Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
“SOLO IL COLLASSO DEL SISTEMA POTRA’ PERMETTERE AI GIOVANI DI RICOMINCIARE”
L’esercizio del dubbio è la ginnastica che ha praticato con più assiduità e costanza (lui che di regolare
non ha molto).
Sulla scrivania c’è un poderoso tomo, La modernità di un antimoderno. Tutto il pensiero di un ribelle, una sorta di Summa teologica (si parva licet) che raccoglie i saggi di Massimo Fini.
Dove non dell’esistenza di Dio si trovano le prove, quanto di una catastrofe cui andiamo incontro con “l’ottuso ottimismo di Candide”.
Tecnologia, progresso, democrazia, supremazia indiscriminata dell’economia, la pretesa dell’Occidente di ergersi a modello: tutte le parole-totem della nostra cultura sono messe in discussione.
Con l’autore partiamo dall’inizio, ovvero dal titolo: “La rivoluzione scientifica e la rivoluzione industriale, razionalizzate dall’Illuminismo sia in chiave liberista, sia in chiave marxista non hanno migliorato la qualità della vita dell’uomo. Anzi l’hanno grandemente peggiorata”.
Il tema è immenso e si può declinare in mille modi. Proviamo a circoscriverlo con un esempio?
Il mito della velocità : non può che portarci al collasso. E nel frattempo ci fa vivere male, con un aumento di ansie, stress, inquietudini. Ce lo dicono i numeri: nell prima metà del Seicento i suicidi in Europa erano 2,6 ogni centomila abitanti, oggi sono decuplicati.
Va bene: ogni progresso non è di per sè un miglioramento. Però radicalizzare questa tesi può portare a conclusioni sbagliate
Certo: ci sono anche vantaggi nel progresso. Però Ratzinger, quando era cardinale, disse che il progresso non ha migliorato l’uomo e si prospetta anzi come un pericolo. Proviamo ad allargare l’orizzonte pensando alle comunità e non solo agli individui, quindi alle società e alla politica. Destra e sinistra sono categorie nate due secoli e mezzo fa — due secoli che hanno corso a velocità sempre maggiore — e non sono più in grado di comprendere le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo. Entrambe le “visioni del mondo” sono economiciste, hanno il mito del lavoro, mentre in realtà il vero valore della vita è il tempo. Oggi il discorso politico è sempre scandito da numeri: Pil, decimali, statistiche. Cifre che non sono la cifra della felicità .
Oltretutto le persone sono impaurite dall’impoverimento.
Non è solo questo. Banalizziamo: una volta che hai di che sfamarti e vestirti, una volta che hai un tetto sulla testa, il resto è superfluo. In realtà tutto il sistema è incentrato sul consumo, sulla rincorsa di obiettivi. Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche più coerenti teorici del capital-industrialismo, afferma — e lo fa dando alla sua tesi un’accezione positiva — che tutto il sistema è basato sull’invidia. Un sentimento che non mi risulta abbia mai fatto bene a nessuno. Nel Dopoguerra eravamo tutti poveri, ma più sereni. Nella povertà c’era una solidarietà che non esiste nell’individualismo della ricchezza.
Nella prefazione Salvatore Veca sottolinea la sua anima di ribelle anticonformista. Si è mai chiesto se questo sguardo non sia diventato un riflesso pavloviano?
Non credo, sta nel mio Dna. Dell’illuminismo dovremmo recuperare il dubbio sistematico. E il dubbio si attua in prima battuta su se stessi. Io vado sempre nella direzione contraria e qualche volta mi sono domandato se non ero io ad aver preso la strada sbagliata. Ma riflettendoci di solito penso alla metafora dei lemming, i roditori che si suicidano in massa seguendo il loro capo.
Non abbiamo più anticorpi rispetto al “pensiero dominante”?
Questo è legato a un altro totem della modernità , la tecnologia. Di cui teoricamente l’individuo potrebbe fare un uso euristico e intelligente, ma che si rivela a livello di massa impoverente. È diminuita, anzi quasi scomparsa, la capacità di concentrazione e riflessione.
In questa raccolta è contenuto anche Sudditi, uscito dieci anni fa. Allora sosteneva che la democrazia — il sedicente migliore tra i sistemi possibili — si era rivelata il contrario di ciò che pretendeva essere. Oggi è cambiato qualcosa?
Se uno osserva antropologicamente le folle festanti davanti alla Clinton o a Trump — non importa il giudizio sui due — si domanda come siamo finiti male se quello è il Paese più avanzato del mondo. La democrazia continua a essere un modo sofisticato, accettabile, elegante di metterlo in culo alla povera gente con il suo consenso.
L’alternativa?
Non lo so. Questo è limite del mio pensiero che è stato più sottolineato, e non a torto. Però se mi trovo davanti a una truffa, non posso non denunciarla.
Ci salveremo?
Spero di no. Spero in un collasso del sistema che permetta ai più giovani di ricominciare. Magari facendo gli stessi errori.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
ASSENZA DI UNA QUALUNQUE CULTURA CONSERVATRICE E DI UN PUNTO DI VISTA ALTERNATIVO
Cambiando l’identità della Sinistra italiana Matteo Renzi ha obbligato anche la Destra a cambiare la propria. Ma la Destra non se n’è accorta, e proprio perciò continua ad annaspare.
Renzi ha mostrato l’inutilità della Destra riguardo quello che da sempre ne è stato il principale cavallo di battaglia: l’economia.
Lo ha fatto accantonando pressochè totalmente le tradizionali politiche che la Sinistra seguiva in questo campo.
Oggi in Italia nessuno può dubitare, infatti, che se per qualche miracolo o per qualche improvvisa resipiscenza dell’Unione Europea si presentasse una ragionevole possibilità di tagliare la spesa pubblica, di diminuire il carico fiscale, di ridurre l’ammontare del debito, d’incrementare in qualunque modo gli investimenti pubblici e privati, di privatizzare qualcosa, di ridurre il potere sindacale laddove ancora esiste, nessuno può dubitare, ripeto, che se qualcuna di queste cose fosse mai possibile, Renzi non ci penserebbe lui per primo a farla immediatamente.
Dal punto di vista dell’economia, insomma, il nostro presidente del Consiglio ha ben poco che possa dirsi tipicamente di sinistra (ammesso e non concesso, tra l’altro, che vi sia qualcuno che in Occidente oggi ce l’abbia).
Ma se le cose stanno così a che serve, allora, la Destra in Italia? Questa Destra ben poco, mi pare.
Fino ad oggi, infatti, la Destra ha affidato le sue fortune sostanzialmente a due temi che la contrapponevano alla Sinistra: da un lato l’anticomunismo (peraltro da qualche lustro sempre più implausibile), e dall’altro l’economia, dove la Destra è andata avanti propugnando tradizionalmente ricette grosso modo di tipo liberista-rigoristico (a parole, perchè quanto a metterle in pratica i risultati sono sempre mancati: Berlusconi docet).
Grazie a Renzi, però, nessuno di questi due temi ha sostanzialmente ormai più corso. Nella Destra, è vero, sono presenti anche tassi significativi di rabbia xenofoba e di clericalismo antiliberale: ma a parte ogni altra considerazione, è difficile pensare che si possa essere davvero competitivi elettoralmente con piattaforme politiche di questo tipo.
La Destra italiana si ritrova dunque virtualmente senza identità , e anche il tentativo fatto dalla convention di Stefano Parisi di ridargliene una, battendo però sempre la strada dell’economia, dell’efficienza, della «riforma» fiscale e delle mille altre riforme mille volte promesse e quindi destinate ormai a cadere nel disinteresse generale, non mi sembra destinato ad andare lontano.
In realtà , se oggi la Destra italiana si ritrova priva di una sua specifica immagine, priva di riconoscibilità , è anche perchè essa sconta un vuoto storico della propria identità : vale a dire l’assenza di una vera, effettiva, cultura conservatrice.
Cultura conservatrice vuol dire identificazione ragionata con il lascito del passato, con gli edifici, il paesaggio e i costumi di un luogo, l’attaccamento ai valori ricevuti, la diffidenza verso tutto ciò che distrugge la tradizione; e poi senso delle istituzioni, considerazione non formale per i ruoli, i saperi, le competenze, rispetto delle regole. Una tale cultura – oggi in Europa riferibile politicamente a partiti di orientamento cristiano-liberali – da noi è stata assai debole da sempre, e fu messa nell’angolo dalla compromissione/inquinamento con il fascismo.
Nè potè certo assistere alla sua ripresa la Repubblica della modernizzazione e dell’urbanesimo travolgenti, della fine della miseria e della scomparsa del mondo contadino, della massificazione individualistico-democratica e della rivoluzione giovanile e sessuale.
Per lungo tempo nell’Italia di quella Repubblica nessuno pensò che ci fosse qualcosa da conservare.
Per mezzo secolo, così, a parte il neofascismo, di fatto la Destra ha voluto dire chiusura ermetica a sinistra, appiattimento sulla Confindustria, e poco più.
Infine, sopraggiunta la seconda Repubblica, essa ha mandato il suono vuoto delle promesse e delle favole di Berlusconi.
L’assenza di una qualunque cultura conservatrice, di un punto di vista sulla realtà alternativo a quello progressista, ha avuto come conseguenza una disparità decisiva all’interno degli schieramenti politici.
Ha significato infatti che in Italia, laddove la Sinistra era (ed ancora è) una cultura complessa e ramificata, capace di penetrare di sè ogni ambito, insomma rappresenta un vero retroterra sociale in cui è stabilmente insediata, la Destra, invece, è stata condannata ad essere quasi soltanto una posizione politica polemica, animata essenzialmente da uno spirito di contrasto e abituata ad agire di rimessa.
E quindi anche in una condizione potenzialmente aleatoria dal punto di vista dell’orientamento elettorale, come ha capito benissimo Renzi che infatti conta sul suo aiuto per il prossimo referendum.
Finora la Destra italiana si è accomodata senza troppi problemi a questo stato di cose. Ma è sorprendente che continui a farlo proprio quando per segni indubitabili un’epoca si sta chiudendo e tutto diviene oggetto di un ripensamento, tutte le fedi e tutte le certezze passate.
Quando nell’intero Occidente scricchiolano tutti gli assetti, quando il futuro annuncia scenari sorprendentemente inediti e inquietanti nei quali non sembra per nulla azzardato pensare che torneranno a rinvigorire categorie e valori cari alla cultura conservatrice.
Quando insomma tutto lascia credere che si avvicini un appuntamento al quale paradossalmente, però, sembra più facile che in Italia arrivi puntuale la Sinistra, con la sua capacità di sentire l’aria dei tempi e di cambiare, piuttosto che una Destra incerta di sè, senza idee nè visione.
Ernesto Galli della Loggia
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
CROCETTA: “ADESSO BASTA, CHI SI OPPONE AL TRASFERIMENTO SARA’ LICENZIATO”… NUMERI IMPRESSIONANTI: SU 15.000 DIPENDENTI IN 6.000 HANNO PERMESSI SINDACALI E TUTELE DA LEGGE 104
La Regione dei dipendenti inamovibili per legge. 
Su 15 mila addetti, 6 mila non possono essere trasferiti da un ufficio a un altro. Proprio così: quasi la metà dei regionali è “intoccabile”, perchè dentro la pancia del mostro pubblico ci sono quasi 3 mila dipendenti che usufruiscono dei permessi della “legge 104” per disabilità o per assistere un familiare, e altri 3 mila sono dirigenti sindacali.
Così, al di là degli annunci, delle norme approvate al grido di «basta privilegi», delle circolari e degli atti d’imperio di qualche dirigente, alla fine il personale non si riesce a trasferire dove serve perchè il lavoro nell’Isola del tesoro lo si vuole non solo nella stessa città dove si vive, ma anche sotto casa.
«Adesso questa storia deve finire », dice il governatore Rosario Crocetta dopo i flop dei trasferimenti al dipartimento Formazione o alle Attività produttive, strutture nelle quali c’è un forte bisogno di funzionari.
I numeri sono impressionanti e dimostrano che davvero qualcosa non va. La Sicilia, tra i suoi 15 mila dipendenti, ha 2.838 addetti che «risultano al 31 dicembre 2015 titolari di permessi per legge 104», si legge nella relazione che ogni anno Palazzo d’Orleans, come le altre Regioni, deve inviare allo Stato e rendere pubblica.
Conti alla mano, il 18 per cento dei dipendenti regionali ha una disabilità oppure deve assistere un familiare.
Tradotto: ha diritto a usufruire di tre giorni di permesso retribuito al mese e non può essere trasferito senza il suo consenso.
Ma sul fronte dell’inamovibilità , ai titolari della legge 104 vanno aggiunti anche i dirigenti sindacali in servizio.
E anche qui la Regione siciliana ha numeri di tutto rispetto: i sindacalisti censiti al 2015 sono 2.487, ma a questi se ne aggiungono 836 che hanno usufruito di permessi sindacali.
Adesso la Funzione pubblica sta incrociando i dati per capire se questi ultimi permessi siano stati dati a chi soltanto recentemente è diventato dirigente sindacale, magari proprio dopo una notifica di trasferimento.
Crocetta non ha dubbi: «Qualcuno vuole fare il furbo, ma adesso basta – dice – chi usufruisce della legge 104 è vero che non può essere trasferito da una città a un’altra, ma può essere spostato da un assessorato a un altro. Inoltre va trasferito anche il dipendente che è diventato dirigente sindacale soltanto negli ultimi mesi per evitare di cambiare ufficio. Voglio essere chiaro: chi si oppone al trasferimento sarà licenziato».
La Cisl ribatte a Crocetta. “Il presidente Crocetta ha lanciato accuse che non ci toccano. Non crediamo che voglia o possa confutare lo Statuto dei Lavoratori e la legge 104 e se teme che ci siano meccanismi poco chiari saremo ben lieti, come sempre, di fornire nomi e date per fugare qualsiasi dubbio. Le procedure per la mobilità , volute da questo governo e per le quali abbiamo a lungo trattato evidenziandone gli aspetti che avrebbero causato difficoltà applicative, sono invece il vero ostacolo ai trasferimenti. Non obbediscono a nessun criterio oggettivo e funzionale per un miglioramento dell’amministrazione. I trasferimenti che devono essere deliberati dalla giunta di governo significa allungare i tempi e soprattutto affidare ai giochi politici e ai veti incrociati l’efficienza della macchina regionale. Questo è effettivamente accaduto in questi mesi, non si dia ora la colpa ai sindacati”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
ALLORA CAMBI LO STATUTO FARLOCCO CHE VIETA INCARICHI NEL M5S A CHI E’ STATO CANDIDATO IN ALTRI PARTITI… MAZZILLO NEL PD E COLOMBAN CON PIONATI SAREBBERO OUT
Beppe Grillo si schiera a fianco di Andrea Mazzillo, nuovo assessore al Bilancio della giunta Raggi con un passato nelle fila del Pd: “Non sarà mica un reato, anch’io ho avuto la tessera del Pd, non ve lo ricordate? La presi ad Arzachena” ha risposto ai cronisti che gli chiedevano commenti sulla nomina
Andrea Mazzillo ha 42 anni, ed è coordinatore dello staff di Raggi. E’ stato il “mandatario” di Virginia, ruolo in cui ha sovrinteso alla raccola di fondi per campagna elettorale della sindaca tramite bonifico, carta di credito o pay-pal.
Prima di militare nel movimento 5 stelle, era stato candidato anche alle primarie per la segreteria regionale del Pd, a sostegno di Nicola Zingaretti nel collegio 16, per la lista “Con Veltroni, ambiente, innovazione, lavoro per Zingaretti”.
In passato è stato inserito nel centrosinistra di Ostia, e fino al 2007 è stato vicino ad Alessandro Onorato, poi diventato coordinatore del movimento di Alfio Marchini.
Si era candidato anche con Lista civica per Veltroni a Ostia, nell’allora XIII Municipio (oggi è il X), ed era risultato primo dei non eletti per poi essere nominato coordinatore municipale della lista.
Lo stesso dicasi per Colomban, vicino prima al Pd, poi a Zaia e candidato nel centrodestra con Pionati.
Quindi, con buona pace di Grillo, il problema non è la tessera di un altro partito, ma la candidatura sotto le insegne di un altro partito, altra cosa.
Eventualità espressamente vietata dal “non Statuto” voluto da Grillo stesso, tanto è vero che a Mazzillo fu impedito di candidarsi ad Ostia nel M5S dai dirigenti romani dei Cinquestelle proprio per i suoi precedenti.
Salvo poi ritrovarselo a capo dello staff della Raggi a 88.000 euro l’anno e ora pure assessore all’Economia del Campidoglio.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
“VIRGINIA NON HA PIU’ SCUSE”… SOLO DI MAIO E DI BATTISTA PLAUDONO PER CONVENIENZA
A nomine annunciate, l’effetto è stato prima di sorpresa, poi di disappunto. 
La fronda ortodossa del M5S, la più critica verso l’operato di Virginia Raggi, rappresentata all’interno del direttorio da Roberto Fico, Carlo Sibilica e Carla Ruocco, è costretta a inghiottire in silenzio le scelte della sindaca di Roma.
Il rispetto che devono a Beppe Grillo, che ha chiesto di non commentare i fatti di Roma, li costringe a non rilasciare dichiarazioni.
Non vogliono e non possono, perchè ora è tempo di ricucire, o almeno provare a farlo. Le uniche parole sono quelle, abbastanza freddine, concordate giorni fa e che riflettono la linea dettata dal capo politico e dallo staff della Casaleggio: «Sono scelte di Virginia, la responsabilità è sua».
Parole che, però, lette in controluce rivelano l’isolamento di Raggi nel Movimento.
I vertici non vogliono più immischiarsi, perchè non vogliono essere travolti da eventuali fallimenti a Roma.
Anche Ruocco, nelle ultime settimane esplicita nei j’accuse a Raggi, si limita a confidare a chi le ha parlato che «è un bene che la sindaca abbia finalmente trovato gli assessori, adesso non ha più scuse».
Gli unici due a lasciare apertamente un margine di credito a Raggi sono non a caso Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, i membri del direttorio blindati dall’asse saldato con Grillo e Davide Casaleggio e rilanciati dal palco di Italia a 5 Stelle. Andrea Mazzillo e Massimo Colomban «sono persone che ha scelto Virginia, spero siano quelle giuste e facciano il bene della città ».
Nel gioco delle parti è Di Battista a dare forza a Raggi, confermandole «la massima fiducia», seguito da Di Maio che sembra apprezzare soprattutto il nome di Colomban: «Ho avuto modo di conoscerlo. È un grande segnale offrire a un imprenditore del Veneto che ci ha fatto conoscere in tutto il mondo la sfida del risanamento delle Partecipate di Roma».
Peccato però che non la pensino allo stesso modo gli altri esponenti dell’organo di governo del M5S e gran parte degli attivisti romani che hanno invaso di commenti chat e social network nelle ultime ore.
Dopo un mese di attesa e il triplice pasticcio di un assessore – Marcello Minenna, che se ne va sbattendo la porta, un altro, Raffaele De Dominicis, costretto a lasciare dopo 24 ore, e l’ultimo che si sfila per non farsi impallinare dalle faide interne al M5S – le aspettative erano altre.
«La sensazione – ragiona un membro del direttorio che chiede l’anonimato – è di scelte fatte per emergenza, quasi per disperazione»
Non piacciono i profili, le competenze «non del tutto adeguate» alla gigantesca prova di Roma.
Non piace che Raggi abbia rivendicato di aver puntato «su due militanti qualificati», andando contro tutta la storia recente del Movimento.
Sono nomine che hanno il sapore dello spoils system tanto caro ai vecchi partiti e tanto criticato dal M5S che aveva annunciato solo nomi di prestigio, esperti, tecnici, scelti in base al curriculum. Così non è stato.
Colomban conferma la partecipazione diretta della Casaleggio nel casting della giunta. Amico di Gianroberto, è a capo della Confapri, un’associazione di imprenditori che raduna nel suo Think Thank alcuni grillini come Vito Crimi e il veneto Davide Borrelli, a sua volta braccio destro di Casaleggio Jr nell’associazione Rousseau. Inoltre, nel 2010 è stato candidato con una lista a sostegno dell’attuale governatore leghista Luca Zaia.
«E poi cosa ne sa un imprenditore veneto di società partecipate romane?» si chiede un altro membro del direttorio.
Non va meglio per Mazzillo. Anzi: «Tutto questo tempo e alla fine fai una scelta che sa di ripiego? Uno che si è candidato prima con Marchini, poi con il Pd, infine con noi, nascondendoci che era stato con Veltroni?».
Anche sui suoi titoli c’è grande scetticismo ai vertici del M5S e tra i parlamentari: «Stiamo parlando della città con un debito di 13 miliardi. E pensare che avevamo Minenna…».
Oggi Di Maio, Ruocco, Fico e Sibilia si incontreranno, senza Di Battista, a Mirandola, in occasione dell’inaugurazione di una palestra distrutta dal sisma e ricostruita grazie a 420mila euro avanzati dalla campagna elettorale del 2013.
Sono le prove generali di una fragile pacificazione.
A sorpresa, potrebbe spuntare anche Grillo. Per la foto di famiglia: il patriarca e i suoi figli che sorridono ai flash con le fauci pronte ad azzannarsi a vicenda.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
DAL LEGAME SENTIMENTALE ALLE CONSULENZE SUI RIFIUTI: ECCO COME 30 TELEFONATE SI TRASFORMANO IN ATTO D’ACCUSA DEI PM
Dice l’assessora all’Ambiente Paola Muraro che “tirerà dritto”. Che avrà modo di spiegare quando sarà sentita in Procura. Dice ancora: “Il problema a Roma non sono mica io”.
Infatti, il problema per Roma e la Giunta di cui fa parte è la sua vicenda giudiziaria e quello che ora documenta.
Una storia di abuso pagato con denaro pubblico, figlia di una relazione sentimentale clandestina.
Che raddoppia i capi di accusa da cui è chiamata a difendersi — violazione delle norme sulla gestione dei rifiuti e abuso d’ufficio — e la avvinghia definitivamente al destino non esattamente luminoso dell’ex direttore generale di Ama Giovanni Fiscon, già a processo (insieme all’allora presidente Franco Panzironi) per corruzione in Mafia Capitale e ora appunto accusato, insieme a lei, dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Alberto Galanti, di abuso di ufficio per una parte significativa delle consulenze ricevute nel tempo da Ama (1 milione e 200 mila euro nell’arco di una decina di anni).
Accade infatti che nelle trenta conversazioni telefoniche intercettate dai carabinieri del Ros nell’inchiesta Mafia Capitale, inizialmente ritenute non rilevanti nel processo per le quali erano state disposte, ma di cui la Procura ha poi chiesto e ha ottenuto nei giorni scorsi la trascrizione, si documenti una verità che devasta ciò che restava dell’immagine pubblica della Muraro e della favola della consulente con i fiocchi delle cui imprescindibili competenze nella gestione e smaltimento dei rifiuti l’Ama di Panzironi e Fiscon, prima, e la Giunta Raggi poi, non potevano fare a meno.
In quelle telefonate, registrate tra il 2013 e il 2014, Paola Muraro, ignorando di essere ascoltata, non fa mistero della sua relazione sentimentale con Giovanni Fiscon, introducendo un elemento che rende definitivamente abusive le consulenze che l’allora direttore generale di Ama le aveva e avrebbe continuato ad affidarle fino al suo ultimo giorno nella municipalizzata.
Per altro, con il consapevole assenso di Panzironi, anche lui legato a doppio filo con la Muraro (al punto da progettare per lei un ruolo in un futuro impianto di smaltimento rifiuti in Trentino) e, anche lui, a questo punto, di fatto coinvolto nell’indagine.
Si potrebbe obiettare (a ragione) che il privatissimo rapporto di intimità clandestina tra la Muraro e Fiscon, in sè, non sarebbe sufficiente a far superare a questa storia il confine tra l’opportunità e la rilevanza penale.
E tuttavia, come ricostruisce ora l’indagine della Procura, a trasformarlo in abuso di ufficio e dunque a sottrarlo alla dimensione ‘guardona’ del pettegolezzo giudiziario, all’intrusione dolorosa nella privacy, sono il modo e la natura con cui i contratti di consulenza vennero riconosciuti alla Muraro. In violazione di ogni norma, e con uno strumento illegittimo come quello dei contratti di consulenza, Giovanni Fiscon affidò infatti alla donna cui era sentimentalmente legato funzioni che, come tali, non avrebbero potuto essere oggetto di incarichi esterni e, al contrario, avrebbero imposto una ricerca con regolari bandi di figure professionali prima all’interno della municipalizzata e, in seconda battuta, della sua controllante, il Comune di Roma. Cosa che non avvenne mai.
Di più: quei contratti di consulenza vennero regolarmente prorogati nonostante la legge ne facesse divieto.
Per giunta, riconoscendo alla Muraro bonus una tantum per singolari prestazioni professionali quali, per dirne alcune, un accesso agli atti della Regione Lazio o una consulenza processuale in un giudizio che vedeva Fiscon e Ama imputati.
Costretta a rinunciare all’avvocato che sin qui l’aveva difesa (lo stesso di Giovanni Fiscon), la Muraro e il suo nuovo legale, l’eccellente Riccardo Olivo (uno degli avvocati che con tenacia difesero la Shalabayeva svelando il ruolo del ministro dell’Interno Alfano e del Dipartimento di Pubblica Sicurezza), si trovano dunque di fronte una montagna complicata da scalare.
Da una parte dovranno dare conto di un’ipotesi di reato (quello ambientale) nella gestione degli impianti di TMB Ama di Rocca Cencia sul cui sfondo si agita il sospetto di un interesse inconfessabile a favorire nel tempo il Re della monnezza di Roma, Manlio Cerroni, il Supremo.
Dall’altra, quella di aver abusivamente lavorato da dirigente di vertice della Municipalizzata avendo quale titolo di merito preferenziale quello di essere sentimentalmente legata all’uomo che ne era il Direttore Generale, Fiscon.
Tanto da consentirle di lavorare accampata nell’anticamera del suo ufficio e di intervenire su promozioni interne in Ama (Repubblica ne ha dato conto l’8 settembre scorso).
Vedremo cosa accadrà . Perchè l’inchiesta promette di camminare.
E di trascinare politicamente a fondo, insieme alla Muraro, la donna che a lei ha sin qui deciso di legarsi mani e piedi. La sindaca Virginia Raggi.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
COMO: IN ATTESA DI PROCESSO PER FALSO IN ATTO PUBBLICO MA GRATIFICATI DEL PREMIO
Dalla bufera giudiziaria, ai compensi extra per i buoni risultati ottenuti. 
I protagonisti sono due alti funzionari comunali comaschi, Antonio Ferro e Pietro Gilardoni, coinvolti nell’inchiesta su alcune irregolarità nella gestione delle paratie del lungolago, scoppiata nel giugno scorso.
Le accuse per i due — il primo finito ai domiciliari, il secondo anche in carcere, ma al momento liberi in attesa del processo che inizierà a novembre — sono gravi.
Dalla turbata libertà nella scelta del contraente al falso ideologico in atto pubblico, tutto in relazione al solo progetto delle paratie, nato per proteggere il lungolago dalle esondazioni del ‘gioiello’ di Como e ad oggi fermo, con tanto di cantiere.
Nonostante ciò, per effetto della decisione del Gip che ha revocato le misure cautelari e la loro sospensione dal servizio, i due dirigenti potranno tornare al lavoro. Regolarmente stipendiati con cifre adeguate al loro ruolo di dirigenti pubblici – Gilardoni nel settore ‘Reti tecnologiche, strade, acque e arredo urbano’ e Ferro nel settore ‘Opere pubbliche e manutenzione edilizia comunale’ e con il pieno diritto a ottenere quei ‘bonus’, ovviamente in denaro, previsti per i risultati ottenuti nell’anno precedente.
Ovvero, nel caso specifico e per il solo 2015, 15.935,34 euro per Gilardoni e 12.437,45 euro per Ferro.
Tecnicamente detti ‘indennità di risultato’, questi extra costituiscono la percentuale di stipendio ‘variabile’ prevista per i funzionari del settore pubblico ed è legata al raggiungimento di obiettivi.
E mentre sui social network è già esplosa la polemica, il sindaco di Como Mario Lucini ha commentato: «Sono le regole».
E infatti, come consentito ancora dalle regole, i due non sono nemmeno rientrati fisicamente al lavoro, ma stanno usufruendo delle ferie accumulate.
Il primo cittadino ha ricordato poi che questi compensi erano stati dapprima congelati dal Comune, per poi essere sbloccati e infine elargiti.
D’altronde, il Nucleo Indipendente di valutazione, l’organo che in alcuni comuni italiani appunto misura le performance e vigila sul raggiungimento di obiettivi individuali di dirigenti e di funzionari, in proposito si è espresso chiaramente.
«La valutazione delle attività svolte dai dirigenti nell’anno 2015 — scrive il Nucleo secondo quanto riportato dal comune di Como – non può essere condizionata da fatti o eventi maturati successivamente se non vengono accertati elementi che possono influire sul periodo di riferimento».
E ancora: «Allo stato degli atti si confermano le valutazioni operate con valenza per l’anno 2015 e per i dirigenti Gilardoni e Ferro si potrà procedere ad eventuali revisioni solo qualora emergano altri elementi di valutazione dal procedimento penale in corso». Insomma, l’anno prossimo la situazione potrebbe cambiare, ma per il 2015 rimane congelata.
Come quel cantiere sulle sponde del lago, ormai parte del panorama dei turisti, e dei cittadini infuriati.
Manuela Messina
(da “La Stampa”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
IL MERITO E’ ANCHE LA CAPACITA’ DI FARSI CAPIRE
Considerato il contesto, tenuta presente la finalità dello stesso ed altresì considerate le diverse, specifiche abilità “in campo”, non c’è voluto molto a capire che Renzi, a Zagrebelsky (dal punto di vista mediatico) gli ha fatto il “mazzo a tarallo”…
L’esimio Costituzionalista (che ho sempre apprezzato per aver studiato su molti dei suoi libri) ha fatto oggettivamente sfoggio di una “semantica” eccessiva e poco incisiva (peraltro “inciampando finanche in se stesso”, e più di una volta, purtroppo). Il “messaggio di merito”, ai più, sarà arrivato (forse) per 2/10.000; quello relativo alla contesa, allo scontro dialettico, invece, sarà arrivato in modo molto più massiccio e di certo non avrà spinto a favore di quello che si è oggettivamente appalesato come “un evidente parruccone”.
Se i sostenitori del no pensano di vincere senza porsi il problema di una efficace ed efficiente comunicazione, hanno già perso in partenza…
Troppo semplicistico (e finanche tremendamente indegno ed offensivo) sarebbe assumere che il popolo non sarebbe all’altezza di capire…
Il popolo capisce tutto ciò che è spiegato chiaramente ed in modo efficace… Non tenerlo presente (come in effetti fa buona parte della presunta classe dirigente del centro-destra, in generale, e del mondo “liberale”, in particolare) è la prova provata di una conclamata incapacità nel cogliere, non soltanto le ragioni “di ieri” e “dell’oggi”, ma anche quelle “del domani”…
Il merito è anche – e soprattutto – capacità di farsi capire. Di essere in sintonia con gli altri. Di conquistare la loro testa ed anche il loro cuore…
La sfida è un po’ più elevata e complessa di quanto si possa immaginare.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
DAGLI ATTACCHI AI COMUNISTI AL GIUDIZIO SU BERLUSCONI: “ROVINATO DALLE DONNE”
L’invito arrivò dopo che avevo scritto un pezzo sull’aspra battaglia burocratica per aprire una grande
Esselunga a Modena, nell’Emilia rossissima dove di regola i supermercati o sono Coop o non ci sono.
Il reportage, apparentemente, gli era piaciuto.
«Perchè non viene a trovarmi con il suo direttore?». Detto fatto.
Così il direttore, che all’epoca era Mario Calabresi, e il soprascritto partirono alla volta di Limito di Pioltello, sede principale dell’Esselunga, convinti di portare al giornale un’intervista a Bernardo Caprotti che non ne dava mai.
Il posto è la tipica imitazione milanese dell’America produttiva: capannoni e rotonde, rotonde e capannoni, e in mezzo gente in macchina intenta ad andare al lavoro o a tornare dal lavoro.
Arrivammo e fummo parcheggiati in una sala d’attesa tipo dentista dove spiccavano due quadri con il loro bravo cordoncino davanti, come in un museo.
Non mi sembravano meritarlo e nel tentativo di studiarli meglio mi avvicinai troppo facendo scattare una sirena terrificante. Come dire: meglio non fidarsi troppo.
Però è anche vero che non arrivò nessun vigilante. Evidentemente erano abituati agli allarmi a vuoto.
In compenso comparve Caprotti, che all’epoca era già anziano ma sempre gagliardo, ed esauriti i convenevoli (pochi e sbrigativi) ci informò, primo, che i quadri erano dei Canaletto (e qui forse era troppo ottimista), secondo, che non c’era nessuna intervista ma solo una conversazione «off the record», insomma che non avremmo potuto scrivere una sola parola e, terzo, che ci invitava a colazione.
Il tutto esibendo una copia del mio articolo tutta sottolineata con l’evidenziatore e spiegando che «i comunisti» gli volevano impedire di fare il suo mestiere, cosa peraltro verissima.
Seguì la famosa colazione. E qui capimmo che quello che avevamo davanti era un capitalista della vecchia scuola, un padrone delle ferriere senza indulgenze per nessuno, nemmeno sè stesso.
Macchè ristorante stellato, macchè insalatina veloce e fighetta così-non-mi-appesantisco-che-devo-lavorare: andammo a pranzo in mensa, insieme con i dipendenti, con l’unico modesto lusso di una tavola a parte e del cameriere e mangiando solo prodotti Esselunga perchè, come mise subito in chiaro, «io assaggio tutto quello che vendo».
Scherzando, pure. «Le piace questo patè?». Sì, non male, grazie. «L’ha fatto mia moglie», ah ah ah.
La conversazione si aggirò intorno alle vicissitudini di «Falce e carrello», il suo libro denuncia sull’intreccio fra grande distribuzione e amministrazioni locali di sinistra, allora al centro di una complicata battaglia giudiziaria.
Poi si passò ai suoi ricordi, lui di buona famiglia imprenditoriale lombarda spedito dal padre negli Stati Uniti più o meno all’epoca della presidenza Truman: doveva occuparsi di industria tessile, il business di famiglia, e invece scoprì che là esistevano degli strani grandi negozi chiamati «supermercati».
A sprazzi, emergeva qualcosa di più personale.
Il giudizio su Berlusconi, per esempio, che lui conosceva bene e di cui disse «quello l’hanno rovinato le donne», sentenza magari sbrigativa ma non sbagliata.
E, curiosamente, una gran simpatia per i greci e la Grecia, in teoria quanto di più lontano dalla sua etica del «laurà » e dalla sua estetica dell’understatement: ci raccontò che passava lì tutte le estati, in barca, e gli piaceva moltissimo.
Non una parola sulle risse giudiziarie con i figli, che pure avevano già cominciato a tracimare dai tribunali ai giornali.
I suoi giudizi erano netti, espressi in un italiano impeccabile e per questo un po’ demodè. Analizzava le malefatte di governi, partiti e sindacati con la spassionata chiarezza di chi non se ne aspetta nulla di buono. Era duro ma lucido. E si capiva (ipotesi poi confermata parlando con chi lavorava con lui) che non chiedeva ai dipendenti niente che non avrebbe fatto lui.
Tornando, Calabresi mi raccomandò di scrivere un appunto sulla giornata, cosa che feci. Non ho più rivisto il cavalier Caprotti.
Poco male: era di quelle persone che non si dimenticano. Magari era un uomo difficile. Ma certamente era un uomo.
Alberto Mattioli
(da “La Stampa”)
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