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DENARO, VOTI ETNICI E PUGNALATE: LA MALEDIZIONE DELLE PRIMARIE

Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile

UNA LUNGA LISTA DI DENUNCE E POLEMICHE FINO DAL 2005

Il caso dell’euro consegnato ai votanti per le primarie a Napoli è solo l’ultimo di una lunga lista di polemiche che sembrano aver attraversato tutte le primarie del centrosinistra, fin dal loro esordio. Una maledizione che non pare avere fine.
Anno 2005, gli albori
Era ancora il 2005 quando, appena il giorno dopo il varo del regolamento con lo stop alla candidatura di Sgarbi, un agguerrito Mastella tuonava: «Le regole sono state taroccate». L’allora leader dell’Udeur se la prendeva con Ds e Margherita che, a suo dire, avevano raddoppiato il numero di seggi da attribuire, da 4mila a 9mila, senza concordarlo all’unanimità  con tutti i partiti dell’alleanza. In quella tornata scoppierà  anche il caso Messina, con la Margherita che chiedeva l’annullamento delle votazioni nei due seggi allestiti.
Anno 2006, polemiche e ironie  
Il sindaco di Milano Gabriele Albertini, centrodestra, dichiara di voler votare per Dario Fo alle primarie del centrosinistra.
Anno 2007, il tesoro degli elenchi  
Scoppia il caso degli elenchi dei votanti. Enrico Letta lancia l’allarme: qualcuno ai vertici dei Ds avrebbe i nomi di chi aveva votato nel 2005, ma li metterebbe a disposizione solo di alcuni candidati e non di altri.
Anno 2009, candidati e imbarazzi
Alle primarie del Pd si candida per la mozione Bersani-Mazzoli il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai. Il primo cittadino si era già  dovuto ritirare nel 2007 per aver usato i soldi del Comune per anticipare le spese legali di otto minorenni accusati di aver stuprato una ragazza in una pineta.
Il franceschiniano Franco Laratta denuncia: «In Calabria qualcuno fa il gioco sporco e sta facendo centinaia di telefonate nelle quali si sostiene che Bersani è già  segretario e che domenica si deve solo confermare l’esito della Convenzione. Cercano di capire la buona fede della gente ingannandola con delle bassezze».
Anno 2011, lo scandalo di Napoli  
Accuse di brogli nelle primarie di Napoli dove vince il 48enne bassoliniano Andrea Cozzolino grazie ai voti racimolati dai capibastone “Tommi Tommi” e “Michel di Prisco”. Si sfiora l’aggressione fisica quando i garanti annullano le votazioni in tre seggi della periferia a nord di Napoli. La Dda aprirà  un fascicolo.
Anno 2012, guerre fratricide  
Il candidato alle primarie del Pd in Sicilia, Davide Faraone, accusa il tesoriere nazionale Antonio Misiani di aver dato 40.000 euro per la campagna elettorale della rivale Rita Borsellino.
Scoppia la polemica sulle nuove regole criticate da Renzi. La preregistrazione, il ritiro dei certificati in un luogo diverso da quello in cui si vota e il divieto di votare al ballottaggio se non si è votato al primo turno vengono viste come una corsa a ostacoli che limita la partecipazione.
L’ex tesoriere dei Ds attacca Renzi sui fondi: fin’ora ha speso 2 milioni e 800 mila euro per le primarie.
Anno 2013, i soldi e la comunità  rom  
Il candidato 5 Stelle per Roma Marcello De Vito pubblica un volantino con una donna rom al voto con la scritta «10 euro ai rom per votare alle primarie». Al volantino si affianca la dirigente del Pd del Lazio, Cristiana Alicata, poi costretta a dimettersi dopo l’annunciata querela da parte della comunità  rom di via Candoni.
Anno 2014, i soldi e la comunità  filippina  
Questa volta tocca a Modena dove le primarie per il sindaco vengono vinte da Gian Carlo Muzzarelli. Sei associazioni filippine, però, denunciano il pagamento di connazionali filippini da parte di supporter di Muzzarelli.
Anno 2015, i soldi e la comunità  cinese  
Divorzio doloroso quello di Sergio Cofferati che, candidato alle primarie di Genova, poi vinte dalla rivale Raffaella Paita, denuncia la presenza ai seggi di cinesi, marocchini e «riconosciuti esponenti del centrodestra» che avrebbero inquinato il voto. Alla fine verranno annullati 4000 voti, ma la Paita vincerà  comunque la competizione.   Ancora caos a Napoli dove nelle liste compaiono personaggi legati a Forza Italia. Una presenza che farà  dimettere l’europarlamentare Massimo Paolucci in polemica con le scelte della direzione nazionale. Le primarie verranno vinte da De Luca con il 52% dei voti.

Raphaà«l Zanotti
(da “La Stampa“)

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PIZZO A MILANO: “L’8% DEI COMMERCIANTI DICHIARA DI PAGARLO”

Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile

LO STUDIO SULLA ZONA ISOLA-NIGUARDA

L’8,4% dei commercianti della Zona 9 di Milano dichiara di pagare, o aver pagato, il pizzo. E il 18,7% afferma di conoscere almeno una vittima di estorsione.
Parliamo di una fetta importante della città , che va dal quartiere periferico di Affori-Bruzzano (storico feudo del clan di ‘ndrangheta dei Flachi) ai grattacieli e ai locali notturni di Isola-Garibaldi-Repubblica (nella foto), passando per lo storico quartiere dei Niguarda-Prato Centenaro.
E’ il risultato di una ricerca presentata a Milano. Al tavolo, fra gli altri, Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria autore di diversi libri sulla ‘ndrangheta.
La ricerca “Criminalità  organizzata, contesto di legalità  e sicurezza urbana” è sata coordinata da Rocco Sciarrone, sociologo da anni impegnato in studi sull’espansione mafiosa fuori dalle aree tradizionali, e realizzata dai ricercatori Joselle Dagnes e Luca Storti del Dipartimento di culture, politica e società  dell’Università  di Torino.
In collaborazione con l’associazione Civitas Virtus, lo studio ha raccolto 467 questionari compilati   da commercianti, ristoratori e artigiani della zona 9.
Il dato sul “pizzo” è fra i più interessanti, perchè sebbne la presenza di tutte le organizzazioni mafiose a Milano e in Lombardia sia assodata da decenni, non si ricordano inchieste giudiziarie da cui sia stato svelato il sistematico taglieggiamento di negozi e locali da parte delle cosche trapiantate nel capoluogo lombardo.
Più diffusa, invece, l’imposizione di aziende mafiose in lavori e forniture.
Dalla ricerca emerge invece che il 65% dei rispondenti lo ritiene”un problema rilevante”, e che appunto nella zona 9 quasi uno su dieci lo ha sperimentato sulla propria pelle.
E il pizzo di cui si parla è proprio quello tradizionale, cioè la richiesta di denaro, secondo il 59,9% dei rispondenti, mentre “meno diffuse sono ritenute forme quali l’imposizione di forniture o personale”.
Ilda Boccassini e gli altri magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano denunciano spesso l’omertà  alla milanese incontrata durante indagini in cui le vittime dei clan non denunciano mai spontaneamente.
Nella ricerca del gruppo di Sciarrone, il 39,7% dichiara che si rivolgerebbe alle forze dell’ordine e oltre il 28,6% si dichiara disposto a chiudere la propria attività  o a trasferirla altrove piuttosto che accettare la richiesta.
Il 14,3% che si rivolgerebbe a un’associazione antiracket, ma l’11,7% cercherebbe invece “l’intervento di un intermediario per evitare di pagare”.
L’83% dei rispondenti, però, non è a conoscenza della tutela e i dei benefici economici che la legge riserva a chi denuncia una tentata estorsione.
“Un deficit”, sottolineano i sociologi dell’Università  di Torino, “che depotenzia la discreta propensione a denunciare un’eventuale tentata estorsione”.
Le estorsioni sembrano andare di pari passo con l’usura, reato che invece compare regolarmente nelle principali inchieste sulla ‘ndrangheta in Lombardia, con storie drammatiche e diffuse di minacce, pestaggi e soprusi.
L’8,4% afferma di esserne stato vittima, il 17,4% dichiara di aver conosciuto persone sottoposte a prestiti a strozzo e il 77,6% del campione considera il fenomeno “abbastanza o molto diffuso a Milano”. “Anche in questo caso è scarsissima la conoscenza dei benefici di legge dedicati a chi denuncia l’attività  usuraia: meno del 18% ne ha un’idea”, osservano i ricercatori.
Lo studio tocca diversi fronti dell’illegalità  percepita (e sperimentata) in questa zona di Milano, dalla microcriminalita alla mafia alla corruzione.
“Gli operatori economici interpellati hanno una visione articolata delle condizioni di legalità  e della presenza di fenomeni criminali nel contesto cittadino”, spiegano i ricercatori.
“Non negano, nè sottovalutano, l’esistenza di tali fenomeni, senza tuttavia assecondare letture sensazionalistiche o allarmanti”.
E sono consapevoli del rischio mafioso — per decenni negato dalle massime autorità  cittadine — “soprattutto per quanto riguarda l’infiltrazione nell’economia locale”. Ma ancora più preoccupanti dell’abbraccio soffocante dei clan sono considerati i “fenomeni legati alla corruzione politica ed economica”.
Cosa che mina la fiducia nelle istituzioni. E di conseguenza, concludono i ricercatori, la disponibilità  a rivolgersi allo Stato per denunciare.

Mario Portanova
(da “il Fatto Quotidiano”)

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FORESTALE, 50 MAFIOSI A LIBRO PAGA DELLA REGIONE SICILIA, 3.500 HANNO CONDANNE PENALI, ALCUNI PURE PER INCENDIO DOLOSO

Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile

CONDANNATI AL 416 BIS MA SONO NEGLI ELENCHI DEI 25.000 ADDETTI ALLA FORESTAZIONE CHIAMATI IN SERVIZIO DA PALAZZO D’ORLEANS

La mafia a libro paga di Palazzo d’Orleans.
Per anni, anzi per decenni, senza alcun controllo, senza alcuna verifica da parte dell’amministrazione, diversi “picciotti” sono stati pagati dalla Regione.
Sono almeno cinquanta i condannati per associazione mafiosa che compaiono negli elenchi degli stagionali della forestale, la gran parte tra Palermo, Agrigento ed Enna. A scoprirlo, per la prima volta, è la stessa amministrazione che nei giorni scorsi ha concluso un monitoraggio tra i 25 mila addetti alla forestazione che da trent’anni e più lavorano nei boschi e nella campagne siciliane.
Ponendo agli Uffici del lavoro due semplici domande: queste persone che lavorano con fondi pubblici che tipo di reati hanno alle spalle?
Possono avere rapporti di lavoro con l’amministrazione?
Il calderone dei condannati per mafia pagati dalla Regione s’inizia a scoprire alla fine del 2014, quando il governatore Rosario Crocetta chiede di verificare i carichi pendenti e il casellario giudiziario di tutti gli addetti forestali.
Trascorre un anno e lo scorso novembre l’ex dirigente generale del Lavoro, Anna Rosa Corsello, consegna un primo dossier sul tavolo del presidente della Regione dal quale risulta che tra i forestali ad avere condanne penali sono in oltre 3.500: di questi circa mille hanno sentenze per reati contro il patrimonio, alcuni per incendio doloso, 200 hanno reati contro la pubblica amministrazione, 600 contro la persona, altre centinaia condanne per reati che hanno a che fare con l’amministrazione della giustizia.
Adesso si scopre che sono almeno cinquanta i condannati per 416 bis mai cancellati dagli elenchi e, una volta scontata la condanna, richiamati tranquillamente al lavoro.

Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica”)

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“I NOSTRI RAGAZZI AVEVANO TUTTO, COME E’ POTUTO SUCCEDERE? “: IL DOLORE DEL PADRE DI MANUEL

Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile

“GONFIO DI COCAINA MI HA DETTO CHE LO AVEVANO AMMAZZATO”… IL FIGLIO DELLA ROMA BENE

Quei bravi ragazzi. Come suonano vuote, stonate queste parole adesso, quando l’impossibile è avvenuto.
Quando a uccidere senza pietà , per gioco, sono stati due ragazzi nati con tutte le carte giuste in mano.
Soprattutto Marco Prato, figlio della Roma bene, quella vera solida, che affonda le radici nella cultura e non solo nei soldi.
Suo padre è Ledo Prato, un nome di spicco nell’ambiente culturale, segretario generale dell’Associazione Mecenate 90 presieduta da Giuseppe De Rita, docente in diverse Università  nei corsi di specializzazione in marketing dei beni e delle attività  culturali.
Ieri era attonito, chiuso in un silenzio doloroso nella sua casa vicino a piazza Bologna, poche centinaia di metri dall’albergo dove suo figlio ha tentato di togliersi la vita. «Dove ho sbagliato?» la domanda che rimbomba nell’anima e nel cuore. Non è possibile essere vittima quando hai un figlio che ha trucidato un ragazzo. Ma lo sei. «Tre famiglie rovinate», dice una signora e davanti al palazzo dove abita il «dottor Ledo». «Non sa niente, non ha potuto vedere il figlio».
IL COMING OUT
La famiglia di Marco non aveva mai condiviso la scelta del figlio di lavorare negli «eventi» dopo la laurea in scienze politiche alla Luiss e il master in marketing a Parigi. «Ma non potevano fare niente, Marco era deciso».
Deciso, come lo era stato quando aveva fatto coming out per vivere la sua omosessualità , come racconta una amica.
«Era un ragazzo timido, complessato per il suo fisico. Era grassottello, piccolo. Poi quando ha smesso di fingere di essere eterosessuale si è trasformato, è diventato un fico. Flavia Vento? Una fidanzata di copertura, niente più». Nessuno riesce a immaginare quello che ha fatto.
I DUE PADRI DISTRUTTI
Due padri che condividono lo stesso destino, Ledo Prato e Valter Foffo, il padre di Manuel, anche ieri, nonostante tutto, alla sua scrivania alla S.i.S, società  che si occupa di infortunistica stradale.
È lui che ha raccolto la confessione del figlio e ha chiamato i carabinieri sabato sera. «Papà  ti prego aiutami». «Certo che c’è?» Ma niente poteva prepararlo a quel racconto. «Avete ucciso? Chi avete ammazzato?».
Solo guardando suo figlio negli occhi ha capito che diceva sul serio. «Era gonfio di cocaina – racconta a Porta a Porta – era ancora sotto effetto, aveva gli occhi di fuori. Non si capiva, gli ho detto: che significa? Spiegami bene».
Davanti a lui il film di questi 30 anni. Manuel bambino timido, Manuel che tardava a laurearsi, Manuel con compagnie che spesso non piacevano in famiglia. Ma era un bravo ragazzo. Verbo all’imperfetto. Passato remoto.
I tempi si succedono veloci in questa storia dove il futuro non ha colori. «Valter è stato un buon padre in questa occasione, come lo è stato sempre», racconta un amico che frequenta il ristorante di Pietralata «Dar Bottarolo», un’altra delle attività  dei Foffo.
«Non ha pensato nemmeno per un attimo di cercare di aiutare il figlio a sottrarsi alle sue responsabilità . Sapeva che non era giusto». Un confronto devastante sabato pomeriggio tra Manuel e suo padre.
«Perchè?». Una domanda ripetuta tante volte, come un mantra, capace di scacciare la realtà . «Chiamiamo i carabinieri».
IL RAPPORTO CON LA MADRE
La voce esce come una lama che taglia in due un destino, una famiglia. Quando un vicino di casa incontra l’uomo nell’androne della casa di via Igino Giordani, vede un volto stravolto, la mano nei capelli. «Cosa è successo?». «Una cosa molto grave».
La risposta rimbomba e il suono sembra salire fino al decimo piano dove i carabinieri trovano il cadavere di Luca Varani.
Accanto al padre c’è l’altro figlio, Roberto, che cerca di fare forza a tutti e due.
Il pensiero alla mamma che soffre di depressione e che da quando il marito se ne è andato non riesce a riprendersi.
Per lei quel figlio che abitava al piano di sopra era tutto. La andava a trovare, le portava la spesa. I vicini erano ammirati da queste attenzioni. E tolleravano quella musica ascoltata «a palla» che attraversava le pareti.
Come quella maledetta sera.

Maria Corbi
(da “La Stampa”)

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GENOVA, TRAFFICO DI RIFIUTI E COSTI “GONFIATI”: SETTE ARRESTI ALL’ALBA

Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile

COSI’ AMIU FACEVA SALIRE LE NOSTRE BOLLETTE: TARIFFE AUMENTATE DEL 20%

Alle prime ore del giorno, operazione dei carabinieri del Noe del capoluogo ligure e di Alessandria in seguito a un’indagine della Procura su traffico di rifiuti e costi “gonfiati” per la loro gestione: nel mirino, la municipalizzata Amiu e alcune ditte collegate.
L’operazione ha portato all’arresto di 7 persone (messe ai domiciliari) nel capoluogo ligure e a una serie di perquisizioni e sequestri di beni a carico di dirigenti e dipendenti di Amiu e della collegata Switch 1988 Spa, che in città  ha il subappalto per la raccolta differenziata.
Chi sono gli arrestati
Arrestati, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la Pubblica Amministrazione e al traffico illecito di rifiuti
– Maurizio Dufour, socio e presidente del consiglio di amministrazione della Switch;
– Roberto Curati e Stefano Ionadi, socio e dipendente della stessa società ;
– Massimo Bizzi, dirigente di Amiu;
– Roberta Malatesta, Tonito Magnasco e Claudio Angelosanto, dipendenti di Amiu.
In totale sono 30 le persone coinvolte e indagate a vario titolo nel corso delle indagini.
Secondo quanto spiegato dai militari, questa operazione «rappresenta la prosecuzione dell’attività  che il 13 novembre 2014 aveva portato all’arresto dei fratelli Mamone e della famiglia Raschellà , insieme con l’allora dirigente dell’Ufficio acquisti di Amiu, Corrado Grondona, oggi tra i denunciati in stato di libertà ».
Le ripercussioni sulle bollette
I carabinieri hanno spiegato che «sono stati accertati innumerevoli episodi di gestione illecita della raccolta differenziata operata da Switch 1988 Spa relativamente a plastica, carta, cartone, rifiuti ingombranti e pericolosi, che hanno generato un considerevole traffico illecito di rifiuti con i conseguenti profitti fraudolenti per la società , a danno delle aziende “sane” operanti nel settore, e la truffa nei confronti dei cittadini, sotto forma di maggiori oneri tariffari, e del Comune di Genova, il tutto con la compiacenza e la collaborazione di numerosi dirigenti e dipendenti di Amiu».
I “trucchi” per ottenere i rimborsi
Questo il “meccanismo” scoperto dai militari: «I vari appalti, in alcuni casi vinti da Switch 1988 Spa perfino quando la stessa società  non era in possesso dei requisiti richiesti dal bando di gara, venivano aggiudicati con ribassi vertiginosi e assolutamente fuori mercato, salvo poi attuare successive modifiche per rendere comunque profittevoli le attività  svolte dalla società  appaltatrice facente capo a Dufour».
Per esempio, «si procedeva a simulare centinaia di ritiri di rifiuti ingombranti a domicilio in realtà  inesistenti, falsificando la relativa documentazione e richiedendo, di conseguenza, i relativi rimborsi ad Amiu»; in altre circostanze, «venivano decuplicati i quantitativi di rifiuti smaltiti per conto del Comune» e addirittura «si è arrivati a effettuare smaltimenti di rifiuti gratuiti nei confronti di vari enti pubblici facendo poi figurare tali rifiuti come se fossero stati trovati abbandonati sul territorio comunale, incassando indebitamente il previsto addendum contrattuale per “bonifica straordinaria del territorio”».
Nel corso dell’operazione, i militari hanno sequestrato vari beni per un ammontare complessivo di un milione di euro.

Matteo Indice
(da “il Secolo XIX”)

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FATE QUALCOSA DI DESTRA: OCCUPATE L’AMBASCIATA EGIZIANA A ROMA

Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile

SE DESTRA E’ SOVRANITA’ E LEGALITA’, CHE ASPETTANO I CANDIDATI ROMANI DEL CENTRODESTRA A DARE UN SEGNALE PER TUTELARE LA DIGNITA’ DELL’ITALIA DI FRONTE ALL’ASSASSINIO DI GIULIO REGENI E ALLE MENZOGNE CHE CI PROPINA IL REGIME MILITARE DI AL SISI?… BERTOLASO, STORACE, MELONI, SALVINI: FUORI GLI ATTRIBUTI O TACETE PER SEMPRE

La “non notizia” è di poche ore fa: “sono incompleti e insufficienti” gli atti fin qui trasmessi dall’autorità  giudiziaria egiziana a quella italiana che indaga sull’omicidio di Giulio Regeni, il 28enne ricercatore di origine friulana, scomparso al Cairo in circostanze misteriose il 25 gennaio scorso e trovato morto dopo otto giorni.
E così la procura di Roma ha rinnovato agli inquirenti egiziani la richiesta di atti e documenti sul caso, dopo la rogatoria partita qualche settimana fa.
Tra le altre cose mancano ancora sia i verbali di alcune testimonianze, sia i dati delle celle telefoniche e i video delle telecamere di sorveglianza di metropolitane e negozi del quartiere nel quale Regeni viveva e dal quale è sparito il 25 gennaio scorso.
Tutti documenti dei quali la procura capitolina aveva fatto esplicita richiesta.
A fronte di una vicenda che è stata viziata da omertà , depistaggi e criminali connivenze, il governo italiano non ha ancora ritenuto di fare un passo ufficiale nei confronti di un regime militare che ha fatto “scomparire” oltre 1.400 persone negli ultimi mesi, come denunciato da tutte le organizzazioni umanitarie.
Il 35% degli italiani, in un recente sondaggio, chiedeva la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, ma Renzi tergiversa, prende tempo, forse nella speranza che il caso venga “dimenticato”.
Siamo uno dei pochi siti web di area (sicuramente il primo) che ha denunciato il “silenzio” della destra italiana di fronte a un caso evidente di violazione della nostra sovranità  e della dignità  del nostro Paese.
E’ inammissibile tacere di fronte al sequestro, alle sevizie e all’assassinio di un nostro connazionale da parte di apparati di uno Stato straniero.
Ci chiediamo: dov’è quella destra che parla di sovranità  e legalità  solo quando gli fa elettoralmente comodo?
Forti coi deboli e deboli coi forti: è questa la destra che si richiama ai “valori” e che si propone di governare l’Italia?
Cosa aspettano i leader nazionali e i candidati romani del centrodestra a dare un segnale forte, recuperando il ruolo che persino un Renzi è riuscito a a sottrarre loro?
Non esistono vittime di serie A e di serie B, esistono Italiani.
E chi vuole governare l’Italia deve dimostrare di averne capacità  e determinazione.
Ai vari Berlusconi, Salvini, Meloni, Bertolaso e Storace diciamo: fuori gli attributi o tacete per sempre.
Per una volta fate una cosa di destra: occupate simbolicamente l’ambasciata egiziana a Roma.
Per la memoria di Giulio che chiede giustizia e per la dignità  del nostro Paese.

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TUTTE LE GAFFE DI BERTOLASO

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

DALLA BATTUTA SU HAITI CHE FECE INFURIARE LA CLINTON ALL’ELOGIO DEI ROM, SONO TANTI GLI AUTOGOL DEL CANDIDATO SINDACO DI ROMA

Che Guido Bertolaso avesse quel talento si poteva intuire ben prima della sua attuale candidatura a sindaco di Roma fortissimamente voluta da Silvio Berlusconi.
Ne aveva già  data prova anche quando era saldo lassù nell’empireo, intoccabile come il più potente degli dei e da sottosegretario alla Presidenza e da capo della Protezione Civile poteva chiedere l’impossibile e Palazzo Chigi eseguiva.
Nel 2010 vola a Haiti dopo il terremoto e si lascia andare a commenti più acidi di uno yogurt sugli interventi di soccorso degli americani.
Pietre miliari di diplomazia e rapporti bilaterali. Naturalmente si scatena l’inferno.
Il Segretario di Stato Hillary Clinton liquida le geniali frasi (da lui poi chiarite) come tipiche osservazioni da dopo partita mentre il presidente Berlusconi si cosparge il capo con quintali di polvere.
Passa qualche mese e Bertolaso attinge di nuovo al suo fecondo talento.
E nella conferenza stampa a Palazzo Chigi organizzata per chiarire la sua posizione nell’inchiesta sugli appalti per il G8 (processo ancora aperto) racconta dello sforzo sovrumano fatto per non segnalare a Bill Clinton il simpatico e comune problema di nome Monica.
La Monica di Bertolaso era una massaggiatrice brasiliana del Salaria Sport Village finita in una intercettazione.
Quella dello studio ovale, la più nota Levinsky. Il tatto di un Dumbo.
Uno di quei casi in cui invocare la Protezione civile. Per arginare Bertolaso, però.
Intervistato da Jean Paul Bellotto su Radio Capital il 15 febbraio, Guido Bertolaso spiega in cosa differisce la sua posizione sulla questione campi rom rispetto a quella del leader leghista Matteo Salvini: “Userei più tatto e diplomazia. I rom sono una categoria che nel nostro paese è stata vessata e penalizzata”.
Nell’agitato palcoscenico di un centro-destra romano fantomatico, metafisico, in piena decomposizione, dove tutti sono contro tutti, e dove Matteo Salvini capeggia la guerriglia, minaccia primarie e monta e smonta gazebi disturbatori, il candidato, 66 anni, il pullover blu indossato come un monumento, ci mette del suo e non smentisce la fama.
Ogni volta che dichiara, commenta, lascia andare libero il pensiero, il risultato è pari a una calamità  naturale, la sua specialità  del resto. Il diluvio, di critiche, è assicurato.
I fulmini e le saette pure.
Prescelto da Berlusconi dopo un tira e molla dovuto anche a serie ragioni familiari, con il beneplacito, all’inizio, della Lega e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, Bertolaso, medico e specialista in malattie tropicali, svernato in Africa a curare sul serio i bambini malati dopo le dimissioni dalle alte cariche e il coinvolgimento in vari procedimenti giudiziari, ha inaugurato un nuovo tipo di propaganda elettorale: la comunicazione autolesionista.
Durante il programma “Di martedì” Enrico Mentana cerca un endorsement, chi voterebbe tra Storace, Marchini o Giachetti?
Bertolaso non si sottrae e giù, si butta verso il burrone. Sceglie Giachetti naturalmente, uno dei candidati Pd, uno contro il quale dovrebbe battersi e dire peste e corna.
Peccato che, non pago, si metta anche a cantarne le lodi. Mica solo in trasmissione. Ma no, non perde occasione di valorizzarlo in tutte le interviste «Gli voglio bene, è una persona perbene».
È proprio un portento. E non sbaglia mai la risposta sbagliata.
Sarà  per il vecchio vizio della Protezione civile, sarà  l’attrazione fatale verso il pericolo, ma in politica si tratta di un vero suicidio.
I rom, gli chiedono. E lui si lancia in un’articolata disamina sull’integrazione. Concetto finale: gli zingari, poveri cari, vanno aiutati. Nell’era della comunicazione fatta di slogan, tweet e non di ragionamenti, è un disastro.
Per una destra che predica espulsioni e scarpe chiodate, è un’esplosione nucleare.
Per Salvini, tipo già  cinetico di suo, un detonatore d’ira funesta.
Ma il nuovo modello di campagna di stampo masochista, così sofisticata da essere incomprensibile a semplici menti umane, va avanti.
L’ex capo della Protezione civile non risparmia neppure il suo mentore, il suo padrino, il suo leader.
Quando capita, infatti, tiene a precisare che non gli è mai passato per la mente di votare l’ex Cavaliere. Macchè, non è mica matto.
Così il centralino di Arcore s’intasa, e l’ex premier e l’alter ego Gianni Letta, da sempre grande sponsor del candidato, sono a un passo dal chiedere urgentemente le famose pezze fredde.
Simbolo per un decennio dell’interventismo compassionevole e risolutivo, commissario della Provvidenza chiamato a tenere a bada le grandi emergenze naturali o politiche, Bertolaso, secondo alcuni, è un organizzatore formidabile ma, fanno notare altri, lo è stato anche grazie a risorse e poteri infiniti.
È passato indenne e rafforzato dal Giubileo del 2000 e dalla gestione quasi militare, lui figlio di un generale, del funerale di papa Wojtyla in una Roma invasa dai fedeli affranti.
Nominato da Prodi (alla Protezione civile e poi all’emergenza rifiuti in Campania) confermato da Berlusconi per una serie infinita di missioni nevralgiche, dai vulcani delle Eolie al rischio bionucleare, in un sondaggio dell’epoca batte in popolarità  Benedetto XVI.
Fino al 2010 l’ascesa sembra non doversi fermare mai, gli viene affidato anche il dopo terremoto in Abruzzo.
Sono compiti che scottano, le emergenze sono sempre situazioni border line e il potere quando diventa spettacolare fa correre il rischio di inciampare.
Così quando arriva l’inchiesta sugli appalti del G8, le accuse e le polemiche sulla gestione a L’Aquila, le rivelazioni su case e benefit della cosiddetta “Cricca”, Bertolaso lascia, si ritira e va in pensione.
Ma l’Abruzzo è ancora un tema che qualunque spin doctor consiglierebbe di non sfiorare. E invece cosa fa il candidato kamikaze?
In un’intervista definisce Roma una capitale «terremotata». I cittadini aquilani non perdono tempo per rispondergli per le rime: «Non ti vergogni? » Lui fa spallucce, sono solo l’uno per cento degli abitanti, commenta.
Intanto nella sua riserva di consenso monta lo sconcerto e l’irritazione: che sia un infiltrato della sinistra, è la domanda?
Bertolaso non getta acqua sul fuoco e nemmeno coperte come avrebbe fatto alla Protezione civile.
Diserta l’iniziativa di Salvini di sondare il gradimento dei romani verso i candidati del centro destra (Alfio Marchini guadagna il primo posto, Bertolaso il penultimo). Fa orecchie da mercante alla richiesta di primarie. Com’è possibile che uno come lui, avvezzo a stare in prima linea faccia tali passi falsi?
È un uomo di valore ma senza l’ipocrisia del politico di professione, lo giustificano i fans.
Aggiungono che è privo di cordone sanitario: il carisma di Berlusconi è trasformato in un vano ricordo della Repubblica che fu e Forza Italia è il partito che non c’è più. Anche il suo staff sembra aver perso la trebisonda.
Racconta un testimone che qualche giorno fa un comunicato stampa partorito nel suo quartier generale veniva stoppato per miracolo da uno dei suoi collaboratori.
Nella nota Bertolaso era indicato come il candidato del centro-sinistra. Come dire? No comment.
Nonostante gaffes e sondaggi al momento sconsolanti, Berlusconi non vuole altri che lui. E questo ora sembra calmare i bollenti spiriti leghisti.
Per l’ex premier è un modo per ribadire la sua autorità . Costi quel che costi, anche una probabile sconfitta dal significato inequivocabile: Roma è la cartina di tornasole del futuro del centro-destra.
Dal candidato, però, zero rassicurazioni.
Il 23 febbraio Bertolaso dichiara alle agenzie: «A volte mi sembra di essere su “Scherzi a parte”».
Non sembra solo a lui.

Denise Pardo
(da “L’Espresso“)

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DA KAMIKAZE BAMBINO A PASTICCIERE A ROMA, LA STORIA DI HILAL

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

“PER TRE VOLTE HO DETTO NO AL MARTIRIO, HO GETTATO LA CINTURA DA KAMIKAZE E SONO FUGGITO PER UN FUTURO IN ITALIA”

«Schiaccia questo, non senti nulla e vai dritto in paradiso».
Hilal aveva 12 anni quando gli spiegarono come procurarsi in un istante la salvezza eterna. Dieci anni dopo lo racconta con il suo sorriso largo e solare nel laboratorio della pasticceria dove lavora, circondato da glasse, torte e mousse preparate da lui.
Non come capita spesso, con un impiego in nero, ma con un vero contratto a tempo indeterminato che gli permetterà  di avere molto presto il passaporto italiano.
Non avrebbe mai immaginato di avere un futuro quel giorno in cui lo arruolarono come kamikaze.
«Stiamo facendo una guerra contro gli americani, contro tutti quelli che sono contro i musulmani, devi farlo», avevano insistito.
«Accettai. Non avevo più una casa, una famiglia, non avevo più nessuno. Ero senza scelta», racconta.
Lo portarono ad Herat, nell’Afghanistan occidentale. Non saprebbe dire esattamente dove. «Mi hanno bendato e mi hanno lasciato lì», racconta.
Da solo con una cintura piena di esplosivo addosso e un groviglio di fili lungo il braccio ben nascosti sotto i vestiti. «Ho iniziato a tremare», confessa Hilal. E soprattutto ha iniziato a pensare.
«Pensavo che nel giro di cinque minuti sarei morto, sarebbe finito tutto, e non ce l’ho fatta».
Non ha premuto il pulsante. Ha rinunciato al paradiso e a dare il suo contributo alla guerra contro i musulmani. Ha preferito l’inferno sulla terra.
Un vero inferno: chi rifiuta di farsi saltare in aria va incontro a torture, in alcuni casi anche alla morte.
Con Hilal si sono accontentati di picchiarlo e di bruciargli il braccio destro ma gli hanno offerto ancora due possibilità  di guadagnarsi il paradiso.
Prima di indossare per la terza volta la cintura esplosiva Hilal è riuscito a fuggire.
Su per le montagne, più veloce che poteva, senza sapere dove andare. L’ha salvato un uomo che non ha voluto dirgli il suo nome.
Mesi di cure finchè non è stato in grado mettersi in viaggio verso l’Europa, lavorando per pagare i passaggi. Dopo quasi due anni è riuscito a infilarsi sotto un Tir in Grecia e ad arrivare in Italia.
L’iter per i minori in arrivo da Paesi in guerra come l’Afghanistan prevede la registrazione delle impronte e l’accoglienza in un centro dove si impara l’italiano. Nei casi più fortunati, anche un mestiere.
Hilal è capitato a «L’Approdo», una casa-famiglia dove vengono ospitati 8 minori, italiani o stranieri, senza più una famiglia.
«Abbiamo lavorato per ricucire le sue ferite – racconta Luigi Vittorio Berliri, fondatore della cooperativa Spes contra spem che gestisce l’attività  -. Oltre alle bruciature esterne c’erano quelle interne su cui dovevamo intervenire: gli abbiamo fatto capire che il mondo degli adulti non è solo quello che ti fa indossare una cintura da kamikaze».
Gli adulti che ha trovato in Italia lo hanno guidato attraverso il normale iter dei richiedenti asilo ma non solo.
C’è stato chi ha fatto qualcosa in più. L’associazione Luconlus gli ha pagato un corso di pasticceria e uno stage di tre mesi in una bottega.
E poi Salvatore Bono, il titolare della pasticceria, alla fine del tirocinio ha deciso di assumere con un contratto a tempo indeterminato questo ragazzo che ha rifiutato il Paradiso di Allah ma che nell’inferno della terra se la cava tanto bene con i dolci da avere un desiderio: «Voglio partecipare alle gare con i grandi pasticcieri e diventare un campione».

Flavia Amabile
(da “La Stampa”)

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IL SENATORE “PRIGIONIERO POLITICO”: VUOLE DIMETTERSI MA PER DUE VOLTE GLIELE HANNO RESPINTE

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

VACCIANO E ‘ UN EX CINQUESTELLE: “CONSIDERO CONCLUSA LA MIA ESPERIENZA POLITICA DOPO LA DELUSIONE DEL MOVIMENTO, GIUSTO RESTITUIRE AI CITTADINI UN RAPPRESENTANTE DELLA STESSA LISTA”

“Sono prigioniero politico”, scherza Giuseppe Vacciano.
La cui storia di senatore ex Movimento 5 Stelle, oggi iscritto al gruppo Misto, è a dir poco paradossale.
Per ben due volte, infatti, l’Aula di Palazzo Madama ha respinto le sue dimissioni da parlamentare. E ora, in attesa della terza votazione e del sospirato ritorno al suo lavoro in Bankitalia, si ritrova intrappolato nelle maglie dei regolamenti.
“Una decisione dettata dalla coerenza — assicura a ilfattoquotidiano.it spiegando le ragioni che lo hanno indotto alle dimissioni —. Nel momento in cui ho capito che la mia esperienza con il M5S era conclusa, insieme ad essa considero conclusa anche quella politica”.
Da qui dunque la decisione di rimettere il mandato…
“Esatto, per restituire ai cittadini un rappresentante della forza politica con sui sono stato eletto”.
Cioè il Movimento 5 Stelle che intanto ha lasciato. Come mai?
Tutto è iniziato nel dicembre 2014. Quando ho ritenuto non più possibile proseguire il mio cammino nel M5S che, a mio avviso, si era allontanato dalle sue origini, dal movimento che avevo conosciuto nel 2008 e con il quale ho fatto il lungo percorso che mi ha portato fin qui.
Cosa ha pesato sulla sua decisione?
Le scelte organizzative. A cominciare dalla decisione di creare una struttura, in qualche modo partitica, violando lo spirito del non statuto. Una struttura segretariale identificata in cinque persone scelte da Grillo (il cosiddetto direttorio, ndr), che, in un movimento che si definisce orizzontale, avrebbe dovuto passare attraverso una consultazione. Cosa che non c’è stata. Per di più il vertice si è allargato a Casaleggio che ho sempre considerato un fornitore di servizi al Movimento ma al quale non ho mai attribuito alcun ruolo politico. Insomma, una decisione che ha trasformato il Movimento in qualcos’altro rispetto a quello del 2008 quando avevo iniziato a frequentare il meetup
Così decide di dimettersi da senatore…
Sì, per ben tre volte. Le prime due richieste sono già  state respinte dall’aula di palazzo Madama e ora sono in attesa che venga calendarizzata la terza. Tra la prima e la seconda ho dovuto sollecitare per ben nove volte il voto al presidente del Senato Pietro Grasso. Per la terza, i solleciti sono già  a quota due.
E se anche stavolta le rispondessero picche?
Forse non mi resterebbe che ricorrere alla Corte dei diritti dell’uomo. Scherzi a parte, capisco la valenza costituzionale di un primo rifiuto dal momento che, storicamente, la Costituzione, sull’onda dell’esperienza del fascismo, tutela il parlamentare da possibili pressioni esterne. Ma una volta appurato che non c’è stata alcuna interferenza e verificata la motivazione politica alla base delle dimissioni non vedo francamente come si possa non prendere atto della situazione.
Eppure le hanno risposto picche già  due volte: come lo spiega?
Ormai non mi sorprendo più di niente. Speravo che con il secondo passaggio in Aula chiudessero la vicenda. Che, peraltro, considero una mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini.
Non sarà  che votando contro le sue dimissioni la maggioranza stia cercando di impedire che al Senato, dove i numeri ballano, arrivi un nuovo parlamentare a rafforzare il principale partito di opposizione, ossia il M5S?
Il ragionamento sarebbe fondato se io avessi dimostrato, nel corso di questo anno abbondante, un qualche tipo di interesse per l’attività  della maggioranza. Ma la mia posizione, come dimostrano anche i voti da me espressi, è rimasta esattamente quella che era quando facevo ancora parte del M5S. E cioè di completa avversione, nel rispetto dell’impegno che ho preso con i cittadini e non con un partito. Se io sono venuto qui per mandare tutti a casa e fare opposizione a quelle forze politiche che finora hanno governato il Paese non è che cambio idea perchè non mi ritrovo nelle scelte organizzative del Movimento 5 Stelle. Senza contare che, se avessi voluto farlo, lo avrei già  fatto.
Ha ricevuto offerte al riguardo?
Contatti ce ne sono stati, ma nessuna offerta esplicita. Anche perchè sono sempre stato molto chiaro con tutti. Chi mi conosce, non può non testimoniare la serietà  con cui ho partecipato alla vita del Movimento 5 Stelle. E sin dal 2008 quando di elezioni ancora quasi non si parlava.
E se gliel’avessero fatta, questa proposta?
L’avrei rifiutata senza dubbio. La politica, per me, è un’esperienza chiusa.

Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano”)

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