Destra di Popolo.net

FINISCE UN’EPOCA, TOTTI DA’ L’ADDIO ALLA ROMA: DOMENICA L’ULTIMA IN GIALLOROSSO”

Maggio 25th, 2017 Riccardo Fucile

ANCORA INCERTO SUL FUTURO: O DIRIGENTE ALLA ROMA O GIOCATORE NEGLI USA

L’ultima volta di Francesco Totti con la maglia della Roma.
L’annuncio, per la prima volta, di cosa sarà  Roma-Genoa di domenica all’Olimpico arriva dal diretto interessato e non da altri.
«Roma-Genoa, domenica 28 maggio 2017 — scrive il capitano giallorosso in un post su Facebook – l’ultima volta in cui potrò indossare la maglia della Roma. È impossibile esprimere in poche parole tutto quello che questi colori hanno rappresentato, rappresentano e rappresenteranno per me. Sempre. Sento solo che il mio amore per il calcio non passa: è una passione, la mia passione. È talmente profonda che non posso pensare di smettere di alimentarla. Mai. Da lunedì sono pronto a ripartire. Sono pronto per una nuova sfida».
Fine di un’epoca sul campo.
Ma sul futuro di Francesco Totti, anche dopo la pubblicazione di questo messaggio, permane ancora un grosso punto interrogativo.
Resta alla Roma da dirigente, come recita un contratto già  firmato per altri sei anni, o andrà  a giocare altrove, magari in America (forse a Miami)?
Il finale verrà  fuori nelle prossime ore: forse già  stasera, in occasione di una cena in un pluristellato ristorante di un albergo romano che verrà  offerta a compagni e staff (dove non è prevista la presenza di Spalletti), Totti potrebbe far capire qualcosa di più su quale sarà  la sua nuova sfida da lunedì.

(da agenzie)

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LA VILLA FRANCESCANA DI BEPPE GRILLO A 15.000 EURO A SETTIMANA

Maggio 25th, 2017 Riccardo Fucile

“MOVIMENTO FRANCESCANO” A PAROLE, POI NON SI INTERESSANO DEGLI ULTIMI E IL SUO CAPO FA LA BELLA VITA TRA VILLE, YACHT E RESORT ESOTICI

Beppe Grillo torna a spiegarci oggi dalle pagine del suo blog pieno di pubblicità  che il MoVimento 5 Stelle è un movimento francescano.
Non a caso la data di fondazione del MoVimento è il 4 ottobre, giorno nel quale si festeggia San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia.
Dato che il M5S è nato sotto il segno di San Francesco il partito di Grillo si pone in continuità  ideale con gli insegnamenti del poverello d’Assisi.
Ovviamente Grillo ha in mente la povertà  predicata da San Francesco. Allo stesso modo i portavoce del M5S non si vogliono arricchire con la politica.
All’interno del MoVimento Grillo rappresenta più il Papa che approva la regola dell’Ordine francescano che un umile fraticello.
Ed è curioso che un partito di un paese democratico si voglia plasmare sull’immagine di un ordine conventuale, che a dirla tutta proprio democratico non è.
Grillo insiste molto sul fatto che a differenza degli altri partiti politici il suo è l’unico che ha davvero a cuore gli interessi dei cittadini. Così come San Francesco aveva fondato l’Ordine dei Frati Minori per avvicinare la Chiesa al popolo Grillo e Casaleggio hanno fondato il M5S per portare la democrazia nel Paese.
È curioso che i francescani abbiano ottenuto il riconoscimento proprio da quella Chiesa corrotta che Francesco combatteva, chissà  se Grillo accetterà  l’investitura da parte dei Poteri Forti.
C’è però qualcosa che stride con questa rappresentazione francescana del M5S. Ad esempio l’attenzione verso gli ultimi.
Non si può certo dire che il M5S sia davvero francescano sotto questo punto di vista. Al di là  di ricordare come Grillo fosse a favore del reato di immigrazione clandestina basta citare quello che il Capo Politico del MoVimento ha scritto contro i migranti. San Francesco non avrebbe mai invitato a chiudere le porte dicendo che “portano malattie”, anzi li avrebbe accolti e curati.
San Francesco non avrebbe mai criminalizzato gli ultimi, in Italia gli ultimi non sono solo gli italiani che “non arrivano a fine mese” ma soprattutto i disperati che arrivano sulle nostre coste.
San Francesco predicava l’accoglienza, non la chiusura delle frontiere.
Il MoVimento 5 Stelle invece ha costantemente attaccato le ONG che operano nel Mediterraneo per salvare vite umane accusandole — senza alcuna prova — di lavorare per gli scafisti.
Ma le ville di Grillo sono accatastate come conventi?
Ma nel suo post Grillo non parla di accoglienza. Parla di democrazia (che c’è già  in Italia e che invece è completamente assente nel M5S) e di denaro. Grillo però non è proprio il prototipo del pauperista.
Ad esempio la famosa villa a Marina di Bibbona, già  luogo di riunioni del Direttorio, d’estate viene affittata alla modica cifra di 15mila euro a settimana (spese per l’elettricità  escluse).
Si dirà  che lui queste cose se l’è guadagnate con il suo lavoro. Ma chi conosce la storia di San Francesco era figlio di un ricco commerciante di stoffe e che ha rinunciato a tutti i suoi beni. San Francesco non era nato povero, scelse di spogliarsi del superfluo
E non è quella l’unica proprietà  immobiliare di Grillo.
Tra il 2002 e il 2003 Beppe Grillo e suo fratello Andrea si sono avvalsi per due volte del cosiddetto “condono tombale” varato da Berlusconi e Tremonti per sanare la posizione, fino ad allora fuorilegge, degli immobili della società  Gestimar (il 99% della società  è di Beppe) che possiede una decina di proprietà  immobiliari.
All’epoca Andrea Grillo spiegava che anche se ritenevano di aver fatto tutte le cose bene e secondo la legge preferivano avvalersi della possibilità  di condonare gli abusi
Il senso di Grillo per la vita francescana
Grillo — questo prototipo di francescano 2.0 — invece è stato visto trascorrere il Ferragosto a bordo dell’Aldebaran, lo yacht da 42 metri dell’imprenditore Enrico De Marco, re della simil-pelle.
Il tutto in una delle location meta per antonomasia del vippume e dei ricchi italici: Porto Cervo.
Nel Capodanno del 2015, Grillo invece se la spassava in Kenya a Malindi nel resort di proprietà  di Flavio Briatore.
Nel 2013 infine, quando il Paese appena uscito dalle elezioni politiche non era ancora in grado di formare un Governo Grillo rinviò l’incontro al Quirinale perchè impegnato a fare vacanza in Costa Smeralda.
L’unica cosa che Grillo dice di non possedere è proprio il suo blog.
C’è chi dirà  che Grillo facendo politica “ci ha rimesso”, ma le cose non stanno proprio così.
E a dirla tutta Grillo dice di non essere un politico ma un comico. E soprattutto non è stato eletto. Si dirà  allora che Grillo (e Casaleggio) non sono il MoVimento e che l’esempio francescano lo danno gli eletti.
Ed è interessante perchè una gran parte degli eletti del MoVimento 5 Stelle proprio grazie alla politica ha notevolmente migliorato il proprio tenore di vita.
Personaggi come Roberto Fico, che prima di entrare in Parlamento non avevano un lavoro o un reddito fisso e che oggi tra stipendio e “rendicontazioni” vedono transitare sui loro conti correnti qualcosa come diecimila euro al mese non sono i prototipi del pauperismo francescano.

(da “NextQuotidiano”)

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SONDAGGIO COMUNALI GENOVA: CRIVELLO 34,3%, BUCCI 27,7%, PIRONDINI 24,7%, MERELLA 3,2% PUTTI 3,1%, CASSIMATIS 3%

Maggio 25th, 2017 Riccardo Fucile

GRILLO RIESCE A PORTARE IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA AL BALLOTTAGGIO… MA BUCCI NON PRENDE NEANCHE I VOTI DEL CENTRODESTRA UNITO E AL BALLOTTAGGIO E’ DATO PERDENTE CON CRIVELLO, LA VERA SORPRESA

Crivello, qualunque sia lo sfidante, il grillino Luca Pirondini o il candidato del centrodestra Marco Bucci, riuscirà  ad entrare a Palazzo Tursi.
O almeno questa è la fotografia del sondaggio Demos & Pi, per Repubblica , sul risultato delle prossime elezioni amministrative.
Marco Bucci, al ballottaggio, perderà : sia contro Pirondini, sia contro lo stesso Crivello.
L’alfiere di Beppe Grillo se andrà  al ballottaggio con Crivello, dovrà  cedere il passo. Emergerà , invece, contro Bucci.
Bocciato invece il mandato del sindaco Marco Doria: la maggioranza degli interpellati, il 53% giudica “negativa” o “molto negativa” la sua amministrazione.
Secondo il sondaggio, i dati del primo turno delle elezioni amministrative a Genova dell’11 giugno sono questi. Gianni Crivello: 34,3%. Marco Bucci: 27,7%. Luca Pirondini: 24,7%. Seguono Arcangelo Merella: 3,2%. Paolo Putti: 3,1%. E Marika Cassimatis: 3,0%.
Colpisce il quasi parimerito tra Arcangelo Merella, con la sua lista civica “Ge9si”, con Paolo Putti, ex grillino con la sua lista civica “Chiamami Genova” e Marika Cassimatis, con un’altra lista civica: passa evidentemente il messaggio, da parte di tutti e tre, di essere fuori dai partiti, pescando in bacini di voto contigui.
Ripaga Gianni Crivello la fatica del centrosinistra di tenere (quasi) tutti i pezzetti e le velleità  insieme, compresa la convergenza dei fuoriusciti Pd, di Mdp-Articolo 1, che hanno comunque scelto Crivello come proprio candidato.
Tra tutti i candidati, Crivello è quello più conosciuto dalle persone coinvolte dal sondaggio. Segue Marco Bucci che, spinto dalla Lega.
Pirondini. conquista un 24,7% al primo turno, lontano da quel 29,6% che proprio la sua mentore, Salvatore, candidata presidente alle regionali del 2015, conquistò proprio a Genova, consacrando il M5S come primo partito della città .
I dati sul gradimento dei candidati sindaco non portano ad alcun candidato buone notizie: Crivello, Bucci, Putti e Pirondini suscitano, a parimerito, giudizi negativi. Quello che però raccoglie, di più, pareri positivi è proprio Crivello.
Seguito, a dieci punti di distanza, da Marco Bucci. Il più sconosciuto è, paradossalmente, Luca Pirondini, il candidato M5S finito alla ribalta delle cronache nazionali proprio per il caso delle comunarie e l’intervento di Beppe Grillo.
Anche Paolo Putti risulta poco conosciuto. Pure lui, candidato sindaco alle scorse amministrative, protagonista delle cronache politiche con la clamorosa uscita dal M5S a gennaio, e la creazione di un nuovo gruppo in consiglio comunale, non ha suscitato l’interesse degli intervistati.
A Genova il centro-sinistra cerca di riconquistare il comune dopo la deludente esperienza della precedente amministrazione con un nuovo candidato. Gianni Crivello si propone di ricomporre la frattura consumata, sul piano nazionale, tra Pd e Movimento Democratico e Progressista.
Secondo le stime attuali, Crivello al ballottaggio supererebbe sia il candidato del centrodestra (54% a 46%) sia quello del M5s (53% a 47%).
Il nuovo sindaco di Genova dovrà , in ogni caso, riconquistare un elettorato sfiduciato, che ha notevolmente sofferto per gli effetti della crisi economica.
La disoccupazione è tra le prime   preoccupazioni di quasi la metà  dei genovesi, staccando di oltre venti punti le “normali” questioni amministrative come la manutenzione delle strade e il decoro urbano (25%), la qualità  dei servizi sociali e sanitari (16%) e il trasporto pubblico (16%). Mentre il tema immigrazione e gestione dei campi rom è considerato prioritario solo dal 18% del campione.
Solo il 25% di persone oggi, si dichiara astenuta, incerta o è reticente sul voto.

(da “La Repubblica”)

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FIGURACCIA INTERNAZIONALE: IL TAR DEL LAZIO BOCCIA LE NOMINE DI FRANCESCHINI PER I MUSEI

Maggio 25th, 2017 Riccardo Fucile

“NON POTEVANO PARTECIPARE STRANIERI”…IL MINISTRO: “MEGLIO CHE NON COMMENTI”… DA PAESTUM A PALAZZO DUCALE DI MANTOVA SENZA DIRETTORI DA OGGI… IL RICORSO AL CONSIGLIO DI STATO

La riforma dei musei voluta dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini rischia di tornare al punto di partenza.
Il Tar del Lazio con due sentenze ha infatti bocciato cinque dei venti direttori dei supermusei e le nomine, di conseguenza, sono state annullate.
Cinque musei, del calibro di Paestum o di Palazzo Ducale, sono qui da ora senza direttori. Una decisione che ha provocato l’immediata reazione del ministro su twitter: “Non ho parole”.
Il Tar del Lazio – accogliendo il ricorso di due candidati alle posizioni di direzione di musei di Mantova, Modena, Paestum, Taranto, Napoli e Reggio Calabria – ha ritenuto infatti in primo luogo che le procedure di selezione fossero viziate in più punti.
Tre i punti fondamentali che hanno convinto i giudici ad accogliere il ricorso di altri candidati: “Il bando della selezione non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani in quanto nessuna norma derogatoria consentiva di reclutare dirigenti pubblici fuori dalle indicazioni tassative espresse dall’articolo 38. Se infatti il legislatore avesse voluto estendere la platea di aspiranti alla posizione dirigenziale ricomprendendo cittadini non italiani lo avrebbe detto chiaramente”.
Nel testo   firmato dal presidente Leonardo Pasanisi e dal consigliere Francesco Arzillo si parla della illegittimità  delle modalità  di svolgimento del concorso:   “A rafforzare la sostenuta illegittimità  della prova orale, la circostanza che questa ultima si sia svolta a porte chiuse” mentre in altri punti si parla di criteri magmatici nella valutazione dei candidati.
Con la riforma di Franceschini dopo le selezioni sette direttori sono stranieri tra i quali quello del parco archeologico di Paestum e del Palazzo Ducale di Mantova, interessati dal verdetto del Tar.
La riforma del ministrero dei Beni culturali ha assegnato a 32 musei la piena autonomia organizzativa, scientifica, finanziaria e contabile.
I primi venti già  funzionano da due anni e i risultati sembrano essere positivi come iniziative e numero di visitatori. E’ quindi quasi certo che il ministero ricorrerà  in appello al Consiglio di Stato.

(da agenzie)

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MODELLO TEDESCO PROPORZIONALE CON SBARRAMENTO AL 5%: C’E’ L’ACCORDO, IPOTESI ELEZIONI IL 22 OTTOBRE

Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile

L’INTESA TRA PD E FORZA ITALIA MESSA PER ISCRITTO, LA LEGA SI ADEGUA, IL M5S NON SI OPPONE A PRIORI… MA SULLA DATA L’ULTIMA PAROLA SPETTA A MATTARELLA

C’è un luogo in cui la “grande trattativa” sulla legge elettorale rischia di arenarsi. Quel luogo si chiama calendario. Di qui a settembre.
Un calendario che, da qualche giorno, è oggetto delle riflessioni — preoccupate – sul Colle più alto. Ed è per questo che, ufficialmente, Matteo Renzi non ha ancora detto una parola a favore di quel “modello tedesco” su cui l’accordo con Silvio Berlusconi è pressochè chiuso.
Anzi, la posizione pubblica del Pd è ancora il Rosatellum, una legge iper-maggioritaria, e non il famoso proporzionale alla tedesca.
E allora, andiamo con ordine.
L’accordo con Silvio Berlusconi, racconta più di una fonte autorevole, non solo è stato siglato. Ma, come tutti gli accordi che si rispettino, è stato anche messo nero su bianco.
Prevede una legge elettorale tedesca, con sbarramento al cinque, su cui gli sherpa sono a lavoro per limare i dettagli, a partire dalla dimensione dei collegi che Forza Italia vorrebbe “piccoli” e il Pd più grandi.
E prevede, nell’ambito dello scambio che darebbe il via libera al voto anticipato, anche tre ipotesi di date in cui andare al voto: il 24 settembre, il primo ottobre, l’8 ottobre.
Su questo schema nelle ultime ore, più ambasciatori hanno provato a sondare il Quirinale, a partire da Gianni Letta, tra i più attivi fautori di questa operazione che, evidentemente, ha come sbocco un governo di larghe intese.
Ma soprattutto, hanno sondato il Quirinale gli ambasciatori di Renzi. Perchè un “patto” con Berlusconi è oneroso da reggere.
Nell’opinione pubblica è già  diventato “l’Inciucio” che anticipa un governo dell’inciucio, anche se attorno alla proposta si realizzasse un’ampia condivisone, dalla Lega (ora favorevole) ai Cinque stelle (possibilisti).
I titoli sono e saranno sul nuovo Nazareno: “Noi — dice un renziano — siamo pronti ad andare avanti però deve essere certo a quel punto che si vota in autunno, prima della manovra e prima delle elezioni siciliane di novembre”
Ed è proprio attorno al calendario che è in atto un dialogo discreto col Quirinale. Perchè i tempi sono stretti davvero. Per votare a fine settembre, lo stesso giorno della Germania, le Camere andrebbero sciolte due mesi prima, a fine luglio, il che significa che per quella data la legge elettorale andrebbe approvata in via definitiva nei due rami del Parlamento.
Le liste elettorali andrebbero presentate entro Ferragosto, un unicum assoluto nella storia repubblicana, con le Corti d’Appello praticamente chiuse per ferie.
E comizi convocati quando mezza Italia è ancora sulle spiagge. Un calendario reso ancor più complicato dalla questione della applicabilità  della legge elettorale.
Approvata la legge, come noto, vanno definiti i collegi prima di sciogliere le camere, compito che spetta al Viminale attraverso un decreto e dopo il lavoro dei suoi uffici.
Qualche frettoloso sherpa dell’ex premier ha suggerito, per scavalcare questo passaggio, di inserire i nuovi collegi già  nella legge, ma appare un percorso complicato perchè il Parlamento non può sostituirsi agli uffici statistici del Viminale.
Tutti problemi che, al Colle, hanno ben presente nell’ambito di questa singolare via burocratica (più che politica al voto). Per la serie: approvo la legge solo se mi garantisci che sciogli.
Una fonte che ha consuetudine col Colle, così sintetizza: “Mattarella ha sempre auspicato una legge elettorale per andare al voto in modo ordinato. Dunque, se gli fai vedere che c’è una legge, valuterà  in che modi e in che tempi sciogliere, ma certo non gli puoi chiedere di impegnarsi sullo scioglimento, per far sì che ci sia una legge”.
Fedele al motto che quando lavora il Parlamento il presidente tace, il capo dello Stato aspetta l’esito di questo lavoro del Parlamento: i suoi tempi e i suoi risultati.
È però evidente che il calendario suscita qualche preoccupazione sul primo scioglimento dell’era Mattarella.
In serata la nuova data che circola nei Palazzi che contano è il 22 ottobre, che eviterebbe di assistere ai comizi sotto l’ombrellone.
Il capo dello Stato sta facendo le sue valutazioni sull’impatto politico del voto in autunno. Perchè è evidente che il 24 settembre renderebbe possibile l’esercizio provvisorio. Mentre la nuova data consentirebbe al governo uscente di presentare una legge di stabilità  entro il 15 ottobre.
E non è un dettaglio, in un paese col nostro debito pubblico. E al nuovo di recepirla o cambiarla.
Ammesso che possa nascere un governo di coalizione sostenuto da una maggioranza chiara. Certo, se si dovesse manifestare una ampia condivisione su una legge tedesca, non resterebbe che prenderne atto auspicando altrettanto ampia condivisione quando ad autunno i mercati inizieranno a ballare.

(da “Huffingtonpost”)

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LA VIGNETTA DI NATANGELO HA IL MERITO DI FAR VENIRE ALLO SCOPERTO QUELLO CHE PENSA UNA MINORANZA DI RAZZISTI SUI BAMBINI CHE MUOIONO NEL MEDITERRANEO

Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile

IL VIGNETTISTA DEL “FATTO” RICORDA CHE NON ESISTONO BAMBINI DI SERIE A E ALTRI DI SERIE B, VANNO TUTELATI TUTTI

Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori ma non certo i migliori esperti di satira.
È già  successo così tante volte che ormai trovare un modo per parlarne senza ripetersi è difficile.
La satira è scomoda per definizione. È qualcosa che deve dare fastidio, incrinare le nostre certezze e no, non deve fare ridere.
Oggi   Mario Natangelo ha pubblicato sul Fatto Quotidiano una vignetta sull’attacco terroristico alla Manchester Arena. Ancora una volta faremo la cosa sbagliata: proveremo a spiegare una vignetta satirica.
La satira ha il diritto di essere offensiva e in un certo senso anche la vignetta di Natangelo lo è.
Ma non perchè non ha rispetto dei morti dell’attentato di Manchester. Lo è perchè ad un primo livello di lettura sembra che ci stia dicendo che non dobbiamo piangere per le 22 vittime dell’attacco alla Manchester Arena perchè ci sono tanti altri ragazzi e bambini innocenti che affogano nel Mediterraneo.
Insomma la solita storia di chi va a contare i morti e dice che i “suoi” morti sono più importanti di quelli degli altri.
Un po’ come quando certi cattolici traboccanti di pietà  cristiana tirano fuori le “stragi dimenticate dei cristiani” dopo l’ennesima bomba esplosa in Medio Oriente.
Ma è il contrario: Natangelo ci fa notare quanto assurdo sia farlo.
Ma quanto a fondo può colpire la satira? Molto di più.
Ed è questo il bello di questa vignetta di Natangelo che potrebbe anche voler dire che le vittime di Manchester vivono in un mondo diverso così distante dalla sofferenza dei migranti da pensare che nel Mediterraneo si muoia “perchè c’era un concerto”.
Ma non sono quei ragazzini con le orecchie da coniglio a pensarlo, siamo noi adulti a credere che in fondo la vita dei migranti valga meno.
Si muore ad un concerto di Ariana Grande e diciamo che non ha senso.
Ma sappiamo anche come si muore tentando la traversata? È più terribile morire ad un concerto che in mare?
Natangelo non lo dice perchè è il lettore a doverlo capire. Ovviamente è necessaria una certa sensibilità  per farlo. Ad esempio per capire che non sono i morti ad essere diversi ma il modo con cui li guardiamo.
Ed è lo sguardo del lettore a dare il significato alla vignetta.
Come per Charlie Hebdo anche per Natangelo vale il diritto della libertà  di satira. Altrettanta libertà  hanno i lettori di criticarla. Detto questo non è possibile ignorare come questa vignetta abbia portato alla luce i soliti razzisti.
Ad esempio quelli che continuano a raccontarci la storia che i migranti non scappano dalla guerra perchè sono tutti ragazzotti di belle speranze, ben vestiti e muscolosi (detto probabilmente con una certa libidine).
Perchè essere razzisti verso “i vostri connazionali occidentali”, si chiede qualcuno. Ma non c’è razzismo nel dire che i morti sono uguali, con o senza orecchie da coniglio.
Ci mancherebbe poi che qualcuno ce l’abbia con i bambini, anzi quasi quasi meglio ne muoiano un po’ di meno e che affoghino un po’ più di quei ragazzi neri che vengono qui a mangiare a sbafo.
Ma c’è anche chi dopo lungo meditare ha scoperto qual è la differenza. Il ragazzino affogato nel Mediterrano se l’è cercataquesta telefonata pubblicata dall’Espresso mentre la ragazzina di Manchester no.
Insomma chi ha messo quel ragazzino sul barcone sapeva a cosa andava incontro. Ovviamente non è così, basta ascoltare dove la Guardia Costiera italiana e quella maltese si palleggiano i migranti per capire che ci sono delle responsabilità  ben precise.
Sì, c’erano anche dei bambini.

(da “NextQuotidiano”)

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NAUFRAGA UN BARCONE, 34 MORTI, MOLTI I BAMBINI

Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile

MEDICI SENZA FRONTIERE E MOAS ACCUSANO LA GUARDIA COSTIERA LIBICA: “MINACCIANO E SPARANO, CREANDO IL CAOS A BORDO”

Almeno 34 persone sono morte e altre risultano disperse nel naufragio di un barcone con a bordo circa 500 migranti, partito all’alba di oggi dal porto libico di Zuara e diretto verso l’Italia.
Tra le vittime anche un numero imprecisato di bambini, “forse una decina”, secondo quanto si è appreso in forma ufficiosa da fonti dei soccorritori.
Le operazioni di soccorso sono state coordinate dalla Guardia Costiera italiana, in un tratto di mare non lontano da dove ieri i colleghi libici hanno intercettato due unità  con 237 migranti a bordo: i due barconi sono stati fatti tornare in Libia e i migranti sono stati dichiarati in arresto.
E sempre nel Mediterraneo centrale, secondo testimonianze raccolte dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), vi sarebbe stato un altro naufragio venerdì scorso con un bilancio non ufficiale di oltre 150 dispersi.
Il naufragio di oggi è avvenuto questa mattina a circa 30 miglia da Zuara: forse per un’onda anomala o per un improvviso spostamento delle persone che erano a bordo, il barcone si è piegato su un lato e, prima che riprendesse l’assetto normale, quasi la metà  delle circa 500 persone che erano a bordo è finita in acqua.
Ricevuta la richiesta di soccorso, la centrale operativa di Roma della Guardia Costiera ha inviato nell’area del naufragio una propria nave, un rimorchiatore e una unità  di una organizzazione non governativa.
I soccorritori – in particolare i marinai della Guardia Costiera e quelli del Moas, una delle ong che da tempo opera in soccorso dei migranti – hanno recuperato 34 cadaveri, compresi quelli dei bambini che galleggiavano tra gli adulti.
Hanno, inoltre, tratto in salvo tra scene di disperazione i superstiti che urlavano in mare ed hanno, infine, preso a bordo le altre persone che erano rimaste sul barcone. Dal racconto dei testimoni è emerso che altre persone potrebbero essere annegate.
Per la ricerca dei dispersi la Guardia Costiera ha elevato il numero delle navi presenti sul posto. Altre unità  navali – 14 in totale – sono state impiegate in 12 operazioni per soccorrere oltre duemila migranti, diretti verso l’Italia a bordo di gommoni e piccole imbarcazioni.
La rotta del Mediterraneo centrale Libia-Italia continua, dunque, ad essere ad altissimo rischio: su un numero totale di oltre 50 mila migranti arrivati quest’anno in Italia via mare (+39% rispetto allo scorso anno), è di circa 1.400, secondo le stime dell’Oim, il numero di migranti che hanno perso la vita.
Negli ultimi 15 anni, secondo stime non ufficiali, sono morte oltre 30mila persone, con il Mediterraneo che ha acquistato sempre più un’immagine simile ad un grande cimitero di guerra.
In questo contesto, ieri, per ordine delle autorità  della Libia, con le quali il ministro dell’interno Marco Minniti ha stipulato recenti accordi di collaborazione, la Guardia Costiera libica ha raggiunto e bloccato, 12 miglia al largo di Sabrata, a ovest di Tripoli, due barconi diretti verso l’Italia, con a bordo 237 persone, provenienti della stessa Libia, Marocco, Africa subsahariana e Bangladesh.
Le due unità , con l’assistenza di un rimorchiatore, sono state fatte rientrare nel porto di Sabrata. I “migranti illegali” – così sono stati definiti da un portavoce della Marina libica – dopo aver ricevuto “l’aiuto umanitario e medico necessario”, sono stati dichiarati in stato di arresto dalle autorità  libiche e consegnati al “centro di accoglienza di Al Nasr, facente capo all’Autorità  della lotta contro l’immigrazione clandestina di Zawiya”.
La ong tedesca Jugend Rettet ha accusato la Guardia Costiera della Libia di aver usato le armi contro barconi carichi di migranti.
Anche Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranèe hanno sostenuto che ieri la guardia costiera libica si è avvicinata a barconi in difficoltà , ha minacciato le persone a bordo e ha sparato dei colpi in aria, mettendo in pericolo la vita dei migranti e scatenando il panico.

(da “Huffingtonpost”)

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AFRICA, CHI CREA POVERTA’: EVASIONE FISCALE, CORRUZIONE, CLIMA

Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile

RAPPORTO HONEST ACCOUNT: L’ANALISI DEI FLUSSI ECONOMICI DI 47 STATI… I PAESI AFRICANI HANNO UN SALDO ATTIVO DI 41 MILIARDI DI DOLLARI VERSO IL RESTO DEL MONDO

Smettiamo di dire che l’Africa è povera. Smettiamo di parlare di aiuti come si trattasse di beneficenza e della migrazione come la conseguenza di una miseria inevitabile. L’Africa è molto ricca e piena di possibilità : dalle risorse naturali a una consistente forza lavoro giovane, dall’ampia biodiversità  al potenziale di un vasto mercato interno.
La sottrazione sistematica della ricchezza.
L’economia del continente dovrebbe crescere con tassi annuali a due cifre, anzichè con il 5 per cento attuale, eppure la maggior parte degli abitanti vive ancora in piena povertà .
Questa contraddizione dice chiaramente che l’Africa è impoverita, che c’è stata una sottrazione sistematica di ricchezza da parte dei Paesi industrializzati, per lo più ex imperi coloniali, a cui si aggiungono un’evasione fiscale dilagante, politiche commerciali penalizzanti, corruzione e costi ambientali di un modello sviluppo a cui l’Africa non ha mai partecipato.
Un credito verso il mondo di 41,3 miliardi di $.
A denunciare questa situazione è il nuovo rapporto Honest Accounts, pubblicato oggi da Global Justice Now e da un gruppo di ONG europee e africane. Il rapporto analizza i flussi economici e finanziari di 47 Stati, per capirne i limiti e il potenziale di crescita. “Il punto — dicono gli autori del rapporto – è che i Paesi africani sono in una posizione di credito nei confronti del resto del mondo, con un saldo netto di circa 41,3 miliardi di dollari nel 2015”.
Il costo dell’evasione.
Nel 2015, il continente ha ricevuto complessivamente 161,6 miliardi di dollari come prestiti, rimesse dei migranti e aiuti.
Quello che l’Africa ha perso, però, ammonta a circa 203 miliardi, sia direttamente — nel caso delle multinazionali che ne sfruttano le risorse ma poi mandano i profitti verso i paradisi fiscali — sia indirettamente, in forma di costi imposti da altri, come per l’adattamento ai cambiamenti climatici.
Se si guarda in dettaglio a queste cifre, si vede che ai Paesi africani sono arrivati circa 19 miliardi in aiuti e fondi vari, ma oltre tre volte tanto, 68 miliardi, sono usciti con le tasse evase dalle multinazionali, pari al 6 per cento del Prodotto interno lordo dell’intero continente.
Il ruolo della corruzione.
Ovviamente la corruzione diffusa ha un ruolo determinante nel facilitare l’evasione, impedendo ai governi e alle autorità  fiscali di intervenire in modo veramente efficace. La corruzione alimenta la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi.
C’è un gruppo di circa 165mila super ricchi con un patrimonio complessivo di 860 miliardi di dollari, ovviamente offshore o in grandi banche inglesi o svizzere.
Le stime parlano di circa 500 miliardi nei paradisi fiscali, cioè il 30 per cento di tutta la ricchezza finanziaria africana, un patrimonio sottratto ai servizi pubblici più importanti per lo sviluppo, come scuola e sanità .
Non meraviglia che i controlli e il rigore fiscale siano scoraggiati, in una politica che tende a offrire anche generosi incentivi alle imprese straniere per attrarre investimenti, specialmente nei settori minerario, del petrolio e del gas.
Penalizzati da commercio.
Quanto alle rimesse dall’estero, nel 2015 ammontavano a 31 miliardi, non pochi ma compensati dai 32 miliardi di profitti esportati dalle grandi imprese straniere.
I governi hanno ricevuto 32,8 miliardi di finanziamenti ma ne hanno pagati 18 tra gli interessi e un debito sempre più alto.
Senza contare i 29 miliardi che ogni anno spariscono con il commercio illegale di beni naturali vari, come il pesce, gli animali e la vegetazione. Le politiche commerciali internazionali hanno creato un sistema che prende dall’Africa le materie prime per lavorarle altrove, facendo perdere il margine di guadagno maggiore, nel settore petrolifero come in quello agricolo.
Gli effetti climatici.
Infine, ci sono i danni del riscaldamento globale, provocato altrove, com’è noto. Il costo di adattamento, per prevenire l’impatto sull’economia e sulla vita quotidiana delle persone, è stimato in 10,6 miliardi all’anno.
I costi della mitigazione, invece, ammontano a circa 26 miliardi e comprendono la conversione nelle fonti rinnovabili, trasformazione molto più onerosa dove mancano le infrastrutture e la tecnologia che abbiamo in Europa. La perdita di giovani che migrano a causa dei dissesti naturali e dei conflitti, portando via forza lavoro e competenze – il cosiddetto brain drain — è stimata in circa 6 miliardi di dollari.
Che cosa fare.
I ricercatori di Honest accounts non fanno solo accuse, ma avanzano una serie di proposte per soluzioni concrete.
In generale, ci vorrebbe un maggiore coinvolgimento della società  civile africana affinchè i tanti squilibri, la corruzione, e certi privilegi siano denunciati ed eliminati. Anche la società  civile degli altri Paesi dovrebbe mobilitarsi però, soprattutto quelli che beneficiano della ricchezza dell’Africa.
“Le èlites globali non hanno alcun interesse a cambiare un sistema da cui traggono solo vantaggi, quindi sta alle organizzazioni e ai movimenti creare coalizioni transnazionali per fermare le varie forme di evasione fiscale e sottrazione di ulteriori risorse”, spiegano gli autori del rapporto, indicando con precisione alcune politiche da seguire.
Un’economia locale smantellata da ricostruire.
Ad esempio, sostenere l’economia locale con maggiori investimenti pubblici. Per decenni le istituzioni internazionali hanno promosso privatizzazioni e aperture dei mercati alle imprese straniere e al commercio internazionale, smantellando i pochi servizi pubblici esistenti senza avviare un’economia di mercato forte.
Come già  accaduto nell’Asia orientale, dove i tassi di povertà  si sono ridotti drasticamente negli ultimi decenni, un maggiore intervento dello Stato faciliterebbe la creazione e lo sviluppo di industrie locali, magari rafforzando il mercato interno con misure temporaneamente protezionistiche.
Il rapporto suggerisce ai governi africani di differenziare gli investimenti per la crescita non basandola solo sulla ricchezza mineraria, sulle fonti fossili e le altre risorse non rinnovabili — tra l’altro, causa di conflitti e di corruzione. Dovrebbero incoraggiare invece quei settori che permettono una crescita sostenibile e inclusiva, che ha maggiori prospettive in rapporto all’evoluzione tecnologia e alla trasformazione delle competenze, come raccomandato anche dalla Banca Mondiale
Ripensare aiuti, tasse e prestiti.
Riguardo agli aiuti dai Paesi industrializzati, questi andrebbero ripensati come forma di risarcimento per i danni subiti, anzichè come donazioni volontarie.
Un simile processo comporta un’analisi approfondita dei rapporti con ogni altra economia, calcolando quante risorse escono dal continente ogni anno e stimando anche i danni che altri hanno causato, come nel caso del riscaldamento globale.
Dal punto di vista finanziario, ci vorrebbe un impegno deciso per fermare l’evasione fiscale delle multinazionali che fanno profitti in Africa. Secondo i ricercatori anche le istituzioni finanziarie nazionali – come le borse valori – dovrebbero impedire a certe società  di essere quotate se usano i paradisi fiscali e contribuiscono a impoverire Paesi in fanno profitti.
Un programma serio di controlli.
Inoltre, lo studio suggerisce un programma serio di controllo dei prestiti concessi attraverso Fondo Monetario, Banca Mondiale e altre istituzioni internazionali o governi, affinchè ci sia maggiore trasparenza nell’utilizzo e affinchè gli interessi diventino sostenibili nel medio e lungo termine. Si tratta, in sostanza, delle misure necessarie a limitare i danni dei cosiddetti “fondi avvoltoio” che strangolano l’economia dei Paesi in via di sviluppo, impedendo ogni reale progresso.
Su questa strada, nel 2015 le Nazioni unite avevano avviato un processo per la ristrutturazione del debito. La risoluzione fu votata da 136 nazioni, con l’opposizione di Stati uniti, Regno unito, Germania, Giappone, Canada e Israele.

(da “La Stampa”)

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BASSETTI E’ IL NUOVO PRESIDENTE DELLA CEI, “UN CARDINALE AL SERVIZIO DEGLI ULTIMI

Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile

E’ L’UOMO VOLUTO DAL PAPA FIN DAL 2014 QUANDO LO NOMINO’ CARDINALE A PERUGIA… A DIFESA DEI LAVORATORI, ATTENTO AL SOCIALE, VICINO A CHI HA BISOGNO

Francesco ha scelto. Il cardinale Gualtiero Bassetti è il nuovo presidente della Cei.
Ha avuto la meglio sugli altri due vescovi entrati ieri nella terna votata dall’assemblea generale, il vescovo di Novara Brambilla e quello di Agrigento Montenegro.
Bassetti era l’uomo voluto dal Papa fin dal 2014, quando lo creò cardinale nonostante Perugia non fosse una sede che prevedeva la berretta rossa.
Poi Francesco decise di lasciare in sella Bagnasco sino alla fine del suo mandato e tutto venne rimandato alle nuove procedure che per la prima volta hanno previsto l’elezione dopo la proposta di tre nomi al Papa.
Poco prima dell’assemblea generale Francesco ha confermato Bassetti alla guida di Perugia con la formula “donec aliter provideatur” (finchè il Papa non dispone diversamente), dopo la rinuncia da lui presentata per raggiunti limiti di età , al compimento dei 75 anni, il 7 aprile 2017.
Un chiaro segno che era su di lui che il Papa puntava per la successione di Bagnasco.
Il motto episcopale del nuovo presidente è “In charitate fundati”.
Richiama il significativo passo della Lettera agli Efesini di san Paolo e sintetizza lo stile di questo pastore della Chiesa universale.
Bassetti, già  vice presidente della Cei (2009-2014), attuale presidente della Ceu, membro delle Congregazioni per i Vescovi e per il Clero e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità  dei cristiani, è un cardinale al servizio degli “ultimi” facendo sentire concretamente la vicinanza della Chiesa di Cristo alle persone in difficoltà , disagiate, emarginate, sofferenti, gli “scarti della società “.
Nel contempo, richiama costantemente i cristiani ai loro doveri verso i fratelli che vivono difficili situazioni di povertà  umana e materiale, oltre a non far mancare la sua attenzione a quanti sono “distanti” dalla Chiesa.
Insieme, lavora per essere fedele al suo stile di vescovo: “Operare per la comunione nella Chiesa”.
PRIME PAROLE DEL NEOPRESIDENTE
Appena saputa la nomina a presidente della Cei il cardinale Gualtieri Bassetti ha rilasciato una breve dichiarazione ringraziando la stampa: “Con tanta fiducia già  in questo piccolo comunicato stringato vi apro il cuore”. Il primo pensiero, ha detto   “va al Santo Padre per il coraggio che ha mostrato nell’affidarmi questa responsabilità  al crepuscolo della mia vita. È davvero un segno che crede alla capacità  dei vecchi di sognare: anche i vecchi avranno dei sogni e delle visioni. La cosa che mi ha dato grande gioia, in questo momento in cui è avvenuto qualcosa che è superiore alle mie forze, è stata una telefonata affettuosa dei ragazzi di Mondo X di padre Eligio, che mi hanno detto: ‘Continua a essere un papà  per noi’. Ecco l’ho ritenuta la raccomandazione più importante”.
Poi ha aggiunto: “Non ho programmi preconfezionati da offrire, perchè nella mia vita, con gli scout da giovane prete, sono sempre stato abbastanza improvvisatore. Intendo lavorare con tutti i vescovi, grato per la fiducia che mi hanno assicurato e per l’abbraccio affettuoso anche di stamane avvenuto nella sagrestia della basilica di San Pietro. Il Papa ci ha raccomandato di condividere tempo, ascolto, creatività  e consolazione. Ed è quello che cercheremo di fare insieme noi vescovi anche il Papa continua a raccomandarci: Vivete la collegialità , camminate insieme. È questa la cifra che ci permette di intepretare la realtà  con gli occhi e il cuore di Dio. Mi incoraggiano le parole del cardinale Bagnasco, a cui mi sento legato da sincera amicizia, quando ha augurato al nuovo presidente di essere se stesso. E questo è quello che io desidero nel profondo del mio cuore”.
PASTORE NELLO STILE DI FRANCESCO
Le radici di Bassetti affondano fra le montagne che dividono la Toscana e l’Emilia Romagna: nasce il 7 aprile 1942 a Popolano di Marradi, in provincia di Firenze ma nella diocesi di Faenza-Modigliana. È il primo di tre figli e viene alla luce nel comune che ha dato i natali al poeta Dino Campana. Due suoi cugini sono sacerdoti, don Giuseppe e don Luca Bassetti.
Dopo aver trascorso l’infanzia a Fantino, nell’arcidiocesi di Firenze, nel 1956 entra nel Seminario di Firenze. Il 29 giugno 1966 viene ordinato presbitero nel duomo di Santa Maria del Fiore dal cardinale Ermenegildo Florit.
Inviato come vice parroco nella comunità  di San Salvi, nel 1968 è chiamato in Seminario come assistente al Minore e responsabile della pastorale vocazionale.
Nel 1972 viene nominato rettore del Seminario Minore. Nel 1979 il cardinale Giovanni Benelli gli affida l’incarico di rettore del Seminario Maggiore, a soli 37 anni. Nel 1990 il cardinale Silvano Piovanelli lo nomina suo pro-vicario e nel 1992 lo chiama a diventare vicario generale dell’arcidiocesi di Firenze.
Il 3 luglio 1994 papa Giovanni Paolo II lo elegge vescovo di Massa Marittima-Piombino. Viene ordinato vescovo l’8 settembre dal cardinale Piovanelli nella basilica di San Lorenzo a Firenze. Il 21 novembre 1998 viene eletto vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro.
Dalla Gmg di Roma in poi, la vicinanza ai giovani sarà  una costante del suo episcopato. Promosso da Benedetto XVI alla sede metropolitana di Perugia-Città  della Pieve il 16 luglio 2009, fa il suo ingresso in diocesi il 4 ottobre dello stesso anno.
Bassetti ha molto in comune con il suo predecessore, il cardinale Gioacchino Pecci (papa Leone XIII), che fu vescovo di Perugia dal 1846 al 1878, entrato nella storia come il “Papa riformatore e sociale” e il “Papa dei lavoratori”, che, nello scrivere l’enciclica Rerum novarum, formulò i fondamenti della Dottrina sociale della Chiesa.   Bassetti è un Pastore molto sensibile alle problematiche sociali, in particolare al mondo del lavoro e al ceto meno abbiente.
Fin dal suo breve ma intenso episcopato al servizio della diocesi di Massa Marittima-Piombino, fu vicino alle famiglie dei minatori e dei lavoratori delle Acciaierie alle prese con una crisi difficile.
Vicinanza al mondo del lavoro che ebbe anche da vescovo della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Qui non perde occasione di far sentire la voce della Chiesa in diverse difficili situazioni accentuate dal perdurare della crisi economica.
Molto attento alla famiglia, la “Chiesa domestica”, senza la quale la società  non ha futuro, il cardinale Bassetti è stato chiamato da papa Francesco a far parte della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia.
Ha scritto le Meditazioni della Via Crucis presieduta da Francesco il Venerdì Santo 2016 al Colosseo, sviluppando nelle quattordici stazioni il tema della sofferenza dell’uomo di oggi, della famiglia, delle persecuzioni e delle tragedie delle migrazioni, sul filo conduttore dell’amore e del perdono.
Nei piani pastorali affronta i temi della vita, della famiglia, della riscoperta dell’identità  battesimale, della parrocchia dal volto missionario e comunità  educante, della giustizia sociale.
Nei numerosi messaggi che ha rivolto ai fedeli e agli uomini di buona volontà  delle tre Diocesi da lui guidate nei suoi oltre venti anni di vescovo, si è soffermato spesso sulle morti nel lavoro e sulla crisi occupazionale, sulla politica che ha bisogno di un “sussulto profetico”, sulla legalità  nella gestione della cosa pubblica, sullo shopping domenicale che snatura il giorno del Signore, sulle gravi piaghe sociali del nostro tempo, quali la prostituzione, il consumo di sostanze stupefacenti, di alcool e il gioco d’azzardo, che rendono l’uomo schiavo e vittima di queste povertà  estreme.

(da “La Repubblica“)

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