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PRODUZIONE INDUSTRIALE, I NUMERI DI UN DISASTRO CHE NON HA PRECEDENTI

Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile

DAL DOPOGUERRA NON SI ERA MAI VISTO UN CROLLO COME QUELLO DEGLI ANNI SCORSI

Due elettori mediani commentano il fatto politico del giorno: “Hai visto che scandalo? Poi dicono che c’è la crisi! Ma il problema è che se sò magnati tutto…”.
L’amico, sconsolato: “Che ci vuoi fare: ogni popolo ha i politici che si merita…”.
Su queste parole i due si congedano, ebbri di assolutoria autocommiserazione. Ognuno di noi ha assistito a simili siparietti. Qualcuno invece potrebbe essersi perso un fatto che apparentemente non ha nulla a che vedere con quanto precede.
Il 5 agosto scorso, alle 12:19, l’Ansa ha twittato: “Istat, economia frena, meglio ultimi mesi”.
Frenare, in italiano, significa diminuire la propria velocità . Letto così, il lancio sembrerebbe indicare che l’economia italiana cresca di meno (freni), ma che negli ultimi mesi la situazione stia migliorando (cioè si stia tornando a crescere di più).
Nei dati leggiamo che a giugno l’indice della produzione industriale (Ipi) è diminuito dello 0,4%, mentre a maggio la diminuzione era stata dello 0,6%.
L’Ansa ha ragione: la velocità  dell’economia italiana è diminuita. Quindi tutto bene? Non me ne voglia l’agenzia di stampa, ma direi di no. Non stiamo andando “meglio” (crescendo di più): stiamo andando “meno peggio” (diminuendo di meno).
Non stiamo frenando: stiamo andando a marcia indietro, e questa non è una sfumatura, ma un fallimento epocale.
Renzi è in carica dal febbraio 2014, quando l’indice della produzione industriale era a 91,6.
Ventotto mesi dopo l’indice è a 91,8: un aumento dello 0,2%, e questo mentre l’Unione Europea, nostro principale cliente, è ripartita, passando dall’1,4% al 2% di crescita fra 2014 e 2015.
Certo, nessuno si aspetta che oggi la produzione industriale possa raddoppiare in un decennio, come al tempo del miracolo economico (fra 1955 e 1965), con un paese da ricostruire. Ma il -18% del decennio 2005-2015 è una catastrofe senza precedenti.
Negli ultimi 64 anni le due annate più infauste per l’Ipi sono state il 2009 (-19%) e il 1975 (-9%). La terza ce l’ha regalata Monti (-6% nel 2012), riportando l’indice ai valori di 26 anni prima (ma questo i media ce l’hanno taciuto, vantando i successi delle “riforme”).
Da quando siamo nell’euro, un anno su due è stato in rosso (ci verrebbe un bel titolo, che nessun giornale ha mai scritto).
Le recessioni, naturalmente, ci sono sempre state: il problema è che oggi non ci sono le riprese.
Questo non è un caso: è il cambio rigido, che in caso di crisi costringe a tagliare i salari per recuperare competitività .
Rendere i lavoratori ricattabili col Jobs act facilita il compito.
Incassata questa “riforma” la Confindustria ricambia il favore al governo: i suoi economisti elogiano la riforma costituzionale, con uno studio sbriciolato da Massimiliano Tancioni sul “Menabò di etica ed economia” (cosa che la stampa allineata non credo vi abbia detto).
Quanto agli industriali, poverini, loro proprio non arrivano a capire che dipendenti sottopagati sono clienti col braccino corto: distruggere il mercato interno per inseguire quello estero non è una buona idea, e il fallimento di Renzi è tutto in questa frase (che lui non capirebbe, e che chi lo circonda, occupato a mettersi in salvo, non ha tempo di spiegargli).
I danni dell’euro sono ormai conclamati. L’ultimo rapporto sui mercati esteri del Fondo monetario internazionale, pubblicato il 27 luglio, è cristallino: a 17 anni dall’adozione, l’euro è ancora troppo forte di circa il 5% per Italia e Francia, e troppo debole di circa il 15% per la Germania (nessun giornale italiano ve l’ha detto, ma ai francesi ne ha parlato il Figaro).
Non a caso il 29 aprile il dipartimento del Tesoro americano ha messo la Germania nella lista dei manipolatori di valute (cosa che avete letto solo qui).
I nostri media, però, continuano tetragoni a ripeterci che ci siamo scelti degli ottimi compagni di strada (sarebbero quelli della Volkswagen, per capirci), e che se non ce la facciamo è colpa nostra.
Il grafico è eloquente: gli episodi di contrazione prolungata dell’Ipi sono tre, e coincidono con l’entrata nel Sistema Monetario Europeo (inizio degli anni ’80), con il suo irrigidimento (inizio degli anni ’90) e con l’entrata nell’euro (dal 1999).
È naturale che in un paese esportatore come il nostro l’eccessiva rigidità  del cambio porti con sè de-industrializzazione. Porta anche accresciuta mobilità  dei capitali, che fa molto comodo all’industria finanziaria. Insomma: alle banche.
Come dimostra Luigi Zingales sul blog dell’Università  di Chicago, queste controllano in vari modi i giornali, con l’unica eccezione del Fatto Quotidiano (ipse dixit).
Sarà  per questo che qui ogni tanto trovate notizie non allineate. Torno al punto: per scegliere bene i politici, gli elettori hanno bisogno di informazioni corrette, senza le quali la democrazia non funziona.
Se siamo nei guai, quindi, non è solo per colpa dei politici che ci siamo scelti noi (e che quindi ci meriteremmo), ma anche per colpa dei media che ci hanno scelto le banche (e che forse non ci meritiamo).
Non è insomma colpa loro se, bombardati dal messaggio che “va tutto bene”, gli italiani non riescono a scegliere politici che facciano anche i loro interessi, e non solo quelli della finanza internazionale.
Parafrasando Brecht: “Sventurata la democrazia che ha bisogno di blogger”.

Alberto Bagnai
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’ITALIA PRODUCE PIU’ ENERGIA DI QUANTA NE CONSUMI, MA CONTINUA A IMPORTARLA

Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile

IL PARADOSSO DI UN SURPLUS DI ELETTRICITA’ CHE NON RIESCE A VENDERE AI PARTNER… IN CALO LA PRODUZIONE DI RINNOVABILI DAL 43% AL 41,7% PER PIOGGE PIU’ SCARSE E MINORE RADIAZIONE SOLARE

Cala in Italia la produzione di energia da fonti rinnovabili, in controtendenza rispetto al resto d’Europa.
E sempre rispetto alle principali nazioni del continente, continuiamo a importare più elettricità  di quanta ne esportiamo, nonostante un eccesso di produzione che sarebbe disponibile per essere “venduta” e che invece rimane inutilizzata.
Sono i paradossi del sistema elettrico nazionale, così come emergono dai dati del primi semestre dell’anno, se confrontati con lo stesso periodo dell’anno scorso.
E se il calo delle rinnovabili, può essere almeno in parte imputato alle fonti idrolettriche, visto che nella prima parte del 2016 ci sono state precipitazioni inferiori alle medie, il secondo fenomeno è imputabile alla mancanza di un quadro completo di regole europee.
Paradosso export. In pratica, cosa succede?
L’Italia ha il parco di centrali a gas più efficente d’Europa. ma il calo della domanda (dovuta alla crisi economica), unita al successo delle rinnovabili comporta a un utilizzo ridotto degli impianti, che lavorano solo poche ore al giorno.
Abbiamo quindi, un quantità  di energia che saremmo in grado di produrre per l’esportazione nei paesi confinanti: soprattutto quando ci sono momento di “picco”, ovvero richiesta di energia superiore alla media.
Perchè in altre nazioni, come la Francia, la Svizzera, la Germania, la Slovenia dispongono di centrali nucleari che garantiscono l’equilibrio del sistema con un flusso di energia costante, ma che non sono “flessibili”, non sono in grado di aumentare la produzione quando ci sono rischieste improvvise.
Esattamente il contrario di quello che fanno le centrali a gas.
Invece, per mancanza di regole comuni tra le società  di trasmissione dell’elettricità  dei vari paese, tra le Borse elettriche e tra le autorità  di controllo, l’Italia è limitata nelle esportazioni. Ma continua a importarne più di tutti.
Lo si vede bene dal documento elaborato da Assoelettrica relativo ai dati del primo semestre.
“E’ una questione che ci trasciniamo da tempo – spiega il presidente di Assoelettrica Simone Mori – se facciamo un confronto tra l’Italia con i principali paesi Ue è evidente come tutti riescano a destinare una parte dell’energia prodotta all’esportazione mentre noi non ce la facciamo, anzia abbiamo un saldo negativo. In parte è dovuto al fatto che altri hanno energia nucleare che ha un prezzo di produzione più basso, ma un parte è dovuto al fatto che la Ue a parole vuole accelerare la creazione di un mercato unico dell’energia ma, nei fatti, l’insieme delle regole da armonizzare tarda ad essere approvata”.
Frenata rinnovabili.
Tra gennaio e giugno del 2016, la produzione complessiva di elettricità  fa fonti rinnovabili è scesa – rispetto alla produzione conplessiva – dal 43% dello stesso periodo di un anno fa. al 41,7%.
Mentre la produzione da fonte rinnovabile è salita dal 57 al 58,3%. Il che è dovuto in particolare alle minori piogge che hanno ridotto la capcità  degli invasi delle dighe.
In calo anche la produzione da fotovoltaico, perchè nei primi sei mesi dell’anno cì’è stata una minore radiazione solare, mentre è salita la produzione da eolico. Complessivamente il peso degli incentivi sulla bolletta è stato di 6,6 miliardi.

Luca Pagni
(da “La Repubblica”)

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DELIRIO TRUMP: “OBAMA E’ IL FONDATORE DELL’ISIS”, I REPUBBLICANI NON LO SOPPORTANO PIU’

Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile

IN DIFFICOLTA’ NEI SONDAGGI, IL TYCOON CONTINUA A SPARARE FRASI DA RICOVERO

Alza ancora il tiro, Donald Trump. Dopo le infelici frasi sul popolo delle armi chiamato a fermare Hillary Clinton – avversaria democratica nella corsa alla Casa Bianca – nell’ultimo comizio se l’è presa con il presidente in carica.
“Barack Obama è il fondatore dello Stato islamico”, ha detto parlando in Florida, a Fort Lauderdale. Ripetendo l’accusa per ben tre volte.
Trump attacca anche Hillary Clinton. “E’ la cofondatrice dell’Is”. Il tycoon accusa Obama e Hillary di aver perseguito politiche che hanno creato un vuoto in Iraq, vuoto riempito dallo Stato islamico.
Insomma, il candidato repubblicano – in difficoltà  nei sondaggi – prova a recuperare alzando i toni.
Ma la strategia non sembra pagare, nemmeno nella base elettorale del partito.
ll 19% degli elettori repubblicani registrati vorrebbe che Donald Trump fosse escluso dalla corsa per le presidenziali statunitensi di novembre.
Lo ha rivelato un sondaggio Reuters/Ipsos.
Tra tutti gli elettori registrati, il 44% vorrebbe che Trump fosse escluso dalla corsa.

(da agenzie)

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AL PARTIGIANO RESPONSABILE DELL’ECCIDIO DI SCHIO REVOCATA LA MEDAGLIA: MEGLIO TARDI CHE MAI

Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile

BORTOLOSO E’ UN CRIMINALE CHE UCCISE 54 PERSONE NEL CARCERE VICENTINO… CONDANNATO A MORTE,   POI ALL’ERGASTOLO, ALLA FINE HA SCONTATO SOLO 10 ANNI DI GALERA

Contrordine, compagni partigiani.
La medaglia della Liberazione, consegnata in pompa magna davanti al prefetto di Vicenza neppure due mesi fa, è stata revocata dal Ministero della Difesa.
A uno di loro è stata annullata l’onorificenza che aveva premiato 84 ex combattenti della libertà  ed ex internati.
Valentino Bortoloso detto “Teppa”, che oggi ha 93 anni, è infatti uno degli autori dell’eccidio di Schio, che nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, pochi mesi dopo il 25 aprile, fu compiuto da un manipolo di partigiani all’interno delle carceri della città  all’epoca famosa per l’industria tessile. Al calar della sera entrò in azione un commando che cominciò a sparare contro i detenuti.
Tra di loro c’erano molti fascisti, ma anche reclusi per reati comuni, che nulla avevano a che vedere con il regime, e numerose donne.
I morti furono 54, per un episodio avvenuto quando la guerra era ormai finita, una specie di regolamento di conti con il passato a pochi giorni di distanza dal ritorno di uno scledense da Mathausen.
Più di settant’anni dopo, l’unico sopravvissuto di quel gruppo, un partigiano comunista, “Teppa” era stato insignito dell’onorificenza. Il che non poteva che suscitare polemiche.
Infatti, la medaglia della Ministero della Difesa gli era stata appuntata al petto dal prefetto Eugenio Soldà  a metà  giugno, sulla base degli elenchi che erano stati preparati dalle associazioni partigiane. Evidentemente nessuno aveva fatto verifiche, limitandosi a prendere per buoni i nominativi inseriti. E così anche “Teppa” aveva ricevuto la lettera con cui gli veniva annunciata data e luogo della cerimonia. Lui si era presentato, assieme agli altri partigiani indicati dall’Anpi.
Ma la notizia non era passata inosservata.
Tante le polemiche non solo a Schio dove vivono figli e nipoti di molte delle vittime dell’eccidio. Il sindaco Valter Orsi aveva fatto votare dalla giunta comunale una delibera con cui veniva chiesto al prefetto di attivarsi affinchè il Ministero della Difesa facesse un passo indietro, sostenendo che una cosa sono i valori della Resistenza, altra cosa i crimini commessi con la divisa partigiana addosso.
Dalla sede del ministero, in via XX settembre a Roma, è partita pochi giorni fa una lettera con la “revoca” dell’onorificenza. Il nome di “Teppa” viene depennato dalla lista degli insigniti. Adesso toccherà  al prefetto provvedere a farsi riconsegnare la medaglia.
Da parte sua, Bortoloso rimane in silenzio così come ha ha fatto in questi anni dopo aver terminato di scontare la pena.
Ne aveva venti quando entrò a far parte della brigata garibaldina “Martiri Valleogra” dove maturò la decisione di un’esecuzione di massa.
Secondo la ricostruzione effettuata prima dai pubblici ministeri alleati, quindi anche dalle autorità  giudiziarie italiane, a dirigere il commando, oltre a lui, c’era Igino Piva, detto “Romero”. “Teppa” venne condannato a morte, pena convertita nell’ergastolo.
Nel 1955, dopo dieci anni di reclusione, beneficiò dell’amnistia e tornò in libertà .

Giuseppe Pietrobelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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