Destra di Popolo.net

FIRME FALSE M5S, IL PORTINAIO INGUAIA IL M5S

Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

STASERA SU LE IENE: IL PORTINAIO NON RICONOSCE LE SUE FIRME, UN PERITO AFFERMA CHE LA GRAFIA E’ QUELLA DI RICCIARDI

Repubblica racconta oggi in un articolo a firma di Emanuele Lauria di un altro guaio che riguarda le firme false a 5 stelle alle elezioni comunali di Palermo nel 2012. La storia riguarda la deputata Loredana Lupo e il marito:
Una storia che porta in un condominio del quartiere Malaspina. E’ lì che abitano Loredana Lupo e il marito Riccardo Ricciardi: la prima è oggi deputato di M5S, il secondo un candidato alle “comunarie” grilline del 2017.
Nella primavera di quattro anni fa Lupo e Ricciardi erano due semplici attivisti che misero le loro firme nell’elenco dello scandalo, quello utile alla presentazione della lista di M5S alle amministrative e pieno — secondo quanto sta emergendo da un’inchiesta della procura — di sottoscrizioni non autentiche
Le Iene, in un servizio che sarà  trasmesso stasera, hanno rintracciato le firme della deputata e del consorte a pagina 208 degli elenchi: autografi veri, almeno quelli, stando a un confronto con autocertificazioni e curriculum disponibili on line, sul sito dei 5 Stelle.
Ma fra le firme di Lupo (al numero 1) e di Ricciardi (al numero 9) ci sono quelle del portinaio Paolo Di Blasi, della moglie Giuseppa Rizza e della loro figlia Alfonsina Di Blasi.
Il colpo di scena, naturalmente, è che il portinaio non riconosce le sue firme, mentre un perito afferma che la grafia sarebbe quella di Ricciardi:
Intervistato dall’inviato delle Iene, la signora Rizzo ha detto di ricordare che fu Loredana Lupo ad invitare lei e la sua famiglia a sottoscrivere la lista dei 5 Stelle.
Ma, davanti alla copia degli elenchi che furono presentati in tribunale, il portinaio e la moglie non hanno riconosciuto la loro firma.
«Questa no… qui manca la S… chi me l’ha fatta?», afferma sorpreso Di Blasi.
«No, no, no — ripete — forse neanche quella di mia figlia è questa».
Altri tre sottoscrittori, nella stessa pagina, risultano irreperibili. Semplicemente scomparsi.
Non solo: la grafia con cui negli elenchi sono stati scritti in stampatello tutti i nomi di quel foglio, accanto agli spazi per le firme, è sempre la stessa e riconducibile — secondo un perito — a quella di Ricciardi.
La storia autorizza il dubbio che anche Loredana Lupo e il marito, finora rimasti ai margini dell’inchiesta, possano avere avuto un ruolo nella falsificazione delle firme.
Alcuni attivisti nelle scorse settimane avevano chiesto provvedimenti disciplinari anche nei confronti di Ricciardi, che in un’intervista sulla vicenda rilasciata alle Iene aveva detto di essersi limitato a consegnare il pacco delle firme all’epoca.
In un documento con 40 firme raccolto dall’attivista Massimiliano Trezza insieme “a una quarantina di attivisti storici e nuovi iscritti al M5S” veniva chiesta “la sospensione dei parlamentari Riccardo Nuti, Claudia Mannino e di estromettere dalle comunarie Samanta Busalacchi e Riccardo Ricciardi, marito della deputata nazionale Loredana Lupo, quest’ultimo per evitare ‘parentopoli’”.

(da “NextQuotidiano”)

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QUANDO DI BATTISTA DISSE AI SUOI: “CHE NE DITE DI FARCI AIUTARE DAI RUSSI SUL REFERENDUM?”

Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

LE RIVELAZIONI NEL NUOVO CAPITOLO DI “SUPERNOVA”, IL LIBRO DEGLI EX COLLABORATORI DI CASALEGGIO

Nel nuovo capitolo di “Supernova” “Come è stato ucciso il Movimento cinque stelle”, pubblicato online stamattina, i due autori, Nicola Biondo e Marco Canestrari, raccontano la conversione a U della politica estera del Movimento cinque stelle , dagli approcci all’America e alla Germania (approcci respinti da quei due paesi) all’amicizia e agli incontri con la Russia e gli emissari di Putin, nelle cui braccia il Movimento si sta sempre più gettando; aggiungendo alcuni dettagli inediti che fanno sobbalzare.
In particolare, due circostanze.
La prima.
Biondo e Canestrari raccontano di una frase pronunciata da Alessandro Di Battista nel gruppo parlamentare tra ottobre e fine novembre. «Che ne dite di farci dare una mano per la campagna sul referendum costituzionale dall’ambasciatore russo? Con tutto quello che stiamo facendo per loro…».
Le parole, testimoniano i due autori – entrambi a lungo collaboratori di Gianroberto Casaleggio – sono state «pronunciate negli uffici del gruppo parlamentare tra ottobre e novembre 2016, quando ancora non erano uscite inchieste sulle affinità  tra la propaganda pro-Putin e quella del M5S.
Parole che raccontano un contesto, quello internazionale, che vede un attivismo frenetico del Movimento per farsi conoscere – e riconoscere – dall’establishment in Europa e nel mondo.
Stiamo parlando di uno dei nodi meno conosciuti della storia del Movimento, quello riguardante la politica estera.
Nel programma infatti non c’è nemmeno una riga al riguardo. Ma perchè Di Battista pensa ad alta voce di chiedere aiuto ai russi per la battaglia sul referendum?», domandano gli autori.
Una questione sulla quale il Movimento è rimasto alquanto evasivo, mettendo il più possibile la sordina alla recente visita a Mosca (dove non sono stati fatti andare i big, Di Battista e Manlio Di Stefano, fin qui incaricati di tenere i rapporti con il giro di Putin).
È in corso uno scambio politico tra i due partiti, M5S e Russia unita di Putin, che si cerca di tenere il più possibile sotto coperta?
La seconda rivelazione del libro riguarda i contenuti da spingere sui social e nel mondo virale del Movimento.
Scrivono Biondo e Canestrari che a marzo del 2014 un parlamentare importante come Roberto Fico spiegava così alle truppe cinque stelle una linea di forte critica a Putin e al putinismo: «Cosa significa Unione Europea se Putin annuncia l’intervento armato in Ucraina e noi non facciamo niente?», domandava Fico.
«Cosa significa Unione Europea se a pochi chilometri da noi la Russia sta per invadere l’Ucraina e non riusciamo a muovere neanche un passo diplomatico? E a cosa serve l’Italia all’interno dell’Unione Europea se è schiava degli accordi sul gas proprio con Putin?».
Oggi è cambiato tutto.
Scrive “Supernova”: «Putin è un brand in ascesa nel variopinto mondo del web italiano. Ci sono decine di siti, profili social che lo osannano: sia di destra, anche estrema, sia riconducibili ad attivisti M5S. Pietro Dettori, social media manager prima della Casaleggio e adesso di Rousseau, l’associazione che gestisce la partecipazione degli iscritti a cinque stelle, è tra i fan del leader russo».
In altre parole, chiosano Biondo e Canestrari, «“Putin è uno che tira, il suo nome produce traffico sulla rete”, raccontano dal quartier generale della Casaleggio, la task-force che spesso rimbalza e fa da cassa di risonanza dei due principali network putiniani, Russia Today e Sputnik».
La geopolitica valutata in termini di clic, traffico virale e pubblicità .

(da “La Stampa“)

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ITALIANI SODDISFATTI DELLE CONDIZIONI DI VITA: SECONDO ISTAT DOPO 5 ANNI INVERSIONE DI TENDENZA

Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

INCREMENTO DEI SODDISFATTI TRA I GIOVANISSIMI, I PIU’ CRITICI GLI OVER 75…. CALA LA PREOCCUPAZIONE PER LA CRIMINALITA’, AUMENTA QUELLA PER LE STRADE SPORCHE E I SERVIZI PUBBLICI INADEGUATI

Nel 2016, per la prima volta dopo cinque anni, l’Istat rileva come nel giudizio delle famiglie italiane torni la soddisfazione per le condizioni di vita. Rispetto al 2015, inoltre migliorano i dati campionari sulla percezione della situazione economica di famiglie e individui, mentre è stabile la soddisfazione per gli aspetti relazionali (famiglia e amici), la salute e il tempo libero. In lieve aumento anche la soddisfazione degli occupati per il lavoro.
Dopo il forte calo registrato tra 2011 e 2012, il 2016 è il primo anno in cui nel report dell’Istituto il giudizio di soddisfazione per le condizioni di vita aumenta e si riavvicina in media ai livelli del 2011.
Rispetto al 2015, quando la stima era 35,1%, aumentano notevolmente i molto soddisfatti (punteggio da 8 a 10), e diminuisce anche la quota di chi esprime i punteggi più bassi.
Notevole è l’incremento della quota di persone di 14 anni e più che esprimono un’alta soddisfazione per la propria vita nel complesso: dal 35,1% del 2015 al 41% del 2016.
La soddisfazione per la propria vita diminuisce all’aumentare dell’età : risultano altamente soddisfatti il 54,1% dei giovani tra 14 e 19 anni e il 34,4% degli ultra 75enni.
Fanno eccezione i “giovani adulti” e i “giovani anziani” (rispettivamente 35-44 e 65-74 anni): in entrambi i casi la quota di coloro che indicano punteggi più alti è superiore rispetto alla classe di età  che li precede.
Non si rilevano invece nei livelli di soddisfazione significative differenze di genere.
La quota di persone di 14 anni e più soddisfatte della propria situazione economica aumenta dal 47,5% del 2015 al 50,5% del 2016.
Nel 2016, aggiunge l’Istat, aumenta anche la quota di famiglie che giudicano la propria situazione economica invariata (dal 52,3% del 2015 al 58,3%) o migliorata (dal 5,0% al 6,4%) e le proprie risorse economiche adeguate (dal 55,7% al 58,8%).
Le relazioni familiari si confermano la dimensione a cui corrisponde la percentuale più alta di persone soddisfatte, il 90,1% nel 2016.
Elevata anche la quota di individui molto o abbastanza soddisfatti per le relazioni amicali (82,8%) e il proprio stato di salute (81,2%).
Molto o abbastanza soddisfatto per il tempo libero circa il 67% della popolazione di 14 anni e piu’, mentre gli occupati soddisfatti per il lavoro sono il 76,2% (erano il 74,8% nel 2015).
La fiducia negli altri non cambia sostanzialmente rispetto al 2015: il 78,1% delle persone dichiara che “bisogna stare molto attenti” nei confronti degli altri mentre solo il 19,7% ritiene che “gran parte della gente è degna di fiducia”.
Le famiglie che ritengono sia presente il rischio di criminalità  nella zona in cui vivono sono in leggero calo (dal 41,1% del 2015 al 38,9% nel 2016).
Sono invece in aumento quelle che lamentano problemi come le strade sporche (dal 31,6% al 33,0%) e le difficoltà  di collegamento con i mezzi pubblici (dal 30,5% al 32,9%).
In linea con lo scorso anno è la quota di famiglie che segnalano la presenza nella zona di inquinamento dell’aria (38,0%), traffico (37,9%), difficolta’ di parcheggio (37,2%) e presenza di rumore (31,5%).

(da agenzie)

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“OSPEDALI SOTTO ORGANICO, NIENTE FERIE E RIPOSI: VIOLIAMO LA LEGGE PER TENERE APERTI I REPARTI”

Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

C’E’ CHI ENTRA AL MATTINO E 12 ORE DOPO INIZIA IL TURNO DI NOTTE

“Quest’anno ho lavorato 150 ore oltre l’ordinario turno di servizio. Ore extra che non mi verranno pagate. Ho quasi 70 giorni di ferie arretrate e ci sono colleghi che ne hanno accumulati 120″.
È lo sfogo di un medico della provincia di Lecce. E il cahier de dolèances è solo all’inizio: “Lavoro tre domeniche su quattro e non posso neanche recuperare le festività , perchè non ho il giorno di riposo settimanale garantito. Come potrei, se nel mio reparto siamo appena sette medici ma in base alla pianta organica dovremmo essere il doppio? Nessuno di noi fa più libera professione intramuraria. Io ho 61 anni e sono il più giovane. Sta diventando un incubo, non ce la facciamo più ad andare avanti così”.
Il suo è tutt’altro che un caso isolato, a un anno esatto dall’entrata in vigore della direttiva europea sull’orario di lavoro del personale medico e sanitario che prevede come minimo 11 ore consecutive di riposo giornaliero e massimo 48 ore di lavoro settimanale compreso lo straordinario.
Il recepimento ha messo alle corde gli ospedali italiani, da tempo sotto organico a causa del blocco del turnover.
Risultato: giovedì 17 novembre i medici hanno manifestato con un sit-in davanti al Parlamento chiedendo risorse adeguate per nuove assunzioni e stabilizzazione dei precari e per il 28 novembre quelli dipendenti dalla sanità  pubblica hanno indetto uno sciopero.
Oggi da Milano a Palermo decine e decine di camici bianchi lavorano anche dopo aver stimbrato il cartellino, gratuitamente, in barba all’obbligo di riposo tra un turno e l’altro e, molto spesso, superando anche il limite delle 48 ore settimanali.
“È l’unica maniera per non lasciare scoperti i reparti. A me il primario lo chiede più volte al mese. Capita che sia stanca e poco lucida, ma come faccio a dire di no?”, racconta una dottoressa del nord.
Nel capoluogo lombardo un pediatra non ha avuto alternative: per somministrare ai suoi pazienti le terapie contro le allergie, non rimandabili e fissate al mattino, è entrato in ospedale alle 8 senza timbrare e dodici ore dopo ha iniziato il turno di notte che gli era stato assegnato, senza rispettare la pausa di 11 ore.
I rischi però sono altissimi, perchè se il medico non risulta ufficialmente in servizio non gode della copertura assicurativa.
“Io sono un chirurgo e personalmente non mi assumerei mai questa responsabilità “. Stavolta a parlare è un’altra dottoressa della provincia di Milano. “Se succede qualcosa al paziente, cosa faccio? Chi risponde? Ma ho tanti colleghi che accettano questo pericolo, altrimenti le liste di attesa si allungano, gli interventi in agenda saltano. E naturalmente le ore in sala operatoria sono gratis”. Da un ospedale di Roma un ragazzo di 27 anni denuncia: “Sono uno specializzando nel reparto di anestesia e ogni settimana lavoro almeno 60 ore anzichè 38”.
Il sindacato dei medici dirigenti (Anaao) della Lombardia ha sottoposto a tutti gli iscritti un sondaggio anonimo per capire se gli ospedali si attengono alla normativa europea sull’orario di lavoro.
Il quadro che ne esce è preoccupante.
Il 40 per cento dei camici bianchi non rispetta l’intervallo di riposo di 11 ore nelle 24 ore tra un turno e quello successivo. Il 60 per cento ha ammesso che non sono previste forme di tutela per chi è reperibile nel caso dovesse essere chiamato di notte (per esempio, se il turno inizia il pomeriggio successivo alla reperibilità ).
Due su dieci non recuperano il festivo lavorato e tre su dieci superano le 48 ore alla settimana. Stessa stima di chi sta in corsia senza aver prima timbrato il cartellino.
In attesa dello sblocco del turnover, che il governo ha annunciato per il 2017 con la possibilità  di stabilizzare 7mila precari, lo strumento più richiesto ai medici dalle direzioni sanitarie aziendali per tamponare la carenza di organico sono le prestazioni aggiuntive: ore di lavoro in più programmate per un certo periodo e concordate con il medico, a cui vengono pagate a parte.
In alcune realtà  sono diventate la norma.
In una asl di provincia come quella di Frosinone nel 2015 sono stati spesi quattro milioni di euro circa in prestazioni aggiuntive.
“Alla fine del 2016 invece il conto sarà  dimezzato grazie a un’ultima infornata di medici e infermieri”, assicura il commissario straordinario Luigi Macchitella, che aggiunge: “Il fondo usato per compensare lo straordinario l’anno scorso è stato sfondato di quattro milioni di euro. Quest’anno dovremmo stare dentro la cifra. Ma dal 2017 cinquanta medici andranno in pensione e sarà  un problema”.
Per ottimizzare le risorse succede che i turni di guardia vengano accorpati per unità  operative e non più organizzati per singoli reparti. E nei casi peggiori non si può più contare sulle urgenze.
“Nel mio reparto non si fa più assistenza h24 ma solo per 12 ore al giorno. Niente urgenze dunque”, lamenta un medico dalla Calabria.
“Nella chirurgia dell’ospedale di San Severo sono in 5 anzichè 9 e in ortopedia, dove sono in 2 al posto di 7, da luglio hanno bloccato i ricoveri e i pazienti sono stati trasferiti in altre strutture a una trentina di chilometri di distanza — spiega Massimo Correra, segretario dell’Anaao di Foggia -. Mentre negli ospedali di Cerignola e Manfredonia per l’insufficienza di anestesisti vengono programmati al massimo tre/quattro interventi al mese, il personale ormai basta soltanto per le urgenze”.

Chiara Daina
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA PRODUTTIVITA’ ORARIA NELLE AZIENDE ITALIANE IN 20 ANNI E’ CRESCIUTA SOLO DEL 5%, NEGLI USA 8 VOLTE DI PIU’

Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

IN FRANCIA, GRAN BRETAGNA E GERMANIA 6 VOLTE DI PIU’, SPAGNA 3 VOLTE DI PIU’

In un ventennio la produttività  oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento.
Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più.
Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.
Dato che si tratta di produttività  oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo.
Questi numeri misurano la produttività  di chi lavora, quando lavora.
Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite.
Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività  oraria
Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività  ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante.
Facciamo peggio di altri che già  crescono meno che in passato.
Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività , peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario
Come spiegare il caso italiano?
Scartiamo subito la possibilità  di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività  non è facile, soprattutto nel settore dei servizi.
Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività  è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei.
Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perchè vendute «in nero».
Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo.
Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà  degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero»
E allora? Ci sono varie possibilità .
La prima è il «nanismo» delle imprese italiane.
Aziende piccole tendono – in media, non tutte – ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività . Se non lo fanno la produttività  ristagna.
La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà  delle imprese.
L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà  familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento.
Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia – e tutte le altre da manager professionisti – in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia.
Quale è la probabilità  che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa.
Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia».
L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.
Ma vi sono altre ragioni.
Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente.
Cioè non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive.
Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore.
Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anzichè facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finchè quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva.
A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività .
Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi.
L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo.
La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.
Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso.
E vero che la produttività  di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità  e l’adeguatezza alle esigenze produttive.
Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese.
Per la verità  questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità  di «fare business» è sempre in coda.
Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(da “il Corriere della Sera“)

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“FARAGE RESTITUISCA 172.000 EURO”: L’INGIUNZIONE DEL PARLAMENTO UE PER FONDI DESTINATI A FINI NON ISTITUZIONALI

Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

BLOCCATI IN TOTALE 507.603 EURO… PARTITO ALLO SFASCIO, SI DIMETTE ANCHE DIANE JAMES CHE ERA STATA NOMINATA AL POSTO DI FARAGE

L’Ukip deve restituire alla Ue 172mila euro.
A chiederlo è il Parlamento europeo secondo cui il partito euroscettico avrebbe speso questi soldi per le elezioni generali nazionali e per il referendum sulla Brexit, cioè in attività  nazionali che non possono essere finanziate con i fondi allocati dalla Ue.
La decisione arriva dopo una riunione a porte chiuse fra il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, e i 14 vicepresidenti, sulle attività  dell’Alleanza per la democrazia diretta in Europa (coalizione di partiti dominata dall’Ukip).
Il dossier preso in esame dal Parlamento europeo parla di 507.623 euro in fondi richiesti dal partito per attività  non autorizzate per il finanziamento europeo; ad essi si sommano 33mila euro destinati alla fondazione del partito, anch’essi usati in modo inappropriato.
Di questi fondi, 172.654,92 euro sono già  sbloccati dall’Eurocamera, che dovranno essere restituiti. Il resto del denaro avrebbe dovuto essere trasferito alla fine di quest’anno e sarà  quindi bloccato.
Oltre ai guai con l’Europa, Nigel Farage deve affrontare le tensioni crescenti nel suo partito.
L’ultima tegola è arrivata lunedì con l’annuncio dell’abbandono della forza politica da parte di Diane James, l’eurodeputata che era succeduta addirittura a Farage alla leadership a inizio ottobre, salvo dimettersi dopo appena 18 giorni.
James, riporta la Bbc, esce ora anche dal partito, pur annunciando l’intenzione di mantenere il seggio a Strasburgo come indipendente. “E’ giunto il tempo di guardare avanti”, ha tagliato corto, esprimendo sfiducia sulla possibilità  di riformare l’Ukip e dargli nuova vita dopo la battaglia referendaria.
Farage ha commentato le dimissioni della James definendole frutto di “egoismo irrazionale”.
Mentre all’interno del partito si è aperta una nuova corsa interna alla leadership per la quale questa volta sono in lizza Paul Nuttall, Suzanne Evans e John Rees-Evans. Resta il fatto che le diserzioni ‘eccellenti’ dall’Ukip si moltiplicano: fra le ultime pure quella d’un altro eurodeputato, Steven Woolfe, a sua volta ex candidato alla leadership, che ha strappato la tessera dopo aver rischiato la vita in un diverbio con un compagno di partito finito in rissa a Strasburgo.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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QUANDO FU IL NONNO DI TRUMP AD ESSERE ESPULSO DALLA GERMANIA

Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

RITROVATA LA LETTERA NELL’ARCHIVIO DELLA CITTA’ DI SPIRA… DATATA 27 FEBBRAIO 1905, SANCISCE LA CACCIATA DI FRIEDRICH TRUMP DA KALLSTADT IN BAVIERA

Se Donald Trump si appresta a diventare il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America lo deve in parte anche a una lettera ingiallita dal tempo ritrovata nell’archivio della città  tedesca di Spira.
Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce l’espulsione del nonno del President-elect, Friedrich Trump, da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera.
“Al cittadino americano e pensionato Friedrich Trump va comunicato che dovrà  lasciare il territorio bavarese al più tardi entro il primo maggio di quest’anno, altrimenti dovrà  aspettarsi la sua espulsione”, si legge nella missiva inviata dalle autorità  del distretto di Dà¼rkheim all’ufficio dell’allora sindaco di Kallstadt.
La lettera, che è stata rinvenuta dallo storico Roland Paul e viene pubblicata oggi dalla Bild, metteva la parola fine a una vicenda alquanto complicata.
Friedrich Trump era emigrato nel 1885 negli Stati Uniti, dove iniziò a lavorare dapprima come barbiere a Manhattan e accumulò in seguito una fortuna gestendo alberghi per cercatori d’oro.
Nel 1901, acquistata ormai la cittadinanza americana, decise di tornare a Kallstadt per cercar moglie e si innamorò di Elisabeth Christ, che sposò l’anno dopo.
I due si trasferirono lo stesso anno a New York.
Elisabeth non si sentiva però a suo agio, per cui nel 1904 i Trump attraversarono nuovamente l’Atlantico, stavolta in direzione opposta.
Friedrich Trump tentò di riconquistare la cittadinanza tedesca, ma le autorità  locali si opposero, in quanto sospettavano che fosse partito per gli Stati Uniti per sottrarsi al servizio militare.
E così si arriva alla lettera del 27 febbraio 1905. Friedrich Trump provò a restare in tutti i modi a Kallstadt, scrivendo persino una lettera all’“amatissimo, nobile, saggio e giusto” principe reggente Luitpold, che rimase però inflessibile.
Il primo luglio 1905 i Trump lasciarono definitivamente la Germania a bordo della nave a vapore “Pennsylvania”.
Tre mesi dopo Elisabeth partorì nel Queens Frederick Christ Fred“ Trump Jr., il padre del prossimo presidente degli Stati Uniti.

Alessandro Alviani
(da “La Stampa”)

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