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IL MODELLO CIVICO COLOMBAN-CASALEGGIO: VENDERE LE PARTECIPATE AGLI AFFARISTI PRIVATI

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

ECCO COSA SCRIVEVA COLOMBAN NEL THINK TANK VICINO A CASALEGGIO… E QUALCUNO PENSA ANCORA CHE IL M5S COMBATTA I POTERI FORTI

Nelle chat del Movimento, quelli che storcono il naso per la sua nomina ad assessore chiave della giunta Raggi lo chiamano «comandante onorario della base militare (atomica) Usa di Aviano».
Ma forse, più che di ossessioni, farebbero bene a occuparsi della realtà : e la realtà  è che Massimo Colomban, il nuovo assessore alle partecipate di Roma, da fondatore del Think Tank Group (il Ttg, il network di imprenditori e intellettuali a cui era vicino Gianroberto Casaleggio) scrisse di sua mano un programma molto chiaro, e per certi versi lapidario, su cosa bisognava fare delle multiutilities e delle società  partecipate in Italia: azzerarle; vendendone nel contempo i servizi ai privati
La Stampa ha ritrovato due documenti, in archivi pubblici ma dimenticati, interessanti e inquietanti.
Il primo è un testo noto anche come «programma di Castelbrando», «intitolato Adesso basta! Diciamo stop».
Si tratta di un vero e proprio programma politico ante litteram del Movimento cinque stelle, sei pagine divise in quattro grandi punti che il Think Tank Group, il pensatoio di Confapri, offriva al Movimento come scheletro informale di leggi da spingere in parlamento.
Il testo, ci dicono nostre fonti, è farina del sacco del futuro assessore alle partecipate di Roma Colomban
Leggiamo al punto 3: «Diciamo basta alle migliaia di partecipate, concessioni, beni non valorizzati che spesso costituiscono un comodo rifugio e una sicura rendita ai politicanti trombati».
Il futuro assessore della Raggi e il TTG stimavano che in tutta Italia «sono almeno 300 mld (alcune stime arrivano a 500 mld) che potrebbero essere immessi sul mercato, quotati in maniera trasparente, riducendo il debito pubblico e quindi la spesa per interessi da 30 ad oltre 50 mld/anno».
Senza entrare nel merito di queste stime, l’idea di Colomban, che da oggi ha potere di indirizzo politico su Ama (l’azienda dei rifiuti) e Atac (dei trasporti), e parzialmente su Acea (dell’acqua), era chiara: vanno azzerate, «privatizzate» (la parola è adoperata in un secondo documento), quotate sul mercato in modo tale da liberare risorse per i privati.
Non pare che i poteri romani attivi tra rifuti, trasporti e energia, se ne debbano dolere, anzi. E i lavoratori? I dipendenti delle partecipate romane, Ama e Atac
Quelli, spesso vere constituencies elettorali del Movimento a Roma, vanno salvati e assistiti eccome. Ma in che modo?
Qui subentra il pensiero della Raggi, espresso in uno scambio avvenuto a fine 2015 sul suo profilo facebook tra la candidata, già  prescelta con telefonata da Casaleggio, e Roberto Motta, il capo degli espulsi M5S, ora rientrato dopo l’ordinanza del tribunale di Napoli che ha invalidato le espulsioni.
Motta chiede alla Raggi: «Virginia, spiega bene cosa vuoi farne delle municipalizzate… Modello Livorno e licenziamenti per tutti… Niente Cig (cassa integrazione)), solo reddito di cittadinanza…».
La risposta di Raggi è sostanzialmente un sì: «Il modello di Livorno lo stiamo studiando. Il concordato in continuità , mantenendo i dipendenti e licenziando i dirigenti assunti a chiamata dal Pd senza alcun motivo, non mi pare male».
Tutto chiarissimo, insomma: basta Ama e Atac.
Ma quale privato accetterà  di ereditare, oltre a business succulenti, anche un numero pletorico di dipendenti ipersindacalizzati (spesso elettori M5S)?
O servirà  la creazione di qualche non proprio entusiasmante bad company?

Jacopo Iacoboni
(da “la Stampa”)

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SPESE PAZZE LIGURIA, INIZIA IL PROCESSO CHE POTREBBE FAR SALTARE LA GIUNTA TOTI: DUE LEGHISTI E UN FRATELLO D’ITALIA A RISCHIO DECADENZA IN CASO DI CONDANNA

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

ATTACCATI ALLA POLTRONA: LA DIFESA CHIAMA 400 TESTIMONI PER   TIRARE ALLE LUNGHE IL PROCESSO, LA SENTENZA NON PRIMA DI UN ANNO… ECCO TUTTE LE SPESE CONTESTATE

Un maresciallo con una bacchetta indica i dettagli di una ricevuta dell’Antica osteria della Castagna, proiettata su uno di quei maxi-schermi da diapositive che andavano tanto negli anni ’80: un forfettone da 50 coperti, e va già  bene se non si dibatte sui singoli spaghetti allo scoglio e sul loro condimento.
A Genova inizia un processo che incrocia spettacolo, attesa e pure la prospettiva d’incidere in tempi più o meno brevi.
È l’affaire spese pazze, gli acquisti folli (e molto privati) che i componenti del consiglio regionale ligure fecero con i soldi destinati all’attività  politica fra 2010 e 2015, esibendosi in un florilegio di cene, aperitivi, pranzi e varianti assortite compreso il cibo per gatti, i vini francesi e i parrucchieri e i giocattoli per i figli e insomma: quasi ogni prodotto dello scibile umano è stato pagato almeno una volta dai contribuenti ai loro rappresentanti, prima che ci si mettesse una pezza fissando paletti un po’ più decorosi.
Da destra a sinistra
Il colpo di teatro si materializza quand’è chiaro come si svolgeranno le udienze, sottoforma d’interminabile proiezione delle gigantografie degli scontrini stessi, sistema scelto dal tribunale per raccapezzarsi nel gaudente ginepraio dei nostri (in molti casi ex) amministratori.
E poi non va dimenticato che a giudizio ci sono tre consiglieri – i leghisti Francesco Bruzzone ed Edoardo Rixi, oltre a Matteo Rosso di Fratelli d’Italia – che in caso di condanna sarebbero sospesi per la legge Severino.
Gli addetti ai lavori più lucidi indicano nella metà  dell’anno prossimo il periodo più papabile per il verdetto, al netto delle circa 400 testimonianze richieste dai difensori, nelle quali non pare così malevolo cogliere qualche intento dilatorio: il giudice le ha ammesse per il momento tutte, riservandosi la facoltà  di scremare nei mesi a venire.
Resta il fatto che i liguri da ieri possono ripassare, se non ne sono già  saturi, l’overdose di tavolate che per un paio d’anni almeno aveva evidentemente surrogato il dibattito.
A processo sono finiti in 23, tutti accusati di peculato e falso ancorchè le somme addebitate a ciascuno siano parecchio variegate.
Oltre a Rixi, Bruzzone e Rosso è quindi alla sbarra un robusto gruppo di ex consiglieri, in carica nella penultima legislatura: Michele Boffa, Massimo Donzella e Nino Miceli (Pd); Raffaella Della Bianca (passata al Gruppo misto e poi tornata in Forza Italia); Franco Rocca e Alessio Saso (Ncd); Rosario Monteleone e Marco Limoncini (Udc); Aldo Siri (Lista Biasotti); Ezio Chiesa e Armando Ezio Capurro (Noi con Burlando); Matteo Rossi (per quasi tutto il mandato in Sel); Alessandro Benzi (da Sel al Gruppo misto); Giacomo Conti (Federazione della sinistra); Luigi Morgillo, Marco Melgrati e Roberta Gasco (Forza Italia); Stefano Quaini e Marylin Fusco per la militanza in Diritti e Libertà  (accusa aggiuntiva a quella per il periodo trascorso nell’Idv).
Dalla lista iniziale di 25 nomi (qui le loro richieste di rimborso ) sono stati esclusi Mario Amelotti (ex contabile del Pd), prosciolto perchè il fatto non sussiste, e Maurizio Torterolo (Lega Nord), che ha patteggiato 2 anni .
Per chi ama i dettagli ecco l’imponente elenco, voce per voce, delle spese pazze contestate, imputato per imputato.
http://www.ilsecoloxix.it/r/IlSecoloXIXWEB/genova/allegati/Audio%2023febb/Spese_Pazze_elenco_completo.pdf

(da “il Secolo XIX”)

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AMATRICE, LA RICOSTRUZIONE SULLA VIA DELLO SPRECO: ECCO PERCHE’, TUTTI I COSTI

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

LE CASE PROVVISORIE COSTANO PIU’ DEGLI EDIFICI NUOVI, LA PROTEZIONE CIVILE HA UN MODELLO CHE FAVORISCE LO SPERPERO

C’è una domanda che Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, dovrebbe fare a Fabrizio Curcio, capo nazionale della Protezione civile: «Perchè nel 1997 bastarono quarantacinque giorni per dare un tetto provvisorio a oltre tremilaquattrocento persone, dopo il terremoto di Marche e Umbria e oggi servono sette mesi per 2.304 sfollati?».
La stessa questione riguarda perfino noi contribuenti, se teniamo davvero ai principi dell’articolo 97 della Costituzione sul buon andamento della pubblica amministrazione.
Ma non solo i tempi di intervento si sono paurosamente dilatati da allora, con un salto del 366 per cento. Anche i costi sono letteralmente esplosi.
Il dopo-terremoto 2016 ha già  imboccato la strada lastricata d’oro (per pochi imprenditori) che aveva guidato l’emergenza a L’Aquila nel 2009: cioè la via dello spreco, già  pesantemente sanzionata dalla Commissione di controllo del Parlamento europeo sui bilanci Ue e dalla Corte dei conti europea (Special report 24/2012), dopo che l’Unione ci aveva rimesso svariate centinaia di milioni.
Perchè, come vedremo, ciascuna casetta di legno che costruiranno ad Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto la pagheremo perfino più di quanto in Abruzzo ci era costata la Protezione civile di Guido Bertolaso, l’ex capo dipartimento che si avvia felicemente alla prescrizione dei processi penali che lo riguardano.
Questione di giorni.
Il prezzo al metro quadro per i moduli abitativi provvisori che la Protezione civile sborserà  è infatti di 1.075 euro (contratto Consip del 25 maggio 2016 per “fornitura, trasporto, montaggio di Sae – soluzioni abitative in emergenza”).
Il costo supera il valore di tutti i tipi di edifici nuovi e in muratura nella provincia di Rieti e nella zona di Amatrice prima del terremoto: 990 euro al metro quadrato un appartamento, 840 una casa di edilizia economica, 1.000 una villa.
Quotazioni immobiliari che nei paesi subito al di fuori dell’area del disastro scendono a 790 euro al metro quadro per un appartamento, 740 per una casa economica, 840 per una villa in ottime condizioni (dati Agenzia del territorio).
Ecco quindi una seconda domanda che il sindaco Pirozzi potrebbe porre al capo dipartimento Curcio, ma anche al ministro dell’Economia, Gian Carlo Padoan: lo Stato può pagare una casa di legno provvisoria in proporzione il 28 per cento in più di una villa di lusso?
Stando così le cifre, è difficile ricavare benefici dalla gara d’appalto organizzata attraverso Consip, la centrale acquisti del ministero dell’Economia.
Il valore della fornitura stabilito da Consip per la prenotazione preventiva di diciottomila “soluzioni abitative in emergenza” è infatti di un miliardo e 188 milioni di euro: i contratti, firmati il 25 maggio di quest’anno e suddivisi in tre lotti, sono stati vinti da aziende legate alla Lega Coop, riunite intorno al “Consorzio nazionale servizi” di Bologna, lo stesso attraverso cui l’imprenditore romano arrestato, Salvatore Buzzi, si era garantito alcuni appalti di “mafia Capitale”.
Ad Amatrice fornitura, trasporto e montaggio di ciascuna Sae, così sono state rinominate le casette di legno, ci costerà  66 mila euro Iva esclusa, più i costi di esproprio dei terreni, le opere di urbanizzazione, gli allacciamenti, eventuali urgenze. Perfino più del prezzo stabilito in Abruzzo dalla Protezione civile di Bertolaso.
Perchè nella cifra del 2009 l’Iva era compresa: 68mila 559 euro per ciascuna delle 3.473 casette, allora chiamate Map.
I costi di oggi condizionano inesorabilmente il nostro futuro. E soprattutto il domani degli sfollati.
Come hanno evidenziato sia la Commissione di controllo sui bilanci Ue sia la Corte dei conti europea, ogni spesa inutile, eccessiva o fuori norma durante le emergenze sottrae importanti risorse economiche alla ricostruzione e alla prevenzione dei disastri. Concetti che il capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, e il suo vice, Angelo Borrelli, certamente conoscono.
Curcio per essere stato dal 2007 al 2008 responsabile della segreteria personale di Guido Bertolaso e dal 2008 al 2012 capo dell’ufficio gestione delle emergenze. Borrelli per aver ricoperto dal 2003 al 2010, sempre sotto la direzione di Bertolaso, gli incarichi di coordinatore dell’ufficio amministrazione e finanza, dell’ufficio bilancio e risorse umane e poi dell’ufficio amministrazione e bilancio.
Ma anche per aver firmato, il 25 maggio scorso, i tre contratti sulle casette che impegnano lo Stato con le Coop per i prossimi sei anni in caso di calamità  per un miliardo e 188 milioni. Ed è una spesa che non si esaurisce con la firma.
Le case prefabbricate scelte da Curcio e Borrelli e dai loro consiglieri tecnici provocano uno strascico di costi incontrollabili, come il terremoto 2009 in Abruzzo insegna: dagli indennizzi per gli espropri dei terreni alla spesa per le piattaforme di cemento armato su cui costruire i quartieri di legno, dalle opere urbanistiche definitive all’inutile distruzione di territorio. Fino alla desertificazione dei paesi.
Con gli interventi imposti dalla Protezione civile a L’Aquila e in provincia, migliaia di sfollati sono stati trasferiti su terreni isolati. E i centri storici si sono spopolati. Anzi, sono finite le risorse che avrebbero dovuto stimolarne la ricostruzione e l’orologio non si è più mosso dall’ora della scossa.
In altre parole, le casette provvisorie sono diventate definitive. Ed è proprio quanto sostiene la Commissione Ue per il controllo dei bilanci.
Così è scritto nella relazione del 2013: mette sotto accusa l’uso dei 493,8 milioni del fondo europeo di solidarietà  nella costruzione dei condomini in cartongesso del progetto “Case”, perchè si tratta di opere definitive e non di emergenza, e delle casette di legno “Map”, per la scarsa qualità  dei materiali forniti, in alcuni casi tossici, e gli errori di realizzazione che hanno già  provocato qualche incendio.
Ad Amatrice e dintorni gli abitanti rischiano lo stesso destino.
Perchè sulla carta l’epoca di Bertolaso è terminata. Ma Curcio e Borrelli continuano in buona fede ad applicare i suoi piani.
Modelli che servivano da vetrina al governo di Silvio Berlusconi. E ancora oggi obbligheranno lo Stato ad affrontare costi altrimenti evitabili.
A cominciare dai trasferimenti in albergo sollecitati in questi giorni in vista dell’inverno, fino al “contributo di autonoma sistemazione”: 600 euro al mese a famiglia, somma che nei paesi risparmiati dal terremoto nelle province di Rieti e Ascoli equivale al canone mensile per affittare non uno ma contemporaneamente tre appartamenti di 80 metri quadri (dati Agenzia del territorio).
L’alternativa praticabile è ancora scritta nei fascicoli sul terremoto 1997, depositati negli archivi delle amministrazioni regionali di Umbria e Marche e negli armadi romani della Protezione civile.
Un protocollo applicato più volte dal dipartimento allora guidato dal vulcanologo Franco Barberi. E subito stravolto con l’arrivo di Bertolaso.
A differenza di quanto è avvenuto in Abruzzo, è un modello totalmente in linea con le direttive di impiego dei fondi di solidarietà  dell’Unione europea che dal 2002 a oggi (Amatrice esclusa) ha stanziato per le calamità  italiane un miliardo e 246 milioni (di cui 493,8 in Abruzzo e 670,2 in Emilia per il terremoto 2012). È il record europeo: la Germania, seconda, si è fermata a 610,9 milioni.
Nell’emergenza Umbria-Marche il 26 settembre ’97, la magnitudo della scossa più forte fu di 6,1, non molto superiore all’intensità  del 24 agosto ad Amatrice.
«Anche se il numero delle vittime si fermò a undici, avevamo ventimila sfollati», ricorda Piero Moscardini, allora coordinatore del centro operativo misto di Nocera Umbra.
Una vita trascorsa nei vigili del fuoco, poi nella Protezione civile nazionale e una voce sempre critica del modello Bertolaso: «In appena tre mesi a Nocera furono predisposte 37 aree su cui furono posizionati 126 moduli sociali e 941 moduli abitativi per 852 famiglie e un totale di 2.132 persone. Lo stesso fecero gli altri Comuni. Tutti sistemati in tre mesi, non in sette. E se consideriamo l’intero territorio coinvolto dai crolli, bastarono quarantacinque giorni per togliere dalle tende le prime tremila persone. Più di quante oggi attendono una sistemazione nell’area di Amatrice. Vorrei sottolineare il periodo: quarantacinque giorni. Se non mi crede, ecco qua lo stato dei lavori all’11 novembre 1997», conclude Moscardini e mostra la tabella.
La rapidità  di intervento di quella Protezione civile era dovuta all’impiego di moduli abitativi trasportabili come container: piccoli appartamenti mobili e riutilizzabili che non richiedevano espropri, varianti al piano regolatore, permessi a costruire o piattaforme in cemento armato.
Conclusa l’emergenza, le aree occupate ritornavano al loro impiego precedente: parcheggi, campi sportivi, terreni coltivati.
Invece lo staff di Bertolaso se ne liberò dandone qualcuno alle Regioni e lasciando marcire migliaia di moduli nel deposito dell’esercito a Capua, in provincia di Caserta. Oggi l’evoluzione nella produzione mette a disposizione case mobili su ruote: si parte da dodicimila euro a chalet per strutture pronte all’uso in 48 ore.
Una soluzione contemplata dalla legge, che affida alla Protezione civile soltanto opere provvisorie. Ma non dai protocolli del dipartimento nazionale.
La confusione in materia è evidente sul sito istituzionale: «È possibile realizzare moduli abitativi con struttura prefabbricata in cemento armato?», chiede un imprenditore in merito alla fornitura delle casette di legno.
«La struttura portante potrà  essere realizzata in qualunque materiale scelto dal fornitore… Si conferma pertanto la possibilità  di realizzare i moduli abitativi con struttura prefabbricata in cemento armato», risponde il dipartimento, esponendo gli sfollati a qualunque materiale, scelto da chi vende e non da chi compra: quindi anche polistirolo, gommapiuma, truciolare scadente, esattamente come a L’Aquila.
Mentre il cemento armato provvisorio proposto per Amatrice è un ossimoro strutturale ancora ignorato dalla normativa edilizia.
Basta una visita a San Giuliano di Puglia, paese della strage di bambini nella scuola crollata con la scossa del 2002, per verificare cosa succede alle case di legno provvisoriamente fisse: usciti gli sfollati, cadono a pezzi perchè costerebbe troppo smontarle e rimetterle a disposizione per una nuova emergenza.
Sempre seguendo il modello Bertolaso, sui conti pubblici già  provati dal disastro si abbatte poi il cataclisma degli espropri.
In Abruzzo per far posto a “Map” e “Case”, le ordinanze di protezione civile hanno requisito 24mila particelle catastali caricando sui cittadini un costo aggiuntivo di 215 milioni.
Tre anni dopo il terremoto, gli interessi legali sugli indennizzi non ancora pagati facevano lievitare la spesa al ritmo di 700 mila euro al mese. Un regalo alla Curia e ai latifondisti aquilani, proprietari di terreni agricoli pagati dallo Stato come fossero edificabili. Ma non è bastato ad aumentare la guardia.
Il report interno della Protezione civile “Assistenza alla popolazione – ore 12 del 21 settembre 2016”, informa che per 2.672 sfollati alloggiati in tenda nelle quattro regioni interessate e 967 volontari in servizio sono tuttora allestiti 7.467 posti: cioè un totale di 3.828 letti fantasma.
È comprensibile che nelle prime ore si muovano più forze del necessario: ma dopo un mese dal 24 agosto è giustificabile che la Protezione civile le lasci sul posto, con i relativi costi per le indennità  di missione?
Il record è della Regione Lazio: 558 volontari con rimborsi di circa 103 euro al giorno a persona per appena 796 ospiti alloggiati su 2.045 posti tenda. Quasi un assistente per ogni assistito.
Saremo pure indietro nella prevenzione antisismica: ma nello spreco di soldi pubblici, non ci batte nessuno.

Fabrizio Gatti
(da “L’Espresso”)

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L’EX ASSESSORE MINENNA: “ROMA PARALIZZATA PER BEGHE E REGOLAMENTI DI CONTI TRA CINQUESTELLE, SI RISCHIA IL BARATRO”

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

“RESTARE NON AVEVA PIU’ SENSO, AVEVO STILATO UNA TABELLA DI MARCIA PER USCIRE DAI GUAI, MA E’ RIMASTA LETTERA MORTA”

La corsa del Comune di Roma per salvare la capitale d’Italia dal default a causa di un bilancio appesantito da miliardi di debito si fa sempre più affannosa ed ha appeso al collo il macigno di 28 dossie
Dimissionario dal primo settembre scorso, Minenna aveva preparato un cronoprogramma degli interventi necessari per portare Roma fuori dal gorgo finanziario che potrebbe trascinarla verso l’insolvenza.
Una tabella che prevedeva di mettere una toppa ai buchi di Atac e Ama, di fare pulizia di poste di bilancio inesistenti, di mappare il patrimonio immobiliare, di aprire canali di dialogo con il Tesoro, la Cassa Depositi e Prestiti e le banche.
La marcia di quei 28 dossier si è arrestata. E con i suoi collaboratori in Consob, dove è rientrato ponendo fine all’aspettativa, Minenna si sfoga: “La mia permanenza lì non aveva più senso, era iniziato un regolamento di conti insensato “.
È la cronaca delle settimane scorse a fornire l’identità  di quelli che hanno combattuto nei corridoi e nelle segreterie: “Marra, Romeo, Frongia…li ho conosciuti, li ho visti. Non posso pensare che non capiscano la situazione – racconta ancora Minenna – quindi debbo pensare altro: e rilevare che in questi mesi tutta l’attività  che era stata affidata a me si è risolta in una paralisi provocata da beghe e impicci “.
Una paralisi che – commenta amaro in privato rischia di portare Roma al baratro”.
Il primo punto da affrontare è la gestione del debito.
Nel cronoprogramma si prevedeva di riavviare le interazioni tecniche con il Ministero dell’Economia per far acquisire a Roma di spazi di spesa a copertura del bilancio corrente.
Il termine era inizio settembre, la data è trascorsa inutilmente. “Eppure – racconta Minenna – le premesse erano state poste. Ci presentavamo con un progetto di finanza pubblica in pareggio anzichè in dissesto, il che avrebbe permesso di avere notevoli fondi”. Il ritardo mette in forse risorse fresche per 230 milioni di euro.
A luglio era stato raggiunto un obiettivo importante: superare le verifiche del tavolo interistituzionale di palazzo Chigi, con il riconoscimento della capacità  di Roma a gestire la propria posizione debitoria.
Il passo successivo era però rappresentato dalle azioni di rientro, che riguardavano anche la revisione delle partite correnti e l’individuazione delle poste dormienti. Anche qui il meccanismo si è inceppato.
All’inizio di settembre dovevano partire le azioni per recuperare 70 milioni dalle poste fantasma, e dirottarle verso altri investimenti. “Bisognerà  tornare a Palazzo Chigi – ammonisce Minenna – e da agosto ad oggi il clima politico non è certo migliorato, per cui il dialogo magari sarà  più difficile”.
Anche gli interventi per il capitolo trasporti sono rimasti lettera morta, nonostante la municipalizzata che gestisce metropolitana e bus sia uno dei capitoli più dolenti nella vita della capitale.
Non è andato avanti infatti il dialogo con le banche, che serviva per varare un nuovo piano industriale e raccogliere disponibilità  finanziaria: erano in ballo 50 milioni. Senza regìa politica anche il progetto per contrastare l’evasione tariffaria, copiandolo dal modello Londra (biglietto elettronico). “In tutto questo tempo non è stato fatto più nulla”, si rammarica Minenna.
Anche per la raccolta rifiuti, emergenza principe della capitale, si sono perse occasioni. Il cronoprogramma prevedeva di rivedere con le banche entro novembre – ormai alle porte – i contratti derivati in essere e gli interessi sul debito, anche attualmente viaggiano intorno al 6-7 per cento.
Argomento spinoso, l’Ama. Tanto che Minenna racconta ai suoi collaboratori di aver introdotto sul tema il metodo Consob, cioè di verbalizzare ogni incontro e protocollarlo. “Ha dovuto farlo anche la Muraro”, commenta
Non ha fatto passi avanti nemmeno l’operazione di recupero del patrimonio immobiliare affittato a canoni irrisori per dimenticanza o altro. La verifica doveva essere già  avviata ad inizio settembre, se ne sono perse le tracce
Le olimpiadi sono saltate, i cinque cerchi non sbarcheranno a Roma.
Ma nella giunta c’era chi aveva lavorato ad un piano B. Minenna lo racconta così a chi tra i sui collaboratori gli chiede un parere. “Niente cemento nel centro di Roma, tutti d’accordo. Ma con Berdini avevamo pensato ad un progetto che facesse realizzare le infrastrutture nelle periferie. Avremmo fatto una ri-urbanizzazione a costo zero. Niente da fare. È stata una scelta politica”.

(da “La Repubblica”)

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RIFIUTI ROMA: PANZIRONI INDAGATO CON MURARO E FRISCON

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

ALLA MURARO, IN SETTE ANNI, MEZZO MILIONE DI EURO IN CONSULENZE, NOMINE E PARCELLE EXTRA

Sono sette le consulenze annuali sospette affidate da Giovanni Fiscon, Franco Panzironi e altri dirigenti dell’Ama a Paola Muraro, al centro dell’inchiesta che vede l’assessora all’Ambiente del Comune indagata per abuso d’ufficio proprio con l’ex dg della municipalizzata dei rifiuti, sotto processo nell’aula bunker di Rebibbia per Mafia capitale, e ora anche con l’ex amministratore delegato di Ama arrestato anche nell’inchiesta sul “Mondo di mezzo”.
Partono dal 2009 gli accertamenti della procura sui contratti affidati dai vertici di Ama alla specialista Paola Muraro.
Consulenze di un anno, da referente Ippc per gli impianti di trattamento meccanico biologico di Rocca Cencia e di via Salaria, che nel corso degli anni sono sempre aumentate di valore. Per un ammontare totale di circa 500mila euro.
E che proprio con Giovanni Fiscon hanno visto salire di almeno ventimila euro, passando da 60 a 80mila euro, il margine di incremento, pur rimanendo pressochè uguali i compiti assegnati alla tecnica dei rifiuti.
Non solo. I sospetti degli inquirenti sono legati anche ai singoli incarichi extra che Muraro avrebbe ricevuto dai vertici di Ama nel corso dello stesso lasso temporale.
La procura, infatti, vuole capire perchè l’assessora oltre a ricoprire il ruolo di referente Ippc sia stata investita con molta frequenza di ulteriori compiti a cui corrispondeva, ovviamente, una retribuzione.
Fra queste c’è anche l’incarico da 50mila euro relativo al coordinamento dei lavori per la bonifica dell’impianto dell’Ama di Ponte Malnome.
Nel febbraio 2014 le violenti piogge che avevano colpito la Valle Galeria avevano causato una fuoriuscita di rifiuti pericolosi dall’inceneritore Ama.
Un’area grande come un campo di calcio era stata invasa da siringhe e buste di sangue ed era stata necessaria una bonifica. Anche in quel caso era stato Fiscon ad incaricare Muraro.
Fra le carte dell’inchiesta compare il contratto sottoscritto con l’ultimo dg di Ama Alessandro Filippi, l’ex dirigente Acea chiamato in Ama da Daniele Fortini e che ha sostituito proprio Giovanni Fiscon dopo il suo arresto in Mafia capitale.
Con tale documento, non oggetto di accertamento, Filippi aveva di fatto incluso ogni aspetto della vita lavorativa di Muraro. Un contratto “omnibus” che di fatto la limitava non permettendole di ricevere ulteriori dalla municipalizzata.
L’ulteriore nodo che la procura vuole sciogliere è legato alla funzione di Muraro in Ama: gli inquirenti vogliono capire se fosse di fatto una dirigente, anche se formalmente comparisse come una comune consulente.
E se con tale qualifica le fosse stato permesso di percepire più soldi degli stessi funzionari della municipalizzata.
Tali sospetti sono legati ai rapporti preferenziali che Muraro aveva con Fiscon.

(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A BEPPE VACCA: “VOTO SI’, D’ALEMA E’ MIO FRATELLO, MA SULLA RIFORMA SBAGLIA, NON RAFFORZA IL PREMIER”

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

IL FILOSOFO DEL DIRITTO: “LA RIFORMA ALLARGA LA PARTECIPAZIONE, GARANTISCE MAGGIORE EFFICIENZA AL PARLAMENTO ED ELIMINA LA LEGISLAZIONE CONCORRENTE TRA GOVERNO E REGIONI”

«Finalmente la grande politica…». Filosofo del diritto e presidente dell’Istituto Gramsci, Beppe Vacca è stato deputato del Pd e dirigente dei Ds e ora, da sinistra, guida il fronte del Sì nel Lazio.
Napolitano ha bacchettato Renzi per i «molti errori» che hanno favorito il No
«L’errore di aver personalizzato troppo non lo ha fatto solo lui, ha cominciato l’opposizione».
Non fu Renzi a legare il suo destino politico alla riforma?
«È stata l’opposizione a farne un referendum sul governo, poi Renzi ha fatto più uno e in questo ha sbagliato»
Il Sì è in tempo per recuperare
«La vera campagna è appena iniziata. La strategia che unisce tutti i No è portare gli italiani a votare sul proponente, anzichè sulla proposta».
La vostra contromossa?
«Spiegare le ragioni del Sì. La riforma allarga la partecipazione democratica, garantisce maggiore efficienza del Parlamento ed elimina la legislazione concorrente tra governo centrale e Regioni»
Il taglio dei costi della politica la convince?
«È un argomento demagogico, infatti non lo proponiamo come fondamentale. Spiegando bene i punti della riforma io spero che si riesca a rimuovere la campagna del No per accrescere il disgusto dei cittadini nei confronti della politica»
Vogliono abbattere Renzi?
«Non sono mica stupidi! Lavorano per far scendere il quorum, così in campo restano solo gli anti premier… Ma io vedo un inizio di mutamento. Se l’elettore si interessa e discute del merito, capirà  che il dominus del referendum è lui».
Fa bene il leader del Pd a cambiare l’Italicum per tentare di ricompattare il partito?
«È giusto cercare un punto di intesa, anche se i tempi prima del 4 dicembre non ci sono. Per me il Parlamento come è stato ridisegnato dalla riforma è compatibile con qualsiasi legge elettorale».
Per Bersani il Paese è sull’orlo del burrone…
«Io ho fatto parte della minoranza e se condividessi uno solo dei loro argomenti non avrei accettato di coordinare il Sì nel Lazio».
Non si esagera nel dire che è la riforma cruciale degli ultimi vent’anni?
«Il Paese ne ha bisogno dagli anni 80, per il rapporto tra politica interna e internazionale».
Rafforza troppo i poteri del premier?
«Manco per niente. Come fa il capo del governo a prendersi tutto, se il quorum per eleggere le istituzioni di garanzia viene rafforzato?».
Che impressione le fa trovarsi dalla parte opposta di Massimo D’Alema?
«È mio fratello minore. Ma, personalizzando la sfida sul governo, sta dando una mano a Renzi».

Monica Guerzoni
(da “il Corriere delle Sera“)

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INTERVISTA AD ASOR ROSA: “VOTO NO, TROPPO PESO AL GOVERNO CON LA NUOVA CARTA”

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

LO STORICO DELLA LETTERATURA: “RENZI VUOLE ACCENTRARE IL POTERE NELLE MANI DEL GOVERNO, DI UN SOLO PARTITO E DI UN UNICO LEADER”

«Non sono un costituzionalista, quindi i miei apprezzamenti hanno ben poco di tecnico…». Prima di cominciare a parlare del suo netto No al referendum del 4 dicembre, precisa questo Alberto Asor Rosa, storico della letteratura, saggista, alle spalle un passaggio alla Camera per il Pci alla fine degli anni 70
Giorgio Napolitano sabato ha dichiarato che, se vincesse il Sì, il Parlamento tornerebbe «un luogo degno».
«Ha deciso di sostenere a spada tratta la causa del Sì. E mi permetto di dire che forse sarebbe stato più conveniente un atteggiamento di maggior distacco da parte di un presidente emerito della Repubblica che ci rappresenta tutti. Ha voluto rappresentare soltanto una parte dei cittadini: avremmo auspicato non vedere mai una cosa così»
Tenendo da parte gli aspetti tecnici, perchè è contrario alla revisione costituzionale?
«È evidente che è stata voluta per trasferire il più possibile dal Parlamento al governo il potere di scelta. È il progetto di Matteo Renzi. E, in un’Italia che è soggetta a convulsioni politico-istituzionali di ogni genere, è molto pericoloso. A maggior ragione vista la connessione perversa della riforma con l’Italicum, che tende anch’esso ad accentrare potere nelle mani del governo, di un solo partito e di un solo leader»
Adesso Renzi afferma di volere modificare il sistema di voto.
«C’è motivo di dubitarne. Come tardivamente richiesto dalla minoranza del Pd, la modifica andava fatta prima del referendum. E sarebbe stato un argomento quasi vincente nelle mani del presidente del Consiglio per far prevalere il Sì. Se non lo ha fatto, c’è da pensare che non lo farà ».
C’è stata un’eccessiva personalizzazione di questo referendum?
«Per inequivocabile responsabilità  del fautore della riforma, cioè Matteo Renzi, si è spostata l’attenzione sulla permanenza nel ruolo di una singola persona».
Poi però anche molti avversari gli sono andati dietro.
«La responsabilità  storica è di Renzi. Ma certamente gli oppositori hanno acconsentito anche loro a trasformare il referendum in un fatto politico-elettorale. E così, qualunque sarà  il risultato della consultazione, potrebbe esserci il rischio di uno scollamento istituzionale»
Dunque, che fare?
«Bisogna spostare il dibattito sul merito della riforma. Anche se Renzi, che è una figura di estrema mediocrità  politico-culturale, tende a focalizzare tutto su se stesso giocando su un abbassamento generale del tessuto politico e culturale italiano».

Daria Gorodisky
(da “il Corriere della Sera”)

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I MEDICI FERMANO BERLUSCONI DOPO IL MALORE A NEW YORK

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

NIENTE CAMPAGNA PER IL NO AL REFERENDUM, IN DUBBIO LA SUA PRESENZA ANCHE ALLA CONVENTION DI META’ NOVEMBRE DI FORZA ITALIA

I medici americani che l’hanno assistito al Presbyterian Hospital di New York dopo il malore che l’ha colpito il 30 settembre e quelli italiani sono d’accordo: per Silvio Berlusconi niente comizi o bagni di folla, al massimo qualche intervista nel salotto di casa.
Secondo quanto riporta La Stampa, quindi, “il Cavaliere non potrà  essere protagonista della campagna referendaria per il no: sarà  lungo il recupero dopo l’intervento al cuore del 14 giugno presso il San Raffaele di Milano”.
Berlusconi forse farà  rientro in Italia alla fine di questa settimana con l’indicazione di assoluto ripos
Scrive La Stamp
Potrebbe non essere presente nemmeno all’assemblea nazionale di Forza Italia, prevista per metà  novembre, che da programmatica dovrebbe trasformarsi nella «Festa per il No». Nel partito c’è pure chi immagina di farla diventare un appuntamento unitario delle tre forze della coalizione, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, aperto alla partecipazione di Stefano Parisi. Tutto per il momento è in alto mare. Si aspetta di capire cosa è in grado fare il Cavaliere. Non potrà  certo dare la volata finale al no
I legali del presidente di Forza Italia, intanto, hanno presentato una certificazione medica per chiedere l’istanza di rinvio dell’udienza nell’ambito del processo Ruby ter.
Legittimo impedimento perchè il loro assistito soffre di «scompensi pressori» e «flogosi», conseguenza della sostituzione della valvola aortica.
Il gup di Milano Laura Marchiondelli è andata oltre la richiesta degli avvocati: ha stralciato la posizione di Berlusconi, rinviando l’udienza al 15 dicembre.
Mentre il 19 ottobre verrà  deciso se rinviare a giudizio gli altri 23 imputati, tra i quali Karima, alcune «olgettine», la senatrice di FI Maria Rosaria Rossi e Carlo Rossella.

(da “Huffingtonpost“)

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IL PAPA AD AMATRICE NEL GIORNO DI FRANCESCO

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

LA VISITA A SCUOLA E ZONA ROSSA: “VI SONO VICINO”

Lo aveva promesso pochi giorni fa e ha mantenuto il suo impegno. Nel giorno di San Francesco il Papa si è recato ad Amatrice per visitare la popolazione devastata dal terremoto del 24 agosto.
Il santo padre è arrivato accompagnato dal vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili. Al momento – si spiega in una nota – il pontefice si trova nella scuola, e fra poco si sposterà  nella “zona rossa” del paese, quella chiusa per motivi di sicurezza. “Vi sono vicino e prego per voi”, ha detto parlando con i terremotati.
Domenica scorsa, durante la conferenza stampa nel volo Baku-Roma, il Papa Francesco aveva detto che questa visita l’avrebbe fatta “privatamente, da solo, come sacerdote, come vescovo, come papa. Ma da solo. Così voglio farla. E vorrei essere vicino alla gente”.
Anche nell’Angelus del 28 agosto scorso, il Santo padre aveva espresso la sua “vicinanza spirituale agli abitanti del lazio, delle marche e dell’umbria, duramente colpiti dal terremoto di questi giorni. Penso in particolare alla gente di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, Norcia. Ancora una volta dico a quelle care popolazioni che la chiesa condivide la loro sofferenza e le loro preoccupazioni. Preghiamo per i defunti e per i superstiti. Cari fratelli e sorelle, appena possibile anch’io spero di venire a trovarvi, per portarvi di persona il conforto della fede, l’abbraccio di padre e fratello e il sostegno della speranza cristiana”.

(da agenzie)

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