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IL VERDE PUBBLICO E’ SEMPRE PIU’ MARCIO: SENZA FONDI E A CORTO DI PERSONALE, I COMUNI NON RIESCONO A GARANTIRE LA MANUTENZIONE

Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile

IN CAMPAGNA ELETTORALE NESSUNO NE PARLA, EPPURE I SINDACI SAREBBERO TENUTI PER LEGGE A PRESENTARE IL LOTO “BILANCIO ARBOREO”

La rappresentazione plastica del disastro sono le centinaia di portavasi lasciati vuoti nel semenzaio comunale di San Sisto, a Roma.
Sopra c’erano piante di azalea ora sparite, depredate dalle coop di Mafia Capitale con la complicità  ben retribuita di funzionari infedeli.
È l’esempio, il peggiore certo, di quello che può accadere quando, con i Comuni senza più nè uomini nè risorse per far fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria, i 550 milioni di metri quadrati di alberi, prati, fiori, viali e parchi che compongono il verde pubblico italiano (dati riferiti ai 120 capoluoghi di provincia) vengono dati in gestione ai privati.
Un patrimonio che diviso per il numero di italiani corrisponde a 30,3 metri quadrati per abitante, un dato che non ci metterebbe nemmeno male in un’ipotetica classifica mondiale.
A New York, per dire, ogni cittadino ha a disposizione 23,1 metri quadrati, a Parigi 11 e mezzo: ma provate a cercare un arredo rotto o rifiuti abbandonati a Central Park o nel Giardino delle Tuileries.
O nei parchi di Londra, che sono comunque immensi e fanno dei londinesi dei cittadini fortunati con i loro 105 metri quadrati a testa.
Ai romani ne toccano 16,5 a testa, ma ci sono 20mila alberi ridotti a un mozzicone che aspettano di essere sostituiti, panchine spaccate, prati che sembrano giungle. Consola poco quindi il recentissimo rapporto Istat sul verde urbano che segnala qualche progresso quantitativo (nel 2014 ogni cittadino italiano che vive nelle città  capoluogo disponeva in media di 31,1 metri quadri, con forti differenze regionali) ma non lo stato qualitativo.
La foto sfocata delle statistiche.
“Il problema è proprio questo: il degrado del verde pubblico. I dati statistici non riescono a cogliere l’aspetto decisivo della qualità  di prati, alberi, attrezzature. Anche i dati che pubblichiamo nel nostro rapporto annuale ‘Ecosistema urbano’ ci dicono, per esempio, che Matera ha quasi mille metri quadrati di verde per abitante, ma non ci dicono in che condizioni si trovano e se per raggiungerlo devo prendere la macchina o ci posso andare a piedi, non ci dicono se le panchine ci sono o sono devastate”, sottolinea Alberto Fiorillo, responsabile Aree urbane di Legambiente.
La riprova sta nelle centinaia di comitati a difesa del verde che si contano in Italia. E sta nei dati del sondaggio fatto nel 2013 da Eurobarometro in 79 città  e 4 agglomerati urbani europei sulla precezione della qualità  del verde urbano. Il 71% dei napoletani e 6 palermitani su 10 si dichiarano insoddisfatti dello stato dei loro parchi e giardini.
Un tesoro urbano.
Eppure il verde urbano è un bene prezioso. “È importantissimo per i comportamenti della popolazione. Il verde è il colore della calma — dice Mariella Zoppi, dicente di Urbanistica, presidente del corso di laurea magistrale in Architettura del paesaggio all’Università  di Firenze – quindi svolge una funzione psicologica, sociale. Sotto il profilo ambientale, poi, ha effetti benefici sulla qualità  dell’aria. Io credo che sia un elemento fondamentale nella transizione verso una nuova società . Per questo considero sbagliato il taglio della spesa pubblica in questo settore”.
Legge quadro.
Da tre anni è in vigore la legge 10/2013, una vera e propria legge quadro sullo sviluppo e la salvaguardia del verde pubblico in Italia.
Il fulcro è il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico istituito presso il ministero dell’Ambiente. E’ al Comitato che è demandato il controllo sulle norme che riguardano la tutela degli alberi monumentali, del rispetto dell’obbligo per i Comuni sopra i 15mila abitanti di piantare un albero per ogni bambino nato o adottato.
E’ il Comitato, ancora, che emana circolari attuative della legge e che indica i criteri che le amministrazioni territoriali devono seguire in materia di urbanizzazione per mantenere e incrementare il verde pubblico con particolare riferimento agli alberi.
Le sanzioni, amministrative e penali, sono previste solo nei casi di abbattimento o danneggiamento delle piante monumento dei Parchi della rimembranza nati dopo la Prima Guerra mondiale, ma ci si sta attrezzando anche per gli alberi monumentali (anche se la definizione “monumentale” è ancora oggetto di dibattito) il cui censimento nazionale è a buon punto, mentre per quanto riguarda il rispetto della norma “un albero per ogni nato o adottato” la sanzione può essere solo “politica”.
“La legge — spiega Massimiliano Atelli, presidente del Comitato — introduce il ‘Bilancio arboreo’, ovvero il computo di quanti alberi ha trovato un sindaco al suo insediamento e quanti ne lascia alla fine del mandato. Saranno poi i cittadini, con il voto, a sanzionare o premiare il suo operato”.
Strumenti ignorati.
Le amministrazioni locali hanno tre strumenti di governo per parchi e giardini: Censimento del verde, Regolamento del verde e Piano del verde.
Il primo fa una fotografia precisa di quello che c’è in una città : quanti alberi, di che specie e in quale condizione di salute si trovano.
A redarlo sono stati 53 capoluogo di provincia sui 73 analizzati dal X rapporto Ispra. Il Regolamento deve indicare invece prescrizioni e indicazioni tecniche sulla progettazione del verde (sia pubblico che privato).
Lo hanno adottato solo 36 Comuni, 7 dei quali solo per ciò che riguarda il verde pubblico.
Poi c’è il Piano, lo strumento più ignorato. Dovrebbe integrare la pianificazione ubanistica per dare una “visione strategica sullo sviluppo del sistema del verde urbano e peri-urbano”, come si legge nella Relazione 2015 del Comitato per lo sviluppo del verde pubblico.
In Italia lo hanno approvato solo sei comuni capoluogo (Savona, Reggio Emilia, Bologna, Ravenna, Forlì e Taranto), mentre Milano e Bergamo hanno norme in materia nel Piano per il governo del territorio.
Il tradimento dell’albero per ogni nato.
In attesa del giudizio elettorale, però, sono pochi i Comuni che piantano un albero per ogni neonato. Nella legge è previsto che i municipi inviino a chi ha registrato il proprio figlio all’anagrafe un certificato in cui si dice che tipo di albero è stato piantato e dove. Fantascienza.
A Firenze si pianta un albero per ogni classe d’età : c’è quello del 2001, del 2002 ecc. A Torino si è esteso il concetto anche agli arbusti, in altre città  della norma si è persa traccia.
“A Roma ci sono 25mila nuovi nati all’anno. Non saprei come pagarli considerando che ognuno costa 300 euro fra impianto e manutenzione nei primi due anni. E poi in 10 anni fa 250mila alberi, una foresta. Dove li mettiamo?”, si giustifica Antonello Mori, direttore del dipartimento per la Gestione ambientale e del Verde del Comune di Roma.
“Quella del territorio a disposizione è una scusa — sostiene Massimiliano Atelli — la legge prevede che che si possano chiedere terreni in prestito al Demanio. O che si usino gli alberi previsti per i neonati per sostituire quelli abbattuti”.
E comunque 250mila alberi in dieci anni non possono spaventare se Sadiq Khan, neosindaco di Londra, ha annunciato di voler piantare due milioni di alberi in 10 anni. “In Cina ne vogliono piantare un miliardo da qui al 2020”, chiosa Atelli.
Risorse scarse.
A preoccupare sono le risorse, sia in termini di soldi che di personale, con cui i responsabili del verde pubblico dei vari Comuni devono fare i conti. “Le faccio l’esempio del mio Comune — dice Stefano Cerea, presidente dell’Associazione italiana direttori e tecnici dei pubblici giardini — Da trent’anni lavoro a Treviglio, 30mila abitanti, provincia di Bergamo. Lo scorso anno per far fronte a tutta la gestione del nostro verde pubblico avevo un budget di 230mila euro, quest’anno saranno 150mila”. “Noi – aggiunge Mori — oggi abbiamo mezzo centesimo per ognuno dei 40 milioni di metri quadrati di verde che gestiamo a Roma”.
L’associazione che Cerea presiede è nata 60 anni fa e conta 400 iscritti in rappresentanza di 200 Comuni.
Prima erano ammessi solo i dipendenti degli enti locali, da tre anni è stata aperta ai funzionari delle municipalizzate perchè spesso i Comuni ricorrono a loro per la gestione del verde.
“Non sempre con grandi risultati — ammette Antonello   Mori — a Roma con Ama, per esempio, si è aperto un contenzioso sulla gestione delle aree per i cani nei giardini pubblici. Chi deve raccogliere gli escrementi e disinfettare l’area? Per noi loro, si tratta pur sempre di rifiuti speciali. Ma Ama non la pensa così”.
Responsabili Servizio giardini nel mirino.
“Poche risorse, ma oneri immensi per i responsabili dei Servizi giardini — dice ancora Stefano Cerea — perchè se un albero cade, in città , stia sicuro che fa danni. A volte, purtroppo anche delle vittime. E’ accaduto ultimamente a Roma, a Catania, a Napoli. E l’avviso di garanzia dopo il sindaco colpisce il responsabile tecnico. Non solo, siamo anche indicati spesso come nemici del verde dagli ambientalisti, magari perchè abbiamo tagliato degli alberi potenzialmente pericolosi. Tre anni fa il dirigente del verde pubblico di Padova si è visto recapitare una busta con un proiettile”.
Pochi e invecchiati.
Sul fronte delle risorse umane il problema arriva da lontano, dal 1975 quando la chiamata diretta nella pubblica amministrazione è stata cancellata e non è stato più possibile assumere chi usciva dalle scuole giardinieri, le scuole di formazione dei Comuni.
Dal 2001, poi, nel Pubblico Impiego c’è il blocco del turnover, è possibile un’assunzione ogni 5 pensionamenti.
E questo ha riflessi sull’organico in termini quantitativi. “Ma da noi a Roma il blocco è iniziato prima, di fatto non ci sono assunzioni dal 1990 e dei 1800 addetti del Servizio Giardini presenti nel 1980 oggi di operativi ne restano 250, con un’età  media che supera di gran lunga i 50 anni”, dice ancora Antonello Mori.
E’ vero però che a Roma nel 2004 ci fu una corsa a trasformare i giardinieri in personale tecnico, così sul campo rimasero 270 persone in meno. Fu di fatto l’apertura agli appalti esterni, molto spesso per affidamento diretto, un meccanismo che ha permesso al sistema di Mafia Capitale di fare man bassa.
Sponsor e mecenati.
Problemi di gestione che appaiono insormontabili, quindi, anche se proprio la legge 10 permette di affidarla ai privati.
Due le strade che si possono seguire.
La prima è quella della sponsorizzazione: un’azienda sceglie un giardino o un parco e si impegna nella sua manutenzione o al suo ripristino presentando un progetto all’amministrazione comunale che lo approva e poi controlla che tutto venga fatto secondo i criteri decisi. In cambio lo sponsor può utilizzare lo spazio per eventi, campagne pubblicitarie e altre iniziative, garantendo però sempre la fruibilità  pubblica. Una modalità  applicata con successo in particolare a Milano.
La seconda strada la indica Antonello Mori, del servizio Verde pubblico di Roma: “E’ quella del mecenatismo. Ben vengano i privati, le aziende, ma niente uso esclusivo del bene. Un cartello ricorderà  chi ha finanziato la manutenzione del giardino. Di più non concediamo. Sta funzionando.
L’esempio più recente è il ripristino del Giardino degli aranci sull’Aventino”. “Su questo — precisa Atelli — noi siamo a disposizione per consigli e aiuti pratici. Purtroppo molti ci ignorano, preferiscono fare da soli, o anche non fare niente”. E intanto parchi e giardini vanno in malora.

(da “La Repubblica”)

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LO SFREGIO FIORENTINO FA IL GIRO DEL MONDO TRA STUPORE E SCONCERTO

Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile

SUI SITI STRANIERI LE IMMAGINI DEL CROLLO A POCHI PASSI DAL PONTE VECCHIO

Le immagini del crollo di Firenze — dove stamattina si è aperta una voragine di circa 200 metri sul Lungarno Torrigiani, a pochi passi da Ponte Vecchio — stanno facendo il giro dei siti stranieri.
Dalla Bbc al Guardian, da Euronews a Abc, sono in molti a riportare sulla propria homepage le fotografie dell’argine crollato, con la fila di auto sprofondate nel fango. Nei testi che accompagnano le immagini si fa notare come la voragine si sia aperta in pieno centro, a due passi dal celebre Ponte Vecchio, uno dei siti più frequentati dai turisti internazionali.
Lo stupore — misto a un certo grado di sconcerto — è tanto anche tra i turisti in fila per visitare gli Uffizi, proprio sul lato opposto del’Arno rispetto alla voragine apertasi in lungarno Torrigiani.
Molti di loro, incuriositi, si fermano sulla spalletta del lungarno Anna Maria Luisa Dè Medici da dove scattano foto ai mezzi dei vigili del fuoco e delle altre forze dell’ordine anche se da quel punto non riescono a vedere la voragine e le auto inghiottite.
Non è certo un bel biglietto da visita per il nostro Paese.

(da “Huffingtonpost”)

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INDUSTRIA, CROLLANO ORDINATIVI E FATTURATO

Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile

ISTAT: E’ LA FRENATA PEGGIORE DA AGOSTO 2013… IN CALO ANCHE L’AUTO

Battuta d’arresto per l’industria italiano che a marzo registra la peggior frenata dall’estate del 2013 con una contrazione del fatturato del 3,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e dell’1,6% su febbraio.
In discesa anche gli ordinativi (-3,3%), che però, rispetto all’anno precedente, crescono dello 0,1%.
A trainare il crollo è in particolare il comparto delle auto che scende del 6,5% registrando la prima battuta d’arresto dal dicembre del 2013.
Dati che preoccupano gli addetti ai lavori perchè rischiano di zavorrare la già  lenta ripresa economica.
Nel dettaglio, il calo del fatturato, è sintesi della flessione del 2,6% sul mercato interno e di un lieve incremento (+0,1%) su quello estero, mentre la riduzione degli ordini riguarda sia la domanda domestica (-1,5%), sia su quello straniera (-5,8%).
In particolare, gli indici destagionalizzati del fatturato segnano incrementi congiunturali per l’energia (+3,2%) mentre risultano in calo i beni strumentali, i beni intermedi (-2,5% per entrambi) e i beni di consumo (-0,6%).
Per il fatturato l’incremento tendenziale più rilevante si registra nella fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (+6,5%), mentre la maggiore diminuzione, limitatamente al comparto manifatturiero, riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-22,4%).
Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 come a marzo 2015), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 3,6%, con un calo del 4,4% sul mercato interno e del 2,2% su quello estero.
Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano incrementi congiunturali per l’energia (+3,2%) mentre risultano in calo i beni strumentali, i beni intermedi (-2,5% per entrambi) e i beni di consumo (-0,6%).
Quanto al lieve aumento tendenziale complessivo degli ordinativi, l’incremento più rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+30,7%), mentre la flessione maggiore si osserva nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-13,2%).

(da “La Repubblica”)

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TERRA DEI FUOCHI, SMALTIMENTO ILLECITO DI 250.000 TONN DI RIFIUTI: 14 ARRESTI A NAPOLI

Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile

“USATI MATTONI DI BASSISSIMA QUALITA'”: COINVOLTI IMPRENDITORI E PROPRIETARI DI CAVE

In 14 sono finiti ai domiciliari, 4 hanno l’obbligo di dimora, in tutto sono 39 gli indagati. Coinvolti imprenditori e proprietari di cave, la San Severino e la Neos, localizzate a Giugliano, in provincia di Napoli e finite sotto sequestro, in un traffico illecito di rifiuti di oltre 250mila tonnellate che si è consumato per mesi grazie alla compiacenza di professionisti che truccavano e falsificano analisi e documenti così da poter smaltire illecitamente il pattume speciale all’interno di siti non autorizzati. L’inchiesta Gatto Silvestro, coordinata dalla distrettuale antimafia di Napoli, pm Maria Cristina Ribera e Gloria Sanseverino, è stata realizzata dalla polizia provinciale di Napoli, dal comando carabinieri per la tutela dell’ambiente, Noe di Roma e di Caserta, indagine alla quale hanno contribuito, nella fase iniziale, anche gli uomini del colonnello Ultimo e del capitano Pietro Rajola Pescarini.
Rifiuti smaltiti illegalmente non solo presso cave, ma anche presso la discarica Maruzzella, sita in Caserta, e in impianti di compostaggio, ma soprattutto questa inchiesta svela un dato inquietante.
Per risparmiare sono stati realizzati mattoni e cemento di bassissima qualità  utilizzati e commercializzati. I rifiuti, conferititi senza autorizzazioni, alla cava Neos di Giugliano venivano illecitamente miscelati con la pozzolana, miscuglio che veniva venduto come una materia prima a diversi impianti, come la Moccia di Caserta, produttrici di laterizi e cementi.
I controlli hanno stabilito, riferiscono gli investigatori, come i mattoni destinati all’edilizia civile, presentassero una particolare fragilità  circostanza emersa in maniera palese anche da alcune intercettazioni telefoniche”.
L’ennesima indagine che mostra quanto il traffico illecito di rifiuti sia un delitto di impresa, come segnala la direzione nazionale antimafia, ormai da anni.
Basti pensare che sono coinvolti titolari e proprietari delle società  di gestione delle cave, Enrico Micillo, Massimo Capuano, Biagio Illiano, tutti e tre ai domiciliari; ma anche trasportatori e professionisti come Toni Gattola, anche lui arrestato, che già  in passato è stato al centro di inchieste giudiziarie, ma che ha continuato a lavorare gestendo un società  di consulenza ambientale, utilizzata, secondo gli inquirenti, dalle cordate imprenditoriali finite sotto indagine, per falsificare documenti.
L’obiettivo è sempre lo stesso risparmiare sui costi di smaltimento, gestire anche bonifiche liberandosi del peso economico di un conferimento secondo legge e rivendendo poi, per materia prima, spazzatura miscelata creando un danno non solo alle casse dello stato, per i mancati introiti e le bonifiche ‘finte’, ma anche commercializzando prodotti di costruzione di bassissima qualità .
Per alcuni soggetti è stata contestata l’aggravante di aver favorito il clan di camorra dei Polverino, egemone nell’aria di Quarto e Marano, in provincia di Napoli.

Nello Trocchia
(da “il Fatto Quotidiano“)

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FIRENZE, VORAGINE DI 200 METRI SUL LUNGARNO IN CENTRO: AUTO SFROFONDATE

Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile

IL CEDIMENTO PROVOCATO DALLA ROTTURA DI UN TUBO DELL’ACQUA… “ATTENZIONE, LO SMOTTAMENTO PUO’ CONTINUARE”

Una voragine di circa duecento metri per sette di larghezza si è aperta sul Lungarno Torrigiani, tra Ponte Vecchio e Ponte alle Grazie, in pieno centro a Firenze.
Il cedimento è avvenuto attorno alle 6.30 e ha coinvolto una ventina di auto che erano parcheggiate in sosta. Non ci sono feriti.
Intorno alle 11, invece, un nuovo crollo di circa dieci metri del manto stradale ha allargato la voragine.
A provocare il cedimento, secondo Publiacqua sono stati due guasti, il primo avvenuto nella notte, il secondo quello che ha provocato il crollo del tratto di Lungarno, alle 6.30 di questa mattina.
La rottura più grave ha causato anche l’allagamento della voragine sommergendo in parte le vetture cadute all’interno.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, la polizia di Stato e la municipale. Il Lungarno è stato chiuso al traffico e due palazzi sono stati evacuati (numeri civico 25 e 27) per precauzione. Migliaia di famiglie sono senz’acqua e stessa cosa per le scuole della zona tanto che sono mobilitati i volontari della Protezione civile per portare da bere ai bambini. Alcuni istituti invece sono stati evacuati.
Smottamento, ancora pericolo.
Vigili del fuoco e genio civile non escludono che lo smottamento possa continuare ancora: lo ha detto lo stesso sindaco Nardella che ha anche invitato i cittadini a non usare l’auto per raggiungere la zona dell’Oltrarno in cui si è verificata la voragine “Non c’è nessun pericolo crollo per i palazzi”, ha poi aggiuno il sindaco.
Intanto i residenti vengono contattati per spostare le auto in prossimità  della zona in cui si è aperta la voragine. Verifiche anche sulla spalletta del lungarno che ha retto ma che è danneggiata.
Sul posto è arrivato anche il sottosegretario Luca Lotti. “Ci ha garantito la copertura per tutti i finanziamenti che saranno necessari al ripristino del Lungarno crollato”, ha detto il sindaco.
Migliaia a secco.
Senza acqua moltissime abitazioni a Firenze e fuori città . “Problemi di approvvigionamento idrico che si stanno registrando sono causate da due grossi guasti sulla rete idrica che hanno interessato questa notte via Guicciardini e nelle ore successive Lungarno Torrigiani – fanno sapere da Publiacqua, la società  mista pubblico-privata che gestisce il servizio -. Sono in corso manovre sull’impianto dell’Anconella che limitano l’approvvigionamento idrico in alcune zone della riva sinistra d’Arno. Problemi di abbassamenti di pressione e mancanza d’acqua interessano anche i comuni limitrofi della piana”.
Sempre a causa della mancanza di acqua oggi resterà  chiuso Palazzo Pitti. La protezione civile ha mobilitato varie autobotti, per rifornire le scuole. Alcuni istituti comunque sono stati chiusi e gli alunni mandati a casa.
Il sindaco.
“Si tratta di un grosso danno. Nessun ferito ma…i danni sono ingenti” ha ripetuto il sindaco Nardella. Da giorni probabilmente c’era una perdita nel tubo di Publiacqua che ha scavato il terreno provocando lo smottamento. Questa la ricostruizione di quello che è avvenuto secondo il sindaco:   “Intorno a mezzanotte e mezzo i vigili urbani sono stati chiamati e verificato che si era rotto un tubo dell’acquedotto sul lungarno, alle 1.30 l’allerta più importante perchè si è rotto il tubo da 70 centimetri di diametro. Alle 6.14 il crollo”. Da capire poi come “questa rottura abbia potuto causare il crollo”.

(da “La Repubblica”)

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VARESE, ORA LA LEGA RISCHIA DI PERDERE LE ELEZIONI: “23 ANNI DI POTERE, UNA GRANDE ILLUSIONE”

Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile

DA CAPITALE DELLA PADANIA CON BOSSI E MARONI A CITTA’ COME TANTE… OGGI IL CANDIDATO SINDACO NON E’ NEMMENO ISCRITTO AL PARTITO

Come Pachino per i pomodori, Andria per la mozzarella o San Daniele per il prosciutto. A Varese la Lega è un prodotto tipico. Una di quelle realtà  talmente radicate sul territorio da risultare inscindibili.
Eppure oggi l’impensabile è diventato possibile. Varese è una città  come tante. “Colpa” di Salvini, che ha ripudiato la vecchia logica del campanile o, meglio, ha moltiplicato i campanili per cento, mille, ottomila. Varese, anzi Varès, è diventato un nome da sfoggiare su una felpa, al pari di Perugia, Monza o Roma. Sulle felpe ogni città  è uguale all’altra.
Così la città , un tempo culla del pensiero leghista, cartina di tornasole degli umori stessi del partito, non è più un asset strategico, non è più la città  dove vincere a tutti i costi. Anzi, meglio prendere le distanze da quella base un po’ ingombrante, che ricorda troppo le radici secessioniste del partito e puntare addirittura su un candidato esterno al partito.
Un “uomo del fare”, senza tessera in tasca, che possa piacere ai leghisti, ma non solo a loro.
Varese ha vissuto il suo ultimo appuntamento con le urne nel 2011. Allora il Carroccio era ancora nelle mani di Umberto Bossi e del suo cerchio magico. Era ancora considerata il perno del movimento. La capitale morale della Padania. Il luogo da dove tutto è nato. La città  della prima sede, delle prime battaglie in consiglio comunale.
Cinque anni fa, se pur al secondo turno, le cose andarono come sarebbero dovute andare. Vinse Attilio Fontana, l’uomo della Lega Nord. Varese è rimasta protagonista della storia leghista anche nei mesi e negli anni successivi, quelli delle lotte intestine e della prima stagione del rinnovamento, quando il partito è stato sfilato dalle mani di Bossi, travolto dagli scandali assieme a collaboratori e familiari.
Dopo di lui è arrivato l’uomo simbolo della Lega in città , Roberto Maroni, che proprio a Varese nel 1985 mosse i primi passi sui banchi dell’opposizione, in consiglio comunale.
Con queste premesse è difficile pensare alla città  senza una guida saldamente ancorata alla storia del Carroccio.
Negli ultimi 23 anni è sempre andata così: fino al 1997 con Raimondo Fassa. Dal 1998 al 2005 con Aldo Fumagalli, costretto alle dimissioni da uno scandalo. Dal 2006 ad oggi con il doppio mandato del sindaco uscente Attilio Fontana (che oggi, come annunciato da tempo, non è in lista).
La storia è fatta di cicli e quello di Varese capitale della Lega è finito quando il partito è passato sotto la guida del milanese Matteo Salvini.
Così anche a queste latitudini non è più fantasia pensare ad una città  senza trazione leghista. Per lui la partita varesina “non è più strategica”, come mormora qualcuno dalle retroguardie leghiste, con la voce rotta dal ricordo degli antichi fasti. Chiaramente il segretario federale non lo ammetterà  mai. Anzi. Quando si spinge a calcare i palchi della provincia, la retorica è quella di una volta, le parole d’ordine nuove si mescolano a quelle di sempre.
Manca però l’antica e solida certezza di avere un ruolo chiave nello scacchiere politico: “siamo diventati come Como, Monza o un qualsiasi capoluogo di provincia” lamenta qualche militante.
La Lega, comunque vadano le elezioni, ne uscirà  rimaneggiata.
Il candidato scelto dal centrodestra, Paolo Orrigoni, è un giovane uomo di impresa, non ha tessere in tasca e fino a prima della sua candidatura si è occupato della gestione della catena di supermercati fondata dal padre.
Si presenta con una propria lista di sostegno, sul modello della lista che sostenne Maroni alle regionali del 2013.
Con lui nomi noti dello sport (da Cecco Vescovi a Noemi Cantele), dell’impresa e della cultura varesina. Una lista destinata a fare ombra a quelle di partito, dalla Lega a Forza Italia, passando per Fratelli d’Italia e Varese Popolare.
Unico nome di peso messo in campo dalle corazzate è quello di Roberto Maroni.
La narrazione leghista vuole che sia stato catapultato in lista dal segretario cittadino Marco Pinti con un’investitura a mezzo stampa, che il governatore ha poi accettato di buon grado.
Nella realtà  dei fatti, in maniera più o meno consapevole, la candidatura di Maroni ha avuto il piacevole effetto collaterale di far slittare al 23 giugno le udienze del processo che lo vede imputato a Milano per turbata libertà  nel procedimento di scelta del contraente e di induzione indebita per presunte pressioni per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due collaboratrici.
Se fino a cinque anni fa il centrosinistra si approcciava alle elezioni amministrative di Varese pensando, nella migliore delle ipotesi, a come perdere con dignità , oggi lo schieramento guidato dal Pd pensa seriamente alla vittoria.
Lo fa, confortato dai sondaggi (di cui è lecito dubitare), con il candidato dem Davide Galimberti che ha messo insieme una coalizione eterogenea (c’è chi dice “troppo”), che raggruppa 5 liste: dalla sinistra un po’ chic alla lista “Cittadini per Varese” infarcita di personaggi con un solido passato nel Pdl.
A complicare le carte in casa Lega Nord anche la lista presentata da Stefano Malerba, per mesi candidato in pectore del centrodestra (poi scaricato per Orrigoni) che con la sua “Lega Civica” potrebbe rosicchiare punti vitali a Carroccio &Co, soprattutto nell’ottica di un probabile secondo turno.
Dato da non sottovalutare anche l’assenza della lista Movimento Cinque Stelle.
Qui, dove il Movimento aveva eletto un consigliere alle passate elezioni, ma al momento di pensare alla candidatura due fazioni si sono contese l’ufficialità  fino all’ultimo con il risultato di aver indotto i vertici del movimento a non concedere il simbolo a nessuna delle parti in causa.
Al di là  dell’esito del voto, però, quel che è certo è che la notte dei risultati non si guarderà  a Varese per misurare la potenza della Lega nel suo feudo.
Una realtà  fotografata dall’analisi di Gianluigi Paragone, giornalista che alla Lega deve molto ma che ora liquida così l’esperienza varesina: “23 anni di potere, una grande illusione”.

Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)

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I CANDIDATI DI ROMA VISTI DA UN PUBBLICITARIO: PROMOSSO MARCHINI, RIMANDATE RAGGI E MELONI, BOCCIATO GIACHETTI

Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile

COME LI VEDREBBE IN PUBBLICITA’. MARCHINI SPONSOR DI UN PROFUMO MASCHILE, LA RAGGI DI UN FARMACO DA BANCO, LA MELONI DI UNA PASTA A GRANO DURO, GIACHETTI DI UN FUORISTRADA”

C’è il sexy, la “studentessa”, la ragazza cresciuta e il trasandato.
Sono i profili definiti dal pubblicitario Cesare Casiraghi, della Casiraghi&Greco, dei quattro maggiori candidati a sindaco di Roma.
Telegenia ed efficacia mediatica i criteri scelti per valutare decine di ore di filmati dei quattro protagonisti della campagna romana.
Chi e quale personaggio scegliere in caso di spot pubblicitario?
Certamente il “bell’Alfio”. «Si presenta molto bene, è diretto nelle risposte alle domande che gli vengono poste e conciso nei concetti che esprime senza troppi bizantinismi – spiega Casiraghi — ha inoltre più degli altri un naturale talento alla presenza in video, sia nella postura, che nella mimica facciale, spesso sorridente e forse più degli ha il fisique du role. Lo vedrei bene come testimonial di un profumo pour homme».
Bocciato invece Roberto Giachetti, «un po’ troppo trasandato», nel look, frequentemente con la barba. «In generale però non lo sceglierei come volto per una mia campagna di un prodotto che voglia vendere al più vasto mercato – analizza il pubblitario – a lui affiderei il ruolo di protagonista in uno spot di un fuoristrada».
Virginia Raggi, giovane, curata nel look, ricorda, sempre secondo l’esperto, «una brava studentessa più concentrata nel fare colpo sul professore che sull’audience. Una maggiore naturalezza, qualche puntualizzazione di meno e qualche spunto di ironia o spirito in più la renderebbe televisivamente più sexy e più efficace come testimonial. Sarebbe un’ottima testimonial per un prodotto medicale da banco».
Promossa anche Giorgia Meloni che negli ultimi anni ha lavorato molto sulla sua immagine. Resta il carattere “verace”, «in tv sa essere chiara e precisa nell’eloquio quando la conversazione è non troppo agitata. Alternativamente, quando si lascia prendere troppo – valuta Casiraghi – eccede nella gestualità  in una mimica facciale che la fa apparire un po’ “buffa”. La sceglierei come testimonial per un brand dell’agroalimentare, magari una pasta di grano duro».
Un’analisi particolare, quella del pubblicitario, che tuttavia, nella campagna più «social» di sempre può avere un’influenza se non decisiva quanto meno interessante sulla capacità  di attrarre elettorato dei singoli candidati.
O forse chissà , può essere uno spunto di riflessione in caso di sconfitta e immaginare magari, se non proprio un’altra professione, di migliorare aspetti oramai predominanti anche in politica.

(da “il Tempo”)

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“NON VOGLIO UNA STRADA PER ALMIRANTE”: DONNA ASSUNTA RISPONDE ALLA MELONI

Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile

“NON NE HA BISOGNO, NE HA GIA’ TANTE IN GIRO PER L’ITALIA”… “UN EBREO E’ VISSUTO A CASA NOSTRA E HA PIANTO QUANDO GIORGIO E’ MANCATO, LA COMUNITA’ EBRAICA INSULTA LA MEMORIA DI UN UOMO PERBENE”

“La strada intitolata a mio marito Giorgio Almirante? Non la voglio, non ci serve, è inutile che la propongono. Almirante era una persona troppo corretta, troppo perbene, troppo signore per essere insultato in questa maniera da chi non vuole una strada intitolata a lui”.
Così a La Zanzara (Radio24) la vedova di Giorgio Almirante, Donna Assunta, commenta l’iniziativa strumentale di Giorgia Meloni e la protesta conseguente della comunità  ebraica.
“Mio marito non ha bisogno di una via a lui intitolata” — prosegue — “Ce ne sono tante di strade a lui dedicate. Questi che non vogliono una via per Almirante se la facciano loro la strada, magari prestissimo. Mio marito non merita questo atteggiamento”. Donna Assunta si rende protagonista di una infuocata polemica con uno dei conduttori, David Parenzo, al punto che interrompe bruscamente la prima telefonata. Ricontattata dalla trasmissione, ribadisce al giornalista: “Lei dice che mio marito difendeva la Rsi e la razza? Si vergogni. Giorgio aveva solo 17 anni, andava al liceo e adesso lo volete accusare di queste fesserie. La invito a non dire più queste cose. E si deve vergognare chiunque le ripeta. Lei è un ignorante di infima qualità , un povero demente“.
E aggiunge: “Ma vi rendete conto del cretinismo degli italiani? Tra l’altro, a casa nostra ha vissuto un ebreo con tutta la sua famiglia. Era un nostro intimo amico e se c’è uno che ha pianto davvero la morte di Giorgio è questo qui”.
Poi, nel clou dello scontro con Parenzo, si congeda frettolosamente: “Vi saluto. Non parlo coi cretini io”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SOLO SANDERS STRACCEREBBE TRUMP: SONDAGGI E SCANDALI LO SPINGONO A RESTARE IN PISTA

Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile

MENTRE LA CLINTON CHE RAPPRESENTA IL VECCHIO APPARATO DEI DEMOCRATICI E’ DATA ALLA PARI CON TRUMP, SANDERS VINCEREBBE CON 15 PUNTI DI DISTACCO

Il clan di Hillary Clinton non nasconde la sua irritazione verso il senatore del Vermont, che si ostina a restare in gara.
Come minimo, pur piazzandosi secondo per voti e delegati, vuole arrivare alla convention di luglio per condizionarla.
Ma non esclude affatto di poter battere Hillary in California e con un colpo simile rimettere in discussione la nomination.
La sua pervicacia, vista dal versante di Hillary, è distruttiva. Prolunga lo scontro interno al partito democratico. Radicalizza i seguaci di Sanders, rendendo più difficile ricompattare tutte le anime della sinistra in vista dello scontro finale.
Distrae Hillary da quello che dovrebbe essere lo sforzo principale cioè attaccare Donald Trump.
Sanders nel linguaggio che usa per condannare l’establishment politico venduto alle lobby, non sembra fare molte distinzioni tra politici democratici e repubblicani.
Un po’ come Ralph Nader, il candidato verde che nel 2000 prese appena lo 0,4% dei voti, sufficienti però (con l’aiuto dei brogli e della Corte suprema) a regalare la Casa Bianca a George Bush.
Ma la narrazione che viene dal campo di Sanders è molto diversa.
E gli sviluppi degli ultimi giorni impongono di prestarle almeno un po’ di attenzione. Anzitutto i sondaggi.
Per quel che valgono, dicono che è in atto una spettacolare rimonta di Trump sulla Clinton, il tycoon newyorchese avrebbe annullato l’ampio vantaggio di Hillary e sarebbe ormai in un pareggio virtuale.
Al contrario, in caso di duello Sanders-Trump gli stessi sondaggi continuano ad assegnare a Sanders una decina di punti di vantaggio.
Poi c’è lo scandalo o presunto scandalo di molestie sessuali che Trump ha tirato fuori contro Bill Clinton.
Sondaggi e scandali convergono nel dire una cosa: Hillary ha molte debolezze, che si possono riassumere in una sola, lei è percepita come un’esponente dell’establishment. Con tutti i segni negativi che questo comporta.
Dal peso della sua storia passata (gli scandali del marito) ai legami con Wall Street.
La novità  della prima donna che può diventare presidente, viene quasi cancellata dal fatto che questa è una professionista della politica da sempre, fa parte di quelle èlite contro le quali soffia impetuoso il vento del populismo.
Sanders fa politica da una vita anche lui, ma è sempre rimasto ai margini dell’establishment, in tutti i sensi. Non era neppure iscritto al partito.
E’ senatore di un piccolo Stato del Nord. E’ sempre stato una voce fuori del coro. Non ha preso soldi dalle lobby.
Per questo Sanders si sente non solo autorizzato ma obbligato a continuare la sua campagna: convinto che per battere Trump è proprio lui il cavallo giusto.

Federico Rampini
(da “La Repubblica”)

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