Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL GRANDE FRATELLO AMERICANO HA INVASO IL CAMPO DA GIOCO CON LE TRUPPE D’ASSALTO… DIFENDERE LA PORTA NON SARA’ FACILE
Oggi c’è l’America, precisamente gli Stati Uniti, a scoprire che il calcio è marcio e che Sepp Blatter, ex ala destra del Neuchatel Xamax, colonnello dell’esercito elvetico e imperatore del football, non è uno stinco di santo.
Corruzione, frode e riciclaggio sono nell’elenco presentato dai gendarmi svizzeri agli arrestati su rogatoria internazionale chiesta dal Federal bureau of investigation.
Nessuno vuole fare il complottista a tutti i costi o parlare di giustizia ad orologeria che, nel paese dei cronometri, suonerebbe come una battuta da Bagaglino.
Però l’indagine sulla Fifa necessita di un qualche inquadramento di politica internazionale.
Gli Usa, che hanno da sempre un’idea tutta loro della competenza territoriale, sbarcano sulle rive del Lago Lemano per ammanettare Jack Warner e soci, pesci piccoli del mondo di mezzo del calciobusiness.
Il gioco del cui prodest dice che il bersaglio ultimo dell’operazione è il Qatar della famiglia al Thani, equamente diviso fra modernità ultracapitalistica sbandierata a colpi di shopping sui mercati internazionali e bigotteria fondamentalista alimentata da finanziamenti occulti alle organizzazioni terroristiche.
L’organizzazione dei Mondiali non dovrebbe essere a rischio ma il colpo d’immagine è grave e si somma alle centinaia di operai morti nei cantieri dove si stanno costruendo i nuovi stadi.
Il finalmente indagato ma non incriminato Blatter sembrerebbe avere incassato un danno collaterale in una vicenda, per una volta, più grande del suo pur grande potere. Allo stesso tempo, si può notare che il suo avversario per un ennesimo mandato alla guida della Fifa è un principe hashemita di 39 anni, Ali bin al Hussein di Giordania, fratellino minore di re Abdallah, un alleato fondamentale degli Stati Uniti nella lotta ai tagliagole del Califfato.
Moventi politici? Non sarebbe strano.
L’inchiesta parte dagli uffici giudiziari dell’Eastern District of New York, una delle migliori rampe di lancio per carriere di lotta e di governo in tutti gli Stati Uniti. Alla fine dello scorso aprile l’ex capo dell’Eastern Disctrict, la democratica Loretta Lynch, che ha costruito l’inchiesta sulla Fifa, ha lasciato l’incarico ed è diventata procuratore generale degli Usa su nomina di Barack Obama.
Per la cricca di Blatter, sopravvissuta a scandali su scandali, si annunciano tempi cupi. Il Grande Fratello americano ha invaso il campo da gioco con le truppe d’assalto. Difendere la porta non sarà facile.
Gianfrancesco Turano
(da “L’Espresso”)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
SE RISULTERA’ VINCITORE, IL PREMIER GLI DARA’ IL TEMPO DI INSEDIARSI E FORMARE LA SQUADRA… POI IL PD GOVERNERA’ CON IL VICEPRESIDENTE
Nel ginepraio di polemiche sulla legge Severino e la condizione ‘particolare’ del candidato
Vincenzo De Luca, una cosa è certa a Palazzo Chigi.
Se l’ex sindaco di Salerno vince le regionali di domenica prossima in Campania, avrà il tempo di formare una giunta, con assessore e vicepresidente.
Non scatterà alcuna sospensione immediata per effetto della legge Severino, che impedisce a De Luca di insediarsi da governatore per via della condanna in primo grado per abuso d’ufficio.
Dunque, se il Pd vincerà le elezioni, governerà la Campania, magari con un vicepresidente facente le funzioni De Luca che comunque resterà sospeso dalla carica fino alla pronuncia del giudice ordinario che esaminerà il suo ricorso, anche questo naturalmente è certo.
La materia è complicata.
Tecnica e tutta da studiare, visto che il caso De Luca è un inedito nella giurisprudenza italiana, da quando la Severino è in vigore, dal 2012, governo Monti.
E i renziani non fanno mistero del fatto che la vicenda sta tenendo impegnati da un bel po’ i loro tecnici esperti in materia.
Come orientarsi se De Luca dovesse vincere le regionali?
Il provvedimento di sospensione dall’incarico deve essere deciso dal governo: dal ministro dell’Interno Angelino Alfano e il premier Matteo Renzi.
Ma non sarà immediato: per intendersi, non scatterà già lunedì, all’indomani dall’elezione.
E, secondo gli orientamenti valutati dallo staff di Renzi, non cambia nulla con la sentenza emessa ieri dalla Cassazione, che sottrare al Tar la competenza di giudizio sulla Severino affidandola al giudice ordinario cui ricorrerà De Luca.
“La sospensione non può scattare prima che De Luca entri in possesso delle sue funzioni”, ci dice il responsabile Giustizia del Pd David Ermini.
E lo statuto della Regione Campania stabilisce che entro un massimo di 20 giorni ha luogo la prima seduta del consiglio regionale ed entro altri 10 il governatore nomina la giunta compreso un vice-presidente.
Soltanto dopo interverrà la sospensione.
Perchè, recita l’articolo 8 della legge Severino, dopo la proclamazione degli eletti, l’autorità giudiziaria avvisa il prefetto, che a sua volta allerta il governo, il quale decide la sospensione, la comunica al prefetto che a sua volta la notifica al Consiglio regionale.
Passaggi che non sono affatto immediati, secondo i calcoli fatti nella cerchia del premier.
Ed ecco perchè De Luca oggi ha buon gioco a dire che “per Renzi la legge Severino è superabile”.
Tanto più che la decisione presa ieri dalla Cassazione non lascia decadere tutti i ricorsi presentati in Corte Costituzionale contro la Severino.
Decadono quelli presentati dai Tar, perchè giudici ormai non più competenti. Ma non decade il ricorso presentato dalla Corte d’appello di Bari, che ha reintegrato in consiglio regionale in Puglia il Dem Fabiano Amati, condannato in secondo grado per tentato abuso d’ufficio, e impugnato le eccezioni di costituzionalità della Severino. Ecco: è proprio quello che nel Pd si spera decida il giudice ordinario che dovrà esaminare il caso De Luca: rimandare tutto alla Consulta, che sul pugliese Amati deciderà in autunno.
Il tutto sempre che De Luca vinca le elezioni domenica.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
SE IL SINDACO VINCERA’, PALAZZO CHIGI DAVANTI A DUE OPZIONI: SALVARE LA VITTORIA OPPURE NO
Saranno Matteo Renzi e Angelino Alfano gli arbitri del caso De Luca.
A loro, in quanto premier e ministro dell’Interno, l’onere di decidere sulla governabilità della regione Campania.
Il diavolo continua a metterci lo zampino in questa vigilia elettorale degna di un capitolo di “House of cards”.
C’è il pasticcio degli impresentabili su cui la commissione Antimafia fatica a dire l’ultima parola.
C’è l’inchiesta sul voto di scambio in Sicilia, regione che porta al voto due comuni importanti come Enna e Agrigento.
E c’è la Cassazione le cui Sezioni Unite civili hanno anticipato un verdetto che pesa come un macigno sul voto di domenica.
La Suprema Corte ha deciso infatti che il giudice competente sull’applicabilità della legge Severino (ineleggibilità , incandidabilità , decadenza) non è il Tribunale amministrativo che in questi mesi ha riconosciuto la sospensiva della sospensione (scusate il pasticcio di parole) al sindaco De Magistris e all’ex sindaco di Salerno, ora candidato governatore in Campania per il Pd, Vincenzo De Luca.
La giurisdizione in questi casi deve essere esercitata solo dal giudice ordinario.
Cioè il giudice civile del distretto. La decisione, che ha scatenato l’ira di De Magistris (“c’è stata una fuga di notizie”), produce effetti che non sono collaterali ma attori pieni della scena politica.
Primo effetto: decade subito il ricorso alla Corte Costituzionale che era stata investita per decidere sulla costituzionalità della legge Severino.
Questo produce due risultati: Silvio Berlusconi non avrà quel verdetto favorevole che era convinto di avere entro l’autunno.
Potrà , eventualmente, essere presentato un nuovo ricorso una volta che la questione sarà sollevata davanti al giudice ordinario. Ma i tempi si allungano.
Dovrà a questo punto essere il Parlamento a farsi carico di discutere nuovamente sulla Severino, impegno a cui aveva volentieri rinunciato confidando nell’intervento della Consulta.
Secondo effetto: è forte il rischio di vuoto istituzionale qualora Vincenzo De Luca dovesse essere eletto governatore in Campania.
Da quando è uscita la sentenza, avvocati amministrativisti sono alle prese con l’analisi delle conseguenze del verdetto.
Prima tra tutti quel Gianluca Pellegrino che, davanti alla Cassazione, ha sostenuto il ricorso presentato dal Movimento per la difesa del cittadino.
La faccenda è molto tecnica e deve fare i conti con molti “se”.
Cercando di semplificare e simulando che De Luca vinca la Campania, immaginiamo di essere al 31 maggio sera e che De Luca sia eletto.
Come è noto, il candidato ha una condanna in primo grado per abuso d’ufficio la qual cosa lo rende candidabile (diritto acquisito), non “impresentabile” (l’abuso di ufficio non è inserito nella lista dei reati del codice etico dell’antimafia) ma immediatamente sospeso dall’incarico ai sensi della legge Severino.
Finora De Luca ha sostenuto che non ci sarebbero stati problemi. “Mi eleggono, mi sospendono ma io faccio subito ricorso al Tar che mi reintegra in mezza giornata”.
Lo dice perchè è già successo, dalla sua la volontà popolare e l’interesse pubblico di dare una guida al territorio.
Ma la sentenza della Cassazione cambia tutto perchè il giudice ordinario avrà tempi certo più lunghi di quelli del Tar.
E magari convinzioni diverse.
“De Luca – spiega Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia – farà ricorso al giudice ordinario civile azionando l’articolo 700, cioè la procedura d’urgenza giustificata dal danno irreparabile come conseguenza della sospensione. Anche il giudice ordinario potrà valutare in prima battuta la sospensione e solo dopo affrontare il merito. Ma non c’è dubbio che i tempi del giudice ordinario saranno più lunghi di quelli del Tribunale amministrativo”.
Dunque ecco che occorre fare i conti con il seguente sconvolgente scenario: il 31 maggio sera De Luca eletto governatore, il giorno dopo sospeso ai sensi della Severino, almeno un mese di vuoto istituzionale prima che arrivi la decisione del giudice ordinario civile.
Si tratta di un assoluto inedito. E quindi è probabile che vengano da qui a domenica scovate altre soluzioni.
La più probabile, già sottoposta all’attenzione di Palazzo Chigi, vede protagonista, suo malgrado, il premier Renzi.
Il decreto di sospensione deve portare la firma del prefetto, in questo caso di Salerno, vistata dal ministro dell’Interno per conto del presidente del Consiglio.
Ora, è chiaro che se il decreto arriva subito, nel giro di un paio di ore, diciamo la mattina del primo giugno, nella Campania del supposto governatore De Luca sarà il caos.
In poche ore, infatti, il neo governatore non potrà aver nominato la giunta e quindi un vice presidente che ne possa garantire le funzioni in attesa della eventuale sospensione delle sospensiva che, essendo cambiato giudice, non è detto tra l’altro che arrivi. Diverso lo scenario se invece prefetto, ministro dell’Interno e presidenza del Consiglio firmeranno il decreto di sospensione con calma.
Magari in una settimana, dando così tutto il tempo al governatore di nominare giunta e vice.
Gli sceneggiatori di “House of cards” dovrebbero fare uno stage in Italia dove c’è sempre qualcosa da imparare.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
SE I SEGRETARI DI PARTITO AVESSERO AVUTO IL BUON GUSTO DI NON CANDIDARLI, OGGI NON CI FAREMMO RIDERE DIETRO DA MEZZO MONDO
Quella che segue è la cronaca di un delirio, di cui il lettore – lo avvertiamo per tempo – non
capirà nulla. Ma la colpa non è nostra.
Se non si capisce nulla, è perchè la notizia è proprio questa: l’Italia è un Paese dove non si capisce nulla.
La questione è quella dei cosiddetti «impresentabili».
Cioè i candidati che, per vari motivi, primi fra tutti i guai giudiziari, sarebbe stato opportuno non mettere in lista.
Diciamo così: se i segretari di partito avessero avuto il buon gusto di non candidarli, il problema non si sarebbe posto.
Ma siccome non hanno avuto il buon gusto, non resta che chiedere lumi alla legge.
E qui comincia il delirio. Dunque. Che cosa dice la legge?
Un politico condannato può candidarsi alle elezioni oppure no?
In qualunque altro Paese la risposta sarebbe un «sì» o un «no»: probabilmente più «no» che «sì», ma in ogni caso una risposta chiara.
In Italia è un po’ più complesso. C’è una legge approvata dal Parlamento, la Severino, che dice che no, non ci si può candidare. Così, ad esempio, era stato dichiarato ineleggibile Silvio Berlusconi. Poi erano stati fatti decadere i sindaci di Salerno, Vincenzo De Luca, e Napoli, Luigi de Magistris
Ma che cos’è in fondo una legge di fronte ai Tar, questi giudici onniscienti che pare abbiano il potere di decidere su tutto, dalle bocciature a scuola ai campionati di calcio? Così, De Luca e De Magistris avevano fatto ricorso a un Tar, avevano vinto ed erano stati reintegrati.
Non solo: De Luca si è candidato alle regionali di domenica prossima alla presidenza della Campania, diventando a furor di popolo il primo, appunto, degli «impresentabili».
Ieri, però, le sezioni unite civili della Cassazione hanno stabilito che sulla legge Severino non può esprimersi il Tar, ma un giudice ordinario.
Così De Luca torna ineleggibile: e se domenica vince le elezioni, un attimo dopo essere diventato presidente verrà fatto decadere.
Da chi? Pare dal presidente del Consiglio, anche se questa è la tesi di alcuni avvocati ma non di tutti.
Comunque la Campania resterebbe senza presidente. Fino a quando? Ah beh, non si può pretendere di saperlo con precisione.
Ci sarebbe un giudizio in tribunale, poi un secondo e un terzo grado, e a quel punto la Campania avrebbe forse un presidente.
Magari ottuagenario, ma un presidente.
Attenzione, però. Un Tar ha posto la questione di incostituzionalità della legge Severino, e in ottobre la Consulta dovrà esprimersi.
Dovesse bocciarla, e dichiararla anticostituzionale, De Luca tornerebbe immediatamente eleggibile e si riprenderebbe la poltrona di governatore della Campania.
Ma ri-attenzione: il giudizio fissato per ottobre davanti alla Corte Costituzionale potrebbe saltare, perchè la questione di incostituzionalità della legge Severino era stata sollevata, appunto, da un Tar, e siccome ieri la Cassazione ha detto che il Tar non è competente sulla Severino, il ricorso dovrebbe essere invalidato.
A quel punto De Luca decadrebbe di nuovo.
È chiaro perchè dicevamo che non è chiaro?
Aggiungete che la commissione Antimafia, a sua volta, avrebbe individuato altri tredici candidati «impresentabili» e si apprestava a farne i nomi. Ma ieri c’è stata una fuga di notizie su quattro candidati pugliesi, e le prefetture della Campania pare abbiano smarrito alcuni documenti che avrebbero dovuto inviare a Roma.
E così, niente lista. Tutto rinviato a venerdì, a campagna elettorale chiusa.
Capite, cari lettori, in quali condizioni si andrà a votare, domenica prossima, in sette regioni italiane?
Resta un dubbio: che questa confusione, in fondo, non dispiaccia poi tanto a chi compila le liste elettorali.
Michele Brambilla
(da “La Stampa“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL CASO IMPRESENTABILI ARRIVA SUL PRESTIGIOSO QUOTIDIANO INGLESE
Italy, Regional Elections. Una testatina neutrale, quasi insignificate fa da cappello ad un articolo esplosivo.
Il caso degli impresentabili e delle liste del Pd della Campania deflagra sul prestigiosissimo Financial Times, facendolo diventare un caso internazionale.
Un lungo reportage pubblicato a pagina 3 nell’edizione europea, e che il quotidiano britannico ha pubblicato anche online.
Che sia un articolo spinoso per Matteo Renzi e Vincenzo De Luca lo si capisce già dal titolo: “Campania poll shows limits of Italian PM Matteo Renzi’s influence”. Tradotto: “Le elezioni in Campania mostrano i limiti dell’influenza di Renzi”.
La tesi è presto svolta. Se il programma di De Luca, per proposta di innovazione e cambiamento, va di pari passo con l’agenda del premier, dietro la facciata programmatica la situazione è tutt’altra.
La candidatura di De Luca, scrive James Politi, inviato a Napoli, “ha dimostrato i limiti dell’influenza di Renzi fuori da Roma, dove la politica locale è ancora basata su personaggi sgradevoli e reti clientelari estremamente difficile da smantellare. E il signor De Luca rappresenta la testardaggine di quel vecchio sistema di potere”.
Il Financial Times spiega l’incomprensibile (all’estero) dinamica del rischio decadenza dopo l’eventuale elezione, per poi passare diffusamente al capitolo “impresentabili”.
Due sono i casi che hanno attirato maggiormente l’attenzione del quotidiano britannico:
Almeno un membro della coalizione che sostiene De Luca è sospettato di simpatie nei confronti della camorra, la criminalità organizzata di Napoli, scatenando l’ira di Roberto Saviano, l’autore anti-camorra che vive scortato dalla polizia. Un altro è un politico locale di estrema destra che ha visitato la tomba dell’ex dittatore Benito Mussolini nel nord Italia, e che sulla sua pagina Facebook ha definito “disgustosi” tre uomini in biancheria intima che si tenevano per mano durante un gay pride.
Due vicende rispetto alle quali, sottolinea il Ft, Renzi non ha voluto prendere le distanze: “Renzi ha detto che “non avrebbe mai votato per loro”.
Ma per il resto il primo ministro ha difeso De Luca, anche nel corso di un recente evento della campagna elettorale a Salerno, venerdì scorso, durante il quale ha spiegato che le critiche “non mi fanno arrabbiare, mi fanno sorridere””.
Nè tantomeno De Luca “ha sentito il bisogno di prendere le distanze dai suoi controversi alleati”.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL RENZIANO RASETTO: “CHI VOTA PER LUCA PASTORINO È FUORI”… IL CANDIDATO CIVATIANO RIBATTE: “COSàŒ AUMENTA L’ESODO”
E ultima venne la minaccia di espulsione. A norma di statuto, ma sempre dall’eco plumbea:
“Nel momento in cui un iscritto o un dirigente vota un’altra lista, è fuori del partito”.
Così parlò lunedì sera Victor Rasetto, renzianissimo membro della Direzione regionale del Pd, a margine del confronto tra i candidati governatori in Liguria su Sky. Ed è burocratica fatwa per i dissidenti dem che il 31 maggio voteranno per il civatiano Luca Pastorino, scappato dal Pd.
“È un errore votarlo, così si fa un favore alla destra” ha ammonito Rasetto: ex segretario provinciale a Genova, travolto nel 2012 dal disastro delle primarie cittadine, quelle in cui Marta Vincenzi e Roberta Pinotti si annullarono a vicenda, e a vincere fu l’attuale sindaco Marco Doria.
Ora il fu segretario tifa ovviamente per la renziana Raffaella Paita, nella Liguria dove il Pd è un campo di battaglia, nonchè ago della bilancia delle Regionali, come provano le infinite visite di Renzi e dei suoi fedelissimi (ieri è a Genova apparso Graziano Delrio)
Oggi Paita sarà nella città della Lanterna assieme a Roberto Speranza, leader della minoranza di Area riformista.
E domani potrebbe arrivare Pier Luigi Bersani, a riprova che i dissidenti di stanza a Roma che non vogliono remare contro.
E che adesso il premier ha bisogno perfino di loro, per rinserrare le fila contro la sinistra “simil-bertinottiana” o “masochista” (definizioni renziane) che potrebbe togliere voti preziosi.
I “primi nemici” sono i 200 tra dirigenti e iscritti del Pd ligure che un mese fa votarono un documento per “il voto secondo coscienza”, rivendicando la libertà di non scegliere la Paita.
È innanzitutto a loro, che parla il dirigente che agita l’espulsione.
Gente come Andrea Ranieri: sindacalista della Cgil, ex assessore a Genova, membro della Direzione nazionale dem, civatiano.
“L’espulsione l’ho messa nel conto, anzi me la meriterei” sorride.
Lui il Rubicone l’ha già varcato: “Non voterò neppure la lista del Pd, e non rinnoverò la tessera, perchè ormai non mi ritrovo più in questo partito. Bisogna votare Pastorino per far sì che rimanga una sinistra in questo Paese, con i suoi valori: la Liguria è un test nazionale”.
Ma quanti sbatteranno la porta (o si faranno cacciare)? “Diversi giovani quadri già sostengono Pastorino, altri se ne andranno. Sono in tanti che non vogliono il Partito della Nazione. Io vorrei costruire un nuovo soggetto politico, ma su basi nuove: non fare la solita scissione”.
Un altro dei 200 è Ubaldo Benvenuti, ex segretario genovese del Pds, ed ex consigliere regionale. “Ho fatto legislature, poi mi sono rottamato da solo” ride.
Il monito via tv non lo turba: “Stando allo Statuto è giustificato”.
Però va di contropiede: “L’anno scorso a violare quella norma fu proprio la Paita, perchè nel comune di Davagna, vicino Genova, sostenne un candidato che non era quello espresso dal circolo locale, e che alla fine venne eletto sindaco”.
Un anno dopo, Benvenuti aspetta: “Penso che sulle espulsioni decideranno in base al risultato delle elezioni. Io vorrei rimanere, ma in un Pd rigenerato, da poter votare senza doversi turare il naso: le liste non sono proprio cristalline”.
Ma chi vincerà ? “Probabilmente Paita, ma vincerà male. In tanti non andranno a votare, a sinistra come a destra: il 42 per cento delle Europee rimarrà un miraggio”. Nel frattempo arriveranno Bersani e Speranza: “Non si rendono conto che la battaglia nel partito va fatta”.
A margine, Pastorino: “Le parole di Rasetto saranno un incentivo all’esodo dal Pd: Renzi non si è mai posto il problema di chi non era d’accordo, conta solo il suo volere”.
Il segretario regionale Giovanni Lunardon, bersaniano, prova a sminuire: “Rasetto ha risposto a una domanda, e il Pd è un partito pluralista, dove tutti devono potere parlare. I problemi politici vanno risolti con la politica”.
Ammesso che sia ancora possibile.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
SILVIO DA VESPA RIABILITA ANCHE LE PRIMARIE E L’ITALICUM… E RENZI ATTACCA GLI ANTI-PAITA
Ultimi tre giorni di campagna elettorale e in tv un redivivo Berlusconi ufficializza il suo passo indietro (definitivo?).
«Sono personalmente convinto – è la premessa fatta a Porta a porta – che non ci sia la possibilità di andare alle elezioni prima del 2018: non conviene a Renzi e non conviene al Parlamento».
Poi l’annuncio: «Non prevedo assolutamente di candidarmi. Sono incandidabile per sei anni per volontà della sinistra, ma non è per questo che non penso a un mio futuro parlamentare, ma perchè penso di avere il ruolo di propositore del progetto del futuro centrodestra per il futuro degli italiani».
Il leader di Forza Italia stupisce anche per altri due capovolgimenti di linea politica. Su primarie e Italicum, finora sempre esecrati.
Legge elettorale, adesso piace: «Per unire i moderati servono due anni e mezzo. Se le elezioni dovessero esserci a breve sono convinto che la Lega non entrerebbe in una forza unica. Ma con l’unione dei moderati l’Italicum ci va bene e funzionerà ».
Quanto alla scelta del leader, «se ci fossero votazioni controllate penso che le primarie potrebbero andare bene. Io non escludo che ci possa essere un intervento del parlamento per lo svolgimento delle primarie».
Berlusconi infine taglia corto sull’ennesima candidatura all’eredità che tiene banco da giorni sui giornali, quella della figlia Barbara.
Niet assoluto: «Barbara e Marina hanno un padre che non gli farà mai fare politica. Dopo il male che ho subito io in questi anni, loro hanno un padre che farebbe un atto di imperio per impedirglielo».
Anche per Matteo Renzi è giornata di interviste televisive.
Che sia 6-1, 4-3 o 5-2, il presidente del Consiglio ribadisce che dopo il voto regionale non cambierà nulla per il governo.
«Per me il problema non è se vinciamo tutte le regioni, per me il problema è se rimettiamo in moto la speranza, ci curiamo delle aziende che rimettono al centro la qualità dei lavoratori ».
Certo, alla fine la lingua batte dove il dente duole: la Liguria.
L’unica regione dove la sinistra si presenta divisa con due candidati. «La Liguria – attacca Renzi – è diventata una cavia perchè la stanno usando per regolare i conti. Quelli che hanno perso le primarie contro la Paita che ora vogliono far perdere la Paita perchè questo è il loro modo di avere la rivincita. Non ce la faranno, arrivano quarti. Come al solito la sinistra radicale vuol aiutare Berlusconi».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
VIETATO SAPERE: I CONTI NON TORNANO
A Milano l’aria che tira è la seguente: il commissario di Expo Giuseppe Sala si rifiuta di dare i
numeri dei visitatori e per non farli calcolare fa mettere sotto embargo anche i dati dei biglietti del metrò e della raccolta della spazzatura.
I giornali sanno che il primo mese non è andato bene, ma non vogliono incrinare il clima di sostegno patriottico al Grande Evento, altrimenti si entra nel novero dei gufi.
Un giornale — il Fatto quotidiano — rompe quest’embargo nazionale da tempi di guerra, allinea fatti ed elementi critici, chiede trasparenza sui dati e offre — come dovrebbe fare qualunque giornale libero — un suo conteggio non autorizzato: gli ingressi sono almeno del 30 per cento sotto le previsioni, 60 mila nei giorni feriali, 140 mila il sabato, non più di 100 mila la domenica. Apriti cielo.
Il nostro giornale è accusato di attività antinazionale, di danneggiare l’Evento Planetario.
Partono le rassicurazioni e le contromisure. Va tutto bene. Anzi benissimo.
Sala “incassa il primo successo”, scrive un importante quotidiano, che fa balenare anche la possibilità che il commissario straordinario di Expo possa addirittura diventare il prossimo sindaco di Milano.
Il “primo successo” incassato sarebbero i 3 milioni di visitatori del mese di maggio.
Non sappiamo se davvero sono stati 3 milioni, anzi al Fatto risulta che non siano più di 2 milioni e mezzo.
Ma se è vero, è davvero un successo? Proviamo a fare i conti.
Chiunque può capire che 3 per 6 (i mesi di Expo) fa 18 e 18 milioni è ben al di sotto dei 24 promessi. Il 25 per cento in meno.
I mesi, però, non sono tutti uguali: confrontiamo allora le dichiarazioni di Sala (mai ufficiali, sempre lasciate filtrare) con le previsioni di Expo che sono precise non solo mese per mese, ma giorno per giorno.
Per maggio, erano previsti 4.200.000 visitatori. Dunque Sala ammette già di essere 1.200.000 ingressi sotto le previsioni.
Se consideriamo poi i visitatori calcolati dal Fatto (ovvero 2.500.000), sono 1.700.000 in meno.
Non siamo gufi: speriamo che i mesi prossimi vada meglio.
Tifiamo per Expo, anche perchè come cittadini dovremo pagare i suoi debiti. Però tra poco finiranno le scuole e dunque si esaurirà l’afflusso di scolaresche che in queste settimane ha rimpolpato gli ingressi.
Speriamo allora che si facciano vivi gli stranieri. Finora non si sono visti .
La situazione a Milano è incomparabile con la settimana della moda o quella del design, in cui gli hotel sono al completo, i ristoranti pieni, i taxi introvabili.
A maggio la città è stata tranquilla, l’effetto Expo non s’è visto.
Anche per le prossime settimane non sono previsti voli speciali negli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio al Serio.
Dell’annunciato milione di cinesi che doveva precipitare su Milano non c’è traccia.
Ieri, il segretario della Cgil Susanna Camusso ha chiesto trasparenza: “Per un evento come Expo i numeri scompaiono”.
Dopo l’articolo del Fatto, anche due consiglieri comunali — il radicale Marco Cappato e il Cinque Stelle Mattia Calise — hanno chiesto di conoscere le vere cifre: “Il nostro delegato Expo Gianni Confalonieri”, ha risposto il presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo, “mi ha risposto che la società Expo ritiene di non fornirli. Non capisco il perchè: sono abbastanza solido psicologicamente per reggere a qualsiasi notizia”.
Gli espedienti per ingrossare i numeri — l’ingresso serale dopo le 19 a 5 euro anzichè 39 e il prolungamento dell’orario fino a mezzanotte nei weekend — fanno infuriare i commercianti milanesi.
“Negozi, bar e ristoranti stanno per ora subendo il cannibalismo di Expo”, ha dichiarato il loro presidente Lino Stoppani: “Registriamo consistenti cali di fatturato per il nomadismo serale verso Expo dei milanesi”.
Sala lascia scrivere della sua possibile candidatura a sindaco, naturalmente smentendo, ma solo a metà : “Io non so se voglio fare il sindaco, nè se sono in grado. So che non voglio pensarci adesso”.
Ma i commercianti milanesi, importanti al momento del voto, cominciano a non volergli bene.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
LAVORA SOLO IL 52,7%, CRESCONO ANCHE I NET: SONO IL 26% DEGLI UNDER 30
La crisi mette in ginocchio l’occupazione giovanile che in Italia è crollata dal 64,33% del 2007 al 52,79% del 2013.
Tra i paesi dell’area Ocse solo la Grecia fa peggio: all’ombra del Partenone ha un lavoro solo il 48,49% dei giovani.
L’Italia non sta meglio neppure sul occupazione nella fascia d’età 30-54 dove il tasso è sceso dal 74,98% al 70,98%, al quartultima posto tra i Paesi Ocse.
Anche per questo l’organizzazione parigina nota come il nostro Paese abbia “uno specifico problema di disoccupazione giovanile, in aggiunta a uno più generale”, a causa di “condizioni sfavorevoli e debolezze nel mercato del lavoro, e nelle istituzione sociali ed educative”.
A preoccupare l’organizzazione internazionale, sono soprattutto i giovani italiani “Neet”, coloro che non sono occupati nè iscritti a scuola o in apprendistato, sono il 26,09% degli under 30, quarto dato più elevato tra i Paesi Ocse dietro Turchia, Spagna e Grecia: all’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno.
Nell’insieme dei Paesi Ocse, i giovani ‘Neet’ erano oltre 39 milioni a fine 2013, più del doppio rispetto a prima della crisi.
Tra i giovani ‘Neet’ italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha un titolo di studi universitario.
A peggiorare le cose contribuisce il fatto che in Italia, il 31,56% dei giovani svolge un “lavoro di routine”, che non richiede l’utilizzo di competenze specifiche, e il 15,13% ha un’occupazione che comporta uno scarso apprendimento legato al lavoro.
La ‘mancata corrispondenza’, o ‘mismatch’, tra posto di lavoro e competenze è un problema sempre più diffuso tra i giovani nei Paesi Ocse: in media, il 62% hanno un lavoro che non corrisponde alla loro formazione, con in particolare un 26% di sovraqualificati (il 14% dei quali lavora inoltre in un settore che non sarebbe il suo), e un 6% di persone con competenze superiori a quelle richieste.
Nel dettaglio delle competenze, l’Italia è il Paese Ocse con la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%.
L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%, dietro agli Usa (29,01%).
In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità ” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro
D’altra parta, l’Italia è seconda tra i paesi Ocse per percentuale di giovani under 25 che hanno abbandonato la scuola prima di aver terminato le superiori, e non stanno seguendo un’altro tipo di educazione, il 17,75%, dietro la Spagna con il 23,21%. L’abbandono scolastico, rileva sempre l’Ocse, ha un impatto significativo rilevante sul livello di competenze: se si considera per esempio la matematica, la percentuale di persone con competenze insufficienti è del 58,5% tra chi non ha terminato le superiori, e scende al 27,7% per chi ha ottenuto un diploma.
(da “La Repubblica”)
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