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LA ROMA AVVERTE LA RAGGI: “SE FERMERA’ LO STADIO FAREMO RICHIESTE DANNI MILIONARIE”

Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile

“E’ STATO AUTORIZZATO E ALCUNI INVESTIMENTI SONO GIA’ STATI FATTI”… OPERA A CARICO COMPLETO DEI PRIVATI E 400 MILIONI DI LAVORI DI URBANIZZAZIONE A FAVORE DEL COMUNE

Se la prossima Giunta di Roma Capitale farà  passi indietro sul progetto dello Stadio della Roma nell’area di Tor di Valle andrà  incontro ad azioni legali e richieste di risarcimento milionarie.
E’ un’extrema ratio che al momento, dice Mauro Baldissoni, direttore generale dell’As Roma, non viene presa in considerazione, chiunque sarà  il vincitore del ballottaggio di domenica prossima nella Capitale tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti.
Ma che comunque non viene esclusa quando gli vengono fatte notare le perplessità  espresse da esponenti del Movimento 5 Stelle e dalla candidata Raggi sul progetto del nuovo Stadio della Roma fortemente voluto dal presidente James Pallotta.
“È un buon progetto e sono sicuro che chiunque lo conosca bene non possa che sostenerlo”, aggiunge Baldissoni.
“Come peraltro già  dicono di fare tutti i candidati, in modalità  diverse. Ora siamo in una fase amministrativa del progetto, in cui le valutazioni sono solo di tipo tecnico. Non spetta al futuro sindaco fare valutazioni politiche, se vorrà  assumersi la responsabilità  di opporsi al progetto – ma lo ritengo improbabile – dovrà  assumersi anche i costi, visto che è stato autorizzato e molti investimenti sono stati già  fatti”.
Costi che superano “i 100 milioni di euro”, mette in chiaro Baldissoni nella sede della società  di comunicazione e consulenza Comin&Partners, dove insieme a Giovanni Marroccoli, (Operations & Managing Director-Italy di Lend Lease) e Simone Contasta (Responsabile Progetto Tor di Valle – Parsitalia Real Estate), ha presentato ai giornalisti il progetto definitivo appena consegnato. “Ci sono una serie di qualità  progettuali mai viste a Roma, non si tratta di una lottizzazione, non è quel tipo di progetto”, assicura Contasta.
Sullo stadio della Roma la candidata sindaco del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi ha assunto una posizione più cauta rispetto a quella presa sulle Olimpiadi di Roma 2024 intorno alle quali sta ruotando lo scontro politico pre-ballottaggio, ma comunque controversa e foriera di preoccupazioni per gli investitori: “Lo stadio si può fare se rispetta la legge e il Piano regolatore. Ma prima vogliamo ripristinare la legalità  che a Roma manca. Al momento il progetto definitivo non è stato integralmente depositato, aspettiamo le carte”, ha dichiarato Raggi il 10 giugno.
Toni più morbidi rispetto a quelli usati a marzo scorso, quando aveva espresso forti dubbi sulla scelta del sito fatta dalla società  sportiva: “Da sempre sullo stadio abbiamo espresso il nostro più totale favore, ma non può essere costruito in quell’area. Invitiamo a individuare un altro sito”.
E’ un capitolo delicato quello dell’area indicata dalla As Roma per l’edificazione del nuovo Colosseo del calcio e delle opere connesse.
“Non si può dire ‘lì no’ perchè la scelta del sito è stata fatta con lunghe procedure seguendo le indicazioni di due giunte comunali, quella di Marino e quella di Alemanno”, dice Baldissoni.
E’ una replica nemmeno tanto velata a Virginia Raggi che sempre a marzo non escludeva l’ipotesi di ritirare la delibera di pubblica utilità  dello stadio nella zona di Tor di Valle: “Magari la ritiriamo e lo facciamo da un altra parte”.
In un’intervista a Radio Radio la grillina avvertiva: “Tor Di Valle allo stato attuale appare una operazione speculativa, alla quale noi ci opponiamo” perchè “prevede un milione di metri cubi di cemento di cui solo il 14 per cento è stadio. Il resto sono uffici e centri commerciali. Nel quadrante sud est ci sono delle aree che si prestano al progetto, Tor Vergata sembrerebbe”.
Tuttavia, le parole della Raggi di pochi giorni fa (“aspettiamo le carte”) vengono lette come un segnale di distensione rispetto alla posizione inizialmente oltranzista. Posizione cavalcata però anche da altri esponenti vicini al Movimento 5 Stelle.
In primis dal “candidato” assessore M5S all’Urbanistica e al Patrimonio Paolo Berdini che pochi giorni fa su Radio Radicale ha accusato l’amministrazione uscente di non aver svolto una efficace regia pubblica “perchè il progetto del nuovo Stadio comporta un miliardo di euro di mancato incasso”.
Soldi che potrebbero essere spesi, secondo Berdini, per altre opere.
L’uscita di Berdini ha innescato la reazione di Giovanni Caudo, ex assessore all’Urbanistica con Marino, che in un post su Facebook ha replicato che “non c’è nessun miliardo di mancato incasso di oneri per il Comune, semmai il contrario”, difendendo l’operato della giunta Marino che “ha invece condizionato il sì al progetto dello Stadio alla realizzazione di opere pubbliche extra (quindi oltre quelle previste dagli standard di legge) per circa 200 milioni di euro”.
L’urbanista Berdini, dato per certo come assessore in un’eventuale giunta M5S, ha da molto tempo espresso rilievi sul progetto Tor di Valle: già  un anno e mezzo fa criticava la scelta del sito: “Nessuna legge vietava che il sindaco Marino imponesse di costruire lo stadio in un altro quadrante della città , dove gli oneri di urbanizzazione dovuti per legge e i maggiori oneri dovuti alla contrattazione urbanistica, avrebbero prodotto un beneficio più ampio per l’intera popolazione romana”, scriveva Berdini in un suo blog sul FattoQuotidiano.it .
“E’ un progetto interamente finanziato dai privati che ha un valore di 1,7 miliardi di euro, di cui più di 400 milioni spesi per opere pubbliche”, ha dichiarato Contasta.
“Si tratta di circa il 30% delle risorse stanziate che va in lavori di compensazione traducendosi in benefici per la collettività . Una percentuale in linea con quella europea”.
Sono diversi gli interventi infrastrutturali previsti dal progetto: ponte carrabile sul Tevere e viadotto di approccio, svincolo dell’autostrada Roma-Fiumicino, riunificazione e messa in sicurezza della via Ostiense, ponte ciclopedonale della Magliana, prolungamento di tre chilometri della linea B della metropolitana a Tor di Valle con ponte che si andrà  ad affiancare alla linea della Roma-Lido, la messa in sicurezza del Fosso del Vallerano (al di fuori del perimetro dell’area di intervento ma a rischio allagamento)
Gli attori in campo hanno quindi messo sul tavolo tutti i punti di forza del progetto che dovrebbe trasformarsi in realtà  in vista della stagione calcistica 2019/2020. “Abbiamo scelto un’area, Tor di Valle, già  prevista come edificabile: il nostro intervento sarà  di riqualificazione urbana di una zona degradata che andrà  ad unire due quadranti della città “, dice Contasta.
Ma la scelta del quadrante, per ora, resta il punto più divisivo tra le posizioni assunte dai due candidati al ballottaggio.
Di certo c’è l’appoggio di Roberto Giachetti: “Il posto dove fare lo stadio della Roma lo scelgono i privati. E’ un intervento tutto privato che lascerebbe 400 milioni di opere di urbanizzazione. Possiamo dire sì o no, non possiamo dire lo facciamo da un’altra parte. Il Consiglio comunale ha già  preso una decisione e M5S ha votato contro”, ha detto il candidato Pd dal palco di Unindustria.
Ma bisognerà  aspettare il risultato dei ballottaggi per capire come si muoverà  la futura giunta. “Sono convinto che nessuno possa immaginare di rinunciare a questo progetto. Non abbiamo incontrato i candidati ma sicuramente vedremo il nuovo sindaco dopo che sarà  eletto”, ha detto Baldissoni.
Resta sul tavolo l’incognita Raggi, se venisse eletta sindaco di Roma: in tal caso, qualora nel Movimento 5 Stelle dovesse prevalere la linea dura sullo Stadio di Tor di Valle, la prima cittadina della Capitale sa già  di dover fare i conti con una richiesta di risarcimento danni per milioni di euro.
È avvisata.

(da “Huffingtonpost“)

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UNIVERSITA’: STUDENTI IN FUGA E TASSE SEMPRE PIU’ ALTE

Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile

DAL 2004 SI SONO PERSE 66.000 MATRICOLE… UNICI IN EUROPA A TAGLIARE RISORSE E BORSE DI STUDIO DURANTE LA CRISI

Nel Sud Italia si laurea meno del 20% dei giovani, numeri che in Puglia e Sicilia si fermano al 14%, esattamente quanto l’Indonesia e il Sudafrica.
Per capire la malattia che ha svuotato le aule universitarie in tutto il Paese si può partire da tante angolazioni: la crisi, il lavoro che langue, lo scarso appeal delle lauree tradizionali o l’affermarsi di corsi alternativi più professionalizzanti. Tutto vale.
Ma quello che forse ha pesato di più è il decennale disimpegno dello Stato.
Negli ultimi anni tutti i premi Nobel per l’economia hanno insistito su un concetto: per uscire dalla crisi senza le ossa rotte bisogna investire in istruzione.
Bene, è esattamente quello che l’Italia non ha fatto.
Dal 2008, anno di inizio della crisi economica globale, il nostro Paese ha ridotto il finanziamento pubblico alle università , che otto anni fa era di oltre 6 miliardi, del 22,5%. In Germania è cresciuto del 23%.
Contemporaneamente, in Italia, sono crollate le immatricolazioni: dal 2004 si sono perse 66 mila matricole, circa il 20% in meno, di fronte al quale quel +1,6% registrato dal rapporto Anvur quest’anno è ben poca cosa.
Un diplomato su due non continua gli studi. E non è soltanto colpa della demografia, perchè al netto della scarsa natalità , la quota di matricole 19enni è passata dal 57% al 46%.
In questo viaggio tra gli atenei italiani, La Stampa ha provato a ricostruire le cause di un declino che per qualcuno assomiglia molto a una premorte.
Meno borse di studio
Le oltre trenta università  che hanno risposto al nostro giornale confermano l’emorragia di iscrizioni al primo anno, con qualche eccezione concentrata nel triangolo di 200 chilometri che va da Venezia a Bologna a Milano con estensione a Torino, Trento e Udine.
Quali sono, allora, i motivi di questa fuga? Miopia dei governi, sacche di resistenza nelle accademie sempre più distanti da un mondo scosso da innovazioni continue, baronie e piccinerie burocratiche, sfiducia crescente delle famiglie verso il tradizionale pezzo di carta in un momento in cui le spese vanno razionalizzate e lo Stato non ti dà  una mano per far studiare i tuoi figli.
«Ma a incidere di più è stato il combinato disposto di crisi economica e aumento delle tasse universitarie che in Italia è stato il più alto d’Europa».
Gianfranco Viesti, ordinario di Economia a Bari, è l’autore de «L’Università  in declino», indagine pubblicata quest’anno con la Fondazione Res.
Partendo dal Sud, Viesti ha approfondito le ragioni di quel dato che definisce «catastrofico» che ci inchioda all’ultimo posto in Europa per numero di laureati: il 23,9% degli under 34 contro una media Ue del 37%. Anche la Romania fa meglio di noi (25%). Con queste cifre l’Italia, impossibilitata a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo europeo del 40% di laureati, ha dovuto ridimensionare il traguardo al 26%. È l’ammissione di un fallimento
«L’Italia ha fatto il contrario di quello che andava fatto – continua Viesti – aumentando le tasse mentre tagliava risorse al diritto allo studio». Ne sa qualcosa Lorenzo Guastalli, classe 1991, studente di ingegneria a Pisa che da un anno all’altro si è visto scippare la borsa di studio.
Colpa del nuovo Isee, l’ indice della situazione economica familiare che dal 2015 include nel calcolo anche il patrimonio immobiliare.
«Mio padre è cassintegrato, mia madre non lavora. Però hanno rivalutato il nostro appartamento manco fosse una casa di lusso. E così ho perso la borsa di studio, anche se il mio Isee è rimasto bassissimo, ben sotto la soglia richiesta dei 20 mila euro».
Lorenzo viene da Piombino, città  ammaccata dalla recessione, e per lo Stato la sua casa lo rende magicamente ricco: «Ho perso soldi, mensa e alloggio.
Adesso abito in una doppia, a 200 euro al mese. Qualcosa mi dà  mio padre, ma per mantenermi faccio ripetizioni. Ovviamente in nero».
Dopo le proteste, qualche mese fa gli studenti sono riusciti a ottenere le variazione delle soglie Isee ed Ispe per permettere a molti più studenti di rientrare nei requisiti. Come Lorenzo altri 30 mila hanno perso la borsa di studio. Qualcuno non ha resistito, però, come ha fatto lui, e ha abbandonato gli studi.
Le Regioni e i soldi
In Italia esiste anche una strana figura di studente che è l’«idoneo non beneficiario».
Sono il 25% dei meritevoli che però non percepiscono un euro.
In Sicilia e in altre regioni del Sud la proporzione è ribaltata: tre aventi diritto su quattro non ottengono la borsa. Mentre in altre regioni il 100% degli idonei incassa il dovuto.
A garantire il diritto allo studio dovrebbero essere gli appositi enti, che invece dalla Sardegna alla Sicilia alle Marche vengono continuamente investiti da inchieste giudiziarie e commissariamenti.
«In Puglia l’ente non ha erogato molte borse perchè non ha ricevuto fondi dalla Regione», spiega Silvia Savino, rappresentante degli studenti a Bari che racconta di studentesse pronte a lasciare se non avranno aiuti.
Il diritto allo studio in Italia è sempre meno un diritto. Ed è il punto debole del sistema. L’impoverimento progressivo delle famiglie non ha avuto compensazioni per tutelare la crescita culturale dei figli: borse di studio, alloggi, mensa, trasporti e servizi allo studente. Dall’inizio della crisi molti Paesi europei hanno potenziato le risorse destinate agli studenti bravi ma privi di mezzi, l’Italia no.
Da noi i borsisti sono scesi del 9%, in Spagna sono aumentati del 55%, in Francia del 36%, in Germania del 32%. In Italia solo il 12% beneficia della borsa. In Francia è il 25,6%.
E pensare che tra chi riceve la borsa c’è un tasso di abbandono (altissimo in Italia: 45%) del 13% in meno di chi non la riceve.
Così il mito della meritocrazia si va a far friggere? «Qualunque politica legata al merito non può essere immaginata senza una base che dà  a tutti le stesse opportunità » dice Francesco Ubertini, rettore dell’Università  di Bologna.
I principali colpevoli del naufragio del diritto allo studio costituzionalmente garantito sono le Regioni a cui è affidato dalla Carta.
Ma la causa è anche un meccanismo folle che produce paradossi su paradossi.
Dei 510 milioni di euro stanziati, 233 milioni vengono dalla tassa regionale pagata al momento dell’iscrizione dagli stessi studenti. È già  la prima stortura.
«Il 42% in media delle risorse per il diritto allo studio proviene dalle tasche degli studenti. Non è un controsenso?» chiede Alberto Campailla, leader del coordinamento universitario Link.
In realtà , essendo in teoria un sistema perequativo, sarebbe una tassa pagata da chi ha reddito più alto a favore dei più bisognosi.
Ma le percentuali confermano che l’università  è sostenuta da sempre meno risorse pubbliche. Anche perchè l’Italia dal 2005 ha aumentato le tasse universitarie del 50%, passando da una media di 736,91 euro a 1.112 euro.
Ma le contraddizioni non finiscono qui. L’altra parte del diritto allo studio la pagano le Regioni con stanziamenti propri. E così ognuno fa come gli pare.
La Campania governata da Stefano Caldoro è stata costretta dai giudici a restituire agli studenti i soldi dovuti che aveva dirottato in altri capitoli di spesa.
Neanche un mese fa la Regione Sicilia, invece, ha provato a spostare quelle risorse sulle riserve naturali. «I governatori rispondono a logiche politiche: perchè spendere soldi per gli studenti se non porta nessun consenso politico?» dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli.
La terza parte di risorse, infine, viene da un fondo integrativo dello Stato (162 milioni di euro).
Il meccanismo di ripartizione funziona così: le Regioni che assegnano più borse ottengono fondi statali maggiori. Ciò innesca un circolo vizioso per cui alle regioni del Sud, più deboli, vanno meno risorse che a quelle del Nord.
Il sistema amplifica le differenze invece di ridurle. Ecco perchè gli esperti chiedono che il diritto allo studio venga gestito a livello centrale. E non solo loro. Il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone ci ha provato in occasione della riforma costituzionale suscitando l’ira dei governatori: «Sono favorite le università  più forti, e i soldi vanno dove ce n’è meno bisogno. Mentre la situazione di Isole e Sud è devastante».
Non sarà  un caso se le ultime ricerche fotografano una realtà  in cui le immatricolazioni calano soprattutto tra i diplomati degli istituti tecnici e professionali che alle spalle hanno famiglie economicamente più svantaggiate.
Stesso discorso a livello geografico. Meno matricole nelle isole e al Sud. La sola università  di Catania le ha dimezzate. In questi anni a essere aumentata è invece la mobilità  lungo lo Stivale: un quinto dei diplomati meridionali si iscrivono in facoltà  del Centro Nord.
Anche perchè al Nord il diritto allo studio è garantito davvero. Le Regioni pagano, le borse di studio ci sono, mensa e alloggi pure, i trasporti funzionano.
A Bari, Antonio Uricchio, rettore di uno degli atenei con il più basso indice di valutazione, è sconfortato: «Questa università  dovrebbe svolgere un ruolo sociale in un territorio difficile e invece non solo ha meno entrate ma riceve pure meno risorse attraverso meccanismi di ridistribuzione all’inverso».
Così ci si arrangia e Uricchio per non perdere numeri e per acquisire uno spessore internazionale è andato a Tirana a cercare studenti e intese: «Ormai l’Albania è la nostra seconda casa».
Ogni ateneo, però, ha i suoi problemi. Anche i migliori. A Bologna Ubertini è alle prese con i mille vincoli della burocrazia: «Ve ne racconto uno su tutti: avendo lo stesso tetto dei ministeri per le auto di servizio, i docenti di agraria non possono girare le nostre aziende. Un’altra? Per ogni contratto di lavoro devo aspettare l’ok della Corte dei Conti che arriva dopo due mesi. Come si fa così a competere con le migliori università  straniere? E poi ci si lamenta se i privati non investono da noi».
Sfiducia sugli sbocchi
Se l’università  soffre, la mobilità  sociale si blocca: «Già  era ridotta in Italia, il forte calo delle immatricolazioni al Sud peggiora le cose» spiega Francesco Ferrante, docente alla Luiss e pro-rettore al Job placement a Cassino.
Ferrante parla di «fattori culturali e barriere psicologiche»: gli italiani, «soprattutto nelle famiglie meno istruite, sembrano non credere più nell’università  come strumento di avanzamento sociale». E di ricerca del lavoro.
«Si è innescato un sentimento di delusione» concorda Gavosto. Persino tra chi è laureato. Luca Franco Cardinali è un ingegnere di Ancona. La figlia Melissa sta terminando l’istituto biologico sanitario: «E’ brava, ma non so se è utile iscriverla all’università , troppo lunga e troppo teorica. Con mia moglie stiamo pensando di farle fare un corso di traduzione simultanea».
Delusione e sfiducia sono sentimenti alimentati dalla disoccupazione crescente certo, ma anche dalle scarse politiche di orientamento e dalla difficoltà  delle università  di tenersi al passo con la velocità  di tecnologie che divorano ogni novità  e creano nuovi mestieri. Secondo Ubertini, bisogna affrontare il nuovo mondo con astuzia: «Stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale, quella digitale. La formazione professionalizzante è l’unica risposta concreta per l’ingresso in un mercato del lavoro che ogni giorno è diverso dal giorno precedente».

Giacomo Galeazzi e Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)

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FIGLI DI PUTTANA

Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile

A LILLE TIFOSI INGLESI E GALLESI UMILIANO E IRRIDONO QUATTRO PICCOLI RIFUGIATI

Dopo gli incidenti che hanno caratterizzato la fase iniziale degli Europei in Francia, in particolare gli scontri tra hooligans e polizia a Marsiglia, i tifosi inglesi sono nuovamente protagonisti di un episodio vergognoso.
Uniti ai sostenitori del Galles, lanciano monetine e irridono quattro bambini, che stando alle descrizioni di un video caricato sul web sarebbero dei piccoli rifugiati. Un episodio che ricorda quanto avvenuto nel marzo scorso a Madrid, quando ultras ubriachi del Psv – in trasferta per una partita di Champions – lanciarono euro ad alcune mendicanti, in segno di scherno, dai tavolini di un bar.
Per non parlare dell’episodio che vide protagonisti alcuni teppisti dello Sparta Praga che a Roma urinarono su una mendicante.
Se questi Paesi fossero governati da persone perbene, i rispettivi governi dovrebbero in primo luogo chiedere scusa all’opinione pubblica mondiale per il fatto di mandare in giro per l’Europa questa feccia umana.
In secondo luogo dovrebbero vietare che escano dai confini nazionale.
Fermo restando che i Paesi dove compiono questi atti dovrebbero imbarcarli a forza su una carretta del mare quanto le acque sono agitate e confidare che il buon Dio provveda.

(da agenzie)

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LA MAPPA DELL’INTOLLERANZA: MIGRANTI, GAY E DONNE

Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile

“LA RETE E’ UNA PALESTRA DI VIGLIACCHERIA PERCHE’ GARANTISCE L’ANONIMATO”: LO STUDIO   REALIZZATO DA TRE UNIVERSITA’

Tweet che odiano le donne, gli immigrati, gli omosessuali. Ovvero lo specchio dei fatti di cronaca che ci hanno accompagnato nell’ultimo anno e che si ritrovano, nella sintesi di 140 caratteri, nella «Mappa dell’Intolleranza», progetto voluto dall’associazione «Vox» sui diritti civili e realizzato da tre università  italiane (Bari, Roma, Milano), presentato alla Statale di Milano.
«Negri, terroni, puttane, culattoni, ritardati…». Il lessico che viaggia in rete si sa, è greve e contrabbandato spesso per ironia e goliardia.
Ma, come nota Silvia Brena, giornalista e animatrice di Vox, «una parola scagliata come una pietra, avvelena le menti, distorce i pensieri». E alla fine può tradursi in azione.
In questa particolare classifica, stilata lavorando su 66 parole sensibili in relazione a due milioni e 659 mila 879 tweet rilevati tra agosto 2015 e febbraio 2016, si parte dall’odio per le donne (284.634 tweet), segue quello per i migranti (38.100) e trova al terzo posto gli omosessuali (35.207) il cui picco d’insulti si verifica ad un’apparizione di Valerio Scanu al festival di Sanremo che stringe un microfono arcobaleno.
Seguono distaccati di oltre diecimila messaggi, gli islamici, i disabili, gli ebrei.
Non è un caso dunque che al primo posto tra le categorie di gran lunga più odiate (oltre 200 mila tweet di distacco rispetto agli altri), ci siano le donne e che il picco di insulti contro di loro, uno «sciame digitale» viene definito, si sia registrato tra agosto e settembre scorsi, quando in Italia in appena due mesi sono state uccise ben 14 donne. «La rete è una palestra di vigliaccheria perchè garantisce l’anonimato e bisogna stare attenti al sorgere di patologie, a deliri di onnipotenza» avverte Vittorio Lingiardi, della Facoltà  di Medicina e Psicologia della Sapienza di Roma.
Il «tweet» diventa pietra, possibilità  di lapidazione.
«La Mappa dell’Intolleranza 2, dimostra ancora una volta l’esistenza radicata nel nostro Paese di una resistenza “sociale” alla tolleranza e all’accettazione del diverso», spiega la costituzionalista Marilisa D’Amico.
Perchè i tweet? «Perchè sono brevi e quindi selezionano le parole e descrivono chi le sceglie», spiega Silvia Brena.
Come dire che quando la sintesi ci costringe a una selezione, esprimiamo il nostro essere profondo con poche immagini.
Le regioni in testa alla classifica sono Lombardia e Lazio, seguiti dalla «rossa» Umbria.
Virtuose invece le più piccole, Basilicata, Molise, Val d’Aosta.

Paolo Colonnello
(da “la Stampa”)

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