Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
L’IMPRESA “IMPOSSIBILE” DEL DIRIGIBILE GUIDATO DA UN ECCEZIONALE MERIDIONALE
Quando il re di Norvegia, Harald V, visiterà Roma e Milano ai primi d’aprile, saranno passati novant’anni da quando suo nonno Haakon VII decise di scendere da palazzo per accogliere, insieme a migliaia di persone, l’arrivo del dirigibile Norge a Oslo.
Il sovrano attese un’ora alla base del pilone d’attracco per salutare i due protagonisti della spedizione che li avrebbe portati non solo a sorvolare per la prima volta il Polo Nord, quanto a scoprire che l’unica regione ancora ignota della Terra non era terra – come molti credevano – bensì mare ghiacciato.
Un’impresa che, un mese dopo, il 12 maggio 1926, fu vissuta nel mondo quasi con l’emozione di uno sbarco sulla Luna.
Ma sotto quel pilone, quando il sovrano strinse la mano a Roald Amundsen, esploratore veterano, e al giovane colonnello Umberto Nobile, si celebrò anche uno dei momenti più intensi della relazione tra Norvegia e Italia: non classica attrazione degli opposti ma piuttosto il risultato di sintonie culturali (Ibsen e Pirandello) e di sintonie di carattere.
In fatto di spedizioni, Italia e Norvegia, soprattutto in quei decenni, se la giocavano.
Il Duca degli Abruzzi, per dire, nel 1900 aveva piantato la bandiera alla latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Sono anni di retorica, di «ardimento italiano», ma anche di tanti primati di regime.
Uno dei fiori all’occhiello è senz’altro il dirigibile, venduto alle grandi potenze. Quando Amundsen vuole essere il primo a sorvolare il Polo Nord, dopo aver conquistato l’Antartide, non può che rivolgersi al direttore dello Stabilimento di costruzioni aeronautiche, un napoletano taciturno e ambizioso: Nobile riesce a ottenere da Mussolini l’incarico di pilotare il «suo» dirigibile, anche se non ha nemmeno il brevetto.
D’altronde anche Nuvolari guidava senza patente.
Nobile, come Mussolini, capisce che è un’occasione di gloria, mentre il ras del cielo Italo Balbo sente allungarsi l’ombra di un pericoloso concorrente.
A pagare, oltre al governo norvegese, è un avventuriero americano, Lincoln Ellsworth, cacciatore di orsi e oro in Alaska, ma l’Italia ottiene di condividere la missione. «Amundsen, che era un duro e un prepotente, subì quella trattativa e non si fidava di Nobile, tra i due fu diffidenza immediata», ricorda il pronipote, Petter Johannesen, responsabile di una società norvegese nel settore petrolifero, esploratore polare a sua volta e molto legato all’Italia: «Lo giudicava un improvvisatore, tipico meridionale. Prima della partenza, durante un tragitto in auto a Roma, notò che Nobile accelerava nelle curve. Pensò come avrebbe guidato sui ghiacci… Invece si rivelò un pilota eccezionale ed eroico, specie nell’ultimo drammatico tratto».
Un altro elemento di scontro fu la scelta degli uomini, Nobile riuscì a imporre metà dell’equipaggio e anche di farsi accompagnare da Titina, la sua cagnetta portafortuna.
Il volo non si poteva compiere in un solo tratto, bisognava procedere a tappe per rifornimento di benzina e idrogeno.
L’ultimo sbalzo , come il «Corriere» titolò una corrispondenza di Cesco Tomaselli dalla Baia del Re, sarebbe stato dalle isole Svalbard all’Alaska.
Il Norge attraversa l’Europa in una marcia d’avvicinamento che serve anche a far montare l’attenzione mediatica mondiale. Raggiunge prima Pulham in Inghilterra, quindi Oslo. Sulla rotta per Leningrado il primo impatto con la nebbia: il radiogoniometro dice Finlandia ma l’altezza del sole dà mezzo grado più a Sud, Estonia.
Nobile controlla un fiume, cerca una traccia nelle architetture delle chiese. «Un gruppo di contadini sta a guardarci, mi viene l’idea d’interrogarli», annota.
Lancia un messaggio in tre lingue contenuto in una scatoletta di carne: «Che Paese è questo? Finlandia? Se sì, alzate le braccia». Ma non funziona. Decide di abbassarsi fino a leggere il nome di una stazione ferroviaria. Si trovano a Valga, al confine tra Estonia e Lettonia.
A Leningrado i Soviet riservano un’accoglienza solenne agli italiani (Amundsen s’imbarcherà solo alle Svalbard), si mobilita mezzo Cremlino, l’Accademia delle Scienze offre un ricevimento memorabile, a Nobile viene assegnato il letto di Alexander Kerensky al Palazzo Imperiale (non a caso, dopo il disastro della seconda spedizione, quella dell’ Italia nel 1928, il reduce emarginato dal regime si auto-esilia in Urss).
Il tragitto verso le Svalbard fila via liscio, anche il Mare di Barents non si manifesta insidioso come previsto, «quasi una delusione» scrive Nobile.
Al 74° parallelo il primo ghiaccio galleggiante. Alla Baia del Re ci si prepara per l’attraversata: 7 mila chili di benzina, 370 di olio, 379 chili di viveri di riserva in grado di garantire un mese di sopravvivenza.
La sera del 10 maggio sul Norge partono in 16. Tolti Amundsen, il magnate Ellsworth e un giornalista norvegese, la manovra era affidata a 13 uomini: 6 italiani, 6 norvegesi e uno svedese.
Nobile spende parole speciali per Renato Alessandrini, attrezzatore e timoniere: «Di tanto in tanto andava in esplorazione sulla groppa della nave ad accertarsi che non vi si fosse formato del ghiaccio. Usciva e s’arrampicava con il vento gelido di 80 chilometri all’ora…».
Sono momenti che segneranno per sempre la storia di questa regione oggi al centro di una affollata corsa allo sfruttamento delle sue risorse.
Lanciato il tricolore al Polo insieme alle bandiere norvegese e americana, Nobile naviga per 50 ore filate senza mai prendere sonno, lotta contro banchi di nebbia, bufere e spezzoni di ghiaccio sparati come proiettili dalle eliche contro il fragile dirigibile.
La lingua di bordo è l’inglese ma Nobile dà ordini in italiano: «Se mi ubbidivano era solo perchè le parole erano accompagnate da gesti molto chiari…».
Sono attesi a Nome, villaggio davanti allo Stretto di Bering, ma una tormenta costringe il comandante a un atterraggio d’emergenza qualche decina di chilometri prima, tra i pescatori eschimesi di Teller, un pugno di baracche.
Anche Amundsen ammette a denti stretti che la manovra del napoletano senza brevetto ha salvato la vita a tutti, «ma da lì le loro strade si divisero per sempre» ricorda il pronipote Petter.
«Non volle associarsi a quegli italiani che dopo 13 mila chilometri e 70 ore filate di trasvolata polare si presentavano agli indigeni vestiti in modo impeccabile, con la divisa di rappresentanza e si apprestavano a compiere, per ordine di Mussolini, un tour negli Usa, addirittura ospiti della Casa Bianca, in sostanza a sfilargli l’intera gloria dell’impresa».
Due anni dopo il vecchio e inacidito esploratore norvegese, appresa la notizia del disastro del dirigibile Italia , parte su un idrovolante francese alla ricerca di Nobile ma il destino lo ferma prima.
Marzio Mian
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
L’IGNORANZA DI CRISTINA BERTULETTI, SINDACO DI GAZZADA SCHIANNO (VA): “LO VORREI PIU’ CATTIVO CHE MAI”
“Duce oh Duce… quando ti reincarni?”: queste parole sono state affidate alla bacheca pubblica di
Facebook da Cristina Bertuletti, sindaco leghista di Gazzada Schianno, comune di 5mila anime alle porte di Varese.
Un commento accolto da un’infilata di like — una sessantina quelli che si contano dopo un giorno di permanenza del commento sulla pagina — e da una lunga serie di risposte tra il divertito e il solidale.
Tra un “Magari!” e un “boia chi molla” che non si nega ai cazzari padani, qualcuno parte chiedendo alla sindaca: “Cioè lo vorresti più grasso?” e lei, con tanto di sorriso, replica: “Grasso grosso e più cattivo che mai!”.
E poi continua: “Io sono leghista e ripudio tutto ciò che accomuna gli italioti”, fino a metterci il carico da novanta: “Il Duce, oggi, sarebbe più che leghista. Direi integralista”.
Per concludere degnamente il suo discorso da psichiatria, Cristina Bertuletti si chiede “E tutti sti cazzo di pseudo profughi che arrivano qua a farsi mantenere? Quanto investe il governo per questa gentaglia? Quanti soldi a Caritas e varie associazioni molto di lucro?”.
L’esternazione del primo cittadino leghista non è passata inosservata.
Come riporta la Prealpina, le opposizioni in consiglio comunale non commentano e nei prossimi giorni “decideranno se presentare una mozione per chiedere chiarimenti al sindaco”.
Chi commenta sono invece i vertici comunali e provinciali del Partito Democratico: “È inaccettabile che un rappresentante delle istituzioni come un sindaco usi parole così forti, fuori anche dalla storicità del momento — ha dichiarato alla Prealpina il segretario Orlando Rinaldi.
Basso profilo anche da parte della segreteria provinciale della Lega Nord. Matteo Bianchi (che è anche sindaco del vicino comune di Morazzone) minimizza la vicenda e dice che si è trattato di una “boutade”.
La crassa ignoranza della leghista e dei suoi compagni di merendine che la porta ad accomunare il fascismo al leghismo fa parte della mancanza di cultura politica di una classe dirigente alla deriva.
Siamo passati dall’antifascismo di Bossi che voleva cercare i fascisti “casa per casa”, ai deliri qualunquisti del nuovo corso padagno.
Dove gli italiani sarebbero “italioti”, i profughi tutti “gentaglia”, la Caritas una mera associazione a fini di lucro.
Ci limitiano a ricordare che Mussolini non offendeva gli italiani, non auspicava la secessione, era per l’unità nazionale e ha posto in essere leggi per tutelare i più deboli, non per farli affogare.
Non trafficava in dentiere e lingotti, non si faceva ristrutturare casa con soldi pubblici e non sistemava parenti negli enti locali.
Tra mille errori, almeno negli “anni del consenso”, questi sono dati di fatto inconciliabili con certa fogna..
In ogni caso è meglio che non torni, soprattutto “più cattivo”: la tentazione di mettere la corda al collo di qualcuno potrebbe venirgli.
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA MELONI RICAMBIA IDEA O FORSE NO: “PRONTA A CANDIDARMI”, BERTOLASO USA LA RUSPA: “TICKET IMPROPONIBILE”. “RINGRAZIO SALVINI: CON IL SUO MODO DI FARE CONTRO ROMA HA SUSCITATO LA REAZIONE POSITIVA DEI ROMANI”
Appena Bertolaso ha decretato il successo delle Gazebarie, ecco miss “piede in due scarpe” lanciare la sua candidatura con appena tre mesi di ritardo: “Chiedo un incontro risolutivo a Berlusconi e Salvini nella giornata di domani. Metto a disposizione anche la mia candidatura come gesto di amore e responsabilità .“.
In tre giorni è passata da “organizzatrice delle Gazebarie” a “No alle Gazebarie pro Bertolaso” fino al sacrificio estremo “sono pronta a sacrificarmi”, come se glielo avesse chiesto qualcuno, a parte Pappone (e pure per fregarla).
Quindi la Meloni si candiderà ? Eh no, troppo facile, va bene anche Bertolaso.
“Guido Bertolaso può essere un buon candidato e un buon sindaco se riesce a unire le forze di centrodestra. Se riesce a farlo e a vincere le perplessità che ancora diverse persone hanno, Fdi sarà con lui come lealmente ha fatto dall’inizio“.
Forse dimentica che non è stato Bertolaso a dire no a Salvini, ma Salvini a dire no a Bertolaso, ma andiamo avanti.
Allora va bene Bertolaso ?
Dipende: “se si presta a strumentalizzazioni che sono utili a tutelare un partito, allora saremo costretti a fare scelte diverse“.
Allora non vanno bene le gazebarie?
“Abbiamo contribuito al risultato dei gazebo invitando i romani a votare con spirito unitario. Anche il nostro impegno è stato sfruttato per delegittimare me e il movimento che rappresento.”
Ah ecco, allora le gazebarie, ora che sono andate bene, le ha organizzate anche Fdi, basta saperlo.
E noi che pensavamo che le avesse delegittimate lei alla vigilia, quando ha detto che non era più d’accordo.
Poi l’umorismo finale: “Potrei aggregarmi alla fiera della irresponsabilità collettiva“: tranquilla lo hai già fatto, non è necessario il bis.
Quando a Bertolaso viene chiesto cosa ne pensa dell’ipotesi che Meloni scenda in campo, l’ex capo della protezione civile ribatte: “Un ticket con Meloni per la sfida del Campidoglio? E’ improponibile. Il city manager (ruolo che andrebbe a ricoprire nell’ipotesi ticket con vittoria della leader Fdi-An alle elezioni) non fa il lavoro che fa il sindaco – ha detto Il city manager è il direttore generale del Comune, che è un esecutivo di quelle che sono le indicazioni politiche e operative che gli dà il sindaco e la giunta. Quindi siamo su due piani completamente diversi. o ci metto la faccia, non faccio operazioni per conto di altri”.
La corsa di Guido Bertolaso al Campidoglio appare ormai un dato di fatto.
Lo stesso leader di Forza Italia Silvio Berlusconi mette in chiaro che non ha intenzione di rimettere in discussione la candidatura.
“Se c’è una rottura”, dice, rispondendo ai cronisti che gli chiedono delle tensioni con Lega e Fdi, “è quella tra gli uomini d’azione che fanno, e quelli che sono politici per professione. Nella giunta di Bertolaso ci sarà gente d’azione. I politici facciano i politici, facciano i convegni e parlino. Qui bisogna decidere e lavorare.”
Nel pomeriggio aveva detto: “quando arriverà un politico che mi dice ‘voglio essere io al posto di Bertolaso’ lo guarderò e gli riderò in faccia. E gli dirò ‘mi vengono i brividi a pensare che tu possa immaginare, tu che non saresti capace di amministrare un’edicola, di fare il sindaco di una città come Roma’”.
Il messaggio agli alleati, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, non potrebbe essere più chiaro.
E il diretto interessato acquista sicurezza: “Io sono il candidato del centrodestra, non di un singolo partito”, dice Bertolaso, e annuncia: “Non ho motivi di dovermi fermare, sono i romani che mi spingono a questo punto, non i partiti. E se i romani mi spingono, allora vado avanti come una ruspa fino alla fine”.
Dopo di che rivendica: “Due mesi fa Salvini mi ha chiamato e mi ha detto ‘voglio che ti candidi a sindaco di Roma’. Io a quella telefonata sono rimasto, non l’ho più sentito”.
Così avvia la sua campagna elettorale, scegliendo per l’esordio una intervista a ‘Domenica Live’ su Canale5 con Barbara D’Urso.
Bertolaso risponde poi a Salvini: “lo ringraziamo – afferma – il suo agire e il suo affermare fatti, decisioni e idee che vanno contro l’interesse della Capitale, secondo il mio punto di vista, ha stimolato la reazione positiva di molti romani”.
Domani è un altro giorno, si vedrà …
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
“HANNO VOTATO QUASI 50.000 ROMANI”… BERTOLASO OTTIENE IL 96,7% DI CONSENSI
Guido Bertolaso fa l’en plein alle ‘gazebariè. Incassa il sì del 96,7% dei «quasi 50 mila romani votanti»,
secondo la stima presentata dallo stesso candidato sindaco del centrodestra. Che ora punta dritto al Campidoglio.
«Possiamo andare avanti anche senza Salvini», tuona l’ex capo della Protezione civile, che esclude un ticket con Giorgia Meloni – «improponibile» lo definisce – e si dice «molto preoccupato» per la situazione della Capitale, dal degrado al problema buche. «Il governo dovrebbe dichiarare lo stato di emergenza», afferma.
E lancia un appello a Palazzo Chigi per anticipare le comunali, a fine aprile o inizio maggio, ipotizza.
La ‘prova gazebò di Bertolaso è terminata oggi alle 13.30 quando hanno chiuso i banchetti voluti da Silvio Berlusconi per una sorta di ‘referendum’ sulla candidatura del suo ex sottosegretario.
Anzi, qualche banchetto ha ‘sforatò con gli orari: alcuni seggi hanno dovuto prolungare l’apertura a causa delle numerose persone ancora in fila che desideravano esprimere la loro opinione, spiegano dal comitato Bertolaso.
Fatto sta che alla due giorni di ‘gazebariè, secondo gli organizzatori, hanno partecipato quasi 50 mila romani.
«Siamo contenti, ci scusiamo per i disguidi ma la macchina organizzativa nel complesso credo abbia funzionato in modo egregio» commenta Bertolaso durante una conferenza stampa nel tardo pomeriggio per snocciolare i primi numeri della consultazione: le cifre, non ancora definitive, parlano del 96,7% dei votanti a favore della sua candidatura. Il 3,3% appena avrebbe invece votato no.
«I cittadini hanno risposto con entusiasmo e con grande vivacità a questa nostra chiamata. Un risultato straordinario» commenta Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia.
A proposito delle polemiche sul sistema di votazione, Bertolaso replica:
«Il documento d’identità è stato preso. In molti casi è stato registrato in altri no. Non avevamo imposto una regola ferrea», replica Bertolaso.
(da “il Messaggero”)
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
“SARO’ IN LISTA, MA SONO FERITA DALLA MACCHINA DEL FANGO”
Patrizia Bedori conferma il suo ritiro dalla candidatura a sindaco di Milano per il Movimento Cinque stelle.
Mentre è ancora in corso la riunione tra la candidata e gli attivisti milanesi grillini, ha ribadito: “Sarò sicuramente in lista, ma faccio un passo di lato (come aveva detto Grillo al momento del suo distacco dal Movimento ndr).
È colpa dei mass media se sono ferita – ha detto in lacrime – Non sono una politica con la faccia di ‘tolla’. La macchina del fango è partita subito, il gossip ha preso il sopravvento su tutto. Adesso vedremo di trovare una soluzione”.
“Qualcuno mi ha detto di andare avanti, ma non voglio fare i nomi di chi mi ha incoraggiata”. L’ormai ex candidata sindaco del 5 stelle ha chiesto ai militanti di sostenere la candidatura di Corrado, il terzo arrivato alle primarie pentastellate di novembre, ma la soluzione più probabile sembra invece, un azzeramento totale e la decisione di scegliere un nuovo candidato con votazione online.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
CANDIDATO SI RITIRA: “NON C’E’ TRASPARENZA”
“Senza immaginazione non c’è salvezza”, dice lo slogan dei Giovani democratici. 
E di immaginazione ce ne vuole, guardando le foto dell’ultimo congresso romano di tre settimane fa, per convincersi che gli iscritti nella Capitale siano duemila.
La prova del nove, comunque, si avrà oggi quando l’organizzazione junior del Pd sceglierà — ai gazebo — il nuovo segretario nazionale.
Così direbbe la logica, ma quello che inizia è di nuovo un weekend di voto destinato a fare polemica.
Cominciamo dai numeri: a Roma, dicevamo, ci sono 1.900 iscritti nel 2015, settecento in più dell’anno prima.
Un dato anomalo, visto che a livello nazionale le tessere dei Giovani democratici si sono dimezzate nel giro di pochi anni, passando dai 50 mila del 2012 ai 25 mila del 2015, in linea con l’emorragia di iscritti al Pd “adulto”.
Doppiamente anomalo, il baby-boom degli iscritti romani, se si considera che alle primarie per la scelta del candidato per il Campidoglio, domenica scorsa, il voto degli under 30 è stato quasi sconosciuto ai radar dei gazebo.
Quello che si conclude oggi è un congresso scandito da accuse e veleni sulla scarsa trasparenza: inizialmente, il voto degli iscritti ai Gd valeva 1,5 punti e quello dei simpatizzanti soltanto 1, e questi ultimi per votare dovevano obbligatoriamente utilizzare una carta di credito intestata e pagare due euro.
Uno studente di Lodi ha fatto ricorso alla commissione di garanzia, che ha sentenziato: ogni voto deve avere lo stesso valore e l’uso obbligatorio della carta di credito discrimina i giovani senza una Visa in tasca.
Così, si è deciso di “aprire” le primarie. E pure troppo. Solo i simpatizzanti che si sono iscritti on line entro il 6 marzo devono presentarsi ai seggi con un documento di identità .
Agli altri, gli iscritti con tessera, basta semplicemente esibire il cartoncino di appartenenza ai Gd. È senza foto e la paura è che possa facilmente essere usato in serie: chi se ne accorge, se uno viola il regolamento e vota più di una volta?
Direte: andate ai seggi a controllare. Ma un’altra regola scritta delle primarie prevede che, escluso il presidente, gli scrutatori e i rappresentanti di lista, nessun altro possa “sostare nei pressi dei seggi e comunque a distanza inferiore di mt. 100”.
L’allarme è alto. E uno dei candidati, Dario Costantino — coordinatore della Federazione degli studenti e “erede” di Fausto Raciti — minaccia di ritirarsi dalla corsa se le primarie non vengono rinviate e le regole riscritte.
Non ci sono più, dice, “le condizioni minime per partecipare”: “Risultato a tavolino”. Gli indiziati sono i mentori del suo sfidante, Mattia Zunino: fedelissimo del segretario uscente, Andrea Baldini, e del commissario del Pd Roma Matteo Orfini, figlio dell’ex parlamentare Massimo Zunino (nominato durante il governo Renzi presidente di Mistral Air, la compagnia aerea di Poste Italiane), sostenuto da Davide Ragone, leader dei Future Dem e membro dello staff del ministro Maria Elena Boschi.
La corsa, sulla carta, è un po’ impari.
E il risultato di Roma è quello che può spostare il verdetto nazionale. I maligni arrivano a dire che nella Capitale sarebbero pronte delle “navette” per spostare gli elettori da un gazebo all’altro.
Ma il clima è di guerra ovunque. Alcuni congressi locali sono finiti in rissa: a Bari il segretario regionale uscente ha tirato lo statuto del partito colpendo un militante, a Napoli l’ex segretaria Antonella Pepe si è dimessa dopo aver denunciato anomalie nel tesseramento a Caserta e Salerno.
Ci sono Comuni con meno di 2 mila abitanti dove si sono registrati via web fino a 70 simpatizzanti.
Altrove succede l’opposto: sono stati dichiarati anomali 266 iscritti a Monreale, idem a Enna, in Molise e nella provincia di Barletta-Andria-Trani.
A Urbino, per dire, non è stata autorizzata l’apertura di un seggio, nonostante ci fossero 15 iscritti on line: quei 15, se vorranno, potranno farsi due ore di autobus e votare a Fano.
Antonio Monti e Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
IL PATTO TRA GLI OLIGARCHI E PUTIN: 110 FAMIGLIE HANNO IL MANO META’ DELLA RICCHEZZA DEL PAESE
Quando, poco prima di Natale, Grigorii Bedzhamov, presidente della federazione russa di bob, sparisce da Mosca, inizia un intrigo sportivo inconsueto in un Paese che ama l’agonismo invernale.
Recentemente il giornalista americano Patrick Reevell ne scopre le tracce a Monaco, dove al porto è ancorato uno yacht di 70 metri (da 50 milioni di dollari) di proprietà dello scomparso: l’intrigo diviene finanziario.
Successivamente la polizia arresta sua sorella Larisa Markus, presidente della Vneshprombank, accusata di bancarotta fraudolenta per un buco di bilancio di 2,5 miliardi di dollari.
L’intrigo muta in politico: tra i clienti della banca ci sono industrie di Stato e oligarchi vicini al potere – per esempio Nikolai Tokafrev, già agente del Kgb in Germania al tempo di Putin.
In Occidente, il caso di Bedzhamov è considerato sintomatico in un Paese che non riconosce democrazia e stato di diritto come fondamenta politiche, nè integrità e concorrenza come principi economici.
In Russia il caso è piuttosto orgoglio nazionale ferito. Il presidente Putin, che ha elevato il successo nello sport, insieme alla politica estera e agli interventi militari, a simbolo della rinascita del Paese, non può permettere che le avventure di un allenatore sportivo, ora latitante, influenzino le elezioni di settembre, minacciando il partito al potere, Russia Unita.
Il malgoverno che ha permesso l’arricchimento della famiglia Bedzhamov non è un privilegio esclusivo della Russia odierna – dove l’Ocse stima la corruzione a 25% del prodotto lordo, mentre la Banca Mondiale la pone al 48%.
La privatizzazione selvaggia è stata ereditata dalla presidenza di Boris Eltsin.
Negli Anni 90 infatti, prestiti privati concessi al governo come controparte di quote in aziende di Stato, trasferisce la proprietà delle imprese ex sovietiche a un pugno di amici del Cremlino: tra essi Boris Berezovsky (ora deceduto), Alexander Smolensky, Mikhail Khodorkovsky, Mikhail Fridman e Vladimir Potanin.
Rapidamente, i neo-milionari diventano miliardari speculando sul differenziale del prezzo domestico delle materie prime rispetto ai mercati mondiali.
Quando il presidente Putin entra in scena nel 2000, sigla un accordo con gli oligarchi: in cambio di un’assoluta lealtà , permette loro di mantenere affari e ricchezza.
La maggior parte si allinea; chi si oppone, per esempio Mikhail Khodorkovsky, finisce in Siberia.
Emergono nuovi oligarchi – Roman Abramovich, Oleg Deripaska, Mikhail Prokhorov e Vagit Alekperova – con conseguenze prevedibili.
Il divario di reddito in Russia aumenta vertiginosamente: le 110 famiglie più benestanti possiedono la metà della ricchezza privata, le aziende in loro mano producono un terzo del reddito nazionale.
Mosca, capitale mondiale dei miliardari, diventa un centro di riciclaggio: quasi 500 miliardi di dollari da quando Putin è al potere.
L’arricchimento basato sullo sfruttamento delle risorse naturali ostruisce lo sviluppo dell’industria.
L’economia continua a dipendere da gas e petrolio, che generano metà del bilancio federale e la maggior parte del reddito da esportazioni.
Il sistema produttivo, e poi quello sociale, entrano in crisi quando il crollo del prezzo degli idrocarburi riduce le spese sanitarie, dimezza le riserve valutarie e azzera i fondi sovrani dai quali Putin attinge per finanziare gli interventi in Ucraina e in Siria.
Alla crisi economica si sovrappone quella demografica.
Nel secolo scorso la Russia ha affrontato le conseguenze della rivoluzione (4 milioni di morti), la collettivizzazione di Stalin (2 milioni), e la guerra mondiale (13 milioni). In qualche generazione, bassa natalità e aspettativa di vita a soli 67 anni (15 meno dell’Italia), ridurranno la popolazione russa a cento milioni, un terzo in meno dell’attuale.
Antonio Maria Costa
(da “La Stampa”)
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
MOSCA LA ACCUSA DI OMICIDIO, IN PATRIA E’ UN’EROINA
Lo stile è proprio quello della top gun. 
Coraggiosa e sprezzante, Nadezhda Savchenko ha mostrato il dito medio in diretta tv al giudice russo che chiedeva per lei 25 anni anni di carcere nell’aula del tribunale di Donetsk, cittadina russa omonima del tormentato capoluogo del Donbass: «Volevate una mia dichiarazione? Questa è la sola cosa che posso dirvi».
A sorprendere non era tanto il tono quanto l’energia di questa donna di 35 anni in carcere da quasi due e devastata da un infinito sciopero della fame interrotto solo da qualche rara nutrizione forzata imposta dai medici.
Nadezhda, che sia in russo che in ucraino vuol dire Speranza, continua comunque a reggere il suo ruolo di eroina della rivoluzione ucraina e di acerrima nemica della Russia.
A Kiev la amano, a Mosca la guardano con sospetto e poca compassione.
In attesa del verdetto, il 21 marzo, molti cittadini e anche intellettuali e star dello spettacolo scrivono e twittano a Putin per chiedergli di liberarla.
Un po’ per umanità , un po’ per il disagio di un processo quantomeno singolare.
La vicenda parte da uno shock non da poco per l’opinione pubblica russa: la morte di due popolari volti della tv uccisi nel Donbass durante un bombardamento dell’artiglieria ucraina.
Savchenko, secondo l’accusa, avrebbe fornito agli artiglieri le coordinate per colpire la postazione televisiva russa.
Carriera militare, un passato da tiratore scelto e poi da pilota di elicotteri da combattimento, Nadezhda nell’estate del 2014, durante l’insurrezione delle province ucraine filorusse si era arruolata volontaria nel battaglione Ajdar.
Molto ambigua è invece la ricostruzione di come sia finita nelle mani della giustizia di Mosca. Secondo alcuni lei stessa avrebbe chissà perchè varcato il confine, finendo per essere catturata. Altri sostengono, più credibilmente, che sia stata presa dalle milizie filo russe e consegnata ai loro “capi” di Mosca.
Per il governo di Kiev, invece ci sarebbe stato un vero e proprio rapimento.
In patria la top gun, che gli amici chiamano affettuosamente Nadia, è diventata un simbolo: «La nostra Giovanna d’Arco».
Certo non giova alla sua immagine, anche nei confronti dei governi occidentali che ne chiedono la scarcerazione, il fatto che sia diventata un’icona di quei gruppi militari armati che chiedono a gran voce in piazza «lo stermino di tutti i russi del paese». Perfino Yiulia Tymoshenko, che ha sfruttato la notorietà della pilota facendola eleggere deputato nel suo partito, ha messo da parte le magliette con il volto di Nadia. L’imbarazzo è reciproco e Nadia rischia di restare sola.
L’unica via d’uscita è una trattativa per uno scambio di prigionieri.
Poroshenko si offre, Putin fa sapere che «ci sta pensando». Resta il nodo fondamentale: la Russia non può ammettere di essere stata in guerra con l’Ucraina e non può dunque accettare in cambio militari russi catturati dalle forze di Kiev.
Nadia aspetta tra mille dubbi e sussurra: «Morirò prima di essere condannata».
Nicola Lombardozzi
(da “La Repubblica”)
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Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO ERA STATO INDAGATO E POI PROSCIOLTO A COSENZA
Per rappresentarla nel consiglio d’amministrazione dell’Istituto nazionale Tumori, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha scelto Andrea Gentile, figlio del collega di partito Tonino Gentile, sottosegretario per lo Sviluppo economico del governo Renzi. Toccherà dunque ad un calabrese presidiare per conto del Ministero il cuore amministrativo dell’eccellenza milanese per la ricerca e la cura in campo oncologico, che coordina le strutture pubbliche e private accreditate operanti in Regione Lombardia.
Avvocato trentaseienne, Andrea Gentile in passato è stato presidente dell’organismo di Vigilanza dell’Unicef-Italia e in Sacal, la società aeroportuale che gestisce lo scalo di Lamezia Terme, ma non vanta ampia esperienza in campo sanitario.
Anzi, quando da legale ha avuto a che fare con gli ospedali, è finito nei guai.
Nel 2014 Gentile junior è stato infatti iscritto sul registro degli indagati per truffa, associazione per delinquere e altri reati per gli incarichi di consulenza ricevuti dall’Asp di Cosenza.
Nel giro di un anno la sua posizione è stata archiviata perchè — si legge nel provvedimento — “dagli elementi raccolti non emergono, tra gli indagati, legami di natura illecita, bensì vincoli di natura professionale ed amicale”.
In più, sottolineava il giudice “l’attività delittuosa è del tutto inesistente”.
Proprio quell’indagine però costerà indirettamente al giovane avvocato Gentile un altro guaio giudiziario.
Nel febbraio 2014, l’editore Alfredo Citrigno e lo stampatore Umberto De Rose faranno infatti di tutto pur impedire la pubblicazione della notizia riguardante l’inchiesta a carico di Gentile junior sul quotidiano Calabria Ora.
Fallite le pressioni sul direttore della testata dell’epoca, Luciano Regolo, un misterioso blocco delle rotative impedirà al giornale di andare in edicola.
Un caso — divenuto noto come Oragate — finito al centro di un polverone mediatico costato le dimissioni al padre del giovane legale, all’epoca sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, ma tracimato anche nelle aule di giustizia. Per quella vicenda, la procura di Cosenza ha infatti aperto un’inchiesta che vedeva fra gli indagati anche Gentile jr.
Anche in questo caso però la sua posizione è stata archiviata, mentre sono finiti a processo Citrigno e De Rose . Quest’ultimo ha procurato anche un altro grattacapo al primogenito del sottosegretario.
Da presidente della principale controllata regionale calabrese, Fincalabra, De Rose aveva assegnato all’avvocato una consulenza da circa 38mila euro, secondo la procura “in assenza di alcun avviso pubblico e in assenza di alcun metodo di valutazione comparativo tra le offerte presentate e quindi in violazione dei principi di pubblicità , trasparenza e imparzialità ”.
Di tutt’altro avviso è stato invece il gup, per il quale non sarebbe stato commesso alcun reato. Quella di Gentile — ha sostenuto il giudice — non era “un’assunzione ma un incarico professionale esterno”.
Guai giudiziari e polveroni mediatici che non sembrano aver impedito al giovane avvocato di fare carriera, ma che non hanno disturbato più di tanto neanche quella del padre.
A circa due anni dalle dimissioni seguite all’Oragate, il senatore Tonino Gentile è tornato al governo come sottosegretario allo Sviluppo Economico, mentre continua a fare da ago della bilancia nel suo feudo di Cosenza.
Alessia Candito
(da “La Repubblica“)
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