Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
LE RICHIESTE DELLA PROCURA PER I TRE MILIONI DI EURO VERSATI A DE GREGORIO
Cinque anni per Silvio Berlusconi e quattro anni per Valter Lavitola. Questa la richiesta della Procura
di Napoli nell’ambito del processo per la compravendita di senatori per cui l’ex parlamentare Sergio De Gregorio ha già patteggiato la pena.
Il rinvio a giudizio per l’ex Cavaliere e l’ex direttore de L’avanti era arrivato il 23 ottobre 2013.
In quell’udienza il giudice per l’udienza preliminare Amelia Primavera aveva ratificato il patteggiamento a 20 mesi.
Cuore del processo l’ipotizzato versamento dell’ex presidente del Consiglio di 3 milioni di euro a De Gregorio perchè cambiasse schieramento e contribuisse a determinare la crisi del governo Prodi dopo le elezioni del 2006.
La procura di Napoli aveva chiesto il giudizio immediato nei confronti del leader del Pdl, dell’ex senatore dell’Idv e dell’ex direttore dell’Avanti, ma il gip aveva respinto e si era quindi celebrata l’udienza preliminare.
Lavitola, in alcune dichiarazioni spontanee davanti al giudice, aveva sostenuto di non sapere di essere stato solo il veicolo della corruzione: “Sono stato corriere inconsapevole. Mi si accusa di avere portato mezzo milione di euro a De Gregorio in un pacchettino. Io ho dato questi soldi black (in nero, ndr), ma sono stato solo un postino, non conoscevo la ragione del pagamento”.
De Gregorio aveva deposto al processo sostenendo che quando non veniva pagato in Aula non ci andava scatenando il panico in Forza Italia.
L’ex senatore, eletto con Idv e poi passato al Pdl, nella sua lunghissima deposizione aveva ricostruito tutti i passaggi di quella che lui stesso ha definito la compravendita dei senatori.
“Ho pattuito con Berlusconi — aveva dichiarato — di passare allo schieramento di centrodestra in cambio di 3 milioni di euro di cui uno corrisposto sotto forma di finanziamento al Movimento Italiani nel mondo e il resto in contanti, somme consegnatemi in varie rate da Lavitola, che mi disse che la ‘provvista’ avveniva attraverso conti esteri”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
CON IL BLOCCO GIUDICATO ILLEGITTIMO DALLA CASSAZIONE, OGNI LAVORATORE HA PERSO IN MEDIA IL 10% DELLO STIPENDIO IN 5 ANNI, PARI A 4.800 EURO
Col blocco dei contratti esteso anche al 2015 in media un lavoratore del settore pubblico in cinque anni ha perso ben 4800 euro di stipendio.
Una perdita che viaggia attorno al 10% della busta.
Per questo si capisce bene perchè dipendenti dello Stato, di comuni e regioni, quelli delle Asl e dei tanti enti pubblici siano inferociti e tante sigle sindacali abbiamo presentato ricorso alla Consulta: dal 2010 il rinnovo dei contratti è bloccato, sono bloccati pure premi individuali, incentivi e scatti di anzianità .
Questi ultimi, a breve, nella scuola verranno sostituiti con aumenti legati al merito (e limitati al 66% del personale).
Poi, come se non bastasse, da quest’anno pure la liquidazione viene erogata a fatica: da quest’anno lo Stato si prende più tempo per versare il trattamento di fine servizio che, a seconda degli importi, può avvenire in due o tre rate.
E ovviamente di tfr in busta paga, come prospettato per i lavoratori privati non si parla.
Ma a pesare sono soprattutto i mancati aumenti legati all’inflazione: il grosso degli oltre 3 milioni e 300 mila dipendenti pubblici si colloca in una fascia compresa tra i 2000 ed i 4500 euro.
Se si prendono in considerazione i quattro anni compresi tra il 2010 ed il 2104, secondo stime della Cisl, nel settore della scuola si sono persi in media 2.838 euro lordi, 3082 nei ministeri, 3800 negli enti di ricerca e 4686 negli enti pubblici non economici come Inps, Inail, Istat o Aci.
Ovviamente più si sale la scala gerarchica e più il blocco pesa: per la dirigenza di prima fascia degli enti pubblici non economici, dove in media si registra il livello più alto di stipendi, a tutto il 2014 il “buco” arriva a circa 21.200 euro, i medici del servizio sanitario nazionale in quattro anni hanno invece perso circa 7.550 euro, i docenti universitari tra i 4500 ed i 9500 euro a seconda dell’inquadramento.
Solo i redditi più bassi hanno potuto compensare in parte i mancati aumenti per effetto del bonus da 80 euro che però, oltre ad essere erogato solo a partire da quest’anno, copre solo una parte del mancato recupero dell’inflazione.
Un dipendente con una busta paga che nel 2010 era pari a circa 17mila euro lordi quest’anno per effetto dei rinnovi sarebbe salito a quota 18.600 euro (e a 18.800 il prossimo anno).
Il bonus gliene mette in tasca 960 a fronte di una perdita di 1600, con un saldo negativo di oltre 700 euro.
Secondo stime del Sole 24 ore il blocco dei contratti sino a tutto il 2014 ha comportato per i dipendenti pubblici un sacrificio pari al 10,5% dell’attuale stipendio di riferimento, ed il costo salirà al 14,6% se la macchina dei contratti non dovesse ripartire sino al 2017.
Il blocco dei contratti produce anche un altro effetto: chiude definitivamente la forbice tra le retribuzioni pubbliche, tradizionalmente più ricche, e quelle private.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Aran, l’agenzia che si occupa della contrattazione nel pubblico impiego, nel 2010 la retribuzione contrattuale media pro capite per impiegati e quadri pubblici era paria 27.472 euro lordi contro i 25.531 del privato.
Nel 2013 lo scarto si era già ridotto a meno di 500 euro: 27.252 nel pubblico contro 27.004 nel privato.
Anche secondo le ultime stime della Cgia di Mestre, invece, i cedolini dei dipendenti pubblici, in media, sarebbero più ricchi di circa 2mila euro all’anno.
Allo Stato, ovviamente, conviene tirare la cinghia, perchè il monte salari dei dipendenti pubblici pesa in maniera considerevole sui conti. Dopo la spesa per le pensioni è l’uscita più consistente.
Il risparmio ottenuto tra il 2010 ed il 2014 cumulando blocco degli aumenti e blocco del turn over ammonta infatti a circa 11,5 miliardi di euro e porta il costo complessivo del lavoro dipendente a quota 161,9 miliardi di euro (10,1% del Pil) rispetto ai 172 miliardi del 2010.
Invertire la tendenza? Per sbloccare i contratti servono molte risorse, che però ora dopo la sentenza della Corte costituzionale il governo dovrà in qualche modo iniziare a reperire perchè proseguire col blocco è illegittimo.
Ogni punto di inflazione riconosciuto ai dipendenti pubblici vale all’incirca 1,5 miliardi e quindi una eventuale nuova tornata di rinnovi richiederebbe per questo ed i prossimi due anni uno stanziamento di partenza iniziale pari ad almeno 3-4 miliardi di euro se si considera che per quest’anno è prevista un’inflazione programmata pari allo 0,3% ma che poi già dall’anno prossimo salirà all’1% per poi crescere ancora nel 2017.
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
DERUBATI GLI STATALI DI 35 MILIARDI DI ARRETRATI: HANNO PAGATO ANCHE PER GLI EVASORI…. MA NEL 2016 RENZI DOVRA’ TROVARE A CHI FREGARE 13 MILIARDI
Salvo in extremis. 
La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il blocco dei contratti degli statali, ma “non per il passato”, tesi assai orginale da “ragion di Stato”.
Il governo Renzi dribbla così il rischio del buco da 35 miliardi di euro che si sarebbe aperto nei conti pubblici se la Consulta avesse stabilito che lo Stato doveva risarcire tutti i dipendenti pubblici per i mancati introiti degli ultimi cinque anni.
Una bomba a orologeria di portata superiore al 2% del prodotto interno lordo, a cui l’esecutivo avrebbe dovuto far fronte subito dopo aver messo una pezza all’ammanco aperto dalla sentenza sulla mancata rivalutazione delle pensioni.
I giudici hanno evidentemente tenuto conto della memoria dell’Avvocatura dello Stato, in base alla quale “l’onere” della “contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi”, con “effetto strutturale di circa 13 miliardi” annui dal 2016.
Sono passati quasi sei anni dall’ultimo rinnovo del contratto del pubblico impiego che riguarda più di tre milioni di dipendenti.
In pratica: per sei anni lo Stato ha rapinato una banca, ma non è tenuto a restituire la refurtiva perchè se l’è sputtanata.
Per il 2016 però non porà più assaltare la cassa e si apre così un buco da 13 miliardi, in attesa che i rapinatori decidano quale altro istituto di credito assaltare.
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
MONTIANI, LEGA E FRATELLI D’ITALIA GRAZIE A UNA DEROGA CONTINUANO AD AVERE PERSONALE GRATIS, STANZE E SOLDI
Un gruppo parlamentare è per sempre. Almeno finchè dura la legislatura.
Lo slogan di una pubblicità dei diamanti in voga negli anni Ottanta ben si addice ai gruppi parlamentari della Camera dei deputati.
Che restano in vita anche se a farne parte ci sono meno dei venti deputati previsti dal regolamento grazie ad un escamotage semplice, ma efficace.
Il gruppo parlamentare di Per l’Italia — Centro democratico, quello presieduto da Lorenzo Dellai e fatto di transfughi di Scelta Civica ma anche di Bruno Tabacci ed alcuni suoi seguaci eletti nelle liste del Partito democratico, ha solo 13 deputati, ben sette in meno rispetto al minimo di venti per costituire un gruppo previsto dal regolamento di Montecitorio.
Tuttavia, malgradio abbia perso dei pezzi nelle ultime settimane, quel gruppo continuerà ad esistere.
E continuerà a percepire il contributo da parte della Camera per il proprio funzionamento e ad avere a disposizione personale interno ed esterno a Montecitorio, oltre a stanze ed uffici, merce particolarmente rara nel Palazzo da quando sono stati lasciati i locali dei palazzi Marini.
Come è possibile questa eccezione?
Semplice: lo ha deciso l’Ufficio di presidenza di Montecitorio, approvando la deroga con il voto contrario dei componenti M5S e l’astensione di quelli di Forza Italia e Lega.
La “scialuppa di salvataggio” si chiama Bruno Tabacci, con il suo micro partito Centro Democratico, il cui nome è entrato a far parte integrante del gruppo parlamentare con un obiettivo chiaro: far passare il messaggio che quella componente fa riferimento ad una formazione politica che si è presentata autonomamente alle ultime elezioni e, di conseguenza, ha diritto di tribuna alla Camera malgrado abbia perso il numero minimo per fare il gruppo.
La situazione è analoga per altri due gruppi a Montecitorio.
Il primo è quello di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, i cui soli otto deputati sono presieduti a Montecitorio da Fabio Rampelli, diventato famoso per aver roteato un fazzoletto tricolore durante un’azione violenta dei M5S in Aula all’altezza dei banchi del governo.
L’altro è quello della Lega: a Montecitorio, il Carroccio di deputati ne ha soli diciassette malgrado l’arrivo di Barbara Saltamartini, che è l’unica donna della formazione.
L’escamotage è lo stesso: hanno meno di venti deputati, ma siccome hanno corso alle Politiche, quei gruppi hanno diritto a restare.
E a mantenersi stanze, personale e soldi.
Roberto Grazioli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
“L’HO LASCIATO IN PERIFERIA DOVE HO LE MIE RADICI”… IL 4 LUGLIO ASSEMBLEA CON CIVATI E COFFERATI PER COSTRUIRE UN PERCORSO COMUNE
Stefano Fassina lascia il Pd. Martedì l’annuncio al circolo Pd Capannelle – dopo l’amarezza espressa
sulla fiducia al ddl Scuola che sarà votata giovedì prossimo in Senato.
“Ieri in una sede del partito di Capannelle ho, con sofferenza, annunciato che ho lasciato il Pd”, ha detto Fassina, in conferenza stampa alla Camera, confermando di essere uscito dal partito.
“L’ho fatto in un circolo della periferia romana perchè lì sono le mie radici, le persone che dobbiamo rappresentare e le persone a cui devo dare risposte”.
“La scelta di mettere la fiducia sul ddl Scuola è una scelta grave e insostenibile per il Pd”, ha aggiunto.
“Servivano 4 correzioni profonde per migliorare il ddl sulla scuola – ha detto Fassina – e invece questo non è avvenuto. Si è messa la fiducia, si è chiusa ogni possibilità di dialogo e si è voluta fare l’ennesima forzatura. La scuola è solo l’ultimo passaggio di una vicenda che ha compreso la delega lavoro e il cosidetto Jobs act, non abbiamo condiviso le riforme costituzionali e legge elettorale e infine, l’ultimo passaggio di una progressiva regressione, quello della scuola”.
Dopo aver spiegato che nelle prossime ore insieme alla Gregori presenterà la lettera di dimissioni dal gruppo alla Camera, Fassina ha detto di non riconoscersi più nel Pd che è diventato un partito “sempre più attento all’establishment e a Marchionne, alla finanza internazionale, ai rappresentanti di un management che sempre più invade le strutture dello Stato”.
L’addio durante l’intervento a un circolo.
“Io credo che sia il momento, per quanto mi riguarda, di prendere atto che non vi sono più le condizioni per andare avanti nel Pd e insieme ad altri proveremo a costruire altri percorsi. Altri percorsi che portano non a una testimonianza minoritaria ma a fare una sinistra di governo su una agenda alternativa”.
Questa la frase di Fassina, rimbalzata su Twitter insieme al video su YouTube in cui pronunciava queste parole.
A postare per prima il video, Maddalena Messeri, presidente della direzione dei Giovani Democratici di Roma.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
SONDAGGIO WALL STREET JOURNAL: L’AVVERSARIO SANDERS AL 15%…. TRA I REPUBBLICANI IL COMPETITOR PIU’ PERICOLOSO E’ JEB BUSH
Se non ci saranno incidenti di percorso, quella di Hillary Clinton verso la nomination democratica sarà una volata incontrastata.
E la sconfitta del 2008 – contro Barack Obama – sarà solo un pallido ricordo.
Secondo un sondaggio Wall Street Journal/Nbc è il candidato democratico preferito da 75 elettori su 100, seguita, staccatissmo al 15%, dal senatore indipendente/socialista Bernie Sanders.
Insomma, non risulta al momento alcun rivale credibile e temibile.
Dopo Sanders, gli altri competitor interni sono fermi a percentuali a numero singolo: l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley è al 2%.
Ancora peggio l’ex governatore del Rhode Island, Lincon Chaffe, è sotto l’1%.
E nel confronto con i repubblicani?
Il sondaggio rivela come lo sfidante più temibile per l’ex segretario di Stato tra i repubblicani sia Jeb Bush.
L’ex governatore della Florida, figlio e fratello di presidenti, è dato al 40% mentre la Clinton è al 48%.
Contro il Senatore Marco Rubio la Clinton è data al 50% e il secondo al 40%.
Ancora più forte contro il governatore del Wisconsin, Scott Walker, con cui l’ex first lady è al 51% contro il 37%.
Bush è anche il favorito, ma di poco, tra i candidati del Gran Old Party (Gop) con il 22%, 5 punti davanti a Walker fermo al 17%. Più indietro Rubio al 14%.
Se non ci saranno inversioni di rotta, le prossime presidenziali americane saranno dunque un nuovo scontro tra due dinastie: Clinton e Bush.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DEL FILOSOFO TEDESCO JURGEN HABERMAS: “I POLITICI NON SI NASCONDANO DIETRO L’INCAPACITA’ DELLE ISTITUZIONI”
La recente sentenza della Corte di Giustizia europea getta una luce impietosa su un errore di fondo
della costruzione europea: quello di aver costituito un’unione monetaria senza un’unione politica.
Tutti i cittadini dovrebbero essere grati a Mario Draghi, che nell’estate 2012 scongiurò con un’unica frase le conseguenze disastrose dell’incombente collasso della valuta europea.
Aveva tolto la patata bollente dalle mani dell’Eurogruppo annunciando la disponibilità all’acquisto di titoli di stato senza limiti quantitativi in caso di necessità : un salto in avanti cui l’aveva costretto l’inerzia dei capi di governo, paralizzati dallo shock e incapaci di agire nell’interesse comune dell’Europa, aggrappati com’erano ai loro interessi nazionali.
I mercati finanziari reagirono positivamente a quell’unica frase, benchè il capo della Bce avesse simulato una sovranità fiscale che non possedeva, dato che oggi come ieri, sono le banche centrali degli Stati membri a dover garantire i crediti in ultima istanza.
GLI SPAZI DELLA BCE
Di fatto, la Corte di Giustizia europea non poteva confermare questa competenza, in contraddizione col testo dei Trattati europei; ma dalla sua decisione consegue la possibilità per la Banca centrale europea di disporre — tranne poche limitazioni – dei margini di manovra di un erogatore di crediti di ultima istanza.
La Corte di Giustizia ha dunque ratificato quell’azione di salvataggio, benchè non del tutto conforme alla Costituzione.
Verrebbe voglia di dire che il diritto europeo dev’essere in qualche modo piegato, anche se non proprio forzato, dai suoi stessi custodi, per appianare di volta in volta le conseguenze negative del difetto strutturale dell’unione monetaria.
L’unione monetaria resterà instabile finchè non sarà integrata da un’unione bancaria, economica e fiscale. In altri termini, se non vogliamo che la democrazia sia palesemente ridotta a puro elemento decorativo, dobbiamo arrivare ad un’unione politica.
Fin dal maggio 2010 la cancelliera tedesca ha anteposto gli interessi degli investitori al risanamento dell’economia greca.
Il risultato è che siamo di nuovo nel mezzo di una crisi che pone in luce, in tutta la sua nuda realtà , un altro deficit istituzionale.
L’esito elettorale greco è quello di una nazione la cui netta maggioranza insorge contro l’opprimente e avvilente miseria sociale imposta al paese dall’austerità .
In quel voto non c’è nulla da interpretare: la popolazione rifiuta la prosecuzione di una politica di cui subisce il fallimento sulla propria pelle. Sorretto da questa legittimazione democratica, il governo greco sta tentando di ottenere un cambio di politica nell’Eurozona; ma a Bruxelles si scontra coi rappresentanti di altri 18 paesi che giustificano il loro rifiuto adducendo con freddezza il proprio mandato democratico.
Il velo su questo deficit istituzionale non è ancora del tutto strappato.
Le elezioni greche hanno gettato sabbia negli ingranaggi di Bruxelles, dato che in questo caso gli stessi cittadini hanno deciso su un’alternativa di politica europea subita dolorosamente sulla propria pelle.
Altrove i rappresentanti dei governi prendono le decisioni in separata sede, a livelli tecnocratici, al riparo dell’opinione pubblica, tenuta a bada con inquietanti diversivi.
Le trattative per la ricerca di un compromesso a Bruxelles sono in stallo, soprattutto perchè da entrambi i lati si tende a incolpare gli interlocutori del mancato esito nei negoziati, piuttosto che imputarlo ai difetti strutturali delle istituzioni e delle procedure.
Certo, nel caso di specie siamo di fronte all’attaccamento cieco ostinato a una politica di austerità giudicata negativamente dalla maggior parte degli studiosi a livello internazionale.
Ma il conflitto di fondo è un altro: mentre una delle parti chiede un cambiamento di rotta, quella contrapposta rifiuta ostinatamente persino l’apertura di una trattativa a livello politico: ed è qui che si rivela una più profonda asimmetria.
SCELTE SCANDALOSE
Occorre avere ben chiaro il carattere scandaloso di un tale rifiuto: se il compromesso fallisce, non è per qualche miliardo in più o in meno, e neppure per la mancata accettazione di una qualche condizione, ma unicamente per via della richiesta greca di dare la possibilità di un nuovo inizio all’economia della Grecia, e alla sua popolazione sfruttata dalle èlite corrotte, attraverso un taglio del debito o una misura analoga, quale ad esempio una moratoria collegata alla crescita.
I creditori insistono invece sul riconoscimento di una montagna di debiti che l’economia greca non riuscirà mai a smaltire.
Si noti che presto o tardi un taglio del debito sarà inevitabile.
Eppure, contro ogni buon senso, i creditori non cessano di esigere il riconoscimento formale di un onere debitorio realmente insostenibile.
Fino a poco tempo fa ribadivano anzi una pretesa surreale: quella di un avanzo primario superiore al 4%, ridotto poi a un 1% comunque non realistico.
Così è fallito finora ogni tentativo di arrivare un accordo da cui dipende il futuro dell’Ue, soltanto in nome della pretesa dei creditori di mantenere in piedi una finzione.
Per parte mia, non sono in grado di giudicare se i procedimenti tattici del governo greco siano fondati su una strategia ragionata, o in qualche misura determinati da condizionamenti politici, incompetenza o inesperienza dei suoi esponenti.
Ma le carenze del governo greco non tolgono nulla allo scandalo dell’atteggiamento dei politici di Bruxelles e Berlino, che rifiutano di incontrare i loro colleghi di Atene in quanto politici. Anche se si presentano come tali, sono presi in considerazione esclusivamente sul piano economico, nel loro ruolo di creditori.
Questa trasformazione in zombie ha il significato di conferire alle annose insolvenze di uno Stato la parvenza di una questione di diritto privato, da deferire a un tribunale. In tal modo risulta anche più facile negare qualsiasi responsabilità politica.
L’ADDIO DELLA TROIKA
La nostra stampa ironizza sul cambio di nome della troika, che effettivamente assomiglia a un’operazione di magia.
Ma è anche espressione del desiderio legittimo di far uscire allo scoperto, dietro la maschera dei finanziatori, il volto dei politici. Perchè è solo in quanto tali che i responsabili possono essere chiamati a rispondere di un fallimento che porta alla distruzione di massa delle opportunità di vita, alla disoccupazione, alle malattie, alla miseria sociale, alla disperazione.
Per le sue opinabili misure di salvataggio Angela Merkel ha coinvolto fin dall’inizio l’Fmi.
Questa dissoluzione della politica nel conformismo di mercato spiega tra l’altro l’arroganza con cui i rappresentanti del governo federale tedesco — persone moralmente ineccepibili, senza eccezione alcuna – rifiutano di ammettere la propria corresponsabilità politica per le devastanti conseguenze sociali che pure hanno messo in conto nell’attuazione del programma neoliberista. Lo scandalo nello scandalo è l’ingenerosità con cui il governo tedesco interpreta il proprio ruolo di guida.
IL RUOLO TEDESCO
La Germania deve lo slancio della sua ascesa economica, di cui si alimenta tuttora, alla saggezza delle nazioni creditrici, che nell’accordo di Londra del 1954 le condonarono la metà circa dei suoi debiti.
Ma non si tratta qui di scrupoli moralistici, bensì di un punto politico essenziale: le èlite della politica europea non possono più nascondersi ai loro elettori, eludendo le decisioni da prendere a fronte dei problemi creati dalle lacune politiche dell’unità monetaria.
Devono essere i cittadini, e non i banchieri, a dire l’ultima parola sulle questioni essenziali per il destino dell’Europa.
E davanti all’intorpidimento post-democratico di un’opinione pubblica tenuta ove possibile lontano dai conflitti, ovviamente anche la stampa dovrà fare la sua parte. I giornalisti non possono continuare a inseguire come un gregge quegli arieti della classe politici che li già li avevano ridotti a fare da giardinieri.
Jà¼rgen Habermas
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
SULLA PRESUNTA MAZZETTA DI 2,5 MILIONI RICEVUTA DA FINMECCANICA NON C’E’ REATO MINISTERIALE, L’ACCORDO ERA PRECEDENTE… ORA LA PAROLA ALL’AULA
L’8 maggio 2008, quando lo studio Virtax di cui è socio fondatore Giulio Tremonti ottenne da Finmeccanica una consulenza da 2,5 milioni , nelle stesse ore del suo giuramento al Quirinale, il responsabile dell’Economia non era ancora in carica, per cui non commise un “reato ministeriale”.
Per i magistrati di Milano, quell’incarico professionale era una tangente mascherata: soldi allo studio per “comprare” il via libera del ministro a un affare miliardario di Finmeccanica.
Ma già nei giorni precedenti c’era stato uno scambio di mail fra lo studio professionale e la società statale. E questo succedeva quando Tremonti non era ancora stato nominato ministro da Silvio Berlusconi.
Quindi, se davvero corruzione vi fu, l’ex ministro va processato con rito ordinario. Come un privato cittadino.
È la conclusione cui è giunta all’unanimità la Giunta delle autorizzazioni del Senato presieduta da Dario Stefà no (Sel), relatore del caso.
La vicenda è quella raccontata dall’Espresso nelle settimane scorse: l’acquisto da parte di Finmeccanica del gruppo americano Drs – specializzato in tecnologie militari – per 5,2 miliardi di dollari.
Un’operazione rivelatasi disastrosa per le casse dello stato, visto che in questi sette anni il valore della società statunitense si è quasi dimezzato.
Per “comprare” l’assenso di Tremonti – in procinto di assumere il ruolo determinante di ministro dell’Economia e inizialmente contrario all’operazione secondo vari testimoni – la compagnia all’epoca guidata da Pierfrancesco Guarguaglini avrebbe così escogitato un espediente: una finta consulenza da 2 milioni e 615 mila euro, pattuita lo stesso giorno del giuramento del IV governo Berlusconi e pagata fra febbraio e marzo 2009.
Ma per la Giunta, malgrado la coincidenza delle date, non si tratta di un reato commesso durante l’esercizio delle funzioni ministeriali: “il momento genetico della corruzione” è precedente alla nomina governativa.
“La presenza di una corrispondenza nei giorni 24.04.2008, 30.04.2008 e 3.05.2008, benchè non interpretabile come perfetta e effettiva esecuzione dell’incarico professionale – si legge nella relazione di Stefà no – evidenzia chiaramente come l’eventuale accordo corruttivo, semmai esistente, sia preesistente alla assunzione del ruolo governativo, quand’anche previsto e prevedibile”.
E quindi, “se non tutta, certamente parte della condotta illecita contestata al senatore Tremonti appartiene ad un periodo temporale estraneo alla funzione ministeriale”.
Per questa ragione, la proposta è di dichiarare l’incompetenza del Senato e di restituire gli atti alla Procura di Milano.
Di conseguenza i pm titolari dell’inchiesta, Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi, dovranno procedere con rito ordinario nei confronti dell’ex ministro. La vicenda politica però non è ancora conclusa: la relazione deve infatti essere comunicata dall’Aula del Senato
Dove qualcuno potrebbe opporsi e costringere a una votazione a scrutinio segreto.
Ma si tratta comunque di una prima indicazione ufficiale su un caso politicamente esplosivo: l’accusa di corruzione riguarda un ministro del calibro di Tremonti, che nel ventennio berlusconiano ha avuto pieni poteri su fisco, spesa pubblica, tagli e politica economica.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALLA FILOSOFA UNGHERESE AGNES HELLER: “I MIGRANTI DEVO IMPARARE A RISPETTARE LE NOSTRE REGOLE, MA DEVONO AVERE AL TEMPO STESSO LA POSSIBILITA’ DI DIVENTARE CITTADINI”… “I MIGRANTI AMERICANI SONO ORGOGLIOSI DELL’AMERICA”
Agnès Heller, filosofa ungherese, ci parla dei migranti e della grande paura dell’Europa.
Professoressa Heller, l’ondata dei migranti investe e spaventa anche il suo Paese. Lei che cosa ne pensa?
«Primo, distinguiamo tra rifugiati e migranti. È dovere morale d’ogni cittadino d’Europa accettare almeno temporaneamente i rifugiati: nei Paesi d’origine la loro vita è in pericolo. Proprio noi europei abbiamo esperienze atroci di rifugiati cui l’asilo fu negato. Vissi gli anni in cui la metà dei 640mila ungheresi vittima della Shoah avrebbe potuto salvarsi, se abbastanza democrazie li avessero accolti. Quella dei migranti è un’altra storia».
E come affrontarla?
«Primo, occorre determinare chi può restare e chi no. Pensando a una nuova etica: è giusto forse favorire le famiglie giovani con figli. L’Ue e ogni suo Paese membro devono elaborare principi-guida. Secondo: smettiamola di vedere nei migranti potenziali terroristi. È falso. I terroristi entrati in azione negli Usa e in Europa non lo hanno mai fatto come rifugiati o come migranti, erano legalmente residenti. Quello del terrorismo è un timore infondato, usato da certi governi, quello ungherese ma non solo, contro lo straniero o chi è diverso da noi. Terzo, il migrante deve poter sperare di divenire cittadino. È indispensabile però porgli condizioni chiare».
Quali?
«Rispettare le leggi del Paese d’arrivo. Non possono praticare tradizioni che contraddicano le leggi dello Stato d’accoglienza. Devono capire che da noi è un crimine grave che un padre uccida una figlia decisa a scegliersi da sola il compagno. Devono assumere le nostre regole e abitudini d’igiene e comportamento a casa e in strada. Ma il vero problema è l’Europa, non i migranti. Obama ha dato cittadinanza a tre milioni di immigrati illegali. Ora si sentono patrioti americani. In Europa i migranti hanno uno status diverso».
Perchè?
«L’Europa non sa cogliere il successo dell’integrazione di tanti migranti con le loro energie, perchè è composta di Stati nazionali. L’America è Stato nel senso di comunità di cittadini. Lo Stato nazionale fu fondato, e vinse definitivamente nel 1918, inventando il nazionalismo e l’esclusione, lo sciovinismo. Prima dei fascismi e del totalitarismo comunista, quei valori vinsero sull’internazionalismo dei movimenti operai e sulla borghesia cosmopolita. E ci portarono a due guerre mondiali. I migranti divenuti americani amano l’America. In Europa, tanti migranti divenuti francesi odiano la Francia. Per l’America sei un buon cittadino anche se non parli inglese ma spagnolo o cinese. L’Europa chiede di assimilarsi, non solo d’integrarsi»
Non le sembra che l’Unione europea abbia cambiato questo approccio?
«La Ue conduce una guerra contro l’egoismo degli Stati nazionali, è la prima grande svolta. Ma non può trattare i migranti da stranieri alieni come fecero gli Stati nazionali con Stefan Zweig, che trovò asilo solo in Brasile e poi si tolse la vita, lui narratore del Mondo di ieri mitteleuropeo».
Non c’è un umore antistranieri un po’ovunque?
«Sì, innanzitutto per motivi economici. Quasi tutte le democrazie liberali europee sono giovani, alle spalle hanno dittature. Solo Usa, Regno Unito e Paesi scandinavi non hanno mai sentito bisogno d’un uomo forte. La crisi economica accende negli europei la paura di perdere, a causa dello straniero, non solo il lavoro, anche l’identità . La Francia terra d’asilo è divenuta Paese del rifiuto reciproco tra francesi e migranti. Troppi partiti e governi europei pescano voti nelle emozioni della gente. La democrazia liberale rischia derive autocratiche, e nuovi barbari: “noi” europei, “loro” migranti. Deve reinventarsi accettando culture che non la contraddicano ».
Non teme per l’anima dell’Europa?
«I nuovi nazionalisti minacciano la tradizione democratica europea. Non è la prima minaccia nel Dopoguerra: terrorismo rosso o nero, Berufsverbot a Bonn, dittature a Lisbona, Madrid, Atene… le idee fondate sull’esclusione non sono mancate. Ora il rifiuto dei migranti è la nuova sfida. La democrazia liberale produce sempre minacce a se stessa, Dobbiamo rifondarla ogni volta: ora tocca farlo rapportandoci con milioni di persone in fuga. Guai quando i partiti democratici cercano consenso copiando gli slogan xenofobi. Devono anche porre condizioni severe ai migranti, ma non ispirarsi ai populisti per contendere loro il consenso».
Andrea Tarquini
(da “la Repubblica”)
argomento: denuncia | Commenta »