Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile
OLTRE MILLE PERSONE CON AMNESTY INTERNATIONAL IN PIAZZA A TRIESTE… E LA DESTRA NON CAPISCE CHE MOLTI ERANO SUOI ELETTORI
Sono le 18.47 quando da Piazza Unità , fredda e sferzata dal vento, si alza un grido: “Vergogna, vergogna, vergogna”.
Cinquecento volti con gli occhi puntati suòòa facciata del Municipio. Mano a mano che passano i minuti, si uniscono tanti altri cittadini, al di là delle appartenenze politiche, la Questura stimerà in almeno mille i partecipanti, una cifra non prevista. Volti fissi su quel balcone dove qualche giorno fa il sindaco e l’assessore alla Cultura avevano tentato goffamente di rimuovere lo striscione dedicato alla memoria di Giulio Regeni, immagini che hanno fatto il giro del web.
Trieste ieri sera ha fatto sentire il proprio sdegno contro un’operazione che rifiuta con fermezza e che ha generato parecchi malumori anche tra gli elettori del centrodestra. Tanti giovani intabarrati in sciarpe di lana e giubbotti, chi con una spillina o un fiocchetto, chi con un semplice foglio di carta “Verità per Giulio”.
Mai la giunta di centrodestra è apparsa così lontana dal suo popolo: “vergogna, vergogna, vergogna” il grido ritmano che sale dalla piazza.
Don Mario Vatta stigmatizza: “il sindaco ha sbagliato, il municipio non è casa sua, lui dovrebbe essere al servizio dei cittadini”.
Pietro frequenta il Petrarca, la scuola che ha accolto anche Regeni: “Lo striscione era un atto di solidarietà alla famiglia e il sindaco ha detto che si è tolto un dente cariato, ma ci rendiamo conto?”.
Non ci sono bandiere, si partecipa a titolo personale, l’unico colore concesso è il giallo.
C’è una mamma con la sua bimba che tocca un tasto triste: “Il sindaco è una persona solitamente vicino alle persone semplici, come ha potuto fare una cosa del genere? Come ha fatto la destra a ridursi così?”
Poi il minuto di silenzio e il lungo, interminabile applauso.
Giulio vive nella memoria, nonostante gli imbecilli.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile
“IL SINDACO HA CAUSATO UN DANNO DI IMMAGINE ALLA CITTA’ DI TRIESTE”
“Sono contento che quello striscione sia ritornato visibile in piazza Unità , mi sembrava uno scandalo che
fosse stato rimosso”.
Lo scrittore triestino Mauro Covacich ha seguito la vicenda da lontano, ma non ha dubbi nel prendere le parti di chi l’appello alla verità per Giulio Regeni l’ha reso nuovamente visibile anzichè di chi, per evitare il rischio di “assuefazione”, aveva preferito ritirarlo.
Un’azione, quest’ultima, che non ha fatto certo il bene della città .
Chei idea si è fatto?
E’ uno scandalo che non si conosca che cosa è davvero successo a un ragazzo che stava cercando la sua strada con i mezzi della ricerca e della conoscenza. Un ragazzo barbaramente ucciso di cui non possiamo smettere di parlare.
La maggioranza di centrodestra in Comune ha invece scelto di cancellare lo striscione…
Mi sono stupito di un comportamento di una giunta solitamnete sensibile ai temi nazionali. Un atteggiamento di superficialità che va contro la legittima richiesta di conoscere come sono andate realmente le cose.
C’è chi dice che di striscioni se ne potrebbero appendere tantissimi altri, per diverse vittime del nostro Paese…
Mi pare un pretesto per gustificare una decisione sbagliata. Ora si tratta di tenere viva l’attenzione su Regeni. Per due ragioni: una strettamente giudiziaria e morale, dato che un italiano è morto in modo atroce, l’altra è diplomatica, che l’Egitto continui a far finta di nulla, che non renda nota la complicità dello Stato nella vicenda non è atto che puo’ passare sotto silenzio
Lo striscione ritirato la creato un danno d’immagine alla città ?
Il sindaco non ha fatto certo una bella figura. Putroppo ci è abituato
(da “il Piccolo“)
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Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile
I NO PROMESSI AI TORINESI SI SCONTRANO CON LA REALTA’ DI UNA CITTA’ IN CRISI E SI PASSA A LABORIOSE MEDIAZIONI… POCHI RISULTATI MA DIALOGA CON TUTTI ED EVITA DI ESPORSI
A guardarla da lontano la Torino a 5 stelle, nata con la vittoria di Chiara Appendino, sembra vivere su
un altro pianeta rispetto al caos, alle polemiche, alle lotte tra correnti, ai veti incrociati che in queste settimane attanagliano la Roma pentastellata guidata da Virginia Raggi.
All’ombra della Mole non esistono le Taverne, o le Lombardi, senatrice la prima, deputata l’altra, potenti e influenti rappresentati romane del Movimento.
Nella Torino di Chiara Appendino i nomi per la Giunta sono stati fatti addirittura durante le campagna elettorale.
“Dovete fare squadra, come a Torino. Vedetevi di più, incontratevi, fate feste”. Ama ripetere Beppe Grillo ai romani litigiosi.
Qualcuno nel mondo grillino si è addirittura spinto oltre, coniando la definizione di “modello Torino”. A oltre 100 giorni dalla cacciata del Pd, però, nella nuova Torino comincia ad aleggiare il sospetto che dietro tutta questa concordia si nasconda un certo immobilismo.
Fino ad ora la decisione più significativa riguarda il piano da 18 milioni per scuole, strade e periferie. “Sono passati tre mesi dal voto – spiega Oscar Serra, giornalista dello Spiffero, sito on line che molto bene segue i fatti politici piemontesi — e per ora poco è stato fatto. Tanta inerzia e pochi fatti veri”.
Eppure la partenza sembrava di tutt’altro tono: la richiesta di dimissioni di Francesco Profumo dalla presidenza della Compagnia di Sanpaolo, simbolo dei poteri da tempo consolidatisi in città e prima azionista di Intesa San Paolo, aveva dato la sensazione che la rivoluzione fosse davvero cominciata. A distanza di quasi tre mesi restano le parole: a oggi il “diavolo” siede ancora al suo posto.
Il Sindaco ha così da subito fatto i conti con la realtà dei fatti.
A partire dalla Tav, la linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino a Lione, tema tra i dibattuti durante la campagna elettorale.
Il No alla grande opera era sempre stato chiaro e netto. Un No senza se e ma che nelle settimane successive alla vittoria si è trasformato in No con rassegnazione.
“Un sindaco — aveva detto – non può bloccare la Tav, quello che farò è portare al tavolo le ragioni del No”.
A questo poi si sono aggiunte le prime crepe nei rapporti tra il Movimento e il movimentismo che da tempo si batte contro l’alta velocità in Val Susa.
Un episodio ha fatto molto rumore: è il 18 luglio e il Presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci, convinto No Tav, dichiara solidarietà alle forze dell’ordine di Chiomonte per gli scontri avvenuti al cantiere della Maddalena. Una posizione che non è piaciuta a molti No Tav. Da quel momento l’argomento è diventato tabù, nessuno tra i 5 stelle di governo ne parla più. Tutto finisce nel dimenticatoio. Mentre i lavori vanno avanti.
Nei primi mesi a 5 stelle ci sono così i No che si scontrano con la realtà e i No che, nel silenzio generale, diventano dei quasi Sì. Su due temi tanto cari al Movimento, acqua pubblica e infrastrutture, il cambio verso è nei fatti.
Il progetto della nuova amministrazione, scritto nel programma di governo, era la trasformazione della Smat, la società che gestisce le acque torinesi, in un’azienda di diritto pubblico partecipata dai cittadini.
In sostanza la volontà era svuotarla dalle logiche privatistiche di una società per azioni, per trasformarla in qualcosa d’altro. Il risultato, per ora, è che la gestione delle acque, con una mozione è stata riaffidata a Smat, con le stesse identiche caratteristiche del passato.
Sul capitolo infrastrutture il cambio di passo è ancor più evidente.
Il nodo in questione è la costruzione della linea 2 della metropolitana che dovrebbe unire la città da nord a sud. In campagna elettorale le parole del neo assessore ai trasporti Montanari erano state chiare: “La linea 2 è soltanto un bluff: meglio ripensarla”.
Toni da campagna elettorale appunto, perchè poi una volta al governo della città la realtà racconta che il sindaco nelle prossime settimane procederà all’apertura delle buste per gli appalti e la progettazione dei lavori per cui da Roma sono già stati stanziati 10 milioni di euro.
Quando non è retromarcia allora può diventare frenata.
Com’è successo per la città della Salute, il grande polo ospedaliero sul quale il ministero della Salute aveva già previsto uno stanziamento di 250 milioni di euro: prima il no in campagna elettorale, poi il ni dopo le polemiche con il governo e in particolare il ministro Boschi fino al definitivo sì dopo un incontro chiarificatore con la Regione e con il presidente Sergio Chiamparino che con Appendino coltiva un rapporto, ricambiato, di dialogo e stima.
Unione di intenti che si era già vista nella gestione della crisi sul Salone del Libro.
A fine giugno l’associazione degli editori saluta e se ne va, scegliendo Milano come nuova location. Appendino resta con il cerino in mano e trova nel “Chiampa” la spalla ideale per battere i pugni con governo ed editori e non perdere del tutto un appuntamento culturale cruciale per la città .
Chiamparino, Appendino. Un tandem per cui è già stato coniato un nome, Chiappendino, e che secondo molti rappresenterebbe già un vero e proprio asse tra sindaco presente e sindaco passato che poco piace ai puristi del Movimento i quali vorrebbero maggiore intransigenza nei confronti di chi, come Chiamparino appunto, ha rappresentato il potere sabaudo negli ultimi 20 anni.
Il neo sindaco su questo ha voluto imprimere un cambio di passo rispetto all’archetipo grillino.
Come? Riponendo l’ascia delle polemiche e degli attacchi dei tempi in cui faceva opposizione per far spazio all’arte della mediazione nella sua nuova veste di primo cittadino.
E non solo con la Regione guidata dal “Chiampa” ma anche con il Governo, conscia di come i buoni rapporti con Renzi possano aiutarla ad ottenere i soldi necessari per finanziare i progetti di rilancio della città promessi in campagna elettorale.
Per capire il cambio di passo basta rileggere le parole concilianti e dialoganti dopo il primo faccia a faccia con Renzi: “L’incontro con il premier? E’ andato bene, abbiamo parlato del patto per Torino”.
Tra alti e bassi, No, Ni e Sì, mediazioni e patti c’è un filo rosso che lega questi primi mesi di amministrazione: il silenzio.
Apparizioni pubbliche selezionate, una sola conferenza stampa in 100 giorni, interviste a giornali e tv ridotte all’osso, forfait a dibattiti e feste.
Il sindaco ha deciso di affidarsi alla comunicazione diretta, senza intermediazioni: ha lanciato il “Parliamoci Tour” per dialogare direttamente con i cittadini, ha deciso di riaprire (lo aveva fatto Chiamparino) due volte al mese la sede del Comune per ascoltare le istanze dei torinesi.
Attivissima sui social, dalle vetrine di Twitter e Facebook mostra la città che cambia. In un sondaggio pubblicato da La Stampa un torinese su due si dice soddisfatto dell’operato del neo sindaco.
Per non disperdere tutto questo credito Appendino dovrà affrontare la sfida più grande: bilanciare le promesse fatte con la possibilità concreta di realizzarle.
Farlo, guidando un Comune con un debito da 2,8 miliardi di euro sul quale la magistratura ha acceso un faro, non sarà impresa facile.
Vista più da vicino Torino non sembra poi così tanto lontana da Roma.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI ODERZO HA APPLICATO LA LEGGE, SE IL SEGR. PROV VUOLE ESPELLERLO CAMBI LO STATUTO E INDICHI CHE BISOGNA NON APPLICARE LE LEGGI DELLO STATO ITALIANO, COSI’ FINISCE IN GALERA E SI TOGLIE DALLE PALLE
Aria di epurazioni in casa leghista a Oderzo, in provincia di Treviso, dopo che il sindaco, Maria Scardellato, eletto a giugno nelle fila del Carroccio, ha firmato di suo pugno il documento che unisce in matrimonio due uomini, Pasquale e Andrea, compagni da 11 anni.
“Discuteremo nei prossimi giorni il provvedimento che prenderemo nei suoi confronti – annuncia il segretario provinciale della Lega Nord Dimitri Coin.
“Di certo – aggiunge – non possiamo permettere che uno dei nostri sindaci esca così sfacciatamente dalla linea politica che abbiamo. Siamo stanchi di persone che dopo essere state elette da noi vanno poi a sostenere le tesi della sinistra”.
Dalle pagine del Corriere del Veneto il sindaco, 56 anni, si difende: “Non ho fatto nulla di male, non ha a che fare con il partito e la politica. Io sono sempre stata coerente. E’ un contratto previsto per legge. Sono contraria alle adozioni delle coppie omosessuali e lo dico con convinzione, ma da sindaco ho applicato la legge”.
Il segretario provinciale farebbe bene a indicare quale articolo dello Statuto preveda l’espulsione di un sindaco che applichi una legge dello Stato (quello italiano, non quella della Padagna del magna magna).
Dato che non esiste un articolo del genere, anche perchè sarebbe un illecito penale, non può esplellere nessuno, neanche sua sorella, se non con un atto arbitrario che sarà revocato da un qualsiasi tribunale.
Attaccatevi al tram e appplicate la legge, altrimenti comuni commissariati senza tante palle, come per i mafiosi.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile
PRESENTATO IL DECRETO DEL GOVERNO
Risarcimento integrale per le case degli edifici colpiti, prestito d’onore per il riavvio delle attività
produttive, cassa integrazione in deroga per i lavoratori di imprese coinvolte nel sisma, rinvio di imposte e tasse per singoli e imprese in grado di documentare che l’impossibilità del pagamento è strettamente connessa al terremoto. Sono alcune delle misure previste nel decreto contenente gli interventi urgenti per le zone colpite dal terremoto, approvato questa mattina dal Consiglio dei Ministri.
Il provvedimento – composto di 53 articoli -, sostiene il governo, “fissa i capisaldi di tutti gli interventi necessari alla ricostruzione e al sostegno alla ripresa economica” con l’obiettivo di essere “per quanto possibile, esaustivo”.
Il decreto fissa anche la governance della ricostruzione: il Commissario Errani sarà affiancato da 4 vicecommissari, i presidenti di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, e da quattro uffici speciali per la ricostruzione, uno per ogni regione.
Per assicurare legalità e trasparenza in tutte le fasi della ricostruzione, sottolinea il comunicato di palazzo Chigi, il decreto prevede, oltre alla supervisione dell’Anac, una centrale unica di committenza, un albo delle imprese e uno dei professionisti, oltre a garantire dati costantemente aggiornati.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile
OSTUNI: IL TRENTENNE DEL GHANA, TITOLARE DI UN NEGOZIO DI TELEFONIA, ATTIRATO IN UNA TRAPPOLA
Preso a bastonate e ridotto in fin di vita per aver pubblicato un post su Facebook in cui rivendicava un credito.
Vittima della spedizione punitiva da parte di due fratelli è stato un uomo originario del Ghana di 30 anni, da tempo residente a Ostuni dove è titolare di un negozio di telefonia.
A quanto pare gli aggressori si sarebbero sentiti offesi dal post in cui il migrante parlava di un debito mai saldato da parte di uno dei due fratelli.
Entrambi sono finiti in carcere con l’accusa di lesioni personali pluriaggravate.
È l’ipotesi di reato formulata dal pubblico ministero Milto De Nozza a carico di Oronzo e Giovanni Iaia, rispettivamente di 32 anni e 27 anni.
L’aggressione è avvenuta in pieno centro, nei pressi dei bagni pubblici che si trovano di fianco all’ufficio postale centrale di Ostuni.
È qui che uno dei due fratelli aveva dato appuntamento al 30enne promettendogli che avrebbe saldato il debito.
Arrivato a destinazione l’uomo è stato aggredito alle spalle e ripetutamente colpito con un bastone. È stato un passante a chiamare il commissariato di polizia, dove avere tentato invano di fermare l’accesso di violenza da parte dei due.
Quando i poliziotti sono arrivati sul posto hanno trovato il 30enne per terra: naso e viso coperti di sangue.
Trasferito immediatamente in ospedale l’uomo è stato medicato e curato delle ferite giudicate guaribili in trenta giorni.
Dopo avere ascoltato la vittima gli inquirenti hanno rintracciato i presunti aggressori.
I due fratelli sono entrambi impiegati nella guida dei calessini che portano i turisti in visita nel centro storico della Città bianca: nel mezzo guidato da uno dei due i due fratelli i poliziotti hanno trovato il bastone ancora sporco di sangue.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile
LA RIMOZIONE DELLO STRISCIONE “VERITA’ PER GIULIO” E’ ATTO ROZZO E ABOMINEVOLE
La vicenda di Giulio Regeni l’ho seguita in modo piuttosto discontinuo ma sufficiente per capire
abbastanza presto cos’era accaduto e come era accaduto.
Poi, progressivamente, me ne sono allontanato, evitando di approfondire i termini, i dettagli, gli sviluppi e le corresponsabilità .
L’ho fatto perchè l’immagine di quel giovane “prima” e l’immagine del suo corpo come emergeva dai dettagli dell’autopsia, mi erano insopportabili e ciò per un motivo non certo nobile, ma squisitamente egoistico: nel travaglio di quel corpo proiettavo il corpo di mio figlio
Forse è improprio parlarne, ma credo che si tratti di un meccanismo di identificazione a cui credo molti, moltissimi genitori non riescono a sottrarsi.
Nel corpo dell’altro, nella sua giovinezza, nella sua asciuttezza, nella sua intuibile reattività e nella bellezza che ne scaturisce, leggiamo la presenza dei nostri figli… e il tormento in cui precipita quel povero involucro è l’ombra terribile che per un istante si addensa su di loro, ed è la nostra pena.
Questa è materia, credo, che non ha nulla a che fare con la politica. È materia senza tempo e seppure strettamente legata agli accadimenti storici, li anticipa e ci riporta agli interrogativi che nessuna storia e nessuna politica possono sciogliere: perchè l’amore? perchè la perdita? perchè l’irragionevolezza del destino?
Dopo, solo dopo viene la politica e la storia di Regeni mette in luce un interrogativo che certo è appartenuto a tutte le epoche e a tutta la storia, ma che di questi tempi – tempi in cui non è consentito a nessuno, nemmeno ai più potenti di tenere qualcosa segreto – assume una drammaticità particolare.
Per una serie vasta di motivi (l’Egitto è una importantissima voce del nostro export, l’Egitto svolge una funzione di contenimento dello Stato islamico in Medio Oriente in particolare in relazione alla Libia, l’Egitto stesso è un enorme serbatoio di potenziali migranti, e così via) noi non siamo in grado di rompere le relazioni con il governo di quel Paese.
Lo sa il presidente del Consiglio, lo sanno i parlamentari di tutti i partiti, lo sa la grande maggioranza degli italiani.
È il principio di realtà e venir meno a esso comporta conseguenze che nessuno è veramente pronto a pagare.
Al tempo stesso noi tutti – governanti e mondo politico nella sua interezza, gente comune – sappiamo che esiste un elementare senso di giustizia che nasce dalla riaffermazione del “diritto”.
Questa riaffermazione porta con sè un bisogno di verità che è ineludibile. Se rinunciamo a ciò progressivamente viene meno tutto ciò che ci tiene assieme, tutto ciò che raccontiamo di noi, di ciò che abbiamo costruito e di ciò che siamo, ciò di cui ci riempiamo la bocca: i valori.
In altre parole: sappiamo come vanno le cose, ma dobbiamo credere che possano andare diversamente e dobbiamo esigerlo (nel caso dal governo Egiziano).
Dobbiamo chiedere “verita”.
E qui si afferma un terzo piano, che a mio avviso, si slega nuovamente dalla “storia” e va incontro a un terreno assai più antico e credo condiviso.
Lo striscione rimosso da Roberto Dipiazza e dai suoi, non chiedeva “Verità su…”, chiedeva “Verità PER Giulio Regeni”.
Per lui, per la memoria di quel ragazzo, perchè le memorie vanno tenute vive, finchè non sono “placate”. Perchè la madre e il padre di Giulio possano dirgli: abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per te! Non servono riferimenti letterari, e non serve aver fatto il liceo. Credo che ci siamo capiti.
Gli uomini che hanno fatto togliere quello striscione, in un colpo solo sono venuti meno a tutto.
Al riconoscimento della tragedia, al dovere di esigere verità , al dovere della memoria. Oh, le amano le “memorie” eccome, ma quelle congelate nel marmo che offrono certezze e non interrogativi, non quelle vive che – fra le tante cose – ci ricordano che tutti andremo a “finire”.
Non c’entra la politica, c’entra piuttosto una povertà di cuore, una esibita rozzezza e una profondissima miscredenza.
È gente che non crede a nulla.
Roberto Weber
(da “il Piccolo”)
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Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
LE LISTE DEL CENTROSINISTRA RISULTANO LE PIU’ VOTATE ANCHE A TORINO E SARANNO DECISIVE A ROMA E NAPOLI
Virginia Raggi e Chiara Appendino a Roma e Torino, ma anche Luigi De Magistris a Napoli non avranno
la maggioranza in Consiglio metropolitano.
Soltanto Beppe Sala a Milano e Virginio Merola a Bologna potranno contare sulle proprie forze per governare i nuovi enti locali voluti dalla Legge Delrio.
La tornata di elezioni delle città metropolitane che lo scorso giugno hanno cambiato amministrazione consegna un risultato positivo soprattutto per il Partito Democratico: le liste del centrosinistra confermano la maggioranza a Milano e Bologna, ma risultano le più votate anche a Torino, e saranno decisive a Roma e Napoli.
Qui, invece, i numeri in Consiglio metropolitano saranno diversi da quelli in Comune.
ROMA: “ANATRA ZOPPA” PER LA RAGGI
In base a quanto previsto dalla Legge Delrio, ieri Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna erano chiamate ad eleggere gli organi delle rispettive Città metropolitane, la cui presidenza spetta di diritto al sindaco del capoluogo.
Un’elezione indiretta, visto che a votare non erano i cittadini ma gli stessi consiglieri e sindaci nominati alle ultime amministrative.
E sicuramente i criteri di voto non hanno premiato il Movimento 5 stelle nella Capitale, dove lo scorso giugno aveva vinto al ballottaggio con un consenso molto ampio, ma non potrà contare sulla maggioranza in Consiglio metropolitano.
A Roma il M5s ha guadagnato 9 seggi, un dato di poco inferiore anche alle previsioni che le assegnavano 10 consiglieri.
Infatti Lorenza Bonaccorsi, deputata e presidente del Pd Lazio, parla di “sonora sconfitta del M5s”, e Stefano Pedica di “effetto Raggi sulle elezioni”.
Ma Marcello De Vito, già presidente d’assemblea in Campidoglio ed eletto anche in Consiglio, ribatte che “il Movimento entra con 9 consiglieri dai 2 precedenti”.
Sul risultato ha influito la scarsa affluenza alle urne, mentre il centrosinistra (unito sotto la lista “Le città della metropoli”) è riuscito a mobilitare il 94% dei propri consiglieri e conquistare 8 seggi, solo uno in meno del Movimento 5 stelle.
Sette posti vanno anche a “Territorio protagonista”, la coalizione di centrodestra con Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi con Salvini.
Una difficoltà in più, quindi, per Virginia Raggi, che almeno in Consiglio metropolitano dovrà scendere a compromessi con l’opposizione. “Governeremo, governeremo sui temi”, ha dichiarato la sindaca.
TORINO: APPENDINO SOTTO AL PD
Stessa situazione, con numeri anche inferiori, per Chiara Appendino a Torino, dove il Movimento 5 Stelle non è neanche la prima lista in Consiglio, visto che “Città di città ”, la coalizione di centrosinistra guidata dal Pd, conquista 8 posti, uno in più del M5s.
I consiglieri eletti del Movimento possono comunque esultare per “essere passati dai 2 seggi della precedente amministrazione ai 7 attuali: ci assumeremo la responsabilità di governare, individuando come priorità il funzionamento di un ente penalizzato da una legge che non garantisce la rappresentanza diretta e da un quadro finanziario che non consente una certezza di risorse per erogare i servizi essenziali”, spiegano in una nota congiunta.
Gli altri tre posti vanno alla lista di centrodestra “Civica per il territorio”.
Situazione simile anche a Napoli per Luigi De Magistris, che con la sua lista indipendente ha conquistato 9 seggi: seguono il Pd con 7, Forza Italia con 5, e un posto a testa per M5s, Napoli Popolare e Noi Sud.
Anche qui il primo cittadino guadagna quattro posti rispetto alla precedente tornata (a scapito di centrosinistra e centrodestra), ma non potrà contare sulla maggioranza come accade in Comune.
MILANO E BOLOGNA: VINCE IL CENTROSINISTRA
Soltanto Beppe Sala a Milano e Virginio Merola a Bologna saranno “autosufficienti” in Consiglio metropolitano: qui infatti il Pd, associato in una lista di centrosinistra come in Lombardia o da solo come in Emilia, porta a casa rispettivamente 14 e 13 seggi, che valgono in entrambi i casi la maggioranza (ancora più larga a Bologna, dove i consiglieri sono solo 18 e non 24).
Un risultato che secondo Sinistra e Libertà “conferma la buona salute del centrosinistra milanese e la volontà di proseguire in questa esperienza”.
Le prossime città chiamate al voto saranno Cagliari il 23 ottobre, e Catania, Palermo e Messina a novembre.
Lorenzo Vendemiale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
CUPERLO: “ACCORDO PRIMA, SE VOTO NO PER COERENZA MI DIMETTO DA DEPUTATO”
In cauda, venenum. Ovvero la finta apertura sulla legge elettorale: “Il Pd è pronto a fare una discussione seria. Ovviamente non possiamo farla durante la campagna referendaria, ma non c’è dubbio che possiamo iscrivere all’ordine del giorno della commissione la discussione nel merito fin dalle settimane successive al referendum. La delegazione è composta dal vicesegretario, i due capigruppo, il presidente e un’esponente della minoranza”.
Alle sei di pomeriggio la separazione tra Renzi e la minoranza, consumata sui giornali, viene, diciamo così, formalizzata in direzione.
Perchè promettere una commissione che discuta di legge elettorale dopo il voto sul referendum significa non “aprire” una trattativa vera.
In parecchi, in una pausa della direzione, ricordano che quando il premier la volle aprire davvero incontrò in fretta personalmente tutti i partiti, poi ci mise la fiducia. Così se parla dopo il referendum, quando cambierà il mondo.
E se vince il no è materia del prossimo governo. Insomma, il discorso di Renzi serve a lasciare politicamente le cose come stanno e — questo il vero obiettivo – a scaricare “mediaticamente” sulla sinistra l’immagine di chi “vuole far saltare tutto”.
Non a cercare l’unità , la mediazione, il punto d’incontro: “Per tenere unito il Pd — dice in uno dei passaggi più significativi — non possiamo bloccare il paese”.
Tutto il discorso è un attacco, duro e provocatorio, verso la minoranza, sin dalla prima frase: “Questa è la direzione numero 31 dal gennaio 2014, abbiamo scelto democrazia interna e non caminetti tra i big o presunti tali. Gli impegni con gli iscritti valgono più dei mal di pancia dei leader, noi parliamo qui”.
Poche battute, in giacca e cravatta — non scamiciato come al solito in direzione – il body language del premier è rigido, proprio di chi sente un ruolo messo in discussione.
Ogni argomento è buono per criticare quel pezzo del suo partito, nei cui confronti l’insofferenza è ormai antropologica.
Ecco quando parla di immigrazione “Avessimo dedicato ai risultati sull’immigrazione un decimo dei tweet che dedichiamo alla nostra discussione interna, questo partito sarebbe più orgoglioso e più ricco”.
Poi il passaggio sull’economia: “Ridicole le polemiche su stime Pil e governo”. E ancora: “Si è aperto un dibattito sui bonus, di cui qualcuno si vergogna e non ricorda i malus degli anni scorsi su legge finanziaria”.
L’elenco è lunghissimo: “Sulle banche sono pronto con un dibattito all’americana sulla storia degli ultimi venti anni e sugli interventi del governo per cambiare le cose sbagliate”, “le polemiche che si sentono se voli a bassa quota”.
In ultimo, la legge elettorale, “l’alibi” — così lo chiama — che vuole togliere: “Noi vogliamo smontare tutti gli alibi. Ci è stato detto “aprite sulla legge”, noi apriamo e loro “chiedete scusa per la fiducia”. Siamo alle allucinazioni”.
Dunque l’idea di una commissione, dopo il referendum. E, sempre per stanare la minoranza, aprire il confronto sulla proposta Fornaro per l’elezione dei senatori.
Insomma, una finta apertura che rivela disvela la profonda separazione tra i due Pd.
Il premier, ormai, pensa che legge elettorale e riforme non c’entrano nulla nel merito, ma che l’obiettivo di Bersani e D’Alema sia: o far vincere il no e riprendersi il partito; oppure se vince il sì preparare una scissione.
In un clima da resa dei conti dalle parti della minoranza si dà una lettura uguale e contraria: “Non ha mai voluto aprire una trattativa serie sulla legge elettorale sennò invece di fare chiacchiere l’avrebbe presentata in Parlamento. E lì aperto il confronto”. In direzione parlano in pochi.
Tra i due Pd l’incomunicabilità è totale
“Vedi Matteo, hai sbagliato a paralizzare l’Italia sul referendum. Se lo perdi ma anche se vinci, perchè camminerai sulle macerie del centrosinistra e andrai alla testa di un paese diviso”. Gianni Cuperlo scarica le conseguenze drammatiche anche su di sè. Alla fine della riunione la Direzione Pd ha approvato la relazione del segretario Matteo Renzi all’unanimità ma senza il voto degli esponenti della minoranza.
“Senza accordo sulla legge elettorale prima del voto, mi spingerai a votare no al referendum e il giorno dopo io presenterò le dimissioni da deputato”.
Parole pesanti, quelle di Cuperlo, che replicano alla “apertura” fatta dal segretario sulla legge elettorale.
Cuperlo apprezza la disponibilità ad adottare il testo per l’elezione diretta dei senatori ma il passo fatto sull’Italicum è ancora troppo piccolo. I tempi sono dirimenti. Insomma se “le parole non diventano azione” tutto precipita.
Da Cuperlo tono pacato come sempre ma senza infingimenti specie su due rimproveri. Di metodo contro Matteo Orfini, reo di arroganza non per il carattere ma per il suo ruolo: “Il presidente del partito nel giorno dell’assoluzione di Ignazio Marino avrebbe dovuto mostrare solidarietà e vicinanza, non scrivere su Twitter che era stato cacciato per incapacità ”. Questione di stile.
La seconda critica è per l’accusa imbracciata dal segretario verso la minoranza dell’alibi della legge elettorale. “Vedi Matteo, nessuno pretende l’abiura dell’Italicum ma il Pd deve avere una sua proposta e il cambio non è un alibi da spazzare ma una convinzione”
Quell’incrocio tra iper maggioritario e sistema monocamerale non può funzionare – avverte il leader della sinistra – serve maggiore cautela anche per le convinzioni, l’alibi è di chi cerca di farla franca”.
L’aria è pesante, gli interventi di Zampa e Boccia a cercare in tutti modi di evitare la frattura non allontanano la parola che tutti vorrebbero evitare e proteggere quel filo che non può esser spezzato che porta alla strada della scissione.
Perciò spetta al segretario “farsi carico di evitarlo e fare tutto il possibile per tenere unito il partito su una riforma che deve essere di tutti”.
Appelli di Gentiloni e Orlando leader dei giovani turchi che insiste nella correzione dell’Italicum ma anche sul Sì, perchè se vince il No “la vittoria se la intesteranno certamente i populisti”.
Il contentino del “comitato di studio” con la presenza della minoranza, non piace a Roberto Speranza per cui è una “proposta insufficiente” ma che al contrario di Cuperlo chiede che “il giorno dopo il voto, il partito resti unito”.
Avvertenza a margine: “Fuori da qui, tra il nostro popolo sono in tanti già convinti per il No e non possono diventare i nostri nemici”.
La fiducia è pochissima e il leader della corrente bersaniana ricorda a Renzi lo strappo dell’Italicum con la fiducia, una ferita mai rimarginata. Serve un gesto altrettanto forte per una marcia indietro ma questo pezzo della minoranza stavolta non va in trincea e prova a ad aspettare l’ultimo momento utile per sancire la rottura del No.
“Cuperlo alla guerra con l’ultimatum, Speranza è più tattico”, la lettura di un renziano che scommette sull’apertura del segretario che può portare a correzioni importanti della legge elettorale anche se non prima del 4 dicembre.
L’ombra della rottura resta per tutta la riunione e tra tattica e sostanza la nebbia non si dirada. “Recuperare il patrimonio della fiducia”, chiede il ministro Martina.
Facile a dirsi.
(da “Huffingtonpost“)
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