Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
VOLEVA INSERIRE NELLA COSTITUZIONE IL NO ALLE QUOTE DI RIPARTIZIONE TRA I PAESI UE… LO SILURA JOBBIK, UN ALTRO PARTITO DI ESTREMA DESTRA XENOFOBO
Altro sonoro schiaffone in Parlamento per il premier xenofobo ungherese Viktor Orban. E quel che è peggio per le sue fortune politiche, si tratta di una sconfitta sul tema per lui prioritario: il no assoluto ai migranti.
Lo Orszaghà z, il maestoso Parlamento in riva al Danubio nella capitale Budapest, non ha approvato l’emendamento costituzionale che il capo del governo voleva.
La proposta dell’esecutivo era di inserire nella legge fondamentale il no alle quote di ripartizione di migranti tra i Paesi membri dell’Unione europea, quote volute dalla Commissione europea e dai maggiori Paesi pagatori netti della Ue ma rigettate dai paesi del centroest.
Cioè soprattutto dal gruppo di Visègrad di cui l’Ungheria fa parte insieme a Cèchia, Polonia e Slovacchia.
La proposta di emendamento costituzionale ha ricevuto 131 voti su un totale di 199 quanti sono i seggi del Parlamento magiaro.
In percentuale, ciò vuol dire il 65,8 per cento di sì.
Molti, ma non abbastanza per raggiungere la maggioranza qualificata di due terzi che resta necessaria per ogni modifica alla Legge fondamentale.
Invano Orban aveva chiesto un sì più ampio, ricordando che il 2 ottobre scorso gli elettori avevano espresso oltre il 98 per cento di sì alla linea dura anti-Ue al referendum sul no alle quote di ripartizione di migranti “imposte da Bruxelles senza consultarci e senza tenere conto della sovranità nazionale”.
Il numero dei partecipanti al voto è stato tuttavia inferiore al 50 percento degli aventi diritto, quindi la consultazione non era valida.
La sconfitta parlamentare di Orban sembra dovuta alla scelta di Jobbik (partito di estrema destra dichiaratamente razzista, antisemita, xenofobo e nostalgico, determinante in Parlamento e molto forte tra i giovani, nelle università e nelle campagne) di contestare a destra il premier.
Sia per chiedere misure anti-migranti ancor più restrittive e dure, sia per mostrare la propria forza e tentare di imporre a Orbà n patti e compromessi politici.
Secondo l’analista Zoltà n Cegledi, il risultato del voto parlamentare “è una disfatta della politica di potere del premier, che mette Orban nella difficile posizione di dover spiegare perchè da qualche tempo egli non riesce a conseguire nessun risultato concreto che sia in linea con le sue posizioni”.
Tanto più cocente è lo schiaffo incassato dal premier in Parlamento se si ricordano le sue ultime esternazioni: ripetuti, volgari e pesanti attacchi suoi personali e del suo ministro degli Esteri Pèter Szijjà rtò al presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi. Il quale, avendo detto che si potrebbe pensare di rivedere gli aiuti Ue ai Paesi riceventi (come Ungheria e Polonia) i quali rifiutano agli altri membri dell’Unione la solidarietà nell’affrontare l’emergenza migranti, era stato attaccato come “persona in difficoltà da cui non vogliamo elemosine, egli non sa capirci nè sa mettere a posto stabilità politica e conti pubblici italiani”.
Poi il 23 ottobre, anniversario dell’eroica rivoluzione ungherese del 1956 per un socialismo dal volto umano (schiacciata nel sangue in novembre dello stesso anno dalla brutale, sanguinosa invasione sovietica) Orban era giunto persino nel discorso alla cerimonia pubblica a insultare la memoria dei martiri del ’56.
Aveva infatti detto in sostanza “allora l’Ungheria si battè contro la sovietizzazione forzata imposta da Mosca, oggi ci battiamo contro la sovietizzazione che la Ue vorrebbe imporci”.
In altre parole, un paragone assurdo tra un’Armata rossa sterminatrice e colpevole di stupri di massa, che invase il Paese con mezzo milione di soldati e 5000 carri armati e la Ue che inonda l’Ungheria di aiuti (fondi di coesione) e di investimenti italiani, tedeschi, di altri paesi donatori, investimenti vitali per il suo sviluppo.
(da agenzie)
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Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
L’ANTIDIPLOMATICO E’ DIRETTO DA UN ESTREMISTA DI SINISTRA, STRETTO COLLABORATORE DI DI BATTISTA
Non avendo pronta una chiara linea geopolitica, e un network sperimentato di interlocutori, la
politica estera del Movimento cinque stelle della prima fase, tra la nascita (2009) e lo Tsunami tour (2012-2013), s’è sempre risolta nelle visite – più o meno estemporanee – di Beppe Grillo alle ambasciate.
L’ambasciata tedesca, quella americana, il consolato americano, cominciarono a manifestare anni fa curiosità per questo «comedian» trasformatosi in agitatore politico di folle. Volevano capire. Annusavano.
Alla vigilia delle elezioni del 2013 sollevarono un caso le parole pronunciate il 13 marzo dall’ambasciatore Usa David Thorne al liceo Visconti, a Roma: «Voi giovani siete il futuro dell’Italia. Voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire, come il Movimento 5 Stelle, per le riforme e il cambiamento».
Grillo esultò. Vergò sul blog un post trionfale: «L’ambasciatore Usa e il M5S».
Poi però le cose sono drasticamente cambiate.
Negli ultimi due anni ha cominciato a farsi strada, nel M5S, un mantra totalmente opposto, «la Russia non è un nemico».
La chiave della loro geopolitica è diventata via via la richiesta di abolire le sanzioni contro Mosca.
Gli incontri, parallelamente, si sono spostati dal livello teatrale di Grillo alle ambasciate a un livello più prosaico ma confidenziale: quello degli imprenditori, o dei colonnelli Alessandro Di Battista e Manlio Di Stefano.
Due a Mosca, e poi a Roma, con personaggi chiave del partito di Putin, uno dei quali assai discusso.
È in questa fase che diventa di riferimento, nel divulgare la linea, un sito, L’Antidiplomatico.
Nonostante neghi un’inclinazione filo-Putin, L’Antidiplomatico descrive bene il legame culturale sempre più stretto tra cinque stelle e propaganda di Mosca.
Basta leggere gli ultimi dieci articoli in cui, direttamente o indirettamente, si parla del leader russo.
«Oliver Stone: Trump è pericoloso, ma cosa vi fa pensare che Hillary non lo sia?». «Come mai i giornalisti diffamano Putin e non indagano sull’immenso patrimonio accumulato da Bill e Hillary Clinton?». «La Russia annuncia una tregua umanitaria ad Aleppo» (parentesi: Aleppo viene paragonata storicamente alla battaglia di Stalingrado, un grande classico della propaganda russa attuale).
«Il ministro della Difesa russo: “È tempo che l’Occidente definisca se lottare contro i terroristi o contro la Russia”». «Putin: “Mi piacerebbe avere in Russia la macchina di propaganda in mano agli Usa». E via così.
La Clinton non riscuote certo, eufemismo, la loro simpatia.
Lantidiplomatico.it è registrato a nome di Alessandro Bianchi, un giovane pescato nelle reti della sinistra radicale romana, poi diventato il più stretto collaboratore di Alessandro Di Battista, e utilizzato dal M5S anche per la commissione esteri della Camera.
Bianchi, la settimana scorsa, non ha risposto quando La Stampa l’ha contattato.
Con lui c’è una redazione agile di collaboratori; il principale dei quali, Fabrizio Verde, ha le stesse origini politiche, più altre due persone.
Le firme fisse non colpiranno i lettori giovani; ma i meno giovani sì: nel colophon della rivista online tra i soli quattro «collaboratori assidui» compare Achille Lollo, alla cui biografia L’Antidiplomatico scrive, assai stringato: «Corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”».
Altrove sul sito Bianchi aggiunge: «È stato direttore delle riviste Naà§ao Brasil e Conjuntura Internacional».
L’ex militante di Potere Operaio – per diciott’anni latitante in Brasile, e prima dieci anni in Angola, condannato per il rogo di Primavalle appiccato alla casa dei Mattei in cui morirono un bambino di 10 e un ragazzo di 22, figli del segretario della sezione missina di quel quartiere romano – è oggi libero cittadino, dopo la prescrizione della pena.
In questo milieu matura il sito che in questi mesi sta vedendo lievitare i suoi accessi, e l’influenza tra i parlamentari cinque stelle che si occupano di geopolitica.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
AVEVA RACCOLTO 225.000 EURO DI CONTRIBUTI, MOLTE DONAZIONI SAREBBERO INFERIORI A 5.000 EURO E LA LEGGE NON TI OBBLIGA A RIVELARE I NOMI
La trasparenza invocata dal Movimento 5 Stelle incassa un inaspettato stop. 
La pretesa differenza grillina si trasforma infatti in una vana speranza quando si parla della campagna elettorale dei candidati sindaci e dei finanziamenti ricevuti. Emblematico è il caso Roma e della sindaca Virginia Raggi.
Resta, infatti, ignota la gran parte dei finanziatori della campagna elettorale vincente della prima cittadina della capitale.
In diverse occasioni gli esponenti del M5S hanno invocato la casa di vetro per i soldi che alimentano le campagne elettorali o le fondazioni politiche.
È successo anche quando Salvatore Buzzi, ras della cooperativa 29 giugno, ha partecipato alla cena di finanziamento dei democratici, prima del coinvolgimento in Mafia Capitale.
Vicenda più volte sollevata dall’universo grillino per attaccare il Pd sui canali di finanziamento; stesso film anche quando si è trattato di mettere all’indice le fondazioni, quelle vicine ai partiti, vero regno di opacità .
Va precisato che tutto è avvenuto secondo legge. Nel rendiconto presentato, come prevede la norma, presso la Corte di Appello di Roma, collegio regionale di garanzia elettorale è infatti tutto in regola.
Ma dal M5S, visti gli annunci, ci si sarebbe aspettati un livello di trasparenza maggiore.
Il mandatario elettorale della candidata Raggi era Andrea Mazzillo, un passato nel centro-sinistra, poi diventato fedelissimo dell’attuale sindaca, prima come capo staff e ora come assessore al bilancio per riparare i disastrati conti del comune.
Mazzillo ha curato tutte le procedure come prevede la norma.
La sorpresa arriva quando, dopo aver fatto richiesta di accesso agli atti, scopriamo che gli unici nomi riportati nella documentazione consultabile sono quelli “dei soggetti diversi da persone fisiche” e quelli dei privati che hanno versato oltre
5 mila euro.
E tutti gli altri? Coperti e non accessibili.
La legge parla chiaro: l’obbligo di dichiarare i nomi non sussiste per le donazioni di privati sotto la soglia di 5 mila euro.
Una soglia che fino al 2012 era addirittura di 20 mila euro. Quindi buona parte dei soldi che hanno finanziato la campagna elettorale di Virginia Raggi sono tracciati, depositati, ma non consultabili.
Diverso il caso di Chiara Appendino, sindaca di Torino che ha pubblicato i donatori, ma solo indicando il nome e l’iniziale del cognome.
Scelta analoga anche per Stefano Fassina, ex sottosegretario e candidato a sindaco perdente di Sinistra Italiana.
Raggi è stata bacchettata anche dalla campagna “Saichivoti”. Chi sono i finanziatori? A quali famiglie romane appartengono? Quanto hanno versato? Restano domande senza risposte.
L’Espresso ha contattato Andrea Mazzillo, poco prima che assumesse l’incarico di assessore, per chiedere spiegazioni e l’accesso agli atti, visto che i grillini predicano trasparenza.
Mazzillo ha spiegato che avrebbe depositato tutto in Corte di Appello e anche all’assemblea capitolina presso quest’ultima però senza indicare i donatori sotto i 5 mila.
«Tutte le donazioni sono interamente rendicontate dalla prima all’ultima. Siamo intorno ai diecimila donatori. Io contravvengo alle disposizioni se dichiaro i donatori sotto i 5 mila».
Mazzillo ci dice di avere l’elenco dei donatori, ma quando gli chiediamo di verificare la presenza di un nome, risponde: «Questo non so dirglielo».
«Io non posso pubblicare i nominativi altrimenti mi mettono in galera», ha concluso Mazzillo, «se lei andrà in Corte di Appello ci sarà tutto l’elenco».
In realtà non è così: l’Espresso ha fatto richiesta di accesso agli atti, ma dalla Corte di Appello non ha ottenuto, come da norma, l’elenco completo dei donatori.
Così abbiamo richiamato Mazzillo ponendogli alcune precise domande: ad esempio, se poteva fornirci l’elenco dei finanziatori privati che hanno versato sotto i 5 mila euro e perchè il M5S non ha espressamente indicato che sarebbe stata pubblicata ogni tipo di donazione (in questo modo non avrebbe avuto problemi di privacy).
Mazzillo ha risposto con un sms: «Io non dispongo dell’elenco da lei richiesto, sono dati desumibili dagli estratti conto che misurano operazioni di oltre 10 mila donazioni che non è possibile sistematizzare in maniera automatizzata».
Eppure era stato proprio Beppe Grillo a invertire la tendenza quando sul suo blog, nel 2013, rendicontava tutte le spese dello Tsunami tour riportando nomi e cognomi di quasi diecimila donatori che avevano dato il loro assenso alla pubblicazione e aggiungeva: «Buona lettura a chi chiede trasparenza. Stancatevi gli occhi».
Ora c’è poco da stancarsi.
L’Espresso ha potuto leggere l’elenco dei pochi privati che hanno versato sopra 5 mila euro o dei soggetti giuridici, pochissimi, che hanno contribuito alla campagna elettorale di Virginia Raggi.
Partiamo dai conti. Il totale delle spese sostenute per la campagna elettorale a sindaco è stato pari a 223.673 euro, che arrivano a 260.846 includendo le erogazioni in natura, con un attivo di quasi 1.800 euro versato al comitato promotore Italia 5 Stelle. I contributi di terzi, intesi come la somma delle donazioni (225.449), ma anche dei servizi ricevuti, ammontano a 262.580 euro.
Passiamo ai finanziatori. Sono 28 in tutto i contributi, i cui nominativi sono consultabili. La somma totale si aggira intorno ai 70 mila euro.
Tra i contributi, si parte dai 100 euro di Informa, società di Terracina ai 1330 della srl Lucina fino ai 1000 euro della società immobiliare S.i.o.
Gli altri finanziatori privati, la gran parte, sono coperti dal principio della riservatezza, che li tiene lontano dai riflettori.
Nonostante i proclami, in questo caso, la trasparenza resta solo una promessa.
Nello Trocchia
(da “L’Espresso”)
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Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
DAL 2012 PIU’ DI 800 PICCOLI IMPRENDITORI SI SONO TOLTI LA VITA DOPO IL FALLIMENTO DELL’AZIENDA… LE COLPE DELLO STATO E DI UNA COMUNITA’ CHE EMARGINA I “COLPEVOLI DI POVERTA'”
Antonio aveva 56 anni e produceva tubi. Due anni fa l’ultimo brindisi con i tre operai: una commessa pubblica, la banca avrebbe aspettato, i soldi per le more chieste da Equitalia li avrebbe trovati. Poi lo Stato non ha pagato ed è finito tutto.
Ha provato a fare il meccanico ad Arsiero: 500 euro al mese in nero. Gli è arrivato lo sfratto. La moglie, con i due figli, si è trasferita dalla madre.
Lui, in cambio del letto, ha fatto il badante della zia. La sera la famiglia si riuniva ai giardini pubblici di Vicenza: un triangolo di pizza, due parole sui ragazzi e sui libri da pagare per l’università . Alla fine Antonio ha ceduto e si è tolto la vita.
Non è stata la disperazione, ma la vergogna. La famiglia e gli amici avevano saputo: anche lui era colpevole di povertà .
Nell’Italia della grande crisi, come nel Nordest dei reduci degli “schei”, i fallimenti non si perdonano. O ce la fai, o ti togli di mezzo.
La selezione della specie, nell’impero del consumo, è spietata.
Seicentoventotto piccoli imprenditori suicidi in tre anni, tra il 2012 e il 2015, altri 193 fra gennaio e ottobre. In testa alla classifica, il Veneto. Non sono il fisco, lo Stato e la burocrazia, ad essere sotto accusa, non i grandi e i piccoli evasori che si appellano all’impresentabilità collettiva per giustificare la disonestà individuale.
Nel cinema Roma di Vicenza si parla di vulnerabilità personale e di indifferenza istituzionale, della mediocrità che ha conquistato i poteri, di un’esistenza precaria diventata cronica e generale.
È una testimonianza, ma pure un omaggio ai caduti anonimi del Paese che non ce la fa. Gente umile e onesta, semplice e normale, spesso anziana, i protagonisti dell’esaurito modello Nordest affondato nei debiti.
Inaccettabile, specie nella terra in cui il lavoro e il conto in banca sono il cuore di ogni persona.
Ci sono anche i figli di Mario, falegname di Valdagno. Lui è stato ucciso dalla fine dell’amore con la moglie.
C’erano l’assegno di mantenimento, un nuovo affitto, altre bollette, le rate per i macchinari, i contributi dei dipendenti. “Ci ha chiesto scusa – dicono – aveva un’assicurazione sulla vita, l’ha fatto per noi”.
La sala è gremita per l’anteprima di Cronaca di una passione, l’ultimo film di Fabrizio Cattani, con Vittorio Viviani e Valeria Ciangottini. Presenti gli “Angeli della Finanza” e l’ex magistrato Piero Calabrò, presidente dell’Istituto Sdl.
Dopo Maternity blues, dedicato alle mamme in carcere per infanticidio, l’opera è già un caso.
La prima ragione è l’argomento: l’organizzazione collettiva che pretende la vita di chi non sta al passo con le regole della finanza pubblica.
La seconda è la formula: un film autoprodotto da 70mila euro, negato alle grandi sale e affidato a quelle piccole, purchè accompagnino la proiezione con dibattiti animati da associazioni e volontari, pronti ad aiutare concretamente le famiglie dei caduti causa crisi.
La tournèe, dopo Vicenza e Verona, lascerà il fronte Veneto per toccare tutti i campi di battaglia della nazione, a partire dalla Campania.
“Il welfare – dice Fabrizio Cattani – da statale si è ridotto a famigliare. Ma in questo modo chi per necessità cade nelle mani delle sanzioni, viene privato anche della dignità , la pena è l’umiliazione inflitta dalle persone care. A un uomo sul lastrico un funzionario pubblico ha suggerito di fingersi pazzo per ottenere un posto riservato ai disabili”.
Non c’è indignazione, nel multisala. Piuttosto commozione e rimpianto.
Ci sono artigiani e piccoli commercianti, industriali e professionisti, i famigliari di chi si è arreso. Conoscono la storia.
Anna e Marco, una trattoria, una fabbrica che chiude e i coperti che non sono più quelli di prima. Il debito verso Equitalia schizza a 30mila euro, poi a 50.
La loro passione, ma si potrebbe dire il calvario, o la condanna, è questa: il quartiere pignorato, il locale chiuso, l’affidamento a una comunità che dopo quarant’anni divide anche il loro letto matrimoniale.
“Ed è sempre quando non servi più – dice Cattani – che la solidarietà salta. Non giudico, ma prendo atto che affetti, buone intenzioni, sostegno e generosità , come il buon senso e il supporto delle istituzioni, scoprono improvvisamente di essere solo parole, o propaganda. Se una comunità scompare nell’attimo cruciale, la sua esistenza è inutile. Non parlo degli evasori, ma degli onesti: nemmeno lo Stato può pignorare la vita”.
I protagonisti finiscono con i mobili ammassati in un garage preso in affitto. Dormono su un materasso steso davanti ai fornelli, prima di essere cacciati “per esigenze igieniche”.
Passano la fine dell’anno in albergo. Anna prende le pillole e resta a letto. Marco raggiunge la spiaggia e punta verso le onde.
“Non ci spaventano i sacrifici – dice Tiziana – a ucciderci sono i giudizi e il confronto. Dopo 35 anni di fatiche ti svegli e ti convincono che non vali più niente, che hai rubato ciò che non hai mai avuto”.
Aveva un lavasecco sotto Asiago, adesso è ospite della Caritas. È notte. Finisce di parlare e in sala nessuno fiata.
Parte un applauso e basta.
Forse proprio il Nordest vuol dire al resto d’Italia che si è vivi anche senza i soldi.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
IL MINISTERO: “MA DA QUEST’ANNO RADIO MARIA E RADIO PADANIA NON AVRANNO PIU’ IL CONTRIBUTO FISSO”… A SUO TEMPO UNA LEGGINA AD HOC PER UNA MARCHETTA LEGHISTA (CONTESTATA DALLA CORTE DEI CONTI)
La radio che lancia anatemi contro le leggi dello Stato è quella che prende dallo Stato più soldi di
tutte le altre radio.
È il ricco paradosso di Radio Maria, quella che ha mandato in onda la sconcertante teoria di padre Giovanni Cavalcoli, secondo il quale il terremoto che ha squassato il Centro Italia non sarebbe altro che “il castigo di Dio” per la legge sulle unioni civili.
Teoria che ha fatto infuriare papa Francesco, ha spinto il Vaticano a prendere le distanze e alla fine ha costretto la radio a “sospendere” la trasmissione mensile affidata al religioso.
Ebbene, proprio lo Stato che secondo padre Cavalcoli avrebbe scatenato “il castigo di Dio” è il finanziatore numero uno di Radio Maria.
Di più: l’emittente religiosa è in cima alla lista delle radio che ricevono ogni anno un contributo pubblico.
Negli ultimi tre anni di cui si conoscono le cifre, ha incassato 779 mila euro per il 2011, 730 mila per il 2012 e 581 mila per il 2013: due milioni e 90 mila euro nel triennio.
Per svolgere un servizio pubblico?
No, a titolo di “mero sostegno”, in base a una legge di 18 anni fa varata per sostenere le emittenti locali che però le assicura un canale privilegiato.
Un dato che la mattina del 3 febbraio scorso non ha impedito al direttore di Radio Maria, don Livio Fanzaga, di commentare nella sua rassegna stampa la notizia dell’approvazione della legge sulle unioni civili paragonando la relatrice del provvedimento, Monica Cirinnà , “alla donna del capitolo diciassettesimo dell’Apocalisse, la Babilonia” (una prostituta), e a inviarle la sua macabra profezia: “Signora Cirinnà , lei oggi brinda prosecco alla vittoria, ma arriverà anche il funerale, stia tranquilla. Glielo auguro il più lontano possibile, ma arriverà anche quello” (memorabile la reazione su Facebook dell’interessata, che rispose con una citazione di Massimo Troisi: “Mò me lo segno”).
Ma perchè questa emittente che lancia anatemi contro le istituzioni gode di un trattamento privilegiato nella distribuzione delle sovvenzioni pubbliche?
La risposta è in un codicillo contenuto nella legge 350 del 2003 – al comma numero 190 dell’articolo 4, precisamente – che assegna il 10% dei contributi destinati alle radio locali alle “emittenti nazionali comunitarie”, e quel “comunitarie” non c’entra nulla con l’Unione Europea ma serve a distinguerle da tutte le altre che hanno fini di lucro.
Ora, le “emittenti nazionali comunitarie” sono solo due, nel nostro Paese.
La prima è Radio Maria.
La seconda è Radio Padania, la radio di Matteo Salvini, che riceve esattamente le stesse somme dell’altra.
Eppure la severa relazione che la Corte dei Conti ha stilato alla fine del 2015 sulla distribuzione di questi aiuti a pioggia segnala che l’emittente leghista non solo riceve anche i contributi della Presidenza del Consiglio per le testate gestite da cooperative, ma a voler interpretare la legge alla lettera non può neanche essere considerata “nazionale”, visto che trasmette solo in nove regioni, e sulle altre arriva solo un segnale digitale Dab, captabile solo da pochissimi apparati.
Ma quali regole devono rispettare, queste due radio privilegiate, per incassare il contributo statale? Nessuna.
Devono solo “essere in regola con il pagamento del canone, calcolato nella misura dell’1 per cento del fatturato annuo”.
Per il resto, possono mandare in onda quello che vogliono.
Non hanno alcun dovere di svolgere un servizio pubblico, perchè la legge del 1998 assegnava contributi a pioggia con l’unico criterio del “mero sostegno ” all’emittenza locale. Solo per aiutarla a sopravvivere.
Nel caso delle due radio “comunitarie”, però, la Corte dei Conti ha segnalato che si tratta di non di una regola generale e astratta, in base ai principi basilari del diritto, ma di una “legge-provvedimento”, stilata su misura dei beneficiari e vincolando lo Stato ad assegnare loro una quota prefissata (il 10 per cento del totale).
Il caso delle “parole offensive e scandalose” apre dunque un nuovo capitolo nella tormentata storia del finanziamento pubblico alle emittenti private.
Un tema di cui dovrebbe occuparsi presto il Parlamento, anche a costo di sentirsi annunciare un nuovo “castigo di Dio” da padre Cavalcoli o un altro “funerale” da don Fanzaga.
Dal ministero dello Sviluppo economico riceviamo la seguente comunicazione: “Con l’entrata in vigore del regolamento che riforma la disciplina dei contributi all’emittenza locale – introdotta dalla Legge di stabilità dell’anno scorso – viene abrogata la norma che stabiliva il contributo fisso annuale per Radio Maria e Radio Padania, cioè le due radio comunitarie nazionali, prevista dalla legge 350 del 2003 (Legge Finanziaria 2004).
In uno dei prossimi Consigli dei ministri sarà approvato il nuovo regolamento che stabilisce, tra le altre cose, la costituzione di una graduatoria nazionale sia per le emittenti radiofoniche sia per quelle televisive e la definizione di criteri meritocratici di attribuzione (non generalizzata) dei contributi per le emittenti locali che premino chi svolge attività editoriale di maggiore qualità , mediante l’impiego di dipendenti/giornalisti e di tecnologie innovative.
Quindi, a partire dall’esercizio 2016, le radio comunitarie a carattere nazionale non beneficeranno più del contributo annuale erogato dal Ministero dello sviluppo economico”
È un’ottima notizia, esattamente quella che speravamo di apprendere. Di cui però non c’è ancora traccia sul sito del ministero dello Sviluppo economico, che nella pagina dedicata ai contributi alle emittenti radiofoniche locali rinvia, per “le modalità e i criteri di attribuzione ed erogazione”, a un regolamento di 14 anni fa firmato dal ministro pro tempore, Maurizio Gasparri.
(da “La Repubblica”)
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