Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’OPINIONE DI STEFANO FOLLI DE “LA REPUBBLICA”
Sotto la Lanterna si consuma la prima sconfitta politica di Renzi: ha pesato la scissione di Civati e Pastorino.
Perde la sua candidata, perde il Pd diviso, vincono i Cinque Stelle come quasi ovunque nel resto d’Italia.
La Liguria era la regione chiave per decidere il verso delle elezioni regionali.
La risposta delle urne è impietosa. Il 41 per cento del voto europeo è lontano, la magìa del premier rottamatore si è appannata. E il peggio è che questo non accade solo in Liguria.
Anche un’altra regione «rossa», l’Umbria, è rimasta in bilico fino all’ultimo voto. Ovviamente insieme alla conferma del leghista Zaia in Veneto, ma questa era prevista.
Il quadro che emerge è dunque molto negativo per il premier-segretario del Pd. L’ondata delle liste anti-sistema, dai grillini a Salvini, è significativa, condiziona e modifica i vecchi equilibri.
Il Pd sconta l’attacco del populismo, un po’ come è accaduto giorni fa in Spagna con l’avanzata di Podemos. Ma non riesce a reggere il colpo anche perchè l’astensione è vicina al 50 per cento: circa un italiano su due è rimasto a casa, segno che il messaggio riformatore non ha fatto breccia, mentre le divisioni nel centrosinistra – è plausibile – hanno provocato delusione e scetticismo nell’elettorato.
Da oggi Renzi dovrà rivedere qualcosa nella sua strategia politica.
Tre fronti aperti sono troppi anche per lui. E le regionali hanno dimostrato che i fronti sono proprio tre.
Il primo è la persistenza delle liste anti-sistema. La scommessa del renzismo consisteva nel recupero del voto populista, da prosciugare dopo l’exploit del 2013.
Ma i Cinque Stelle e la Lega sono da collocare fra i veri vincitori di ieri e quindi il quadro cambia profondamente.
Secondo punto.
Si attendeva che il partito di Renzi avrebbe visto la luce in tempi brevi, cambiando la fisionomia del vecchio Pd. Oggi questo percorso dovrà essere rivisto e il premio dovrà negoziare qualcosa con i suoi avversari. Il che urta con la sua personalità e il suo carattere.
Ma non ci sono altre soluzioni, se Renzi vuole salvare il suo governo e il cammino di medio termine verso le elezioni politiche del 2018.
Di sicuro verificheremo la duttilità del premier, se esiste: tutti i grandi statisti sono diventati tali dopo una sconfitta, reagendo a un passo falso.
Finora Renzi è passato di vittoria in vittoria, ora deve ridefinire la sua identità e il suo rapporto politico con il resto del centrosinistra.
Terzo punto.
L’astensione poteva essere persino un vantaggio per il premier in carica, leader del partito di maggioranza relativa. Cessa di esserlo nel momento in cui i movimenti anti-sistema confermano la loro forza e si pongono come una minaccia per le forze di governo.
Quindi anche l’astensione diventa ostile, segno di un elettorato fragile e incerto che marca il proprio distacco dalle istituzioni.
C’è anche un altro motivo di riflessione da sviluppare nelle prossime ore.
I candidati vicini a Renzi, la Paita in Liguria, la Moretti in Veneto e forse la Marini in Umbria hanno incontrato forti difficoltà .
Chi vince sono due figure non vicine al presidente del Consiglio. Emiliano in Puglia, sicuro vincitore contro un centrodestra spezzettato, ha una sua storia personale che c’entra poco con Renzi.
E De Luca in Campania è il controverso protagonista di una campagna vittoriosa, sì, ma macchiata dalla polemica sugli impresentabili.
E soprattutto non in grado di governare, in base alla legge Severino.
La sensazione è che il pronunciamento della presidente dell’Antimafia non abbia danneggiato più di tanto De Luca in Campania (forse lo ha persino favorito), ma abbia appannato di molto l’immagine di Renzi al Nord.
E il Nord è essenziale per il successo del l’esperimento politico renziano.
Al punto che non si può escludere un messaggio a Berlusconi, uscito a sua volta sconfitto dal voto, ma forte per i numeri di cui dispone in questo Parlamento.
Stefano Folli
(da “La Repubblica”)
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’OPINIONE DI MARCO DAMILANO DE “L’ESPRESSO”
La lunga notte di Matteo Renzi nella sede del Pd si consuma tra i dati maledettamente
ballerini di Liguria e Umbria, due roccaforti della sinistra assediate dal centrodestra. Una notte amara distante anni luce da quella di dodici mesi fa, le elezioni europee trionfali.
Per un anno il premier aveva potuto sfoderare quello storico 40,8 per cento di fronte a tutti: critici, editorialisti, avversari interni e esterni, gufi e rosiconi, perfino di fronte alla Merkel.
E se gli chiedevi cosa diavolo fosse il suo Pd, il Pd di Renzi, rispondeva sicuro: quello del 25 maggio, quello del 40,8 per cento.
Più che una percentuale. Un progetto politico. Il progetto del Partito della Nazione, un partito che chiudesse per sempre la stagione della vecchia sinistra arroccata nella sua tradizionale composizione sociale, geografica, ideologica.
Il risultato di questa notte riporta il Pd nei suoi confini. Non sfonda fuori dal suo bacino elettorale, anzi, sembra arretrare.
Perde in Liguria, si ferma sotto la Lanterna, sulle sponde del Bisagno, oggi che fa caldo una bava d’acqua, in autunno torrente killer, dopo una serie incredibili di errori. Perde il vecchio Pd di Claudio Burlando, dominus per dieci anni e più del partito ligure, consociativo e immobilista.
Ma perde anche il nuovo Pd targato Renzi, respinto da una parte di elettorato di sinistra che vota un altro candidato, anche il buon Luca Pastorino, non certo il carismatico Sergio Cofferati, pur di non appoggiare il partito.
Il vecchio e il nuovo Pd si erano incontrati nella figura di Raffaella Paita, rigettata come troppo legata al vecchio da una parte di elettorato e come troppo renziana per un altro pezzo.
Per mesi Renzi ha messo nel conto l’ipotesi di veder nascere qualcosa alla sua sinistra. Lo aveva detto alla Leopolda nel mezzo dello scontro più duro, con la Cgil e con la minoranza del Pd sull’articolo 18: qualcosa di nuovo a sinistra nascerà .
E io, il mio Pd, sottintendeva, lo sconfiggerà . Il progetto del Pd di Renzi è tutto qui. Perdere la vecchia sinistra per guadagnare altri pezzi di elettorato. Berlusconiani in fuga da Arcore. Elettori barricati nell’astensione.
Giovani che hanno votato Movimento 5 Stelle, cui Renzi ha promesso una rivoluzione appena più dolce di un vaffa, ma forse più brutale.
Questa notte si torna nei confini. Quelli del Pd che non vinceva. Dei dirigenti che non scendevano in sala stampa a commentare o se la pigliavano con il nemico interno.
Il Pd di stanotte, insomma, assomiglia da vicino al Pd di Bersani.
Il centrodestra si ricompone, sotto la guida di Salvini e quel che resta di Forza Italia. A sfondare fuori dal suo perimetro è l’altro Matteo, Salvini: il 16 per cento in Umbria, il 20 in Liguria, un trionfo in Veneto. Spazzato via gli alleati Alfano e cespugli centristi, sia sotto forma di Tosi in Veneto che di Spacca nelle Marche.
Non un voto di destra trasloca nel Pd. Anzi, nel Veneto, nonostante il buon giudizio degli imprenditori sulla riforma del lavoro del governo Renzi, la candidata Alessandra Moretti si blocca a un misero 23 per cento, abissalmente lontano dal 37,5 delle elezioni europee: meno 19 per cento. Un 25 maggio 2014 alla rovescia.
Il Movimento 5 Stelle tiene e anzi supera i risultati di un anno fa, punta a essere il primo partito in alcune regioni, raccoglie consensi nei ceti popolari e tra i giovani che si sentono esclusi dal nuovo miracolo italiano targato Renzi.
C’è una parte del paese ormai tutta controllata dal Pd, il Sud d’Italia. Ma con figure controverse, destinate a creare più problemi alla leadership nazionale.
Michele Emiliano, il maverick del centrosinistra, autonomo, incontrollabile, che già stanotte chiede un’alleanza con M5S.
E Vincenzo De Luca che Renzi ha provato a lungo ad allontanare come un calice imbevibile e che poi si è fatto piacere.
Troppo tardi, però, perchè nei prossimi giorni Renzi, nella sua veste di capo del governo, sarà costretto a sospendere il neo-presidente per via della legge Severino.
Si può dimenticare questa nottata poco felice con una considerazione rassicurante. Non si votava per Renzi, quando sarà personalmente in campo la musica cambierà . Ma con Salvini in sfondamento, Berlusconi redivivo, il 5 Stelle senza Grillo stabile sul 20 per cento ovunque e una sinistra in movimento si può, al contrario, cominciare a costruire un partito nuovo, con una classe dirigente non replicante e non cortigiana, una cultura politica, un’organizzazione.
Tutto quello che il Pd di Renzi finora non ha.
Marco Damilano
(da “L’Espresso”)
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’OPINIONE DI MASSIMO FRANCO DEL “CORRIERE DELLA SERA”
La diserzione dalle urne era prevista, a conferma che nessun partito sembra ancora in grado di trascinare l’Italia al voto: compreso il Movimento 5 Stelle.
E certamente le elezioni regionali non erano il richiamo più attraente per invertire la tendenza.
Rimane da vedere se da questo nuovo crollo della partecipazione il governo uscirà più o meno indenne. Il sogno del sei a uno, che ieri notte sembrava a portata di mano, alla fine si è ingarbugliato. È stato sciupato dall’esito in Liguria, a conferma che l’astensionismo e le divisioni fanno saltare qualunque previsione.
È un’ombra, quella ligure, in grado di trasformare il risultato del partito di Matteo Renzi in una nuova guerra di logoramento con la minoranza interna.
Riproporrebbe due fantasmi in un colpo solo: quello di un Movimento 5 Stelle sempre forte e in grado di erodere voti anche a sinistra; e di una lista degli avversari renziani del Pd determinati a dimostrare che non è sempre un vincente.
Per quanto locali, le elezioni di ieri dovevano consentire al premier di puntellarsi e di brandire il risultato come una clava da usare contro quanti hanno scommesso su un risultato ambiguo.
Il partito di Renzi ha fatto e disfatto la campagna elettorale.
Ed è al suo interno, dunque, che bisogna aspettarsi contraccolpi: anche perchè il suo calo rispetto alle europee del 2014 è vistoso.
Il prezzo pagato è stato di immagine, di tensioni. Ma anche di voti. Ha pesato un sabotaggio elettorale, a volte larvato, altre esplicito. Ed è difficile pensare che quanto è accaduto rimarrà senza conseguenze traumatiche: soprattutto per il voto ligure.
Era previsto anche il ridimensionamento non solo del centrodestra ma di Forza Italia. E l’impressione è che il grande serbatoio delle astensioni contenga anche la frustrazione e il disorientamento dell’elettorato di Silvio Berlusconi.
La sua crisi ha portato con sè quella della coalizione che fino a quattro anni fa dominava l’Italia.
Il successo scontato in Veneto non smentisce questa analisi. Anzi, essendo un trionfo trainato dovunque da una Lega in ascesa, drammatizza la competizione per la guida di uno schieramento tutto da reinventare.
Eppure, aritmeticamente FI più Lega rimangono l’alternativa al blocco renziano.
Il risultato in Liguria e in Umbria ridanno ossigeno all’idea che un centrodestra unito dia filo da torcere alla strategia del premier.
Ma questo non può cancellare l’aspetto più eclatante delle regionali: quasi metà dell’elettorato non è andato a votare.
Significa che tutti i partiti sono immersi nella crisi. M5S e Lega la riflettono crescendo, eppure nemmeno loro sono in grado di risolverla.
Gli altri debbono chiedersi come possono fermare una deriva che radicalizza l’Italia.
E rischia di rallentare la corsa del governo e delle riforme.
Massimo Franco
(da il Corriere della Sera“)
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’OPINIONE DE “IL MANIFESTO”
All’una e qua ranta di notte Lorenzo Gue rini arriva nel salone della dire zione del Pd. L’uomo a
cui Renzi ha dele gato la gestione degli affari interni del par tito e che ora deve accol larsi troppe respon sa bi lità , alcune sue molte altre no, ha una cosa da dire. Mezz’ora prima davanti ai gior na li sti si era pre sen tato il pre si dente del Pd Mat teo Orfini ad ammet tere che la sfida è più com pli cata del pre vi sto ma in ogni caso «non ci saranno con se guenze sul governo».
La fac cia pal lida e la cami cia stro pic ciata del pre si dente non con vin cono nes suno.
Ora però, all’una e qua ranta della notte più lunga del Pd, qual cosa è cam biato. Alle prime pro ie zioni l’Umbria, l’operosa Umbria rossa, è tor nata al cen tro si ni stra.
Nel cata cli sma gene rale, nell’impazzimento totale delle cifre, almeno una cosa è tor nata al suo posto.
E final mente al piano di sotto, dove Renzi è chiuso con i suoi, uno strac cio di idea di comu ni ca zione è venuta: «Se fos sero con fer mate le ten denze che stanno emer gendo nel dibat tito tv, il 5 a 2 sarebbe un impor tante risul tato per il Pd», dice Gue rini, «signi fi che rebbe che rispetto al pas sato oggi, nelle regioni che sono andate al voto da quando è in campo la segre te ria Renzi, avremmo 10 gover na tori di cen tro si ni stra e solo due di cen tro de stra».
Il ten ta tivo di spin è dispe rato, ma anche la situa zione lo è.
Come la foto che il capo della comu ni ca zione del Pd Filippo Sensi, il grande regi sta di tutte le ‘spin nate’ del pre si dente, twitta su Insta gram: ci sono Renzi e Orfini che gio cano alla play sta tion men tre aspet tano i dati delle regioni.
Vor rebbe dire: calma ragazzi, va tutto bene. E invece è l’immagine di un segre ta rio del par tito che in fondo se ne frega. Fa un’impressione brutta, molto brutta.
Il fatto è che al Naza reno, dove pure negli ultimi giorni si era inte rec cet tata l’ariaccia che arri vava dalle regioni, i dati reali hanno tra dito le peg giori cas san dre: a quell’ora la ligure Paita ha perso defi ni ti va mente con tro Toti, che in tv mostra lui stesso una fac cia incre dula per una vit to ria alla quale mai avrebbe pen sato; la veneta lady like Ales san dra Moretti — scon fitta annun ciata — è andata par ti co lar mente male ed ha per sino ha preso molti meno voti di Bor to lussi, l’oscuro can di dato del 2005; l’Umbria ha rischiato di essere espu gnata dal cen tro de stra; e la vit to ria sma gliante di Vin cenzo De Luca, con lo svuo ta mento della lista del Pd e l’affermazione per so nale del sin daco, con se gna a Renzi più pro blemi che sod di sfa zioni, nean che quella di pren der sela con la pre si dente della com mi sione anti ma fia Rosy Bindi.
E su tutte le cat tive noti zie cam peg gia la peg giore: l’affluenza al voto che acciuffa a stento il 52 per cento. Quasi un cit ta dino su due di quelli che dove vano votare non l’hanno fatto, espri mento il più espli cito, inap pel la bile, voto di sfi du cia verso i governi regio nali e soprat tutto quello nazionale.
La verità al Naza reno è chiara, ed è impie to sa mente illu mi nata dalla luna piena che splende sopra il ter razzo della bella sede: il momento è arri vato, siamo alla prima scon fitta di Renzi dall’inizio di quella che fin qui sem brava la sua irre si sti bile ascesa. I con trac colpi del risve glio saranno su tutti i fronti.
Quello interno del par tito, quello del governo.
Inu til mente il pre si dente del con si glio negli ultimi giorni, fiu tando l’aria, ha pro vato a far pas sare l’idea che il voto delle regio nali «non sono un test su di me».
Il voto è un test di salute del par tito, e della popo la rità di Renzi nel par tito. L’esito è: feb bre alta, altis sima.
Renzi è pesto, il suo par tito da un anno lasciato alla deriva, è pestis simo. Nella notte i dati con ti nuano ad arri vare nella stanza di Renzi, come un bol let tino di guerra.
Ma già dall’una e qua ranta Mat teo Renzi non è più il pre mier del 41 per cento.
E il pre mier del 5 a 2 non è un pre mier così forte come era parso fino a ieri.
(da “il Manifesto”)
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’OPINIONE DI ANDREA SARUBBI DE “IL PICCOLO”
Sarebbe frettoloso giudicare la tenuta di una maggioranza e la forza delle opposizioni sui risultati di ieri: ci si può limitare soltanto a qualche spunto, per un paio di motivi. Il primo è che il voto alle Regionali è forse quello in cui l’opinione pesa di meno: capita spesso che siano i candidati nelle varie liste a trainare il consenso per i partiti e non viceversa.
Il secondo è che, comunque, si votava soltanto in un pezzo d’Italia: tolte alcune sfide segnate (Toscana e Veneto su tutte), il vero dubbio era capire se ci sarebbero state grandi sorprese rispetto alle previsioni.
La risposta è nì: Renzi non può stappare champagne, ma probabilmente già lo immaginava.
Da un lato, si conferma che il risultato delle Europee 2014 fa storia a parte: sull’onda della speranza lanciata dall’homo novus, il Pd toccò una percentuale che ora vede con il binocolo, perchè un anno abbondante di governo logora e perchè nel frattempo il Centrosinistra ha ricominciato a dividersi come è nel suo dna.
Si torna dunque a un’Italia divisa in tre o quattro tronconi, in cui la maggioranza non è altro che la più forte delle minoranze: quando riesce a governare, dunque, è grazie al premio, perchè con un proporzionale non ce la farebbe mai.
Da questo punto di vista, sarà curioso vedere alla prova il nuovo sistema elettorale e capire chi, nel ballottaggio dell’Italicum, potrebbe oggi sfidare l’attuale presidente del Consiglio: Centrodestra e Cinquestelle, infatti, sembrano piuttosto vicini.
Ma non è un dominio assoluto, come dimostrano i voti in Veneto, in Liguria e gli equilibri nella stessa Umbria, che tutti davano per scontata forse con troppo anticipo.
Il Veneto avrebbe potuto anche essere la cartina di tornasole del nuovo partito della nazione, ma non lo è stato: chi voleva capire se, in una terra tradizionalmente moderata, l’offerta politica renziana fosse in grado o meno di infastidire il Centrodestra ha visto il leghista Zaia passeggiare comodamente verso il bis, nonostante la scissione di Tosi, senza che un solo sondaggio in tutta la campagna elettorale desse mai il Centrosinistra in corsa.
La Liguria a Toti è poi la conferma di quanto l’ala sinistra del Centrosinistra non sia magari in grado di vincere le elezioni, ma riesca — se vuole — a farle perdere ai suoi ex compagni.
A Genova, dove Raffaella Paita non era andata bene alle primarie, hanno votato; alla Spezia, dove la candidata di Renzi è di casa, si sono astenuti in parecchi.
Altri ancora hanno appoggiato Pastorino, se non direttamente (nel segreto dell’urna) Toti: tutto pur di dare un segnale al segretario del Partito democratico, facendogli capire che l’uomo solo al comando non può andare lontano.
Ma la Liguria è stato anche l’unico caso in cui si è visto uno scontro determinante a sinistra, reso possibile da un candidato ufficiale del Pd abbastanza debole: in Campania, invece, la cosiddetta sinistra radicale ha fatto il solletico a De Luca (su cui si riaprirà ora il tira e molla giudiziario), la cui popolarità è stata più forte dei tentativi di metterla in discussione.
Per il resto, al netto dell’astensionismo molto alto, alcune considerazioni sparse.
La prima è che i Cinquestelle esistono anche se non fanno nulla: pur non segnalandosi in Parlamento per iniziative particolarmente meritorie, nè avendo lasciato un grosso segno nella politica nazionale, sono sempre lì, e vanno forte anche stando fermi.
La seconda è che il Centrodestra non è morto, anche se non gode di ottima salute: vince dove ha buoni candidati o dove il Centrosinistra si divide, e l’unico lusso che non può permettersi in questo momento è di dividersi anche lui.
La Lega ha superato Forza Italia in varie circostanze, gli stessi fittiani hanno segnato un buon risultato in Puglia; nessuno, però, può farcela da solo: se Salvini, Berlusconi e dissidenti vari prendono strade diverse, infatti, vanno tutti a sbattere.
Andrea Sarubbi
(da “Il Piccolo”)
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
VINCE L’ASTENSIONISMO A SINISTRA: RENZI FA PERDERE LA LIGURIA AL PD E PERDE CONSENSI OVUNQUE… FORZA ITALIA CEDE CONSENSI A SALVINI… I CINQUESTELLE RISORGONO MA NON SFONDANO
Ulteriore aggiornamento exit poll a cura Piepoli (con copertura del 50% del campione)
CAMPANIA
De Luca 39,8%
Caldoro 37,1 %
Ciarambino 19,4%
LIGURIA
Toti 33,9 %
Paita 29 %
Salvatore 25,1%
Pastorino 9,6%
UMBRIA
Marini 41,6%
Ricci 38,4%
Liberati 16,3%
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
AMPIA VITTORIA DI ZAIA, EMILIANO, CERISCIOLI E ROSSI
Altro aggiornamento exit poll a cura Piepoli
CAMPANIA
De Luca 39,9% %
Caldoro 37,3 %
Ciarambino 19,2%
LIGURIA
Toti 35,3 %
Paita 30,9 %
Salvatore 22,6%
Pastorino 9,6%
VENETO
Zaia 47,2
Moretti 22,8%
Tosi 13,3
PUGLIA
Emiliano 44,7%%
Laricchia 21,3%
Schittulli 18,7%
Poli Bortone 12,7%
MARCHE
Ceriscioli 39 %
Maggi 23,5%
Acquaroli 19,3%
Spacca 13,8%
UMBRIA
Marini 40,2%
Ricci 39,7%
Liberati 16,3%
MARCHE
Ceriscioli 39 %
Maggi 24,8%
Acquaroli 16 %
Spacca 15 %
TOSCANA
Rossi 45%
Borghi 21,5%
Giannarelli 15,3%
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
SCHITTULLI STACCA LA POLI BORTONE IN PUGLIA…AVANTI ZAIA, EMILIANO, CERISCIOLI
Ecco l’ultimo aggiornamento exit poll trasmessi alla Rai durante la diretta di Bruno Vespa a
cura Piepoli
CAMPANIA
De Luca 40,1 %
Caldoro 35,8 %
Ciarambino 20,4
LIGURIA
Toti 33,9 %
Paita 30,3 %
Salvatore 21,9 %
Pastorino 9,6%
VENETO
Zaia 47%
Moretti 226 %
Tosi 13,3
PUGLIA
Emiliano 44 %
Laricchia 21%
Schittulli 20,2%
Poli Bortone 12,7%
MARCHE
Ceriscioli 39 %
Maggi 23%
Acquaroli 18,7%
Spacca 13,8%
UMBRIA
Ricci 40.5%
Marini 40,5 %
Liberati 14,8%
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Giugno 1st, 2015 Riccardo Fucile
TIENE IL M5S AL 19,6%, LEGA AL 12,9% SUPERA FORZA ITALIA AL 10,3%, FDI AL 3,9%
Secondo la proiezione di Piepoli per Porta a Porta, nelle sette regioni in cui si è votato, questa sarebbe la media dei voti ai partiti (al netto delle liste di appoggio al presidente)
.
PD 22,6% (alle Europee aveva il 41,5%)
M5S 19,6% (aveva il 21,5%)
Lega 12,9% (aveva il 6,3%)
Forza Italia 10,3 (aveva il 17,4%)
Fdi 3,9% (aveva il 3,8%)
Area popolare 3,5%
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