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TRUMP, L’IMPORTANZA DI ESSERE RAZZISTI, MACCHE’ VITTIME DELLA GLOBALIZZAZIONE

Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

IL SAGGIO DI BEAUCHAMP RIVELA CHE I CONSENSI ALL’ESTREMA DESTRA NON DIPENDONO DALLA “RIVOLTA SOCIALE DEGLI ESCLUSI”, MA SOLO DALLA XENOFOBIA… I MESSICANI CHE TRUMP VORREBBE FERMARE IN REALTA’ NON AUMENTANO DAL 2009

E se Donald Trump avesse vinto proprio perchè è razzista?
Molti si stupiscono   che gli americani abbiano potuto votare in maggioranza per un candidato che, tra le sue tante peculiarità , ha un atteggiamento apertamente ostile verso molte minoranze.
La narrazione dominante presenta Trump come il campione delle vittime della globalizzazione, di quelli che sono rimasti schiacciati tra l’apertura dei mercati a l’evoluzione tecnologica.
E’ una lettura che arriva all’esito paradossale di presentare The Donald quasi come un uomo di sinistra, a difesa degli oppressi (mentre i Democratici starebbero con gli oppressori).
Una tesi che non mi aveva mai convinto del tutto.
Poi ho letto il lungo saggio di Zack Beauchamp, su Vox.com, White Riot.
E’ molto lungo, ma la sostanza è questa: dalla Francia, alla Gran Bretagna agli Usa non c’è alcuna evidenza statistica convincente che l’aumento dei voti per l’estrema destra sia legato a come cambia reddito, ricchezza e prospettive economiche.
Sembra dipendere molto più dalla xenofobia, dall’atteggiamento verso le minoranze, i migranti e i tradizionali bersagli della destra.
Non ci sarebbe, insomma, alcun determinismo. Non è la crisi che ti fa diventare di destra. Ma è il confronto con i diversi — in Europa per le migrazioni, negli Usa per il cambiamento demografico — che tira fuori il peggio di noi.
Se avessero votato soltanto gli afroamericani, tutti ma proprio tutti i 50 Stati americani sarebbero andati ai democratici.
E già  questo indica una faglia razziale, diciamo così, che connota i Repubblicani come un partito molto più bianco.
Sul Washington Post Michael Tesler ha dimostrato che i Repubblicani con i maggiori pregiudizi razziali erano molto più inclini a supportare Trump rispetto a chi invece risultava più moderato.
Non è sempre stato così: negli ultimi decenni il partito Repubblicano si era caratterizzato come un’alleanza “color blind”, cioè non strettamente bianca.
Lo studio comparato di Tesler dimostra che il risentimento razziale — misurato dalla condivisione di frasi come “i neri potrebbero essere come noi se solo si impegnassero di più” — non era mai stato tanto determinante nella scelta del candidato Repubblicano alla presidenza come nel caso di Trump.
In sintesi: Trump ai razzisti è piaciuto molto più che i suoi predecessori recenti, Mitt Romney e John McCain.
O, se volete dirla diversamente, Trump ha vinto la nomination Repubblicana perchè è piaciuto molto ai razzisti del suo partito.
Facile anche qui cadere in logiche deterministiche: aumentano gli immigrati e, in assenza di politiche di integrazione efficaci, cresce la paura che alimenta la destra.
Ma come dimostra questo grafico del Pew Research Center, un think tank imparziale, sono anni che il numero degli immigrati irregolari si è stabilizzato negli Stati Uniti. Quei messicani che Trump vuole fermare costruendo un muro non aumentano più dal 2009, in percentuale sulla forza lavoro.
Resta un’interpretazione: otto anni fa la vittoria di Barack Obama è stata vissuta come il trionfo di una minoranza — quella afroamericana, ma anche quella progressista — a danno di altre minoranze.
Quelle bianche, xenofobe, che si sentono oppresse e minacciate.
Obama è stato il presidente nero in un Paese dove, come si è visto alle primarie Repubblicane, un candidato capace di aggregare le preferenze dei razzisti può vincere. E dove ragazzi neri possono essere uccisi in strada da poliziotti che non finiscono neppure a processo, dove i neri non hanno diritto neppure a una ragionevole aspettativa di vita, come ha raccontato magistralmente Ta-Nehisi Coates nei suoi articoli e libri.
Nel 2008 Obama ha dimostrato che “Yes we can”.
Otto anni dopo un’altra minoranza, quella dei bianchi razzisti e spaventati ha dimostrato che si può conquistare la Casa Bianca anche senza essere maggioranza. Basta il candidato giusto, un buon uso dei social network e un messaggio semplice e innovativo.
Piccolo problema: se la paura deriva dalla globalizzazione o dall’economia, basta aspettare la ripresa o rinunciare a qualche trattato commerciale.
Combattere il razzismo e la ricerca dei capri espiatori — come insegna la storia europea del Novecento — è molto più difficile.

Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA A CACCIARI: “PER I TECNOCRATI LA PARTECIPAZIONE E’ UN OPTIONAL, COSI’ TRIONFA OVUNQUE IL VOTO ANTI ESTABLISHMENT”

Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

“E’ IN ATTO UN MOVIMENTO CONTRO LE TRADIZIONALI FORME DI RAPPRESENTANZA, NON SOLO DI CENTROSINISTRA”

Il Sistema, con la maiuscola, ormai esplode ovunque, non solo in Europa.
Il professore Massimo Cacciari, filosofo nonchè ex sindaco di Venezia, per lustri ha tentato invano di dare contenuti a un riformismo vero per il centrosinistra italiano.
La sconfitta di Hillary Clinton rade al suolo un’epoca. Un quarto di secolo a discettare di Terza Via, ulivismo mondiale, sinistra liberal e altre amenità 
È in atto un movimento contro le tradizionali forme di rappresentanza, non solo di sinistra o centrosinistra. Lo stesso Trump ha vinto nonostante il Partito Repubblicano. Una riflessione analoga si può fare per la Brexit. Io uso questo termine: secessio plebis.
Secessione della plebe. Il popolo. La sinistra, appunto, com’era una volta
Ovviamente l’effetto del tracollo è più eclatante per le forze democratiche e socialdemocratiche perchè sono state soprattutto loro a non comprendere i fenomeni che ci hanno condotto a tutto questo.
L’elenco è lunghissimo.
La moltiplicazione delle ingiustizie e delle diseguaglianze; il crollo del ceto medio; lo smottamento della tradizionale base operaia; l’incapacità  di superare lo schema di welfare basato sulla pressione fiscale. Oggi l’unico sindacato che conta è quello dei pensionati e a mano a mano che si pensionavano i genitori sono emersi i figli precari, i figli pagati con il voucher, i figli ancora a carico della famiglia.
La classe dirigente, a destra come a sinistra, ha pensato solo a diventare establishment.
Non è solo questo perchè non era semplice prevedere cambiamenti colossali e un Churchill o un Roosevelt non nascono in ogni epoca. Anzi.
Quasi trent’anni fa ormai, in Italia furono pochissimi, tra cui lei, a capire movimenti come la Lega.
Avevi voglia a dire che a Vicenza gli operai votavano Lega oppure che la sinistra a Milano la sceglievano solo contesse e contessine di via Montenapoleone.
Adesso Bersani, per quel che vale, dice: “Basta con la retorica blairiana”.
La sinistra è stata a rimorchio delle liberalizzazioni e dei poteri forti. Ma l’immagine di una donna liberal di sinistra a Wall Street è una contraddizione in termini.
L’ex comunista Napolitano, oggi presidente emerito della Repubblica, se la prende pure con il suffragio universale.
Ecco, appunto. È la conferma che le èlite liberal si sono adeguate al trend burocratico e centralistico.
Di qui la secessio plebis. O il populismo, se vuole.
A me non interessa come definire il fenomeno, a me preme capirlo. Tutti sono populisti in campagna elettorale. Francamente il punto non è questo. Io voglio comprendere questi fenomeni sociali, poi chi li rappresenta può avere un tono o l’altro.
Ora tocca all’Europa.
Dove gli effetti dell’immigrazione sono devastanti. Ma è necessario fare una premessa: l’Europa non sono gli Stati Uniti.
Cioè?
Dove c’è un impero la politica la fa l’impero.
Non Trump, quindi.
Esatto. In fondo basta sentire le sue prime dichiarazioni concilianti.
In Europa, invece?
La storia è matematica, non sbaglia mai. E in assenza di politiche efficienti e credibili, non banali promesse, ci sono tre tappe nel nostro continente. La prima è quella del malcontento o della secessio plebis di cui ho già  parlato.
Poi?
Sparare contro i Palazzi, infine l’affermazione di una destra cattiva anti-immigrazione. Penso a Le Pen, Farage, Orban, Salvini e Meloni.
Grillo no?
No, Grillo non fa parte di questa destra cattiva. Ho scritto un articolo su chi saranno i Trump d’Europa e concludo proprio così: in Italia non resteranno che i Cinquestelle.
Un argine contro la peggiore destra.
Renzi si è fatto establishment. Per questo i suoi tentativi populistici puzzano parecchio.
Quale sarà  l’effetto Trump sul referendum del 4 dicembre, se ci sarà ?
Vedo due tendenze. Da un lato può galvanizzare le forze che vogliono mandare Renzi a casa.
Dall’altro?
In questo clima, gli italiani potrebbero scegliere l’opzione ritenuta più tranquilla e meno traumatica, cioè il Sì.

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)

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REFERENDUM, RESPINTI I RICORSI DI ONIDA

Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

NON ESISTE ILLEGITTIMITA’ NELLA FORMULAZIONE DEL QUESITO E NEL MANCATO SPACCHETTAMENTO

Ritorna in mano alla politica la partita sul referendum costituzionale.
Domenica 4 dicembre, non c’è più alcun dubbio, i seggi saranno aperti e gli italiani potranno decidere, con un «sì» o con un «no», le sorti dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi.
Il giudice civile di Milano Loretta Dorigo questa mattina ha sciolto la riserva, durata alcune settimane e caratterizzata da grande tensione da parte dei cronisti nei corridoi di Palazzo di Giustizia di Milano, respingendo i ricorsi presentati dal costituzionalista Valerio Onida e da un pool di legali sulla legittimità  costituzionale del quesito.
Nel provvedimento che ha depositato si legge che il giudice non ha ravvisato «nessuna manifesta lesione del diritto alla libertà  di voto degli elettori» e non c’è «difetto di omogeneità » nel quesito referendario, nonostante questo non sia stato spacchettato in più punti, ognuno per i singoli temi su cui dovranno esprimersi gli italiani.
Sipario calato dunque su tutti i possibili scenari, tutti caratterizzati da grande incognita, primo fra tutti quello su un’eventuale sospensione del referendum da parte della Consulta.
L’avvocatura dello Stato, rappresentata da Gabriella Vanadia, aveva affrontato questo nodo nella memoria depositata al tribunale di Milano proprio dopo l’udienza delle scorse settimane, sostenendo che le norme sui conflitti Stato-Regioni di fronte alla Consulta citate nel ricorso «non attribuiscono alcun potere di sospensione» nel caso in discussione.
Posizione questa contestata dall’ex presidente della Corte Onida (che proprio mentre il giudice depositava il ricorso è salito su un volo diretto all’estero e sarà  raggiungibile solo fra un paio d’ore), che in udienza ha sostenuto che proprio in base ad un’interpretazione «analogica» di norme sui conflitti tra Stato e Regioni, la Consulta avrebbe potuto “congelare” la consultazione in attesa di pronunciarsi sulla questione.

(da agenzie)

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TRUMP, UNA CATASTROFE PER L’AMBIENTE: PIU’ CARBONE, STOP AI FINANZIAMENTI VERDI

Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

LA SPERANZA CHE LE COMUNITA’ LOCALI POSSANO LIMITARE DANNI CHE SAREBBERO IRREPARABILI.. PER LUI IL RISCALDAMENTO GLOBALE DEL PIANETA E’ UNA BALLA DEI CINESI, SALVO RIFARSI A QUESTO PER CHIEDERE OPERE DI TUTELA DEI SUOI CAMPI DA GOLF

Sono appese alla costruzione di un muro le speranze che Donald Trump.
Il muro in questione non è quello che ha minacciato di innalzare al confine con il Messico per fermare l’immigrazione, ma quello che vuole costruire lungo il suo campo da golf sulla costa occidentale dell’Irlanda.
Se c’è un settore dove l’arrivo alla Casa Bianca del magnate newyorkese rischia di fare danni irreparabili, vista la gravità  della situazione e il poco tempo a disposizione per rimediare, è quello della lotta ai cambiamenti climatici.
Trump non ha esitato a definire il riscaldamento globale “una bufala inventata dai cinesi per minare la competitività  dell’industria americana”, aggiungendo che il Pianeta “in realtà  si sta congelando”
Eppure, come ha svelato il sito Politico.com la richiesta di autorizzazione inviata alle autorità  irlandesi dalla Trump International Golf Links Ireland spiega che la costruzione del muro si rende necessaria per proteggere la struttura “dall’erosione della costa e dall’innalzamento del livello del mare provocato dai cambiamenti climatici”.
Sarà  altrettanto pragmatico quando si tratterà  di tutelare il benessere del Pianetà  anzichè il valore delle sue proprietà  immobiliari?
Il programma illustrato da Trump rischia di fare piazza pulita di tutti i passi avanti compiuti nelle politiche ambientali dagli Stati Uniti durante i due mandati di Barack Obama.
Alcuni isituti di ricerca si sono spinti persino a calcolare il diverso andamento delle emissioni di CO2 americane in caso di presidenza Clinton e di presidenza Trump.
Il candidato repubblicano innazitutto non ha esitato a promettere la cancellazione degli impegni presi dagli Usa con l’Accordo di Parigi.
Eventualità  che la ratifica a tempo di record e la successiva entrata in vigore lo scorso 4 novembre sembrano però aver definitivamente scongiurato.
“Le clausole dell’Accordo sul Clima – spiega il direttore scientifico del Kyoto Club Gianni Silvestrini su Qualenergia – prevedono infatti che un paese che intenda abbandonare il campo lo possa fare solo dopo quattro anni. In ogni caso, considerando l’attuale stato delle ratifiche, che vede l’adesione già  di 102 paesi, anche l’uscita degli Stati Uniti non invaliderebbe comunque l’Agreement. La clausola del livello del 55% delle emissioni mondiali sarebbe infatti già  garantita dagli altri paesi”.
Il pericolo, però, è che avendo dalla sua anche un Congresso controllato dai Repubblicani, il neopresidente possa attuare una serie di scelte che impedirebbero di fatto agli Usa di centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica indicati al momento di aderire all’Accordo di Parigi.
I motivi di preoccuapazione in tal senso non mancano di certo.
Trump ha ribadito più volte di voler puntare ad una rinascita dell’industria carbonifera e di promuovere un’ulteriore diffusione dell’estrazione di gas e petrolio dal territorio nazionale attraverso il ricorso alla tecnica del fracking.
Obiettivi peraltro in contrasto tra loro, visto che i prezzi bassi del metano nazionale hanno contribuito a mettere fuori mercato il carbone.
Altro motivo della crisi del carbone sono state le rigorose misure anti inquinamento (in particolare il Clean power plan) volute dall’Environment protection agency, l’Agenzia federale per l’ambiente, istituzione usata sin qui da Obama come un grimaldello per forzare le tante resistenze incontrate dalle sue politiche green. Su come risolvere questo intralcio Trump sembra avere però le idee chiare ed ha già  annuciato l’intenzione di nominare ai vertici dell’Epa Myron Ebell, noto “negazionista climatico”.
Il tycoon repubblicano si è detto anche convinto della necessità  di riprendere il progetto per la costruzione del contestato oleodotto Keystone XL per trasportare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose del Canada (il più inquinante in assoluto in quanto ad emissioni prodotte) alle raffinerie del Texas bloccato da Obama ricorrendo al suo potere di veto.
Nell’agenda del neopresidente, così come l’ha illustrata nel corso della campagna elettorale, trovano spazio poi anche la volontà  di tagliare i finanziamenti internazionali a sostegno delle politiche sul clima e una più generale ostilità  verso la Cina che rischia di far naufragare la fondamentale collaborazione avviata tra Washington e Pechino attraverso Mission Innovation, la partnership per lo scambio di tecnologie verdi.
Quest’ultimo, come ricordava a Repubblica il vicepresidente dell’Ipcc Carlo Carraro, è stato uno dei motori del cambio di passo nell’atteggiamento della comunità  internazionale verso la minaccia del riscaldamento globale.
Non a caso, con una rara ingerenza nella politica interna americana, la Cina nei giorni scorsi ha messo in guardia Trump sulle conseguenze di un possibile voltafaccia.
Ce n’è quanto basta per essere molto allarmati, ma come insegna il paradosso del muro per salvare il campo da golf irlandese, non tutto è necessariamente perduto.
Da un lato va tenuto conto infatti del pragmatismo dell’uomo d’affari che alla prova dei fatti potrebbe portare Trump ad assecondare la rivoluzione energetica ormai avviata negli Stati Uniti non solo sulla base di politiche incentivanti, ma anche dal crollo dei prezzi delle tecnologie pulite e dalla loro accettabilità  sociale.
L’industria delle rinnovabili statunitense è ormai una realtà  e dichiararle guerra significherebbe mettere in pericolo migliaia di posti di lavoro.
Inoltre, se il ruolo di promozione svolto da Obama soprattutto a livello culturale è innegabile, un impatto fondamentale nei progressi ambientali statunitensi degli ultimi anni lo hanno avuto gli enti locali.
Da un lato, come documenta una recente inchiesta di The Atlantic, le piccole realtà  di provincia (esattamente quelle esaltate da Trump in contrapposizione all’america metropolitana) e dall’altro alcuni stati fondamentali come la California che negli ultimi anni ha infilato una serie incredibile di record: tra il 2000 e il 2013 l’andamento del Pil e l’andamento demografico sono stati in forte crescita mentre le emissioni generali e quelle procapite sono diminuite, dimostrando che decarbonizzare un’economia e una società  non significa affatto depauperarla.

(da “La Repubblica“)

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“NOT MY PRESIDENT”: DECINE DI MIGLIAIA DI GIOVANI IN PIAZZA CONTRO LA VERGOGNA D’AMERICA

Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

QUELLO CHE NON TI ASPETTI: DA CHICAGO A LOS ANGELES, DA PORTLAND A NEW YORK MANIFESTAZIONI DELLA GIOVENTU’ AMERICANA CONTRO IL RAZZISTA TRUMP… CENTINAIA DI POLIZIOTTI PAGATI DAI CONTRIBUENTI A DIFESA DELL”EVASORE FISCALE SEMINATORE DI ODIO

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in molte città  americane per manifestare rabbia e delusione dopo la vittoria elettorale di Donald Trump.
A Washington i dimostranti hanno dato vita a una veglia lungo Pennsylvania Avenue, nei pressi della Casa Bianca. In California la protesta è andata in scena a Los Angeles, a San Francisco, a Oakland, a Berkeley e in altri centri urbani.
Gente in strada anche a New York, Portland, Chicago, Seattle, Austin, Boston, Detroit, Philadelphia, Phoenix.
Molte le dimostrazioni partite dalle università  e dalle scuole. “Not My President” (“Non è il mio presidente”) lo slogan più gettonato, insieme a “Love Trumps Hate” (“L’amore batte l’odio”).
Sui social network si sono susseguiti per tutta la giornata gli inviti a nuove proteste.
In tanti su Twitter hanno messo un quadrato nero al posto della foto. Con gli hashtag #TwitterBlackOut e #HesNotMyPresident, i contestatori hanno oscurato la propria immagine, nella convinzione che la presidenza di Trump influenzerà  negativamente le sorti delle minoranze, degli immigrati e della comunità  Lgbtq.
Tensione particolarmente alta a New York, in particolare nel cuore di Manhattan, dove si trova la residenza del nuovo presidente, la Trump Tower sulla Fifth Avenue. Per prevenire disordini sono stati schierati centinaia di poliziotti, alcuni in assetto antisommossa.
Nonostante la pioggia migliaia di persone hanno sfilato in corteo lungo la Sixth Avenue per poi confluire verso la Trump Tower che però è già  blindatissima dalla notte del voto, con numerosi camion anti-bomba a protezione dell’intero isolato.
Il traffico è rimasto paralizzato per ore e le forze dell’ordine hanno effettuato almeno 30 arresti.
Particolarmente vivaci le proteste in California. Subito dopo il discorso di vittoria di Trump, a Los Angeles circa 1.500 persone si sono riunite nei pressi dell’Ucla, l’università  della California.
In centinaia si sono dati appuntamento presso il municipio. Altri 500 studenti sono scesi in piazza presso l’università  di Santa Barbara intonando il coro: “Not my president. Not my president”.
Nella Bay area city si sono registrate proteste in centro e lungo l’highway 24.
Altre manifestazioni anche lungo la Walk of fame di Hollywood. Il Los Angeles Times ha riferito di qualche episodio di vandalismo e di grande amarezza e rabbia.
Incidenti anche a Oakland, dove è stata fracassata una vetrina del quotidiano Oakland Tribune mentre altri manifestanti hanno dato alle fiamme immagini di Trump.
Sempre nella città  californiana l’accensione di alcuni falò ha portato alla chiusura della stazione dell’alta velocità .

(da agenzie)

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