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PLATI, LA CAPITALE DELLA ‘NDRANGHETA TORNA AL VOTO

Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile

E CHI SI CANDIDA NON DICE: “”RIFIUTO I VOTI DEI CLAN”… PER L’ANTIMAFIA IN LISTA C’E’ GENTE IN RAPPORTO CON I BARBARO

Dopo molti anni di commissariamento per mafia, si torna al voto a Platì, il paesino della Locride abbarbicato sui monti dell’Aspromonte, conosciuto ai più come culla della ‘ndrangheta.
Capitale del narcotraffico internazionale, la cittadina è stata al centro di numerose inchieste della Dda di Reggio Calabria che la considera il regno della cosca Barbaro.
Dopo il clamoroso ritiro del Partito democratico, cinque mesi dopo dall’incoronazione alla Leopolda di Anna Rita Leonardi, sono rimaste in corsa due liste civiche che sono già  finite nel mirino della commissione parlamentare Antimafia.
“In entrambi gli schieramenti ci sono candidati che hanno comprovati rapporti di amicizia, parentela e intimità  con esponenti della cosca Barbaro”, sottolinea il vicepresidente Claudio Fava alla presentazione della Relazione sui comuni sciolti per infiltrazioni mafiose.
“Platì Res Pubblica” è guidata da Ilaria Mittiga, figlia dell’ex sindaco la cui amministrazione è stata sciolta per mafia, mentre Rosario Sergi, candidato sindaco con “Liberi di ricominciare”, “ha rapporti di affinità  con esponenti di vertice della cosca Barbaro tanto con la frangia denominata ‘Castanu’ che con quella denominata ‘Nigru’”.
Doveva esserci anche il Pd, ma pochi giorni prima della scadenza della presentazione delle liste, la Leonardi si è accorta di non avere candidati e firme necessarie per presentare la lista.
A quel punto i vertici nazionali del partito le hanno imposto il ritiro della candidatura. “L’ex candidata è stata presentata a Renzi insieme a un lavoro sulla città  che il Pd non aveva fatto”, attacca Maria Carmela Lanzetta, ex ministro ed ex sindaco antimafia di Monasterace (RC).
E Platì rimane con i suoi problemi, le sue contraddizioni e la sua ‘ndrangheta ormai nel dna di una comunità  che fa fatica addirittura a pronunciare i propri cognomi. Sempre gli stessi perchè, da queste parti, ogni famiglia ha un parente mafioso, coinvolto nel traffico di droga o nella stagione dei sequestri.
“La responsabilità  penale è individuale e non può ricadere su un’intera comunità ”, scandiscono tutti: dai cittadini, ai candidati fino al parroco de paese che dice di “non avere nessun sentore della presenza della mafia”.
Risponde a distanza la Lanzetta: “Non tutti hanno la fortuna di nascere in una famiglia per bene, ma ci si può sempre dissociare dai propri parenti mafiosi”. Peccato che la frase “io i voti della ‘ndrangheta non li voglio” non l’abbia pronunciata nessuno dei due candidati.
E così, comunque vada, domenica sera Platì avrà  un nuovo sindaco e la città  tornerà  alla democrazia.
E se dovessero tornare i commissari? “Allora vuole dire che avremo perso tutti”, chiosa caustica la Lanzetta.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PAESTUM: L’ANFITEATRO E LA CATAPECCHIA ABUSIVA CHE NON SI PUO’ DEMOLIRE

Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile

PER I RESTAURI STANZIATI 38 MILIONI, MA MANCA UN PERMESSO

La comprereste per mezzo milione di euro una casa diroccata impossibile da restaurare perchè costruita sopra l’anfiteatro di un celeberrimo sito archeologico e quindi stracarica di vincoli?
Eppure così c’è scritto, sul cartello: «Vendesi». A chi, se potrebbe comprarla solo lo Stato? «Compriamola!», direte voi. No: anche se a Paestum stanno arrivando (era ora!) 38 milioni di euro, per quella casa non si può spendere un solo cent.
Non è previsto dai «capitoli di spesa» burocratici.
Per capire cosa faccia quella catapecchia proprio là , sopra l’antico anfiteatro, occorre tornare al 1829 quando l’ingegnere Raffaele Petrilli, sciaguratamente incaricato di costruire la «Tirrena inferiore» da Salerno verso le Calabrie, pensò bene di tagliare in due le rovine di Paestum, demolire la Porta Aurea, segare a metà  l’anfiteatro e il Foro per non disturbare con la nuova arteria, si disse, un signorotto della zona che aveva la tenuta lì. Risultato: salvata la parte ad ovest, tutta la parte est dell’area archeologica è stata via via sommersa da casette e casone, ville e villini, trattorie e gelaterie, pizzerie e botteghe di cianfrusaglie.
Tempietti di plastica, terracotta, metallo, tempietti da attaccare con la calamita al frigo, tempietti nelle sfere di vetro che se le giri cade la neve…
Altri tempi? Per niente! Era passato oltre mezzo secolo, quando fu fatta quella strada criminale, dal 1776 in cui Alphonse de Sade aveva lanciato la sua invettiva contro chi amministrava le rovine di Pompei: «Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perchè mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?».
C’era già  la consapevolezza che i siti archeologici andavano rispettati. Tanto è vero che il barbaro Raffaele «Attila» Petrilli finì sotto inchiesta
Uno Stato serio, ormai alla vigilia del duecentesimo anniversario (mancano una dozzina di anni) dell’osceno stupro cementizio, requisirebbe una volta per tutte l’arteria, che oggi appartiene al Comune e non accoglie più (ovvio…) il traffico della «Statale 18».
E rileverebbe a prezzo sensato (guai se accettasse le estorsioni di questo o quel privato) il rudere che dicevamo più altri pezzi di terra, costruiti o no, per ricomporre quanto più è possibile dell’unitarietà  dell’antica Paestum.
Cosa prevista, tra parentesi, dallo Studio di fattibilità  firmato anni fa da Ottavia Voza e Fondazione Paestum.
Macchè. Dopo lo spreco in passato di milioni di euro (due per il sottopasso pedonale della stazione con sedia mobile per i disabili subito arrugginita, tre per i due parcheggi e Visitor center in cartongesso e subito devastati, per non dire dei soldi buttati per un marciapiede in teak: manco si trattasse di una barca a vela) sono ora in arrivo 38 milioni di euro.
Per la precisione: 20 dal ministero dei Beni culturali di Dario Franceschini (onore al merito) e 18 di «Pon», fondi strutturali europei. Ossigeno. Ma…
Al suo arrivo, mesi fa, il nuovo direttore Gabriel Zuchtriegel, archeologo, 34 anni, tedesco ma da molti anni in Italia, si era trovato in una situazione da mani nei capelli. Manutenzione ridotta al minimo.
Non un cartello tra gli scavi che fosse leggibile e in condizioni decenti.
Non una bacheca del primo piano del museo che non avesse le lampadine bruciate, coi turisti che accendevano la pila del telefonino per vedere i pezzi.
Non una tenda che non fosse lurida. Non una moquette decorosa: era squarciata perfino quella nella stanza della meravigliosa Tomba del Tuffatore.
Ciliegina sulla torta: il crollo del controsoffitto della sezione romana, all’ultimo piano, venuto giù aprendo uno squarcio di due metri per sette, con conseguente chiusura di tutta la sezione. Da avvampare di vergogna davanti a ogni turista.
Pochi rispetto al valore del sito: 132.032 visitatori paganti nel 2014 contro i 157.747 del 1996.
Estraneo al temperamento bellicoso di altri svevi, Gabriel Zuchtriegel dice di aver scelto di fare un passo alla volta. La moquette. Le tende. Le lampadine. I controsoffitti. Il dialogo diretto coi dipendenti: «Ho cercato di parlare a tutti, uno ad uno».
Inutile partire senza soldi. O tappare un buco mentre se ne aprivano altri. Meglio individuare le soluzioni e tenersi pronti per dare a tutto, finalmente, una sistemata.
Nel frattempo, «spendendo solo duemila euro», ha fatto sfalciare l’erba e mettere in sicurezza i cavi elettrici sparpagliati ovunque e a Pasqua ha aperto (prima volta) il Tempio di Nettuno. Migliaia e migliaia di turisti. Trionfale.
Adesso, i lavori partono sul serio. Dal restauro della sala del Tuffatore (sponsor quel Vannulo che passa per un «mozzarellaro umanista» e fa sentire Mozart alla bufale ed è ricambiato con mozzarelle squisite) a tutto il resto.
A partire dal Museo e dalle rovine dell’impianto Cirio che sono qualche centinaio di metri più in là  dove stava il «tempio di Santa Venera». Stabilimento che aumenterà  finalmente gli spazi espositivi permettendo di vedere stabilmente i pezzi conservati nei depositi, alcuni dei quali straordinari, esposti per la prima volta da metà  aprile ma solo al venerdì e per pochi fortunati.
Resta, per chi ama Paestum, quel cruccio: perchè non si comincia a rimuovere pezzo a pezzo quello stradone indecente per ricomporre quanto più si può dell’antica città  a partire dall’Anfiteatro mozzato dall’ingegnere vandalo?
Passi per il dubbio se rimettere o no in piedi monumenti abbattuti da un terremoto nel IV secolo a.C. come il Tempio G a Selinunte.
Ma se Antonio Cederna battagliò per rimuovere la via dell’Impero voluta da Mussolini per far rivivere i Fori, perchè non rimuovere la «Statale 18» e far rivivere l’anfiteatro?
Niente da fare: dei soldi in arrivo, spiega il direttore, non un centesimo può essere usato per comprare quella stamberga o rimuovere la strada.
Perchè? Perchè le varie tabelle del finanziamento, nei capitoli di spesa, non lo prevedono. Non puoi comprare una matita, sancisce la burocrazia, se devi comprare penne.
Sarà , ma sapete quante pagine ha Google su Paestum solo in tedesco? Mezzo milione.
Più mezzo milione in francese e mezzo milione in spagnolo e mezzo milione in inglese e così via.
Ve l’immaginate l’impatto mondiale di una rinascita dell’Anfiteatro e del Foro?
O il figurone che farebbe un mecenate se comprasse quella catapecchia e la donasse allo Stato per farci ciò che va fatto?
Insomma: se non ora, quando?

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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IMMIGRATI, UN TESORO PER L’ERARIO: PAGANO 7 MILIARDI DI TASSE

Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile

I CONTRIBUENTI STRANIERI SONO PIU’ DI 2 MILIONI E VERSANO 6,8 MILIARDI SOLO DI IRPEF… PRATO IL PICCO, A MILANO LA PRESENZA PIU’ QUALIFICATA E I VERSAMENTI PIU’ PESANTI

A Prato un contribuente su sei parla straniero. A Milano uno su dieci. In Italia, sono 2,2 milioni i “nuovi italiani” che versano le tasse.
Il loro “tesoretto”? Circa 6,8 miliardi di euro di Irpef pompati ogni anno nell’apparato circolatorio del Paese.
E mentre le comunità  storiche risentono la crisi (romeni, albanesi e marocchini), crescono i contribuenti cinesi, indiani e filippini.
A pesare il contributo fiscale dell’immigrazione in Italia è uno studio della Fondazione Leone Moressa.
I risultati? Nonostante restino grandi sacche di nero, stando alle dichiarazioni dei redditi 2015, “l’impatto fiscale della presenza immigrata in Italia è in questo momento molto rilevante.
Un contributo dato alle casse dello Stato da circa 2,2 milioni di contribuenti (il 7,2% del totale) che vale circa 6,8 miliardi di euro.
Nel bilancio complessivo sui costi e benefici dell’immigrazione, il gettito Irpef è sicuramente una delle voci d’entrata più significative, a cui vanno tuttavia aggiunte le imposte indirette, le accise sui carburanti, le tasse su permessi di soggiorno e acquisizione di cittadinanza”.
A livello regionale, il maggior numero di contribuenti nati all’estero è in Lombardia (481mila), seguita da Veneto (253mila), Emilia-Romagna (250mila) e Lazio (225mila): nelle prime 4 regioni si concentra oltre la metà  dei 2,2 milioni di contribuenti immigrati.
La media procapite di imposta versata è di 3.058 euro, con il picco massimo in Lombardia (3.703) e il minimo in Calabria (1.799).
L’incidenza percentuale dei contribuenti stranieri è mediamente del 7,2%, con record nel Nord-Est (11,6% in Trentino-Alto Adige e 10,9% in Friuli-Venezia Giulia).
Anche tra le province, è il Centro-Nord a farla da padrone.
A Prato, nota per la forte presenza cinese, i contribuenti Irpef nati all’estero sono ben il 15,3% del totale (e versano l’8,6% dell’imposta complessiva).
Tra le prime 15 province troviamo una forte presenza di Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna.
Anche a Milano è forte l’incidenza di contribuenti stranieri: quasi il 10% del totale. Milano è pure la provincia dove l’Irpef media procapite è più alta (4.822 euro), “segno di una presenza straniera qualificata e integrata nel tessuto produttivo”.
Chi versa di più?
Sicuramente i romeni, che rappresentano il 18,2% dei contribuenti nati all’estero. Seguono albanesi (7,2%) e marocchini (5,4%).
Ma le comunità  “storiche” sono in difficoltà : “Probabilmente continuano a risentire della crisi, oltre che di dinamiche demografiche che fanno diminuire in parte la popolazione attiva”.
In forte aumento invece la Cina: 92mila contribuenti che versano quasi 250 milioni di euro di Irpef, registrando un +6,5% nel numero di contribuenti e +11,9% nelle tasse pagate.
Molto dinamici anche altri migranti dell’Asia meridionale: India e Bangladesh hanno registrato nel 2015 un aumento del 7,1% nel numero di contribuenti, mentre le Filippine addirittura un +10%.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)

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I GIOVANI SONO COME UNA TRIBU’, PARLANO SOLO TRA DI LORO

Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile

UN’ENCLAVE IN CUI I RAGAZZI SI CHIUDONO E RIFIUTANO IL DIALOGO CON PERSONE DI UN’ALTRA GENERAZIONE

Emarginati, isolati, falciati dalla scure demografica che li ha trasformati in un’enclave dalla flebile voce sociale, i giovani italiani si stanno chiudendo in loro stessi e accettano il confronto solo con persone della loro età .
Ad analizzare il fenomeno è una ricerca di prossima pubblicazione del Censis insieme alla Fondazione Hpnr (Human Potential Network Research) in collaborazione con la Fondazione Oic (Opera Immacolata Concezione).
Il quadro che emerge è interessante.
Tra il 1951 e oggi la popolazione è cambiata radicalmente. Mentre nell’Italia del Miracolo economico il 57% degli abitanti aveva meno di 35 anni, oggi questa fascia si è ridotta al 35%.
E così, mentre gli italiani crescevano di oltre 13 milioni di unità , ci siamo persi per strada 5,7 milioni di giovani.
Questo ha conseguenze non solo di carattere economico, con un Paese dalla scarsa vocazione all’innovazione, ma anche sociale.
Le politiche sono sempre meno rivolte ai giovani che, perdendo voce in capitolo, tendono a isolarsi, a scavarsi una nicchia.
Ne consegue che sugli 8 milioni di persone che non vogliono avere rapporti con persone di altre generazioni, sono proprio i giovani quelli più chiusi e che non vogliono interagire con altre generazioni.
Il fenomeno potrebbe essere conseguenza anche dei social network che tendono a creare recinti autoreferenziali tra persone con gli stessi interessi.

Raphaà«l Zanotti
(da “La Stampa”)

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