Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
A TORINO E NAPOLI LA PRIORITA’ E’ IL LAVORO
Manca una settimana ai ballottaggi. Ultimo atto di questa consultazione amministrativa, che tanta attenzione ha sollevato. Perchè in Italia non c’è elezione che non abbia riflessi sul piano politico nazionale.
Naturalmente, la dimensione “locale” conta. Incrociata con quella “personale”. D’altronde, 23 anni fa l’elezione diretta dei sindaci è stata istituita e istituzionalizzata, per legge, come risposta a Tangentopoli e alla crisi della Prima Repubblica. Sostituendo le persone – cioè i sindaci – ai partiti. Così l’elezione del sindaco può apparire – e in parte è – anzitutto un giudizio sulla persona.
Tanto più nei ballottaggi, quando le persone sono ridotte a due.
Tuttavia, il peso delle identità politiche e dei problemi locali si conferma significativo. Si spiega così il risultato ottenuto dai candidati a 5 Stelle, soprattutto in alcune grandi città . Nonostante disponessero di una “popolarità ” personale minore, rispetto ad altri concorrenti. Ma il marchio 5 Stelle ne ha rafforzato il significato “politico” di “alternativa” agli altri. Soprattutto, agli esponenti dei partiti “nazionali”.
Allo stesso tempo, i problemi hanno avuto importanza, in ambito territoriale. Come ha riconosciuto Piero Fassino, quando ha osservato che: “Il voto riflette una situazione di crisi sociale che si è sentita nelle grandi città “.
I dati del sondaggio di Demos per Repubblica, pubblicati due settimane prima delle elezioni, confermano e legittimano ampiamente le considerazioni – e le preoccupazioni – di Fassino.
Torino risulta, infatti, insieme a Napoli, la città dove la disoccupazione preoccupa maggiormente. Secondo il 40%, circa, dei cittadini (in entrambe le città ) è il problema più grave da affrontare per l’amministrazione comunale.
A Torino, peraltro, la disoccupazione preoccupa in misura maggiore (di circa 5 punti) gli elettori di Chiara Appendino, del M5S. E ciò ne spiega, in parte, il risultato. Superiore alle previsioni (nostre, almeno).
A Napoli, invece, il problema è sentito in misura molto simile dagli elettori di entrambi i candidati al ballottaggio. Tuttavia, la base di Luigi De Magistris si sente maggiormente inquieta, rispetto ai sostenitori di Gianni Lettieri, per la questione della legalità e soprattutto della sicurezza. Un tema particolarmente critico a Napoli.
A Roma, invece, rispetto alle altre metropoli, prevale la sensibilità per la qualità dei servizi, dei trasporti, per la viabilità e il decoro della città .
Ma, soprattutto, è acuta (più che doppia rispetto agli altri contesti metropolitani indagati) l’insofferenza verso la corruzione.
Un tema sul quale Virginia Raggi e il M5S appaiono largamente più credibili degli altri candidati. In particolare, di Roberto Giachetti. Ma, soprattutto, del PD e dei partiti di centro-sinistra che lo sostengono.
Perchè il legame fra candidato e partito resta importante, per intercettare il consenso elettorale in città . La persona: è il volto, il riferimento conosciuto e comunque riconoscibile. Ma il partito, la coalizione, garantiscono identità e organizzazione. Nel bene, nel male. E viceversa.
Così, a Napoli, dove la politica si è, tradizionalmente, appoggiata su reti di relazioni personali e spesso clientelari, la domanda di “legalità ” appare interpretata – letteralmente – da De Magistris. Un magistrato. Estraneo ai partiti tradizionali. Per stile personale: abbastanza “populista” da risultare “popolare” alla “popolazione”. Mentre a Torino e a Roma, in particolare, il malessere contro la politica e le istituzioni di governo – non solo locale – si traduce nel voto a 5 Stelle.
Considerato estraneo e alternativo rispetto all’establishment. Locale e centrale.
Come la Lega a Bologna, dove è riuscita a imporre la propria candidata – Lucia Borgonzoni – al secondo turno. Non per caso.
A Bologna, infatti, il tema considerato più critico dagli elettori è, in misura più marcata delle altre grandi città , la criminalità : indicata dal 35% (e associata all’immigrazione).
Resta Milano. La metropoli del Nord. Capitale economica e finanziaria del Paese. Dove diversi problemi sociali gravano sulla percezione dei cittadini.
Su tutti: disoccupazione, immigrazione, sicurezza, disuguaglianza sociale. Fra le altre città “indagate”, peraltro, a Milano il grado di soddisfazione per l’amministrazione in carica è fra i più elevati.
Tuttavia, il sindaco, Giuliano Pisapia, non si è ri-candidato. E i due sfidanti in lizza, Beppe Sala e Stefano Parisi, sono arrivati al duello finale in assoluto equilibrio.
Un punto percentuale li ha divisi, al primo turno. D’altronde, hanno un profilo molto simile. Entrambi manager e tecnocrati. Rappresentano, entrambi, soggetti politici influenti, nella metropoli.
Sala: il centrosinistra che ha governato negli ultimi 5 anni, con buon livello di consenso fra i cittadini. Egli stesso, alla guida di Expo, un’esperienza di successo. Parisi: indicato dal Centro-destra forza-leghista. Nella Metropoli di Berlusconi e di Bossi. Simbolicamente – e non solo – capitale alternativa a Roma.
Ebbene, i due candidati, pur con un profilo professionale simile, riassumono domande molto diverse. Parisi: le paure. Verso la criminalità e l’immigrazione. Mentre Sala attrae la richiesta di legalità . Ma anche di qualità dei servizi sociali e sanitari.
Per questo, più che altrove, a Milano l’esito del ballottaggio appare incerto.
Perchè i volti dei due candidati non riescono a impersonare due città diverse. E perchè non emergono questioni capaci di segnare, in modo alternativo, il presente e il futuro della metropoli.
D’altronde, il 1993 è lontano. I sindaci non sono il volto del Paese che cambia. Al massimo (e non sempre), della loro città .
Per conquistare il governo nazionale, non per caso, il sindaco di Firenze è divenuto Sindaco d’Italia. E si è appoggiato non al Partito dei Sindaci. Ma al PD. In seguito: al PdR. Il Partito di Renzi.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
IN CALO IL TEMPO CHE SI TRASCORRE SU FACEBOOK, TWITTER E GLI ALTRI
Ci siamo già stufati? L’era del tagga e condividi si sta avviando sul viale del tramonto? Stiamo per (ri)alzare
le teste dagli schermi degli smartphone per ricominciare a interagire solo vis-à -vis ?
Non esattamente, ma i recenti dati sull’utilizzo delle applicazioni raccontano qualcosa di interessante sulle nostre abitudini: siamo più orientati verso gli ambienti di dialogo rispetto a quelli di condivisione indiscriminata
Secondo SimilarWeb, che prende in considerazione i dispositivi Android (84% del mercato nel primo trimestre 2016, Gartner), il tempo trascorso all’interno delle app di social networking è in calo.
Parliamo sempre, ad esempio, della bellezza di 45 minuti e 48 secondi al giorno su Facebook, nel caso degli americani, nei primi tre mesi dell’anno.
Ma vediamo la cifra scivolare dai 48,75 minuti dello stesso periodo del 2015.
Nei nove Paesi analizzati (Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Spagna, Australia, India, Sudafrica, Brasile e Spagna), l’utilizzo della piattaforma da 1,6 miliardi di utenti è scivolato dell’8 %.
Anche la novità più fresca, Snapchat, passa da 23,17 minuti a 18,72 minuti negli Usa e da 21,22 minuti a 16,12 in Francia.
In una delle economie più ghiotte dal punto di vista del potenziale, nonostante la crisi, rimane però stabile: l’app gialla in Brasile è ancorata sopra gli 11 minuti e, soprattutto, può contare su una crescita delle installazioni.
Instagram deve fare i conti con la flessione più consistente (23,7%). In patria e in Sudafrica l’app di foto ha «ceduto» circa 10 minuti. E deve stare attenta all’India – zona alla quale la Silicon Valley guarda con cupidigia – dove i download sono scesi di più di 10 punti percentuali.
Twitter, oltre al grattacapo della crescita degli utenti, deve misurarsi con una disaffezione del 23,4%.
La scure è ancora una volta francese, da 19,8 a 13,1 minuti, ma anche gli Stati Uniti perdono per strada 5 minuti. E l’India ridimensiona le installazioni di 13 punti percentuali.
A sfregarsi le mani, come detto, sono le app di messaggistica.
Sia Facebook Messenger sia WhatsApp, entrambe parte del regno di Mark Zuckerberg, non mostrano battute d’arresto e continuano ad arrampicarsi in patria (+2% e dal 15 al 20% dei dispositivi).
Senza dimenticare che Snapchat, che punta molto sugli scambi privati, conquista nuovi schermi non solo in Brasile ma anche in Germania, Spagna e India.
Si sta sviluppando, quindi, una modalità di condivisione più diretta e nata in modo specifico per gli schermi mobili.
Martina Pennisi
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
LE COMUNITA’ MAROCCHINA, EGIZIANA E RUMENA EMERGONO NEI DISTRETTI DEL METALLO DI BRESCIA E DEL PENTOLAME DI LUMEZZANE… NELL’OREFICERIA AD AREZZO SPAZIO A PACHISTANI E BENGALESI
Oggi il termine «immigrazione» genera polemiche, ma forse i dati economici dovrebbero suggerire un po’ di realismo.
È la prima constatazione che nasce dalla lettura dell’ultimo rapporto della Fondazione Leone Moressa, l’istituzione che dal 2014 studia la realtà dei distretti industriali italiani – la nostra vera forza – dal punto di vista del contributo dell’imprenditoria straniera.
Una quota non piccola rispetto al totale, con 656mila imprese, pari al 8,7%.
I risultati sono sorprendenti perchè – in barba alla crisi – si scopre quanta parte della sopravvivenza del nostro “made in Italy” sia merito dell’attività degli immigrati.
I numeri del rapporto, infatti, prendono anima e scoprono la storia di un piccolo ma straordinario esercito invisibile di uomini e donne che si sono fatti spazio in questi ultimi anni nelle diverse realtà imprenditoriali del Paese, riuscendo a interagire con essa e, infine, a contribuire al mantenimento di interi settori che sarebbero altrimenti destinati a morire.
Un caso tra tanti: il settore della oreficeria ad Arezzo ha registrato per quanto riguarda gli imprenditori italiani una caduta del 12,9% tra il 2010 e il 2015, mentre nello stesso periodo quelli straniere sono aumentati del +34,5%.
Numeri, che confermano ancora una dato: se a livello generale il numero di imprenditori negli ultimi cinque anni è diminuito (-5,5%), quello degli stranieri è cresciuto e continua a crescere.
In particolare con la componente extracomunitaria. che vede un aumento del 24% dal 2010.
I distretti produttivi presi in esame dall’approfondimento della Fondazione Moressa sono stati quelli con un volume di export superiore a 1 miliardo di euro nel 2014.
In vetta alla classifica ne emergono tre: i primi due concentrati nella zona lombarda nell’ambito della metalmeccanica, il terzo è il distretto della pelletteria a Firenze.
Ma al di là della nota realtà cinese nel tessile di Prato, ci sono altre comunità che stanno diventando importanti per la tenuta del “made in Italy”.
Ad esempio, la comunità egiziana, marocchina e rumena nei distretti del metallo di Brescia, nella rubinetteria, delle valvole e del pentolame di Lumezzane.
Nell’oreficeria ad Arezzo, invece, emergono le comunità pachistana e quella bengalese, seguita da quella rumena.
Per quanto riguarda le calzature, l’abbigliamento, la pelletteria e il tessile, primeggia la Cina, ma – seppur con valori più piccoli – si affacciano anche gli imprenditori marocchini, rumeni, nigeriani e bengalesi.
Comunità raccontate con i numeri, ma che in realtà sono storie con volti e un anima profonda della nostra Italia che cambia.
E in questo caso, sopravvive, grazie anche al lavoro, l’ambizione e la buona volontà , di chi guarda lontano e anticipa il proprio destino senza lasciare spazio al pregiudizio e alle ostilità .
(da “La Stampa“)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
IL GHETTO DI NARDO’ E’ UNA BOMBA SOCIALE PRONTA AD ESPLODERE
Rosarno non è solo in Calabria. È anche in Puglia. Nel Salento. Ma lo sanno in pochi. Lo sanno Mohammed e
i suoi compagni che, cinque notti addietro, hanno visto arrivare nel campo quel ragazzo sudanese con gli occhi spiritati e la sciabola in mano, così fuori di sè da staccare a morsi l’orecchio a un connazionale.
Lo sanno le ragazze africane tenute confinate nell’ultima baracca, quella a cui avvicinarsi è impossibile, costrette a soddisfare l’uomo di turno e a dover rendere conto di sè e dei soldi.
Lo sanno Rosa e gli attivisti dell’associazione Diritti a Sud, gli unici, assieme alla Caritas diocesana, a recarsi ogni giorno sul posto per fornire cibo, materassi e assistenza. Poi, della vera portata di quest’altra bomba che da tempo si dice di voler disinnescare non sa più nessuno.
Ghetto di Nardò, Lecce, giugno 2016: è lo stesso, identico, copione di quattro anni fa e di ancora molto prima. Quanto avvenuto a Rosarno sarebbe potuto accadere qui questa stessa settimana.
C’è stato anche un accoltellamento in paese tra migranti. Una nota di cronaca, niente di più. La svolta, annunciata per il mese scorso, forse arriverà il prossimo: non una tendopoli, quest’anno, ma un campo container per almeno trecento posti.
Il bando di gara, però, non sarà pubblicato dalla Regione Puglia prima del 20 giugno, per essere assegnato intorno a metà luglio e portare all’avvio delle strutture ancora dopo, quando, cioè, buona parte della stagione agricola sarà già passata.
“Intanto, fra una decina di giorni, Coldiretti, assieme a Focsiv (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario), provvederà ad allestire a proprie spese i primi venti container”, annuncia Stefano Fumarulo, dirigente regionale della Sezione Politiche per le migrazioni.
Ci si muove nel solco del protocollo sperimentale contro il caporalato firmato lo scorso 27 maggio dai ministri dell’Interno, del Lavoro e delle Politiche agricole, voluto per consolidare una rete pubblico-privata che, sotto la regia delle Prefetture, dovrà realizzare progetti concreti per il miglioramento delle condizioni di accoglienza dei lavoratori
Il tempo della burocrazia è inversamente proporzionale a quello delle esigenze dei braccianti: a metà aprile, a Nardò, sono arrivati i primi gruppi, provenienti soprattutto dalla Sicilia e dall’alta Puglia.
Dopo alcuni giorni, il sindaco Marcello Risi ha ordinato la demolizione di una struttura pericolante in cui molti, come ogni anno, avevano trovato ricovero.
Con quei conci sono stati costruiti i tuguri che ora formano un quartiere improvvisato, subito fuori il centro abitato: plastiche per tetto, campagne per bagni, giacigli di fortuna. Senz’acqua. Senza servizi igienici. Senza luce. Senza un presidio medico. Senza un argine al caporalato. Un ghetto fuori dal mondo.
Al momento, sono poco meno di un centinaio i lavoratori che affollano il campo, ma il picco di arrivi è previsto nei prossimi giorni, quando entreranno nel vivo le operazioni di raccolta.
La storia è sempre la stessa: retribuzione da 3,50 euro a cassone, una media giornaliera da 25 euro, da cui bisogna sottrarre 5 euro per il trasporto obbligatorio e 3,50 euro per acqua e panino, il pizzo ai caporali. Soli, sui terreni, è inutile presentarsi.
Quest’anno, però, qualcosa di diverso c’è: ci sono pochi pomodori, troppo pochi.
I subsahariani, addetti a questa coltura, lavorano solo due giorni a settimana. E a loro sono proibiti i campi di angurie, appannaggio esclusivo dei tunisini.
“E’ una questione pronta a trasformarsi in un problema di ordine pubblico. Non abbiamo mai visto tanta esasperazione nel campo come quest’anno, tante persone fragili dal punto di vista psicofisico”. Scrolla le spalle Angelo Cleopazzo, attivista di Diritti a Sud. dappertutto, un malessere diffuso, tenuto a bada con alcool, droga e prostituzione, “un altro modo per creare dipendenza dai caporali”.
Da Nardò, come testimoniato dagli stessi migranti, si parte per andare a lavorare fino al Metapontino. All’alba. Senza dare nell’occhio.
Perchè anche questo c’è di nuovo: con il processo in corso, nato dalla retata che ha travolto anche sei imprenditori del posto, l’organizzazione si è fatta più camaleontica. Nè impresari nè caporali si fanno mai vedere in giro: a sporcarsi le mani sono i “capisquadra”, che abitano nello stesso ghetto, reclutano il personale, si occupano del trasporto, ridistribuiscono la paga giornaliera. I vertici si sono inabissati. Eppure, la morte tragica di un lavoratore, la scorsa estate, ha confermato che si tratterebbe, in parte, sempre degli stessi.
I controlli? Nulli. “Mai una volta che le forze dell’ordine abbiano fermato il furgoncino per strada — conferma un ragazzo — e sui campi, poi, chi le ha mai viste?”.
Tiziana Colluto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
COPRONO IL 63% DEI LAVORI PIU’ UMILI O FATICOSI E SONO I PRIMI AD ESSERE LICENZIATI
Gli immigrati in Italia hanno affrontato gli anni della grande crisi caricandosi sulle spalle più di un peso, e riuscendo comunque a produrre sempre più ricchezza. Pagando però prezzi molto salati.
A partire dal salario, più basso di circa un quarto rispetto allo stipendio dei lavoratori italiani (-24,2%), con un differenziale che arriva al -27,6% per le donne.
E con, in parallelo, la conferma di una vera e propria segregazione occupazionale che, al di là del titolo di studio, li porta invariabilmente a lavorare nei settori «a basso valore aggiunto»: dai servizi alla persona all’agricoltura, passando per il comparto delle costruzioni e gli impieghi in alberghi e ristoranti.
Settori dove la concorrenza con l’offerta di lavoro degli autoctoni — al di là dei deliri leghisti — risulta marginale.
E dove comunque gli immigrati sono stati i primi ad essere sacrificati nel momento in cui la crisi azzannava.
È nitida la fotografia che emerge dallo studio «Le conseguenze della crisi sul lavoro degli immigrati in Italia», realizzato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil nell’ambito delle attività dell’Osservatorio sulle migrazioni, che ha analizzato le condizioni dei lavoratori stranieri occupati in Italia nel quinquennio 2011-2015.
«Dal punto di vista della “segregazione occupazionale” non ci sono novità — osserva Sally Kane, responsabile del Dipartimento politiche immigrazione della Cgil — gli immigrati fanno perlopiù i lavori più umili. Ma fanno anche quelli più pericolosi, basta vedere i dati degli infortuni sul lavoro.Resta confermato anche che guadagnano meno, a parità di impiego, degli autoctoni. Piuttosto, con la crisi, sono stati loro i primi a essere espulsi dal mercato del lavoro — spiega Kane — mentre là dove l’occupazione è stata mantenuta, come nell’agricoltura, è aumentato il lavoro nero, ed è aumentato quindi il differenziale retributivo».
Pur contribuendo sempre di più a produrre ricchezza (arrivata oggi all’8,6% del Pil nazionale), nella pratica un lavoratore immigrato dipendente a tempo pieno guadagna in media 362 euro netti meno di un italiano: tra gli uomini -350 euro, e tra le donne -385 euro.
Quanto al tasso di disoccupazione, nel 2015 è stato più alto di quasi cinque punti rispetto alla forza lavoro autoctona (16,2% contro 11,4%, vedi sotto).
Così come sono aumentate precarietà e part-time involontario.
«Non solo — puntualizza Sally Kane — dalle analisi di Emanuele Galossi, un ricercatore molto bravo, emerge come ad esempio nel settore della logistica merci, che attira molti immigrati, con i cambi di appalto i lavoratori siano costretti ad accettare livelli contrattuali inferiori, o anche diminuzioni di orario di lavoro. Di qui le minori retribuzioni, accettate per forza di cose da chi non può permettersi, a causa della Bossi Fini, di perdere l’impiego».
Nella ricerca si segnala come l’incidenza degli immigrati sul totale degli occupati sia arrivata comunque al 10,5%, con un aumento dell’1,5% (+329 mila unità ).
Al tempo stesso il tasso di disoccupazione nel 2015 è stato più alto di quasi cinque punti percentuali rispetto a quello relativo alla forza lavoro italiana (16,2% contro 11,4%).
È stato evidenziato peraltro come il tasso di sofferenza occupazionale — un indicatore che comprende disoccupati, cassintegrati e scoraggiati disponibili a lavorare — degli immigrati è stato nel 2015 pari al 15% (604 mila persone), 3,2% sopra quello italiano. Mentre il tasso di disagio (precari e part time involontari sul totale degli occupati di 15-64 anni) è arrivato al 30% (706 mila persone), quasi il doppio di quello italiano.
Infine il tema delle professioni e delle qualifiche: gli immigrati sono occupati nella maggior parte dei casi con mansioni poco qualificate, nonostante che oltre la metà di loro risieda in Italia da oltre dieci anni.
Le prime dieci professioni in cui sono impiegati (fra cui pulizie, servizi domestici, facchini, braccianti, ecc.) coprono quasi due terzi dell’occupazione straniera (63%) contro poco più di un quinto di quella italiana (21%).
Riccardo Chiari
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