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POSTE: IL GRANDE IMBROGLIO SUI TEMPI DI CONSEGNA, ECCO COME I CONTROLLATI SPIAVANO I CONTROLLORI

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

LETTERE CAMPIONE A DESTINATARI CHE DOVREBBERO ESSERE SEGRETI, MA I LORO NOMI ERANO NOTI AI FUNZIONARI CHE LI SEGNALAVANO VIA MAIL

È il 28 novembre 2007 quando un funzionario di Poste italiane scrive una email ad alcuni colleghi: “Vi trasmetto le tabelle con l’elenco dei droppers e receivers Izi… ”.     Il punto è che l’elenco dei droppers e dei receiver in questione, per Poste italiane, dovrebbe essere assolutamente top secret: una sorta di servizio di spionaggio, tra alcuni funzionari di Poste italiane, era riuscito a intercettare i nominativi di chi doveva controllarli.
A dimostrarlo una “struttura” che emerge da un archivio di oltre diecimila email interne.
Stiamo parlando, infatti, di chi controlla ufficialmente il tasso di qualità  del servizio postale.
Un coefficiente valutato da un ente esterno a Poste italiane: la Izi srl che, da anni, certifica la qualità  del servizio.
Il coefficiente è un dato fondamentale, per Poste italiane, poichè, in base a un contratto sottoscritto con lo Stato, può essere costretta a pagare fino a 500 mila euro l’anno di sanzione se non rispetta i parametri prefissati.
In media, parliamo di 50 mila euro per mezzo punto percentuale sforato, senza contare che, proprio a partire dalla certificazione di qualità , il governo affida a Poste italiane il servizio di posta universale che lo Stato italiano paga, in media, almeno circa 300 milioni di euro l’anno.
Come funziona    
È chiara, quindi, l’importanza di dimostrare allo Stato che gli standard qualitativi prefissati siano stati raggiunti.
Ed è altrettanto chiara l’importanza del servizio di monitoraggio — tuttora effettuato da Izi — nel certificare lo standard qualitativo di Poste italiane.
Per certificare che la posta in viaggio — prioritaria, raccomandate, spedizioni dall’estero — sia recapitata nei tempi previsti, la Izi predispone una rete di droppers e receivers, ovvero persone che si spediscono lettere tra loro, segnando data e ora, sia della spedizione sia del recapito.
Izi è un ente terzo, è il controllore di Poste, nominato in precedenza dal ministero della Comunicazione, poi dello Sviluppo economico e anche dall’Autorità  garante per la comunicazione.
L’elenco di chi spedisce e riceve le lettere — droppers e receivers — dovrebbe quindi risultare segreto per il controllato, cioè Poste italiane, ma il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare che non sempre è stato così.
Per quanto riguarda il solo 2007, infatti, esistono decine di email in cui si elencano i nominativi dei droppers e dei receivers di Izi e della Moneo, con la quale ha lavorato in associazione temporanea d’impresa. Non solo.
Il Fatto Quotidiano ha potuto contare, tra i destinatari delle email, una dozzina di persone dedite a comunicarsi i nominativi dei “controllori”.
Alcune le abbiamo rintracciate telefonicamente e hanno confermato di lavorare tuttora per Poste italiane. Non hanno voluto commentare il contenuto delle email perchè non autorizzate a parlare con i giornalisti.
Dodici persone, bisogna aggiungere, che riguardano una sola macro-area: l’accorpamento di tre regioni italiane, che non riveliamo per proteggere la nostra fonte, di notevole importanza strategica.
Ed ecco alcune delle comunicazioni interne che il Fatto Quotidiano ha potuto visionare in esclusiva.
Le scorreremo in ordine cronologico.
“Sotto controllo”    
È il 12 aprile 2007: “Confidenziale, vi invio il nominativo di un nuovo receiver monitorato in data odierna”. Segue nome, cognome, indirizzo , che non riveliamo per tutelarne la privacy.
Il giorno successivo — 13 aprile — viene inoltrata un’altra mail: “Vi invio un altro nominativo di receiver monitorato in data odierna…”.
Cinque mesi dopo, il 4 settembre, un funzionario scrive: “Ti invio altri due nominati che impostano e ricevono per la Mo-neo spa. Teneteli sotto controllo”.
Il concetto sembra chiaro: Poste italiane sta cercando di tenere sotto controllo i suoi controllori.
I nomi di dropper e receivers, che dovrebbero essere segreti, sono stati in qualche modo scoperti.
Gli elenchi    
A ottobre parte un’altra comunicazione: “Confidenziale. Vi invio in allegato i nominativi dei dropper ai quali è stato spedito il ‘bustone’ contenente le lettere test da impostare nel mese di ottobre. Probabilmente già  conoscete i nominativi. Ci sentiremo, comunque, telefonicamente per concordare le azioni da porre in atto. Saluti”.
Passiamo al 5 novembre: “Modalità  spedizioni Izi/Moneo mese novembre. Confidenziale. Vi invio le modalità  della spedizione della Moneo per il mese di novembre. Saluti”.
Nove giorni dopo l’informazione è più dettagliata: “…vi confermo che la Moneo ha impostato a (…) nei giorni 6 novembre (2 invii…), 10 novembre (3 invii…), 13 novembre (3 invii…). Considerato che (c’è il nome di una signora, che omettiamo, ndr) imposta per tre flussi di destinazione, città  per città  (per se stessa), provinciale (c’è il nome del destinatario, che omettiamo, ndr), regionale (c’è il nome del destinatario che omettiamo, ndr), dovremmo trovare gli invii in questione ai recapiti competenti. Fatemi sapere”.
Nelle mail inoltrate, molto spesso, vengono allegati elenchi di nominativi con indirizzi.
Il Fatto Quotidiano ha potuto visionare un elenco, inviato come allegato in una delle tante email in questione, di 12 persone: parliamo dell’elenco relativo a una sola regione per il solo mese di novembre 2007.
Altri 9 nominativi vengono segnalati il 3 dicembre. Ma torniamo al novembre 2007. Ecco il testo inviato il giorno 24: “Confidenziale. Elenco dropper Moneo — Izi”. Nel testo si leggono quattro nominativi.
Quattro giorni dopo: “Vi trasmetto le tabelle con l’elenco dei droppers e receivers Mo-neo — Izi delle regioni (…) pregandovi di verificare se sono stati recapitati i 12 invii previsti per l’impostazione del mese di novembre sui flussi regionali (…), preciso che il 30 per cento dovrebbe essere affrancato con maaf e il 70 per cento con francobollo (…). Preciso che il flusso extra regionale in arrivo su (…) e (…) non deve essere conteggiato. Fatemi sapere. Saluti”. E ancora, il 3 dicembre: “Vi comunico che in data odierna sono stati impostati i bustoni destinati ai droppers di (…) e (…) vedi allegati. Saluti”.
Corsia riservata    
Ma a cosa serviva individuare questi nominativi? “A creare una corsia preferenziale — spiega la nostra fonte che intende mantenere l’anonimato — per consentire il recapito in qualsiasi condizione, anche in situazioni di criticità ”.
Il Fatto Quotidiano ha contattato Poste italiane per conoscere la sua versione.
“Il periodo di riferimento, 2007, è molto lontano nel tempo”, risponde Giovanni Maria Lione, responsabile Funzione Normativa Posta, comunicazione e logistica.
“Oggi sia localmente sia in direzione generale sono cambiati manager e addetti. Poste italiane non ha mai intrattenuto rapporti con i soggetti incaricati di effettuare i test di qualità . Da anni la società  aggiudicataria è risultata la Izi spa. Il modello di controllo definito dalla normativa di settore esclude che Poste Italiane abbia alcuna possibilità  di conoscere i mittenti e destinatari delle lettere test che, peraltro, rappresentano lo 0,015% dei pezzi totali in lavorazione. Sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. Quindi, per individuarne una sola bisognerebbe esaminarne migliaia e ciò negli stringenti tempi di lavorazione del prodotto (consegna in un giorno lavorativo), nonchè in un contesto di generale automazione dei processi, quindi non solo non v’è mai stato alcun rapporto con i nostri controllori, nè alcuna corsia preferenziale delle lettere test”.
Un fatto è certo, quindi, Poste italiane conferma che, in nessun modo, i suoi dipendenti dovrebbero conoscere i nominativi dei “controllori” reclutati da Izi.
Il Fatto ha verificato che, tra i nomi menzionati nelle email in questione, c’è effettivamente gente che ha lavorato, per conto di Izi, nella rilevazione del servizio di qualità . E ci ha confermato di aver espletato il ruolo di dropper o di receiver proprio nel periodo delle email che abbiamo pubblicato.
L’ultima lettera    
Il Fatto Quotidiano ha anche contattato la Izi. “Ogni sei mesi cambiamo i receivers, contiamo tra i quattrocento e i seicento collaboratori, e penso sia impossibile che Poste italiane possa individuarli o intercettare le loro lettere”, spiega Giacomo Spaini amministratore delegato della Izi. Obiettiamo che li abbiamo individuati persino noi del Fatto Quotidiano.
“Non hanno certo giurato fedeltà  alla Patria, non sono dei professionisti…”. Obiettiamo ancora che l’ente professionista è Izi e dovrebbe garantire la segretezza visto che certifica per conto dello Stato. “Noi la garantiamo”, continua Spaini.
Ma come abbiamo visto la segretezza dei nominativi non è stata garantita.
“È comunque una non notizia, perchè sul nostro campione di rilevamento, individuare soltanto alcuni nominativi, non inficia il dato dal punto di vista statistico ed è ininfluente sulla bontà  del nostro servizio. E comunque, qualsiasi criticità  o problema abbiamo individuato, l’abbiamo sempre denunciata: questo significa che il nostro sistema funziona”.
Aggiungiamo che la nostra fonte ci ha fornito 21 nominativi che, secondo la sua versione, stanno lavorando come droppers e receivers proprio mentre scriviamo. Abbiamo provato a contattarne una. Il dropper receiver non è in casa, ma c’è sua moglie: “Sì — risponde — stiamo spedendo e ricevendo le lettere del controllo di qualità . L’ultima? L’abbiamo ricevuta venerdì 22. All’inizio della settimana facciamo le spedizioni, a seconda di quante dobbiamo farne nel mese. C’è un capozona al quale vanno consegnate. Chi ci consegna le buste con le lettere da spedire? La Izi”.

Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RAFFAELLA PAITA E QUELLE AMICIZIE POCO RACCOMANDABILI

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

DAL PRESUNTO PRESTANOME DEL BOSS AI MOLTI INTERROGATIVI PER I BROGLI ALLE PRIMARIE… DUE INDAGINI PUNTANO AD ALBENGA: “UN QUADRO RACCAPRICCIANTE”

Il destino politico di Raffaella Paita è appeso alla «città  delle torri», Albenga, paesone del ponente ligure, terra di campanili, asparagi violetti, immigrati nei campi, infiltrazioni della ‘ndrangheta e intrighi elettorali.
L’ultimo, il più plateale, è stato confezionato per le primarie del Pd che hanno incoronato «Lella» aspirante governatrice della Liguria. Palazzo Oddo, storico edificio tra i caruggi, domenica 11 gennaio 2015: al seggio democratico accorrono spaesati stranieri, imberbi minorenni, timorose vecchine.
Paita trionfa con un bulgaro 84 per cento: 1.320 consensi su 1.578.
Sergio Cofferati, il suo sfidante, lamenta brogli e nefandezze.
A molti sarebbero stati elargiti i due euro necessari per votare. Altri avrebbero avuto un «rimborso » addirittura maggiore. Tanto che i vertici del partito savonese denunciano una delle pagine più nere che la politica ligure ricordi.
Una pagina che la Procura di Savona ha però deciso di non archiviare. Negli ultimi mesi il nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri ha interrogato più di mille votanti.
Un’indagine portata avanti tra reticenze e omertà . Mutuando le parole di uno degli inquirenti: «Il quadro emerso è raccapricciante».
Intere squadre di calcio trascinate al seggio, gruppi di marocchini ricompensati con la colazione al bar, pakistani pagati dieci euro.
E persino appelli su Facebook, in cui viene annunciato il rimborso dell’obolo necessario per indicare la preferenza.
Gli interrogatori proseguiranno nei prossimi giorni. Solo quando saranno completati, Ubaldo Pelosi, il magistrato di Savona che coordina l’inchiesta, deciderà  come procedere.
L’articolo 294 del codice penale recita: «Chiunque con violenza, minaccia o inganno, impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico » è punito con una reclusione che va da uno a cinque anni.
Il reato, quindi, si consumerebbe se, alle elezioni, venisse indicato un candidato scelto con criteri fraudolenti.
Due mesi dopo, i democratici locali rimangono coinvolti in un’altra inchiesta del pm Pelosi. Che, seppur indirettamene, si collega ancora una volta a quel contestatissimo voto. Il 6 marzo 2015 viene arrestato Carmelo Gullace, detto «Ninetto».
La Procura di Savona lo accusa di usura, tentata estorsione, estorsione e intestazione fittizia dei beni.
Ma «Ninetto» non sarebbe solo uno spietato cravattaro. La Direzione antimafia (Dia) di Genova lo considera un esponente di spicco della cosca Raso-Gullace-Albanese di Cittanova, nel reggino: sarebbe lui l’uomo che governa la ‘ndrangheta nel nord-ovest d’Italia.
Tra gli indagati dell’inchiesta c’è anche un imprenditore di Albenga: Paolo Cassani. Viene considerato il prestanome del boss, per agevolare il suo giro d’usura. Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip di Savona, Emilio Fois, spiega: «Gullace, essendo stato condannato per reati di criminalità  organizzata e già  sottoposto a misura di prevenzione, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, attribuiva fittiziamente a Cassani Paolo la disponibilità  di denaro e di rapporti giuridici».
Ma Cassani, oltre al paventato ruolo criminale, è anche un fervente supporter di Paita. Addirittura è il responsabile di uno dei comitati nati ad Albenga proprio per promuovere la candidatura dell’ultrarenziana «Lella» alle primarie. Il 6 ottobre 2014 i due vengono pure immortalati insieme. «Albenga: Raffaella Paita incontra tre comitati a suo sostegno» titola Savona News.
Nella foto d’apertura viene ritratta la candidata con i coordinatori dei comitati: tra questi c’è pure Cassani, annota il sito.
Dopo la notizia dell’inchiesta, tutti prendono le distanze da Cassani, che si dimette subito.
La Casa della legalità , la onlus che da anni denunciava Gullace, scrive che l’uomo ha già  avuto «una condanna divenuta definitiva» e «un’interdizione all’esercizio di impresa commerciale per anni dieci».
Eppure Cassani ha un ruolo di primo piano alle primarie. Una contingenza che getta su quelle elezioni un’ombra ancora più sinistra.
Vero regista della votazione sarebbe stato però un ras locale dei consensi folgorato sulla via democratica: Roberto Schneck.
Della sua conversione, finalizzata alla candidatura in una lista pro Paita, i giornali locali cominciano a scrivere già  nell’autunno 2014.
Nel mentre, il politico albenganese avrebbe cominciato a organizzare il voto per le primarie.
Gli investigatori hanno ricostruito pure le riunioni con i suoi «galoppini», tra cui alcuni consiglieri comunali. Sarebbero stati loro a raccogliere le ricevute consegnate nei seggi agli elettori: una colletta necessaria per contare poi le preferenze ottenute.
Paita, nonostante il fragore delle polemiche, non ha mai commentato il voto di Albenga.
In molti si aspettavano almeno un’implicita stigmatizzazione, con l’esclusione di Schneck dalle regionali. Che invece corre per «Liguria cambia», lista civica che appoggia Paita.
La candidata renziana, in compenso, ha annunciato che la nascitura Commissione regionale alla legalità  avrà  sede ad Albenga: «Il posto giusto da dove ripartire con risposte forti e nette».
Le promesse però non dissimulano gli intoppi. Paita è già  indagata per concorso in disastro e omicidio colposo per l’alluvione di Genova del 9 ottobre 2014.
E adesso l’inchiesta sulle primarie di Albenga mette sotto accusa anche il suo sistema di potere.
Lella, come annunciano i manifesti elettorali, «va veloce ».
Ma sul suo orizzonte si addensano le nubi più fosche.

Antonio Rossitto
(da “Panorama“)

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NON SOLO UOVA, ORA VOLANO ANCHE I PIATTI TRA SALVINI E BERLUSCONI: “E’ SOLO UN PROVOCATORE”

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

SILVIO: “NOI SOPRA IL 10%, SALVINI NON SARA’ MAI IL LEADER DEL CENTRODESTRA”

A pochi giorni dall’appuntamento elettorale per le Regionali, si fa sempre più teso il clima all’interno del Centrodestra.
Dopo che il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, ha palesato le sue ambizioni di assumere la leadership, invitando a   rifare i conti dopo il verdetto delle urne, Silvio Berlusconi ribadisce lo stop già  pronunciato nello studio di Fabio Fazio.
Per l’ex Cavaliere, Salvini “È un provocatore, ma con lui ho un buon rapporto, è un tifoso del Milan”, ha detto parlando a   ‘Radio capital’.
E ha precisato: “Nel nuovo soggetto di centrodestra c’è spazio per tutti, ma bisognerà  mettere da parte le proprie ambizioni”.
E si dice certo che alle prossime urne Forza Italia non scenderà  sotto il 10%.
“In 21 anni di politica – ha detto – non ho mai ricevuto tanto affetto. Mi cercano, mi chiedono di non mollare, mi fanno perfino male, ho le mani che recano i segni…”. Quanto alla sua idea per il centrodestra del futuro, “voglio proporre – ha spiegato – ai moderati un sogno, un progetto di unione. L’obiettivo è far diventare la maggioranza numerica dei moderati una maggioranza politica organizzata con un ruolo e peso rilevante”.
Un progetto del quale “voglio fare il suggeritore”, ha sottolineato.
Berlusconi esclude che ci siano spazi per un riavvicinamento politico al premier: “Anche il comportamento del suo governo con i pensionati non è condivisibile – ha detto in un’intervista a Chi -.   Secondo la sentenza della Consulta il governo deve restituire ai pensionati 16 miliardi di euro. Renzi ha dichiarato che ne verranno   restituiti solo 2 ed ha voluto pure chiamarlo ‘bonus’. Oltre il danno,   la presa in giro”.

(da “La Repubblica”)

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“YES WE CAN” ALLA SPAGNOLA, SVOLTA A MADRID E BARCELLONA

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

DUE DONNE SARANNO I FUTURI SINDACI, GRAZIE ALLE “CONFLUENZE” DI PODEMOS

“L’avevamo detto che si poteva e l’abbiamo dimostrato. Avevamo un’opportunità  storica e l’abbiamo saputa cogliere”.
Così esordisce Ada Colau, commossa, davanti a una folla che l’acclama per quella carica di sindaco di Barcellona per cui ha concorso, vincendo alle elezioni amministrative spagnole del 24 maggio.
Ha convocato la sua gente per seguire i risultati elettorali in una ex fabbrica tessile di un distretto popolare di Barcellona, dove la sua lista Barcelona en comຠè risultata la più votata, come un tempo lo erano stati i socialisti catalani.
Ha vinto di misura la sfida con il sindaco uscente di Convergència i Unià³, Xavier Trias, in 6 distretti su 10, ma “è stata la vittoria di Davide contro Golia”.
La presenza di un’alternativa credibile, progressista, nata dalle lotte contro gli sfratti e costruita collettivamente ha rimotivato l’elettorato, facendo aumentare la partecipazione al voto nella capitale catalana.
Lo smottamento di questa notte elettorale reca innanzitutto la sua immagine.
E poi quella di un’altra donna, l’ex magistrato Manuela Carmena, candidata di Podemos nella lista Ahora Madrid, che ha sfiorato la vittoria nella Capitale spagnola contro la popolare Esperanza Aguirre, e che può ancora diventare sindaco in alleanza con i socialisti.
Chiamati al voto 36 milioni di persone, per eleggere i parlamenti di oltre 8.000 comuni e di 13 comunità  autonome, tutte meno quella andalusa, che aveva già  votato due mesi fa, quella catalana, che voterà  il 27 settembre, della Galizia e dei Paesi Baschi.
Con una partecipazione pari al 65 per cento circa dell’elettorato, di poco inferiore alle elezioni del 2011, distribuita tra il Pp, ancora primo partito con il 27,03 per cento, oltre 10 punti in meno rispetto alla consultazione precedente e la perdita delle sue principali roccaforti, il Psoe, con il 25,03 per cento, quando aveva il 27,79 per cento e, al terzo posto, la nuova formazione di centrodestra, Ciudadanos, con il 6,55 per cento.     Nel 2011, in terza posizione c’era Izquierda Unida.
Oggi, Podemos non entra nell’elenco, perchè nei municipi si è presentato in coalizione e con il proprio simbolo solo     nelle elezioni autonomiche; la sua forza sarà  determinante nella possibilità  di dare vita a governi progressisti.
Elezioni amministrative che hanno il valore di un primo turno di elezioni politiche, quelle che si celebreranno nel prossimo autunno in Spagna.
Che cambiano il panorama politico spagnolo, il sistema di rappresentanza: è la fine del bipartitismo “todo-poderoso”, perchè i primi due partiti si sono assai ridimensionati e, soprattutto, perchè è venuto meno il requisito della maggioranza assoluta.
La rappresentanza che ne emerge è molto più plurale, specie a sinistra e questo obbliga tutti alla formazione di patti e coalizioni trasparenti.

Elena Marisol Brandolini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NON PODEMOS: IN ITALIA VALE IL FATTORE TV

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

IL VIDEO LOGORA CHI NON CE L’HA E CHI NON LA FA

In Spagna vince Podemos, una sinistra giovane che fa la sinistra e con un leader serio che alimenta speranze, che vedremo se saprà  soddisfare, ma intanto segnala la vitalità  di una democrazia giovane e in buona salute.
Nella cattolicissima Irlanda vincono addirittura i matrimoni gay, mentre noi siamo ancora qui a domandarci se sia il caso di riconoscere le unioni civili, patrimonio comune della destra e della sinistra in tutto il resto d’Europa.
E l’Italia? L’altra sera, come ogni tanto gli accade quando è sovrappensiero, Berlusconi ha detto almeno una cosa vera a Che tempo che fa.
Vera e al contempo agghiacciante: i due Matteo, nel senso di Renzi e Salvini, sono i beniamini dei sondaggi e degli elettorati di centrosinistra e di destra perchè sono sempre in televisione.
Il fatto che abbiano poco di nuovo da dire, e che quel poco sia perlopiù falso, non conta: lo dicono benissimo, e tanto basta in tv, dunque nella testa degli italiani.
La differenza con B. è che lui, di nuovo, non ha proprio nulla da dire e per di più lo dice malissimo: dunque anche se occupasse da mane a sera i teleschermi come ai (suoi) bei tempi, non sposterebbe voti.
E lo sa bene, infatti promette nuovi (o nuove) leader che non ha.
Ancora una volta, con buona pace di chi l’ha sempre negato per giustificare il conflitto d’interessi, il Fattore Tv si dimostra, come a ogni elezione dal ’94 a oggi, fondamentale per conquistare o conservare i consensi: il video logora chi non ce l’ha e chi non la fa.
Prendete anche i 5Stelle: l’anno scorso si illusero che bastassero le piazze, mentre Renzi girava i talk show a televendere i suoi 80 euro, e alle elezioni europee li doppiò: 40,8 a 21.
Poi Grillo e Casaleggio scoprirono che la tv non è il demonio, basta saperla usare con un pizzico di sale in zucca e saperci mandare chi “buca” e “funziona”, tipo i cinque del Direttorio più alcuni altri.
E subito un movimento che pareva destinato al viale del tramonto è tornato a salire nei sondaggi.
Intendiamoci. Non c’è nulla di incoraggiante nel constatare che siamo ancora il paese più teledipendente d’Europa, dopo tutte le teorie sulla morte della tv generalista, sulle magnifiche sorti e progressive della Rete e sull’inutilità  di darci una legge antitrust e sul conflitto d’interessi.
Ma le cose stanno così: anche questa campagna elettorale che dovrebbe essere più vicina e attenta ai problemi locali si fa negli studi televisivi: le regioni sono le istituzioni più sputtanate che abbiamo (fra le tante), e dei loro problemi sembra fregare poco o nulla.
Tant’è che in video i candidati si vedono pochissimo, oscurati dai soliti Renzi & Salvini, con l’aggiunta (tardiva in tutti i sensi) di     B.
Tutti e tre accomunati da un sovrano disprezzo per i cittadini, trattati come carne da cannone, o di porco.
Anni fa, in un altro raro lampo di sincerità , B. paragonò l’elettore medio a “un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco”.
Tutti, ma proprio tutti i leader di partito ci considerano un ammasso di creduloni che si bevono tutto e a cui si può raccontare di tutto.
Renzi, il più grande riciclatore di vecchie muffe della storia repubblicana, continua a raccontarci che sta “cambiando l’Italia”.
Salvini, che non ha mai lavorato in vita sua e vive di politica da 20 anni, cioè da quando ne aveva 20, si spaccia per il nuovo che avanza e gabella per ricette nuove ed efficaci contro l’immigrazione le vecchie e ammuffite patacche usate per vent’anni da Bossi e Maroni e regolarmente fallite a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale e rionale.
B. continua a menarla con la “svolta autoritaria” di Renzi, a cui ha collaborato fino all’altroieri.
Mai, nella pur ragguardevole tradizione italiota, s’era visto un così alto, trasversale e totalitario concentrato di balle. In un paese maturo, la rivolta degli elettori umiliati porterebbe a uno sciopero plenario del voto.
Qui è tutto più lento, anche se i sondaggi registrano da qualche mese le prime fughe di massa dal nuovo pifferaio, che è riuscito a farsi sgamare molto più in fretta di quell’altro.
Fughe che però si indirizzano prevalentemente verso l’astensione, che l’anno scorso con l’aggiunta delle bianche e delle nulle toccò il 45% degli aventi diritto, e che ora sfiorerà  il 50.
Cioè toglierà  all’insieme delle forze politiche l’ultimo scampolo di legittimità : quel quorum al di sotto del quale i referendum non valgono.
Se poi la forza antisistema dei 5Stelle confermasse i sondaggi sopra il 20% (pari al 10 degli aventi diritto), avremmo i due terzi degli elettori che contestano in blocco tutti i partiti. Ma servirà  a poco.
Per un paio di giorni si aprirà  il solito dibattito-farsa sul “divario fra paese reale e paese legale” (si fa per dire) e su come “riavvicinare i cittadini alla politica”.
Seguirà  la consueta spartizione delle poltrone fra partiti la cui voracità  è inversamente proporzionale alla rappresentatività .
Il manuale Cencelli calcola le percentuali di cadreghe in base ai voti validi, fossero anche 2 o 3.
Si spera che stavolta chi vuole protestare davvero lo faccia attivamente, votando contro gli impresentabili di ogni risma e a favore dei presentabili.
Chi non vota ha quasi sempre ragione, ma lascia tutta la torta a chi ha torto.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VENETO, IL VESCOVO DELLA VERGOGNA CHE SCRIVE MAIL A FAVORE DELLA CANDIDATA LEGHISTA

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

LA LETTERA DELLA CURIA AI 400 PROF DI RELIGIONE PER SPONSORIZZARE MONICA LEVARINI… E POI LA RETROMARCIA UNA VOLTA SCOPPIATE LE POLEMICHE

“Voglio sperare che nessuno pregiudizialmente mi giudichi ‘schierato’ nei confronti di una candidata, la dottoressa Monica Lavarini, una coordinatrice di gruppo del ‘Simposio dei Laici con il Vescovo’, che si è candidata da sola. Data però la posta in gioco, ne condivido il programma che ha elaborato da sola, imperniato sulla difesa dei diritti delle famiglie in difficoltà , cioè sul sociale debole e sulle scuole cattoliche, inserendosi come altri cattolici, per maggior libertà , nella lista civica di Zaia”.
Questo è uno dei passaggi dell’endorsement del vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti in favore di Monica Lavarini, candidata alle elezioni regionali nella lista Zaia.
Infermiera, leghista, cattolica impegnata, la Lavarini ha incassato un sostegno pesantissimo che, come è facile immaginare, non è passato inosservato.
E a Verona, da qualche giorno, non si parla d’altro.
Ma andiamo con ordine.
Il 5 maggio Monica Lavarini organizza un incontro pubblico per presentare il suo programma elettorale. Accanto a lei c’erano Paolo Facchinetti dell’ufficio diocesano di Pastorale scolastica e la presidente dell’Unitalsi Grazia Quartiroli, che tra l’organizzazione di un pellegrinaggio e l’altro non ha voluto far mancare il suo supporto alla candidata. La doppia presenza aveva già  fatto intuire un certo sostegno del mondo diocesano alla Lavarini.
Ma, perchè il messaggio fosse ben chiaro, la mattina del 14 maggio nella casella di posta elettronica dei circa 400 insegnanti di religione della curia di Verona è arrivata l’email dello scandalo: il mittente è don Domenico Consolini, direttore dell’ufficio scuola della curia scaligera, il contenuto “confidenziale”.
Tra gli allegati alla missiva elettronica una lettera, firmata da sua eminenza il Vescovo di Verona Giuseppe Zenti.
Il testo parte con un lungo preambolo sulle “problematiche reali della gente”, entrando nel dettaglio del “sociale debole” e della “libertà  educativa dei genitori”.
Passo dopo passo Zenti arriva a formulare un appello ai candidati “di qualunque area politica” a condividere le sue stesse preoccupazioni.
Poi va oltre e dichiara la già  citata adesione al programma della Lavarini, continuando poi con la spiegazione: “Nell’evidente e inviolabile libertà  di scelta, sono convinto che molti ne condividano il programma formalmente e pubblicamente espresso. La candidata si è impegnata a tener viva la sensibilità  verso le problematiche contenute nel programma, in vista della loro soluzione, pur non miracolistica”.
E poi specifica che se avesse trovato altri programmi “determinati nella difesa di queste questioni nevralgiche”, non avrebbe esitato ad appoggiarli ugualmente “in quanto io non parteggio per un candidato ma ne sostengo il programma se di alto valore civile”.
Alla candidata il prelato non dimentica di offrire una benedizione a tutti i veronesi: “Ognuno si prenda le proprie responsabilità ”, dice il monsignore: “Ma so che posso dare un credito di fiducia al buon senso dei Veronesi. Che amo, tutti, immensamente”.
Un putiferio. La sera stessa, nelle stesse caselle di posta elettronica, è arrivata una nuova mail. Stesso mittente. Diverso il messaggio.
Questa volta l’invito è quello di non tenere conto della prima comunicazione, per “evitare fraintendimenti”.
Seguono scuse pubbliche del monsignore, che si batte il petto e dice di essere stato frainteso, di non aver voluto parteggiare per una candidata, men che meno per un partito, la Lega Nord, che propaganda idee molto diverse da quelle dell’accoglienza, proprie del messaggio cristiano.
Tale e tanto è stato il polverone sollevato che qualcuno ha addirittura letto una reprimenda nelle parole che Papa Bergoglio ha pronunciato lunedì scorso: “I laici che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità  a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità  del Vescovo Pastore!”.
I beninformati assicurano che il Papa non ha voluto fare alcun riferimento al caso specifico e che non vi sia stato alcun intervento diretto nei confronti di Zenti.
Anche perchè la lettera incriminata probabilmente non è l’unica intromissione della Chiesa nelle regionali.
Senza andare troppo lontano da Verona, ad esempio, ha fatto parlare anche la candidatura di Dino Boffo, che non ha certo bisogno dell’imprimatur vescovile per far sapere di essere persona gradita alla Cei.
Lasciamo agli ermeneuti l’interpretazione delle parole del Papa.
A Ilfattoquotidiano.it sarebbe bastato poter rivolgere qualche domanda telefonica a monsignor Giuseppe Zenti, purtroppo la cosa non ci è riuscita, un po’ per i garbati rifiuti, un po’ per le telefonate a vuoto.
Del rapporto tra Chiesa e politica parla il dossier elaborato dal Movimento Cinque Stelle del Veneto che dettaglia la ripartizione dei cinquanta milioni di euro di contributi a cascata su tutto il Veneto deliberati in quella che è stata ribattezzata la “Notte delle marchette”.
Gli estensori del dossier fanno notare che “la parola ‘parrocchia’ compare addirittura una cinquantina di volte nel documento” e sottolineano che la maggior parte dei 50 milioni distribuiti nella delibera sono stati assegnati alle parrocchie.
Nell’elenco spiccano i 441 mila euro destinati alla parrocchia San Zeno in Santa Maria Assunta nel comune di Cerea (Verona), gli 890 mila euro per la sistemazione dell’immobile della Biblioteca Capitolare di Verona e i 300 mila euro per la Parrocchia di Sant’Andrea di Romagnano nel comune di Grezzana (Verona) per la ristrutturazione della chiesa.

Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)

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VENETO: FORZA ITALIA DONA PACCHI DI PASTA CON FOTO DELL’ASSESSORE

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

“ESPEDIENTE DEGNO DELLA PEGGIORE PRIMA REPUBBLICA”

Un caso curioso agita la campagna elettorale per le regionali in Veneto, in programma domenica prossima.
La foto di Elena Donazzan sarebbe apparsa su una serie di pacchi di pasta distribuiti dagli attivisti veneti di Forza Italia.
L’iniziativa sarebbe nata con l’obiettivo di supportare la candidatura   dell’Assessore uscente alle politiche dell’Istruzione e della Formazione della Regione Veneto.
Il gadget è stato criticato duramente dal candidato della lista “con Alessandra Moretti Presidente” Alessandro Padrin, che l’ha bollato come un “clichè della peggiore prima Repubblica”.
La Donazzan, in forza alla giunta Zaia, era stata eletta nel 2006 alla Camera dei Deputati per Alleanza Nazionale, ma si era dimessa il giorno stesso della proclamazione per mantenere il suo incarico politico regionale.
Qualche settimana fa, in Campania, avevano fatto discutere le iniziative e di due candidati di Forza Italia che avevano offerto birra e gelati ai propri elettori.

(da Ansa)

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“CUORI NERI” DI TELESE, SPERLING CAMBIA COPERTINA

Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile

LA CASA EDITRICE DA’ RAGIONE ALLA RETE: VIA FACCIA DI CARMINATI E NUOVA PREFAZIONE

Un libro divenuto un punto di riferimento.
Un successo editoriale con nove ristampe in altrettanti anni. Poi la decima diventa un caso letterario. Di più: stabilisce un primato.
Perchè non era mai accaduto prima che i lettori convincessero la casa editrice a ritirare e ristampare un volume ormai in viaggio verso le librerie.
Con tutto quello che ne consegue a livello di costi.
E’ successo a Cuori Neri, il romanzo in cui Luca Telese racconta gli anni di piombo ripercorrendo le storie di 21 vittime, tutti giovani di destra, tutti morti nel conflitto di ideologia politica che insanguinò quel pezzo di storia d’Italia.
Il casus belli è l’edizione che celebra il decennale dall’uscita del libro. Nuova prefazione e nuovo capitolo, l’ultimo, in cui il conduttore di Matrix parla degli sviluppi del caso Moro, del filo che collega le stagioni del terrorismo, di Massimo Carminati. Non solo.
Nuovo sottotitolo (“Dal rogo di Primavalle a Mafia capitale, storie di vittime e carnefici“) e soprattutto nuova copertina: sullo sfondo il viso di ‘Er Cecato’, sopra il titolo, bianco, in trasparenza.
Un accostamento, quello tra Carminati e i ‘vecchi’ cuori neri, che fa indignare il popolo di destra. Sul web è una rivolta. Sulla pagina Facebook di Telese centinaia di insulti e accuse.
Poi la svolta. Mercoledì 20 maggio il sito Barbadillo.it chiede ai suoi lettori di inoltrare alla casa editrice Sperling& Kupfer una mail per chiedere di ritirare il libro.
Il motivo? “Non si può in alcun modo legare, con una copertina che genera rabbia e indignazione, la storia patriottica della famiglia e dei fratelli Mattei, di Mario Zicchieri, di Mikis Mantakas, dei ragazzi di Acca Larentia e degli altri figli d’Italia caduti con l’inchiesta della magistratura romana sul malaffare delle cooperative”. Punti di vista.
Fatto sta che in pochi giorni si crea un dibattito culturale molto forte.
All’appello aderiscono politici, semplici cittadini, intellettuali di destra e sinistra, parenti delle 21 vittime raccontate da Telese. Che interviene pubblicamente, ammette che la bozza di copertina non gli era piaciuta, chiede alla Sperling & Kupfer di fare uno sforzo e cambiarla.
Dopo neanche una settimana succede quello che mai era accaduto prima. La casa editrice non solo decide di ‘richiamare’ il libro, ma va ben oltre.
All’inizio pensa a un semplice ricopertinaggio, poi decide di ristampare integralmente Cuori Neri, di cestinare la ‘vecchia’ prefazione e di chiederne a Telese una nuova di zecca per raccontare la levata di scudi in Rete e la scelta della Sperling.
“L’ho finita di scrivere stamattina — dice a ilfattoquotidiano.it Telese, che ha dato la notizia su Twitter – Ora il libro è in stampa”.
Carminati c’è, ma non si vede, almeno in copertina. “Certo che c’è, c’era anche nella prima edizione. E nella mia prefazione ho spiegato perchè deve esserci — spiega l’autore — Di Mafia capitale non mi interessano le carte e i reati raccontati nell’inchiesta, bensì la figura di Carminati e il suo continuo citare i cuori neri con un obiettivo: usarli per sostenere l’aura del suo personaggio pubblico. I Mattei, Ramelli, Mantakas e i ragazzi di Acca Larentia sono vittime, lui è un carnefice: va raccontato, ma non poteva essere il simbolo del libro”.
Lo era diventato. “E infatti mi sono arrabbiato, ma alla decima ristampa l’autore ha un potere davvero relativo. Ora, però, devo fare i complimenti alla Sperling: è un’operazione davvero coraggiosa”.
Telese non è a conoscenza di quanto sia costato in termini economici questo coraggio (si parla di qualche migliaia di euro), ma non ha dubbi sul valore simbolico del cambio in corsa: “E’ la prova che il web può avere una funzione fondamentale, di autocorrezione — sottolinea il giornalista — In questo caso è riuscito a porre rimedio a un errore concepito in un mondo, quello dell’editoria, che va a velocità  opposta rispetto alla sua”.
Carlo Musso, il responsabile editoriale Non Fiction di Sperling & Kupfer e Piemme, preferisce non soffermarsi sul caso in sè, quanto sul dibattito che ne è scaturito: “All’autore e all’editore interessano la riflessione culturale, storica, sociale, editoriale sugli anni di piombo, e sul legame tra la memoria di quella stagione e l’attualità  — spiega a ilfattoquotidiano.it — La copertina dell’edizione 2015 può essere di ostacolo a questa riflessione, o ferire la sensibilità  dei famigliari delle vittime? La cambiamo senza alcun problema, dal momento che non era ovviamente questo l’intento. Ci interessa invece dare spazio a questa riflessione — aggiunge — e su quella non si arretra per nulla, anzi si rilancia: tanto che il libro esce, tra un paio di settimane, non solo con una nuova copertina, ma con una corposa integrazione che dà  conto delle diverse posizioni del dibattito che si è sviluppato in questi giorni”.
Più di ogni risposta, però, vale la nuova bandella.
Che dopo la prima parte (identica sin dalla prima edizione) recita testualmente: “Comparso nelle librerie nel 2006 e ristampato per un intero decennio, il volume ha suscitato polemiche quando — nell’edizione del 2015, integrata con gli accadimenti degli ultimi anni — viene pubblicato con una nuova copertina che riporta la foto di Massimo Carminati, ex militante dei Nar al fianco di Valerio Fioravanti: in un nuovo capitolo l’autore rifletteva sul rapporto tra passato e presente, e ripercorreva (anche) la sua vicenda e il suo passaggio da terrorismo al sodalizio con la banda della Magliana negli anni Ottanta.
Più di vent’anni dopo, uscito dal carcere, Carminati diventa capo di una gang che controlla gli appalti a Roma e viene di nuovo inquisito: le intercettazioni che lo riguardano rivelano quanto sia ancora stretto il suo legame con la memoria di quella stagione.
Ma la foto di Carminati, come un detonatore, fa anche esplodere un acceso dibattito sul rapporto tra la storia delle vittime e quella dei carnefici, tra chi vorrebbe ridurre questo racconto a una rappresentazione di soli angeli, e chi a un tripudio in cui tutti diventano demoni.
L’autore e l’editore decidono così di mandare in stampa una nuova edizione aggiornata (questa) che, rispondendo alle richieste di alcuni lettori, modifica l’immagine di copertina e soprattutto dà  conto di questo dibattito sull’identità .
Luca Telese torna a riflettere sul periodo della lotta armata, sul modo in cui la storia italiana continui a svilupparsi nel perimetro della sua lunga ombra, spiegando perchè questo libro è più attuale oggi di quando è uscito per la prima volta. Ma anche perchè Cuori neri non può diventare una nuova apocalisse o un compendio di vite dei santi: deve restare un libro di storia”.
Che di storico, però, ha anche altro: è il primo libro in cui i lettori sono in qualche modo protagonisti.
Di un cambiamento in corsa, di un dibattito ancora in corso.

Pierluigi Giordano Cardone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL MEDIOEVO TORNA SUI CAMPI; SONO 60.000 LE ITALIANE IN SCHIAVITU’

Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile

SONO ITALIANE LE NUOVE SCHIAVE: PIU’ RICATTABILI PER I CAPORALI…NELLA SOLA PUGLIA SONO 40.000 CON PAGHE DI 30 EURO PER 10 ORE DI LAVORO

Alle tre di notte le donne del Brindisino e del Tarantino sono già  in strada.
Indossano gli abiti da lavoro e hanno in mano un sacchetto di plastica con un panino. Nei punti di raccolta, agli angoli delle piazze, alle stazioni di benzina, aspettano il caporale che viene a prenderle con l’autobus gran turismo per portarle sui campi, dove lavorano sfruttate e ricattate, a volte anche con la richiesta di prestazioni sessuali. Sono soprattutto italiane, più affidabili, ma soprattutto più “mansuete” delle lavoratrici straniere, protagoniste in passato di proteste e denunce.
Per costringere le italiane al silenzio non servono violenze fisiche.
Basta la minaccia “domani resti a casa”.
“I proprietari dei pullman sono i caporali. È a loro che ci rivolgiamo per trovare lavoro in campagna o nei magazzini che confezionano la frutta”, racconta Maria, nome di fantasia, che ha 24 anni e lavora sotto i caporali da quando ne aveva 16.
Secondo le stime del sindacato Flai Cgil, sono 40mila le braccianti pugliesi vittime dei caporali italiani, che in molti casi hanno comprato licenze come agenzie di viaggio, riuscendo così ad aggirare i controlli.
Il reclutamento.
“Nei paesi ci sono delle persone, generalmente sono delle donne, che fanno da tramite tra chi vuole lavorare e il caporale. Raccolgono i nominativi per lui – racconta Antonietta di Grottaglie – Il caporale decide dove mandare a lavorare le braccianti e quello che deve essere dato come salario. Cercano di non avere uomini, anche per i lavori pesanti, perchè le donne si possono assoggettare più facilmente”.
Antonio, altro nome di fantasia, è ancora più esplicito: “Non vogliono stranieri, il motivo è che loro si ribellano e gli italiani no: ci sentiamo gli schiavi del terzo millennio, ci hanno tolto la dignità “.
Le italiane sfruttate per la fragola “top quality”.
“La donna si presta di più a un lavoro piegato di tante ore – spiega un produttore agricolo che assume circa 60 operaie nelle sue serre di Scanzano Jonico – Io ho quasi tutte italiane, andiamo a prendere la manodopera in Puglia, perchè quella locale non basta. In tutta Scanzano esistono 600 ettari di coltivazioni di fragole. A 6 donne a ettaro fanno 3600 braccianti donne”.
Ci sono rumeni che si propongono per la raccolta, ma non vengono quasi mai presi in considerazione.
“La fragola è molto delicata   –   dice Teresa   –   facilmente si macchia e diventa invendibile, per questo servono le donne a raccoglierla nelle serre, con la temperatura che raggiunge i 40 gradi”.
Tra Scanzano, Pisticci e Policoro si produce la fragola Candonga, brevettata in Spagna e diventata un’eccellenza molto apprezzata sul mercato perchè è più grande e ha una lunga durata. Spesso vengono “trattate” con ormoni come la gibberellina, come vediamo dalle scritte sui tendoni “campo avvelenato”.
Caporali tour operator.
Da aprile a settembre centinaia di grossi pullman si spostano carichi di lavoratrici tra le province di Brindisi, Taranto e Bari per la stagione delle fragole, delle ciliegie e dell’uva da tavola. Grottaglie, Francavilla Fontana, Villa Castelli, Monteiasi, Carosino, sono solo alcuni dei nomi della geografia del caporalato italiano che sfrutta le donne. Il nome del caporale è scritto in grande, stampato sulla fiancata dei bus, insieme al numero di cellulare. “È per questo che nessuno li ferma”, dice Teresa, altro nome di fantasia.
Donne e italiane, le nuove vittime del caporalato agricolo
Il potere del caporale si misura dal numero di pullman che possiede, perchè questo è indice anche della quantità  di lavoratori che riesce a controllare. Si va dalle cinquanta alle oltre 200 persone.
Il caporale prende dall’azienda circa 10 euro a donna e sui grandi numeri guadagna migliaia di euro a giornata. “Nel magazzino per il confezionamento dell’uva da tavola dove lavoro ci sono mille operaie italiane, portate lì da più di dieci caporali diversi”, racconta Antonio, bracciante della provincia di Taranto. In questi giorni i pullman percorrono quasi cento chilometri, dalla Puglia fino alle aziende agricole che producono fragole nel Metapontino, tra Pisticci, Policoro e Scanzano Jonico, in provincia di Matera.
Questi proprietari conferiscono il prodotto a dei consorzi di commercianti con sede nel nord Italia che hanno magazzini in loco.
L’intermediario prende una percentuale variabile, almeno del 2%, poi si aggiungono i costi delle cassette e la tariffa del 12% pagata al “posteggiante”, il personaggio che la espone in vendita ai mercati generali. Alla fine si arriva a un prezzo al consumatore anche di 7 euro al chilo nei supermercati di Milano.
Sfruttate come lavoratori immigrati.
Gli orari di lavoro e la paga variano a seconda del tipo di raccolta. Ma la regola sono impieghi massacranti e sottosalario.
Alle fragole si lavora per sette ore, ma se sono mature e vanno raccolte subito si arriva anche a 10 ore. Nei magazzini di confezionamento si arriva anche a 15 ore.
Ogni donna deve raccogliere una pedana di uva pari a 8 quintali. Se ci mette più tempo la paga resta uguale, per cui alla fine il salario reale è meno di 4 euro l’ora.
“C’è il pregiudizio che le donne iscritte negli elenchi agricoli siano false braccianti   –   spiega Giuseppe Deleonardis, segretario della Flai Cgil Puglia   –   invece vivono una condizione di sfruttamento pari agli immigrati. Nel sottosalario, a parità  di mansioni con gli uomini, c’è un’ulteriore differenza retributiva: se la paga provinciale sarebbe di 54 euro e all’uomo ne danno in realtà  35, la donna non va oltre 27 euro”.
Ricatti ed estorsioni.
Il salario ufficiale è di 50-60 euro. Ma vengono segnate la metà  delle giornate di lavoro effettivamente lavorate. Le braccianti vengono costrette a firmare buste paga che rispettano i contratti, perchè le aziende hanno bisogno di dimostrare che sono in regola per poter accedere ai finanziamenti pubblici. Di fatto continuano a pagare un terzo o al massimo la metà  del salario dovuto, richiedendo indietro i soldi conteggiati in busta paga.
“In provincia di Taranto, con inquadramento minimo, posso avere una busta paga ‘ufficiale’ di 47 euro lordi, però in realtà  me ne arrivano 27, massimo 28 a giornata – racconta Antonietta –   L’azienda ci dà  il foglio di assunzione, noi dobbiamo portarlo con noi tutti i giorni nel caso ci dovesse essere un controllo. L’autista del pullman risulta essere un dipendente dell’agenzia di viaggio”.
I datori di lavoro mettono la paga del caporale sull’assegno che percepiscono le lavoratrici, le quali riscuotono e danno al caporale la sua parte in nero.
Sotto gli occhi della fattora.
Nei campi italiani succede di tutto, approfittando della disperazione e della crisi economica. C’è chi aspira a diventare una “fissa” della squadra del caporale come se fosse una specie di nota di merito in graduatoria.
Chi subisce molestie sessuali o la richiesta di prostituirsi per poter lavorare.
Ci sono donne caporali che sono anche proprietarie di pullman. Ma la figura più ambigua è quella che tutti chiamano “la fattora”, una sorta di kapò al femminile con una funzione di ricatto.
È lei la persona di fiducia del caporale che controlla le lavoratrici sul campo. “Il suo ruolo è di subordinare psicologicamente le braccianti, garantendo loro assunzioni se rinunciano ai diritti”, spiega Deleonardis. “Alla minima protesta, rimostranza o insubordinazione si resta a casa per punizione – dice Teresa – Anche se ti lamenti perchè non vuoi viaggiare nel cofano del pulmino”.
Nè denunce nè ispezioni. Emerge il quadro di un sistema di produzione basato su ricatti, soprusi, omertà  e conoscenza personale.
“Non ho mai visto un pullman essere fermato da una pattuglia della polizia, anche se ne incontriamo molte”, continua Antonio.
Secondo Deleonardis questo è un sistema di caporalato legalizzato. “È una situazione conosciuta da tutti sul territorio. Qui c’è una tolleranza di un sistema di illegalità , non si vuole colpire il caporalato   –   dice il sindacalista – Abbiamo chiesto al prefetto di Taranto di fare dei controlli, ma possibile che non ci sia mai una verifica se i pullman hanno le autorizzazioni a trasportare persone e in quali aziende vanno?”.
I dati ufficiali del ministero del Lavoro dicono che ci sono state 1818 ispezioni in Puglia in tutto il 2014.
Quelle che hanno riscontrato irregolarità  sono state 925, circa il 50%, per un totale di 1299 lavoratori coinvolti, pari a 1,4 lavoratori ad azienda.
Un numero davvero esiguo se paragonato ai datori di lavoro che assumono anche mille braccianti per volta servendosi dei caporali.

Raffaella Cosentino
(da “La Repubblica“)

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