Destra dovrebbe chiedersi perchè hanno candidato proprio Toti: forse perchè è talmente debole che è l’unico che può far vincere la Paita.
La Paita è un candidato di palazzo e divisivo, se Forza Italia avesse scelto un candidato ligure, magari attraverso le primarie e non avesse gestito con arroganza la coalizione, il 31 maggio avrebbero potuto esservi sorprese.
Niente sorprese quindi?
La sorpresa ci sarà : saremo noi di Liguria Libera, i sondaggi ci danno in crescita costante, più ci attaccano più ci fanno un favore.
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
SECONDO L’ACCUSA “AVREBBE CONCORSO IN MODO CONSAPEVOLE A FATTI ILLECITI RELATIVI ALL’ACQUISTO DEI PALAZZI DI VIA BRENTA DA PARTE DEL COMUNE DI LECCE”
Si è aperto ed è stato subito rinviato il processo a carico dell’ex sindaco di Lecce (oggi candidato
alla presidenza della Regione Puglia per Forza Italia, a Noi con Salvini, Liberali e la civica Puglia Nazionale), Adriana Poli Bortone.
L’ex ministro per le politiche agricole deve rispondere di peculato e abuso d’ufficio, nell’ambito del processo sui presunti imbrogli legati alla costruzione e acquisizione, da parte del Comune di Lecce, dei palazzi di già Brenta, sede del Tribunale civile di Lecce.
Oltre all’ex sindaco sono imputate altre sette persone.
Il processo è stato aggiornato al 10 luglio, dopo che l’avvocato Sabrina Conte ha eccepito il difetto di notifica a Massimo Buonerba, ex consulente giuridico della Poli, già coinvolto nell’inchiesta sui presunti illeciti legati alla realizzazione del filobus.
Secondo l’ipotesi accusatoria (già passata al vaglio del gup Carlo Cazzella, che a gennaio ha disposto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati), la Poli Bortone avrebbe concorso “in maniera pienamente consapevole” a fatti illeciti relativi all’acquisto dei palazzi di via Brenta da parte del Comune, che sarebbe stata effettuata “in maniera non trasparente e solo apparentemente legale”.
(da “il Paese Nuovo”)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
SE ALTRI DIECI PD AVESSERO AVUTO LE PALLE STASERA RENZI ERA A CASA….UMORISMO DELLA BOSCHI: “CE LO CHIEDEVANO GLI ITALIANI”, NESSUNO L’HA AVVISATA CHE IL 68% DEGLI ITALIANI E’ CONTRARIO ALL’ITALICUM
L’Italicum è legge. Con 334 voti a favore e 61 contrari l’aula della Camera ha dato il via libera al disegno di legge che riforma la legge elettorale, riforma voluta fortemente dal governo Renzi.
Il voto si è svolto a scrutinio segreto, su richiesta di Forza Italia, Lega e Fdi, e tutti i gruppi di opposizione, come preannunciato, non vi hanno partecipato, con l’eccezione di alcuni deputati rimasti nell’emiciclo per esprimere il proprio ‘no’.
Su Twitter esultano il premier Matteo Renzi e il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. “Impegno mantenuto, promessa rispettata”.
Nessuno li ha avvisati che il 68% degli italiani (sondaggio Ipsos) era contrario all’Italicum.
Nel voto segreto finale, il dissenso del Pd è cresciuto rispetto ai voti sulla fiducia della settimana scorsa, fino a delineare un’area di opposizione interna piuttosto rilevante, come avverte Pierluigi Bersani.
È un’area di cui Matteo Renzi dovrà tenere conto nei futuri passaggi parlamentari delle riforme, soprattutto in Senato, dove i suoi numeri corrono sul filo del rasoio.
Rispetto alla settimana scorsa, infatti, il fronte della minoranza del Pd contraria all’Italicum è cresciuto di una decina di deputati.
Tra i 61 contrari alla legge elettorale targata Renzi che hanno scelto, a differenza del resto dell’opposizione, di restare in aula al momento del voto finale vanno sottratti infatti i 13 che non appartengono ai Dem: si tratta di 9 esponenti di Alternativa libera (ex m5s), di Saverio Romano (fi), Massimo Corsaro (gruppo misto), Claudio Fava, Luca Pastorino (ex Pd ora candidato alla presidenza della regione Liguria).
Sarebbero 48 quindi i ‘no’ ascrivibili alla minoranza del Pd, dieci in più rispetto ai 38 che non hanno partecipato ai voti di fiducia la scorsa settimana.
Nel Pd ci sono anche 3 astenuti: Marilena Fabbri, Antonella Incerti e Donata Lenzi.
Si è astenuta anche Adriana Galgano di Scelta Civica.
Assenti tra le file Dem Francantonio Genovese, agli arresti, Michela Marzano, Francesco Monaco, Sandra Zampa e Davide Zoggia: 5 su 309.
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
E RIESCONO PURE A LITIGARE CON UN PASSANTE AL GRIDO DI “LERCIO LAVATI”… MA LORO NON LAVANO NEANCHE I MURI IMBRATTATI
Nei luoghi dell’assalto dei black bloc a Milano, dove ieri 20.000 cittadini e abitanti hanno dato
vita a una pulizia di massa di strade e negozi, circa 150 persone di Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno animato questa sera un presidio di protesta.
I sostenitori del centrodestra reggono cartelli contro il premier Matteo Renzi, il ministro dell’Interno Angelino Alfano e il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, invitati a dimettersi in quanto ritenuti «corresponsabili» delle violenze.
Al presidio, senza bandiere di partito ma con tricolori e stemma cittadino, sono presenti fra gli altri Mariastella Gelmini, Ignazio La Russa e Lara Comi.
Intanto, è finita a spintoni fra alcuni attivisti di Fratelli d’Italia che sfilavano contro i danni dei black block e un ragazzo con capelli dreadlock, che ha avuto la sventura di passare per caso in quel momento insieme alla sua ragazza.
«Lercio, vai a lavarti» e «Siete i nemici dell’Italia», alcuni degli epiteti dall’interno del corteo nei confronti del ragazzo che arrivava dalla direzione opposta.
Quando il ragazzo all’ennesima parola ha risposto qualcosa, se non fosse intervenuta la polizia sarebbe probabilmente finita in rissa con alcuni manifestanti di centrodestra che si sono staccati dal corteo per raggiungerlo.
All’errore politico di ieri, di non aver partecipato alla pulizia collettiva delle strade, hanno aggiiunto oggi pure la brutta figura di farsi contare come quattro gatti e di prendersela con un passante.
Abbiate pietà di loro, non sanno quello che fanno.
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DOMANI IL MONDO DELLA SCUOLA SI FERMA COME DA ANNI NON ACCADEVA: CI VOLEVA RENZI PER METTERE D’ACCORDO TUTTE LE SIGLE SINDACALI CONTRO LA SUA RIFORMA PATACCA
Non basterà il successo di immagine dell’Expo a Matteo Renzi per superare lo scoglio della riforma della scuola.
Lo sciopero indetto domani da Cgil, Cisl, Uil, Gilda, Snals, Cobas e altre sigle sarà un successo.
E potrebbe rappresentare il primo attrito, vero, tra il governo e una parte importante del suo mondo di riferimento.
Parliamo di circa un milione di addetti della scuola pubblica storicamente schierati a sinistra.
Parliamo delle famiglie, degli studenti che dovrebbero essere i riferimenti obbligati di chi, ogni due per tre, parla di futuro.
Non è quindi casuale che il governo abbia deciso di inaugurare in commissione Cultura alla Camera, dove il provvedimento sulla “buona scuola” è in discussione, una linea più morbida.
La ministra Stefania Giannini è stata di fatto esautorata dalla discussione affidata al sottosegretario Davide Faraone, vero plenipotenziario renziano e con un ruolo più ampio al resto del Pd. La legge è stata in parte riscritta anche se i cambiamenti, accusa il Movimento 5 Stelle, sono solo di “facciata”.
Le piazze del 5 maggio
Per questo lo sciopero non è stato disdetto e sarà preceduto, stasera, da un “flash-mob” spontaneo in tutta Italia con le docenti vestite a lutto e un lumino tra le mani. Domani, poi, le scuole saranno chiuse e si svolgeranno sette cortei nazionali fra cui quelli di Milano e Roma.
Che ci si aspetti un’adesione molto ampia è dimostrato anche dalle circolari che stanno girando nelle scuole.
A Roma, ad esempio, i presidi stanno modificando gli orari per garantire la massima presenza degli insegnanti che non sciopereranno nella fascia tra le 8 e le 12, rischiando una decisione che lede il diritto di sciopero.
Inoltre, la prova Invalsi, inizialmente prevista per il 5 e 6 maggio, è stata spostata, illeggittimamente secondo i Cobas, al 6 e 7.
Lo scontro è motivato da una divisione di fondo: la sbandierata decisionalità dei presidi e il presunto primato alle famiglie , di cui parla Renzi, passano infatti per una rimessa in riga degli insegnanti che, in modo molto più sottile e mediato, vengono abbinati alla categoria dei fannulloni.
Nella scuola pubblica, invece, si sono accumulate attese e speranze per lo meno dal 2009, da quando cioè la riforma Gelmini ha “fatto cassa” spogliando un bene pubblico fondamentale che in circa cinque anni ha perduto 8 miliardi di finanziamenti.
Da qui, il blocco degli scatti stipendiali, la riduzione del tempo pieno, l’infinita lista di attesa per i giovani, e meno giovani, precari, la fatiscenza delle strutture, il taglio dell’offerta formativa nei singoli istituti.
Così, un primo punto di scontro sarà proprio quello che attribuisce ai dirigenti scolastici il potere di assumere direttamente i docenti e così di fare il bello e il cattivo tempo con l’obiettivo di “assumere gli insegnanti migliori”.
Ma chi selezionerà i presidi? Chi vigilerà davvero sul loro comportamento?
Quale ruolo sarà attribuito agli organi collegiali, ai docenti ma anche ai genitori?
E, ancora, come evitare di realizzare quel sistema di scuole di “serie A” e scuole di “serie B” che sembra essere l’obiettivo della politica italiana, tutta, da circa quindici anni?
Questi punti della legge, la scorsa settimana, sono stati in parte edulcorati ma non abbastanza da mettere in discussione il ruolo del “preside-sceriffo”.
I motivi della protesta
Un secondo punto molto controverso, e che sta facendo imbufalire i docenti di ruolo il cui contratto è fermo al 2009, è la possibilità di “restituire” all’Albo territoriale, di nuova istituzione, i docenti che risultassero in soprannumero nei singoli istituti.
Ne risulterebbe una situazione di “mobilità ” dei docenti che potrebbero venire assegnati ogni tre anni a una scuola diversa con un effetto immaginabile sul piano della continuità didattica.
Viene ridimensionato, allo stesso tempo, il ruolo del Collegio docenti con quest’ultimi ridotti a poveri pedoni di una beffarda partita a scacchi.
I docenti vogliono , per lo meno nelle loro rappresentanze, mantenere un ruolo attivo nella predisposizione dell’offerta formativa e nell’organizzazione dell’attività scolastica.
Poi c’è il punto dolente dei precari.
All’inizio il governo aveva promesso 148.600 assunzioni, tante quante sono le iscrizioni alle Graduatorie a esaurimento (Gae), le storiche liste dei precari. Nella legge, il numero è sceso a 101.701.
Gli insegnanti però contestano la veridicità del numero. A leggere la relazione tecnica, dicono, si desume che probabilmente si arriverà a 40 mila assunzioni certe.
Il resto sarà collocato negli Albi territoriali in attesa della chiamata dei dirigenti scolastici che li utilizzeranno nell’ambito dell’organico funzionale, quello che serve a completare l’offerta formativa.
Una forma indiretta di supplenza anche se migliore dell’attuale situazione. Quello che non è chiaro, però, è cosa accadrà a coloro che non vengono chiamati dai dirigenti scolastici i quali devono comunque basarsi sulle classi di concorso (le materie di insegnamento).
In alcune di queste c’è penuria di docenti, in altre di insegnanti ce ne sono troppi. Questo squilibrio non è stato regolato e produrrà un disavanzo finale, in termini di posti da assegnare, di circa 60 mila unità .
Irrisolto, anzi non affrontato, invece, è il caso dei docenti che sono risultati idonei all’ultimo concorso, quello indetto dal ministro Profumo nel 2012, e di coloro che non sono iscritti nelle Gae ma nelle graduatorie di istituto con tanto di abilitazione all’insegnamento.
L’istruzione riservata ai ricchi
Infine, le risorse. Renzi ha ammorbidito il progetto di riforma degli aumenti stipendiali istituendo un Fondo a disposizionedei dirigenti scolastici dell’importo di 200 milioni.
Ha puntato a ingraziarsi i docenti con il bonus formativo da 500 euro l’anno e ha offerto un amo alle famiglie introducendo la possibilità di stanziare il 5 per mille ai singoli istituti e uno “school bonus” che prevede un credito di imposta del 65% per le donazioni liberali alle singole scuole.
Ha poi istituito una detrazione di 400 euro ad alunno per le spese di frequenza delle scuole private.
Un impianto che, secondo i sindacati, descrive un sistema di divisione censoria delle scuole, premiando gli istituti frequentati da persone agiate e, ovviamente, le scuole private con violazione dell’articolo 33 della Costituzione.
La distanza è evidente. Si tratta di modelli alternativi di cultura scolastica: da un lato l’inclusione, la partecipazione e la valorizzazione del personale scolastico; dall’altro, l’obiettivo reiterato dell’efficienza e della decisionalità .
Come se bastassero i capistazione per far arrivare i treni in orario.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
E BASTA CON LA BALLA DI RENZI DEI 100.000 ASSUNTI: E’ UNA SENTENZA EUROPEA CHE LO HA OBBLIGATO AD ASSUMERNE 150.000
La “buona scuola” sono facce. 
Milioni di volti che ti passano accanto la mattina presto nel traffico, una cartella portata in spalla da una mamma.
È il liceo Colombo di Genova — quello di Mazzini e De Andrè — a mezzanotte, stracolmo di ex studenti venuti ad ascoltare il loro vecchio professore che declama il Notturno di Alcmane.
Ma all’alba ce n’è un’altra molto più prosaica, fatta di graduatorie, tetti che crollano, conti in rosso. E numeri. In chiaroscuro.
Un milione di studenti in più
Sono lontani i tempi della “scuola-carrozzone” affollata di insegnanti (malpagati) e povera di studenti.
Oggi gli stipendi sono rimasti al palo, ma gli alunni crescono sempre di più: sono 7 milioni e 900mila quelli censiti nell’ultimo anno scolastico, tra scuole dell’infanzia, primarie e secondarie (1 milione in più rispetto al 2007-08), mentre nello stesso periodo i docenti di ruolo sono calati dagli 840.000 di 7 anni fa agli attuali 600.839.
Un dato, questo, che non subisce più variazioni dal 2011, congelato da una norma di legge dell’allora ministro Tremonti che obbliga il MIUR a non “sforare” il numero di posti dell’anno scolastico 2011-12, per adeguarsi ai parametri europei.
Risultato? Il rapporto docenti-alunni è progressivamente salito fino a circa 1 a 11 (in linea con la media UE di 1 a 12).
In realtà — come spiega Gianluigi Dotti, responsabile del Centro Studi di Gilda, il sindacato nazionale degli insegnanti — le cifre raccontano solo una parte della storia, in un Paese dove le difformità restano enormi.
“Siamo di fronte al paradosso del pollo di Trilussa. Non è il dato in sè che preoccupa, ma l’enorme frammentazione del territorio: mentre nei paesini di montagna e dell’entroterra si fa fatica a mantenere un presidio, le città esplodono con classi-pollaio da 30-35 alunni”.
Gli insegnanti più poveri d’Europa
È in queste condizioni che docenti, dirigenti e operatori scolastici si ritrovano a lavorare tutti i giorni, tra continui tagli alle risorse e gli stipendi fermi ormai al 2009.
“Ma già allora eravamo in ritardo di due anni — ricorda Rino Di Meglio, segretario nazionale di Gilda — Dieci, quindici anni fa le risorse per intervenire c’erano e non sono state usate. Con la crisi, la situazione è precipitata e oggi gli insegnanti sono definitivamente usciti dal ceto medio”.
Il confronto con l’Europa è impietoso.
Una volta entrato in ruolo, un maestro elementare italiano percepisce un reddito lordo di 23.048 euro, contro i 27.993 del collega spagnolo, i 34.286 degli svedesi e addirittura i 40.142 dei tedeschi.
Ma è a fine carriera che la forbice si divarica del tutto.
Se la busta paga d’ingresso in Italia e in Francia è più o meno in linea, 40 anni dopo il maestro transalpino avrà staccato il nostro di oltre 11.000 euro (rapporto Eurydice 2013). Non va meglio ai professori di medie e superiori, il cui potere d’acquisto negli ultimi sei anni si è ridotto addirittura del 15%.
“Dopo 28 anni di servizio, una laurea, un TFA (Il Tirocinio Formativo Attivo) e un concorso alle spalle, il mio stipendio è fermo a 1.800 euro” racconta un professore di liceo, mentre in ingresso oggi non si supera i 1.300 euro.
Un’emorragia che non risparmia neppure i bidelli.
Ogni anno, nei licei e negli istituti superiori, il personale ausiliario perde per strada oltre 10.000 unità , a fronte di 30.000 nuovi studenti iscritti (dati Anief).
E i nuovi tagli sulla scuola nascosti nella Legge di Stabilità appena approvata dal governo rischiano di veder cancellati altri 2.020 posti di lavoro ATA, pari a una riduzione nella spesa di personale intorno ai 50 milioni di euro, a partire dall’anno scolastico 2015/16.
“In alcune scuole chiamano imprese di pulizie esterne, perchè lo Stato non ha risorse per assumere” racconta Franca, operatrice scolastica, il cui ultimo scatto d’anzianità risale al 2005.
“La retribuzione di un bidello oggi in alcuni casi non arriva ai 1.000 euro — precisa Di Meglio — Siamo a livello di sussidio di disoccupazione”.
“La vecchia scuola”
Di fronte a dati del genere, l’opinione pubblica si è spesso divisa. Per alcuni, i lavoratori della scuola sono stati abbandonati dallo Stato. C’è chi, invece, non ha dubbi: “Giusto così, lavorano troppo poco”.
Eppure, a guardar bene, l’orario settimanale di un professore di liceo (le classiche 18 ore) in Europa è inferiore solo a Ungheria (20), Danimarca e Spagna (19) e di gran lunga superiore alle 16,3 di media nell’area UE.
Lo spread si allarga nelle scuole primarie: in Italia sono 22 le ore di lezioni frontali previste, contro le 19,6 medie europee (fonte Eurydice).
Le statistiche non tengono, ovviamente, in considerazione le ore spese dal corpo insegnanti in attività didattiche parallele, tra correzione dei compiti, preparazione di esami e lezioni, colloqui con le famiglie, scrutini, programmazione e impegni collegiali vari.
Secondo un calcolo dell’Istituto Comprensivo Quintino di Vona di Milano, l’attività reale sfiora le 40 ore settimanali, per un totale annuo di 1.759 ore.
Crescono le ore e cresce anche l’età media dei docenti, oggi intorno ai 50-51 anni, la più in alta in Europa.
Al nostro Paese tocca un altro primato decisamente poco invidiabile.
Secondo il rapporto “Educational at a Glance 2013”, la scuola italiana ha il 62% di insegnanti over 50: più del doppio rispetto a Regno Unito (28%) e Spagna (30%) e nettamente sopra la media Ocse (36%).
È lo scontrino più salato del blocco alle assunzioni, ma anche della riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile, arrestando di fatto il turn-over tra pensionati e neo-assunti.
Quell’esercito di 400mila precari
La coperta è troppo corta. E, alla fine, a farne le spese — come spesso capita — è chi ancora attende di entrare: l’esercito dei 400mila precari della scuola.
Di questi, poco meno della metà sono stabilmente occupati ma privi di un contratto a tempo indeterminato e relative tutele.
Ogni anno, il 30 giugno, la scuola li licenzia, per poi riassumerli il settembre successivo. “Puoi andare avanti così anche dieci, vent’anni, una vita intera, senza mai essere assunta” si sfoga Livia, mamma e maestra elementare precaria. Una dei 150mila docenti “di fatto” che il ministro dell’Istruzione Giannini ha promesso di assumere entro il 2015.
In attesa dell’annunciata stabilizzazione, la scuola fa i conti con i tagli orizzontali alle risorse che negli ultimi anni hanno spolpato l’istruzione pubblica.
A cominciare dalla Riforma Gelmini del 2010.
“Una non riforma — la definisce Di Meglio — Si è limitata a tagliare orari e organici, ma di azioni concrete neanche l’ombra”.
E il governo Renzi si prepara a seguire il solco tracciato: si calcola che i tagli alla scuola contenuti nell’ultima Legge di Stabilità abbiano superato i 600 milioni di euro, a fronte di investimenti scarsi o assenti.
A tenere in piedi la scuola sono, soprattutto, i genitori che pagano di tasca propria le funzioni minime primarie che lo Stato non riesce a garantire: carta igienica, gessetti, ma oramai anche attrezzature, laboratori, corsi di recupero.
“All’inizio era nato come contributo volontario — sottolinea Fabrizio Azzolini, presdidente dell’AGE (Associazione Italiana Genitori) — Oggi è diventata una tassa, senza la quale la scuola chiuderebbe domani”.
La crisi la scopri ancora una volta nei numeri. “Per una scuola di 2.000 studenti, da Roma arrivano circa 50.000 euro all’anno, mentre le famiglie ne investono almeno 6 volte tanto” calcola il prof. Dotti di Gilda.
E aggiunge. “In certi istituti alberghieri i genitori sono arrivati persino a comprare il cibo per le ricette”.
Metafora perfetta di una scuola su cui per anni hanno mangiato in tanti.
E ora sono rimaste le briciole.
Lorenzo Tosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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