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MACRON E PAPA FRANCESCO, LE AFFINITA’ ELETTIVE GRAZIE AL FILOSOFO RICOEUR

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

GRANDE CORDIALITA’ TRA IL PONTEFICE E IL PRESIDENTE FRANCESE: “MAI CEDERE ALLA VOLUBILITA’ DELLE EMOZIONI O DI QUELLO CHE SI SENTE DIRE, NON CHIUDERSI DENTRO UNA TEORIA CHE NON SI CONFRONTI CON LE COSE DELLA VITA”

Il Papa ha rivolto ieri i suoi “auguri più cordiali” al nuovo presidente francese Emmanuel Macron, che richiama, nell’esercizio delle sue “alte funzioni al servizio dei compatrioti”, a non dimenticare mai “le persone in situazione di precarietà  e di esclusione”.
“Prego Dio di sostenerla – scrive Francesco in un telegramma in occasione dell’insediamento del neo-eletto Macron all’Eliseo – perchè il suo Paese, nella fedeltà  alla ricca diversità  delle sue tradizioni morali e del suo patrimonio spirituale, segnato anche dalla tradizione cristiana, si preoccupi sempre di costruire una società  più giusta e fraterna”.
Un esordio, insomma, nel segno di una grande cordialità  . Con un mood molto differente rispetto al telegramma ufficiale inviato al neoinsediato presidente americano Donald Trump dove veniva ricordata, a imperituro monito, la figura del povero Lazzaro, ultimo giudice del Ricco Epulone che finì dannato tra le fiamme dell’Inferno.
Le differenze tra il Papa e Macron sono innegabili e persino abissali. Il primo è il Papa degli slum delle periferie del mondo, l’altro è un intellettuale raffinato, frutto della selezione più elitaria di uno Stato-potenza come la Francia.
Eppure, nonostante questo, ci sono anche affinità  elettive fra i due. Il loro uomo-ponte è il filosofo francese Paul Ricoeur.
Macron nel suo libro-panphlet “Rivoluzione”, scrive di Ricoeur che ha personalmente conosciuto negli “anni felici” della sua formazione:
“Un incontro pressochè fortuito … Da quel giorno si è avviato tra noi un rapporto unico, in cui il mio lavoro consisteva nel commentare i testi di RicÅ“ur, nell’accompagnarne le letture. Per più di due anni, rimanendo al suo fianco, non ho fatto altro che imparare. (…) È stata la sua fiducia a obbligarmi a maturare. Grazie a lui, ho letto e imparato ogni giorno. …( sono stati ) anni che mi hanno profondamente trasformato”. Cioè : “Mi ha insegnato – scrive ancora Macron in Rivoluzione – come pensare attraverso i testi, a contatto con la vita. In un continuo andirivieni tra la teoria e il reale”.
E ancora: A “non cedere mai alla volubilità  delle emozioni o di quel che si sente dire. Non chiudersi mai dentro una teoria che non si confronti con le cose della vita”.
Pochi sanno che Ricoeur è anche un filosofo di riferimento di Papa Bergoglio, forse “il” filosofo di riferimento di Papa Francesco così come dimostra Philippe Bordeyne in un saggio pubblicato sul numero di “Vita e Pensiero”, il bimestrale culturale dell’ Università  Cattolica del Sacro Cuore, uscito sabato 13 maggio 2017 .
“Un elemento formale ci rende avvertiti dell’importanza di studiare i rapporti tra il pensiero di papa Francesco e quello di Paul Ricoeur: il filosofo francese è citato al punto 85 dell’Enciclica Laudato sì”, ha scritto Famiglia Cristiana, citando il saggio di Bordeyne .
“La nota rimanda alla sua Filosofia della volontà , prima opera rilevante consacrata a un argomento di filosofia morale e alla questione del riconoscimento. Le questioni connesse al reciproco riconoscimento stanno al cuore dell’insegnamento morale di Francesco, che fa spesso appello a un’antropologia dell’essere relazionale” (Discorso davanti al Parlamento europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014).
Il ruolo del primo Ricoeur in Jorge Bergoglio – continua il settimanale dei Paolini – è ben riconoscibile, così come il tema della riconciliazione dei poli opposti, che il Papa attinge da Romano Guardini e che comporta caratteristiche originali.
Francesco usa diverse espressioni in tal senso: “L’ unità  prevale sul conflitto”; “pacificazione nelle differenze”, “diversità  riconciliata” (Evangelii gaudium 226-230). In quanto teologo morale, voglio soffermarmi soprattutto sulle parole della Filosofia della volontà  e su come la citazione del pensiero di Ricoeur s’inserisce nell’enciclica Laudato sì. Inoltre, mi colpisce particolarmente l’opera di rinnovamento della parola magisteriale in materia morale messa in atto da papa Francesco.
In questo senso, il chiarimento del pensiero di Ricoeur aiuta a misurare l’importanza del capitolo 7 dell’esortazione apostolica Amoris laetitia sull’educazione morale dei figli. Lo sfondo filosofico vi appare più nettamente che non nel capitolo 8 dedicato al “discernimento personale e pastorale” (AL 298) rispetto alle situazioni familiari “complicate” (AL 312).
E così via.
Insomma Bergoglio e Macron, nonostante le abissali differenze, hanno una base comune per parlare: Ricoeur. Il presidente Trump è avvertito.

(da “Huffingtonpost”)

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ISTAT, LA CRISI AUMENTA LE DISEGUAGLIANZE: SPARISCONO OPERAI E PICCOLA BORGHESIA

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

IL 68% DEI GIOVANI A CASA CON I GENITORI

La spesa per consumi delle famiglie ricche, della ‘classe dirigente’, è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all’ultimo gradino della piramide disegnata dall’Istat, ovvero ‘le famiglie a basso reddito con stranieri’.
È quanto si legge nel Rapporto annuale dell’Istituto, che per le prime rileva esborsi mensili pari a 3.810 euro, contro i 1.697 delle fascia più svantaggiata economicamente.
Una capacità  di spesa ridotta significa anche meno opportunità . “Malgrado una maggiore partecipazione al sistema di istruzione delle nuove generazioni dei gruppi svantaggiati rispetto a quelle più anziane, le differenze sono ancora significative”, fa notare l’Istat. Ecco che “i giovani con professioni qualificate sono il 7,4% nelle famiglie a basso reddito con stranieri e il 63,1% nella classe dirigente”.
Le fratture che caratterizzano il Paese vengono confermate: “Persiste il dualismo territoriale: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati”. D’altra parte, spiega il Rapporto, “la capacità  redistributiva dell’intervento pubblico è in Italia tra le più basse in Europa”.
Esplodono classi sociali. “La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi”.
E’ questa l’analisi contenuta nel Rapporto dell’Istat, che traccia una mappa socio-economica dell’Italia, aggiornando i modelli tradizionali con schemi “multidimensionali”. Per l’Istat “la crescente complessità  del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità  non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse”.
La classe operaia e il ceto medio “sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese” ma “oggi la prima – osserva l’Istat – ha abbandonato il ruolo di spinta all’equità  sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell’evoluzione sociale”. Si assiste quindi a una “perdita dell’identità  di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi”.
Per l’Istituto ci sono interi segmenti di popolazione che “non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta – sottolinea l’Istituto – anche al progressivo invecchiamento della popolazione”.
Ecco che nella nuova geografia dell’Istat “la classe operaia”, che “ha perso il suo connotato univoco”, si ritrova “per quasi la metà  dei casi nel gruppo dei ‘giovani blue-collar'”, composto da molte coppie senza figli, e “per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri”.
Anche la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali, in particolare “tra le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia”. Secondo l’Istituto “la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società  italiana, ricadendo per l’83,5% nelle ‘famiglie di impiegati'”.
Millennials bamboccioni, 68% a casa con mamma e papà .
Il 68% dei giovani fino a 34 anni di età , ossia 8,6 milioni di persone, vive ancora con mamma e papà . Nel Rapporto annuale 2017, l’Istat rileva per di più quelli tra i 25 e i 34 anni sta in famiglia, di operai in pensione o di anziane sole. E negli ultimi otto anni, sono aumentati.
Rispetto al 2008, tra i giovani di 15-45 anni, è diminuita la quota di occupati (dal 39,1% al 28,7% del 2016) ed è aumentata l’incidenza dei disoccupati e degli studenti (+5,1% e 3,4% rispettivamente). Il calo degli occupati è più forte nei gruppi delle famiglie degli operai in pensione e delle anziane sole e di giovani disoccupati (-15,5 e 15,9%) ed è minore per quelli della classe dirigente e delle famiglie di impiegati (-4,4 e 3,1%).
La famiglia d’origine condiziona molto la professione dei giovani: l’incidenza dei giovani tra i 15 e i 34 anni che svolgono una professione qualificata varia da un minimo del 7,4% per chi proviene da una famiglia a basso reddito con stranieri fino a giungere al 42,1% nei gruppi delle pensioni d’argento e al 63,1% in quello della classe dirigente.
Anche la difficoltà  di trovare un lavoro adeguato al titolo di studio conseguito è un problema trasversale ai giovani occupati che vivono ancora in famiglia.
Nel complesso, il 42,5% svolge una professione per la quale è richiesto mediamente un livello di istruzione inferiore a quello posseduto, con i valori più bassi tra i giovani che fanno parte delle famiglie a basso reddito con stranieri e di quelle della classe dirigente (34,5 e 34,6%) e i valori più elevati tra i giovani delle famiglie a basso reddito di soli italiani e di quelli delle famiglie di impiegati (45,2% in entrambi i casi).
Il 68% dei giovani fino a 34 anni di eta’, ossia 8,6 milioni di persone, vive ancora con mamma e papa’. Nel Rapporto annuale 2017, l’Istat rileva per di più quelli tra i 25 e i 34 anni sta in famiglia, di operai in pensione o di anziane sole. E negli ultimi otto anni, sono aumentati.
Rispetto al 2008, tra i giovani di 15-45 anni, è diminuita la quota di occupati (dal 39,1% al 28,7% del 2016) ed e’ aumentata l’incidenza dei disoccupati e degli studenti (+5,1% e 3,4% rispettivamente). Il calo degli occupati e’ piu’ forte nei gruppi delle famiglie degli operai in pensione e delle anziane sole e di giovani disoccupati (-15,5 e 15,9%) ed e’ minore per quelli della classe dirigente e delle famiglie di impiegati (-4,4 e 3,1%).
La famiglia d’origine condiziona molto la professione dei giovani: l’incidenza dei giovani tra i 15 e i 34 anni che svolgono una professione qualificata varia da un minimo del 7,4% per chi proviene da una famiglia a basso reddito con stranieri fino a giungere al 42,1% nei gruppi delle pensioni d’argento e al 63,1% in quello della classe dirigente.
Anche la difficoltà  di trovare un lavoro adeguato al titolo di studio conseguito e’ un problema trasversale ai giovani occupati che vivono ancora in famiglia. Nel complesso, il 42,5% svolge una professione per la quale è richiesto mediamente un livello di istruzione inferiore a quello posseduto, con i valori più bassi tra i giovani che fanno parte delle famiglie a basso reddito con stranieri e di quelle della classe dirigente (34,5 e 34,6%) e i valori piu’ elevati tra i giovani delle famiglie a basso reddito di soli italiani e di quelli delle famiglie di impiegati (45,2% in entrambi i casi).

(da agenzie)

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INDAGATA LA PD PEZZOPANE PER APPALTI ILLUMINAZIONE: IL REATO CONTESTATO E’ FINANZIAMENTO ILLECITO A PARTITI

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA E’ NATA DALLE ACCUSE DI UN IMPRENDITORE   CHE AVREBBE VERSATO TANGENTI IN CAMBIO DI APPALTI…LEI SI DIFENDE: “CERTA CHE NE   USCIRO’ PULITA, PIENA FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA”

La senatrice Stefania Pezzopane (Pd) risulta indagata per finanziamento illecito ai partiti nell’ambito di un’inchiesta parallela svolta della procura di Avezzano sulle accuse mosse da un imprenditore frusinate del settore delle illuminazioni stradali, Angelo Capogna: ha rivelato agli inquirenti di avere versato tangenti a pubblici amministratori in vari comuni abruzzesi in cambio di aiuti per ottenere appalti.
Nel filone principale dell’inchiesta, quello sulle mazzette che Capogna avrebbe versato, come amministratore della Saridue Srl, a politici e funzionari per piazzare i suoi lampioni, sono stati iscritti nel registro degli indagati 36 nomi.
Non quello di Pezzopane, però, che è stato stralciato e inviato per competenza territoriale alla procura dell’Aquila, dove Pezzopane ha ricoperto in passato una serie di incarichi tra i quali quello di presidente della Provincia.
Il nome della senatrice sarebbe emerso nel corso del secondo lungo interrogatorio mosso dai pm a Capogna nelle scorse settimane.
Secondo indiscrezioni, dal racconto dell’imprenditore gli inquirenti stanno indagando sia Pezzopane che lo stesso Capogna per finanziamento illecito ai partiti, verificando se si configurino anche altri reati.
“Non so nulla e non ho ricevuto alcun avviso i garanzia”, ha detto Pezzopane, senatrice dal 2013, ai cronisti, “ma ho fiducia nella magistratura. Mi sembra un gran calderone che alla fine si chiarirà . Non ricordo di aver mai conosciuto o incontrato Capogna, e se l’ho fatto è per motivi diversi da quelli che vengono ipotizzati. Pare siano fatti relativi al 2010, forse a qualcuno fa comodo tirarmi dentro a questa vicenda che non mi riguarda proprio. La magistratura vada in fondo e scopra la verità : so come faccio le campagne elettorali e come agisce il mio tesoriere, sono illazioni e non c’è nessun finanziamento illecito”.
Pezzopane è stata assessore e presidente del Consiglio comunale dell’Aquila, presidente della Provincia e assessore e vice presidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo.
Lo stralcio del fascicolo che la riguarda è stato trasmesso l’11 aprile alla procura aquilana dove sarebbe avvenuto il reato per cui è indagata.
L’inchiesta principale, invece, passata attraverso perquisizioni e sequestri di documenti nel marzo dello scorso anno, è arrivata a conclusione delle indagini nei giorni scorsi, con la notifica a 36 persone.

(da agenzie)

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“OSTRUZIONE DELLA GIUSTIZIA E INCAPACITA'”: ORA SU TRUMP L’OMBRA DI IMPEACHMENT

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

L’ACCUSA E’ LA STESSA CHE COSTO’ LA CASA BIANCA A NIXON

Ostruzione della giustizia: l’accusa che si stende sulla Casa Bianca di Donald Trump potrebbe aprire la strada a un procedimento di impeachment, ovvero alla messa in stato di accusa del presidente ad opera della Camera per farlo ‘processare’ dal Senato e – se condannato – rimuoverlo dall’incarico.
È la stessa accusa che nel 1974 costò la presidenza a Richard Nixon, che si dimise prima che l’impeachment fosse deciso, ed è la stessa che era stata mossa contro Bill Clinton nel 1998 ai tempi dello scandalo Lewinsky.
Trump, scrive il New York Times, avrebbe chiesto a James Comey, poi direttore dell’Fbi, di lasciar cadere l’indagine sul suo consigliere Michael Flynn. È ostruzione del meccanismo giudiziario, o no?
La stampa americana sottolinea che al Congresso si discute vivacemente su che cosa significhi “azioni che ostacolano le indagini ufficiali”.
Al di là  dei casi più eclatanti (l’omicidio di un testimone o la distruzione di prove), la legge americana considera ostruzione alla giustizia, cioè un crimine, se qualcuno “blocca, influenza o ostacola qualsiasi procedimento ufficiale”.
Questo, si chiede il NYT, può comprendere una richiesta al direttore dell’Fbi di abbandonare un’inchiesta e il suo successivo licenziamento?
La risposta, secondo il quotidiano, è sì.
A sostegno di questa tesi, il giornale porta l’opinione di Julie O’Sullivan, ex procuratore federale e oggi docente all’università  di Georgetown, specializzata in Diritto penale “dei colletti bianchi”: secondo la studiosa, il rapporto di potere che intercorre tra un presidente e il direttore dell’Fbi rende illecita la richiesta di archiviazione di un’indagine.
Al New York Times, la signora ha commentato: “Trump ha davvero bisogno di un avvocato. Sta costruendo un bel caso contro se stesso”.
Trump aveva effettivamente l’autorità  di licenziare Comey, ma anche atti legittimi diventano illegali se commessi con intenzioni improprie, cioè in questo caso se lo scopo dell’atto era quello di fermare un’inchiesta sgradita.
A far balenare l’ipotesi di un impeachment per Donald Trump è anche la vicenda siriana, con l’ammissione dello stesso presidente di aver passato ai russi informazioni riservatissime. Richard Painter, consulente legale della Casa Bianca ai tempi di George W. Bush,   ha lanciato su Twitter la richiesta di far riferimento al 25 emendamento, che prevede la rimozione di un presidente se “incapace di assolvere a compiti e poteri del suo ufficio”.
Le comunicazioni di Trump ai russi non sono di per sè illegali, ma costituiscono una lesione al rapporto di fiducia fra la Casa Bianca e la comunità  dell’intelligence, cosa che i critici dell’amministrazione considerano una prova dell’incompetenza presidenziale.
Il ricorso al venticinquesimo emendamento, in ogni caso, prevederebbe che il vicepresidente Mike Pence e lo speaker del Congresso Paul Ryan dichiarino per iscritto che il presidente è impossibilitato a svolgere i suoi compiti, e questo scenario appare del tutto improbabile. Nel frattempo, però, l’opinione pubblica sta cambiando: secondo un sondaggio di Public Policy, gli americani favorevoli a un procedimento di impeachment sono – per la prima volta – più numerosi di quelli contrari.

(da “La Repubblica”)

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TRUMP NEI GUAI FINO AL COLLO: ORDINO’ ALL’FBI DI INSABBIARE IL RUSSIAGATE

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

COMEY, IL CAPO DEL FBI LICENZIATO, RIVELA CHE A FEBBRAIO DONALD GLI CHIESE DI FERMARE LE INDAGINI SUL GENERALE FLYNN E SUI SUOI CONTATTI CON MOSCA

La vendetta di James Comey arriva in un “memo”, abbreviazione per memorandum. Un dossier, insomma, in cui l’ex-capo dell’Fbi licenziato in tronco la settimana scorsa vuota il sacco e inchioda il presidente.
L’accusa è grave: in un incontro fra i due a febbraio, Donald Trump chiese al capo dell’Fbi d’insabbiare l’indagine sul Russia-gate. In particolare l’inchiesta che la polizia federale (che ha anche responsabilità  di contro-spionaggio) stava svolgendo sul generale Michael Flynn.
Il ruolo di Flynn nel Russiagate.
Quest’ultimo è una figura centrale nel Russia-gate. Trump nominò Flynn come suo massimo consigliere per la sicurezza nazionale, cioè capo del National Security Council che all’interno della Casa Bianca è la cabina di regìa di politica estera, difesa, anti-terrorismo.
Ma Flynn aveva nascosto una serie di rapporti con la Russia, incontri clandestini con l’ambasciatore di Vladimir Putin durante la campagna elettorale, perfino pagamenti ricevuti. Di fronte alle rivelazioni Trump dovette cacciarlo.
La posizione di Flynn ha continuato ad aggravarsi, ora è stato convocato dalla commissione d’inchiesta parlamentare e su di lui pende un “sub-poena” cioè l’obbligo di testimoniare sotto giuramento.
Il timore della Casa Bianca, si presume, è che dalla testimonianza di Flynn possano uscire altre rivelazioni compromettenti. Per esempio sul fatto che Trump fosse al corrente dei contatti coi russi in campagna elettorale? (Va ricordato che la stessa campagna fu contrassegnata da ripetuti attacchi di hacker russi contro Hillary Clinton). Ora arriva l’ultimo colpo di scena.
Già  si sapeva – lo stesso Trump non ne ha fatto mistero – che dietro il licenziamento di Comey c’era l’esasperazione del presidente per l’indagine dell’Fbi sul Russia-gate, tuttora in corso e che genera prove utilizzabili nell’ambito della commissione parlamentare.
La soffiata al New York Times indica che il presidente aveva tentato d’interferire pesantemente nel lavoro della polizia federale, che è indipendente dalle direttive dell’esecutivo. Quella richiesta d’insabbiare l’indagine sul Russia-gate che a febbraio Comey respinse, “firmando” così la propria uscita di scena, è ai limiti dell’abuso di potere.
I colloqui tra Trump e Comey.
Comey, rivela il Nyt, creò un memorandum – inclusi alcuni appunti che sono classificati – su ognuna delle telefonate e gli incontri avuti con il presidente.
Non è chiaro se Comey denunciò al ministero della Giustizia, da cui dipende, la conversazione avuta con Trump e la sua richiesta e l’esistenza degli appunti.
Comey vide Trump il 14 febbraio, il giorno dopo le dimissioni di Flynn, costretto a lasciare l’incarico perche’, si era scoperto, aveva mentito al vicepresidente Mike Pence assicurandogli che non c’era nulla di male nella telefonata con l’ambasciatore russo.
Quel giorno, ricostruisce il Times, Comey era nello Studio Ovale con Trump ed altri vertici della sicurezza nazionale per un briefing sul terrorismo.
“Quando la riunione si concluse Trump disse ai presenti, incluso Pence e dil ministro della Giustizia Jeff Session, di lasciare la stanza per restare da solo con Comey”.
Una volta solo Trump inizò un filippica contro le fughe di notizie suggerendo a Comey di “considerare (l’opzione) di mettere in prigione i reporter per pubblicare informazioni classificate prima di affrontare l’argomento Flynn” riferisce una delle due persone vicine a Comey, che hanno parlato con il Times.
Comey “si consultò con i suoi più stretti consiglieri sull’accaduto e tutti condivisero l’impressione che Trump avesse cercato di influenzare l’indagine (un accusa che ove mai trovasse una conferma indipendente potrebbe configurare il gravissimo delitto di ‘intralcio della giustizia’, per cui in questo caso Trump rischierebbe la presidenza, ndr) ma tutti decisero che avrebbero cercato di mantenere segreta la conversazione (con Trump), anche agli stessi agenti dell’Fbi che stavano conducendo l’inchiesta sul Russiagate, in modo che la richiesta del presidente non influenzasse il loro lavoro”.
Il pezzo del Times sembra suggerire che l’avvertimento minaccioso di Trump a Comey, all’indomani del suo licenziamento, di stare attento a cosa avrebbe deciso di far filtrare alla stampa perchè potrebbero esserci “registrazioni degli incontri”, non preoccupi affatto Comey.
Da sottolineare anche il fatto che il New York Times rivela la sua fonte: uno stretto collaboratore di Comey. La guerra dell’intelligence contro il presidente, a colpi di dossier e fughe di notizie, diventa sempre più spietata.
La risposta della Casa Bianca.
La Casa Bianca nega che il presidente Donald Trump abbia chiesto all’ex capo dell’Fbi, James Comey, licenziato in tronco lo scorso 9 maggio, di fermare l’indagine sul suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn.
Repubblicani spaccati.
Il presidente della commissione di vigilanza della Camera, il repubblicano Jason Chaffez, chiede all’Fbi di consegnare tutti i documenti e le registrazioni delle comunicazioni fra l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, e il presidente Donald Trump. La richiesta mostra la spaccatura all’interno del partito repubblicano, all’interno del quale solo in pochi difendono Trump. Molti preferiscono tacere. Per gli esperti questo è il ‘momento della verità ‘ nel partito.
Democratici all’attacco.
E insorgono i democratici, dopo questa nuova tegola sulla testa del presidente Usa. ”Quando è troppo è troppo” sbotta il parlamentare democratico, Adam Schiff.
”Il paese viene messo sotto esame in un modo senza precedenti. La storia ci sta a guardare” tuona Chuck Schumer, il leader della minoranza democratica in Senato. ”Servono i mandati per ottenere i documenti legati a Flynn” dice il parlamentare Elijah Cummings. Nancy
Pelosi, leader dei democratici alla Camera, parla di ”assalto alla legge”: se la ricostruzione di Comey è vera, il presidente ”ha commesso un grave abuso del suo potere esecutivo. Nel peggiore dei casi si è trattato di ostruzione alla giustizia”.

(da “La Repubblica”)

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“STIAMO CREANDO UNA SCHIERA DI PENSIONATI POVERI, MIOPE RENDERE PIU’ FLESSIBILI I CONTRATTI”

Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DELL’UNIVERSITA’ LA SAPIENZA SU LAVORO E WELFARE

L’anticipo pensionistico, il Jobs act e il bonus da 80 euro sono stati e sono interventi insufficienti per risalire la china e superare la crisi.
Peggiora la distribuzione del reddito, sono instabili i proventi che arrivano dal lavoro e anche le politiche di consolidamento fiscale, mentre la produttività  risponde con una dinamica ridotta, accompagnata dall’invecchiamento demografico, dalla frammentazione anche territoriale dei sistemi produttivi e dalla finanziarizzazione dell’economia.
Che si è tradotta in processi di creazione di valore nuovi ma più insicuri, che poco hanno a che fare con le attività  produttive.
Questo il quadro che emerge dal Rapporto sullo Stato sociale 2017 curato dall’università  La Sapienza e presentato a Roma nel corso di un evento al quale ha partecipato anche la presidente della Camera, Laura Boldrini.
Nel dossier si analizza la natura della grande recessione iniziata nel 2007 e l’ipotesi che sia in atto una ‘stagnazione secolare’, ma anche il ruolo che può essere affidato all’intervento pubblico e al Welfare State per superare la crisi.
PENSIONI, JOBS ACT E BONUS DA 80 EURO: “MISURE POCO EFFICACI”   L’Ape, l’anticipo pensionistico alla cosiddetta ‘fase due’, così come il bonus di 80 euro e il Jobs act, tutti interventi che avevano l’obiettivo di far recuperare competitività , vengono considerati nel rapporto “misure scarsamente efficaci per stimolare l’economia” e inadeguate a fronteggiare il problema strutturale del nostro sistema pensionistico.
In pratica si trasformano i lavoratori di oggi, che stanno sperimentando salari bassi e discontinui, in una “estesa schiera di pensionati poveri”.
Secondo il rapporto l’Ape “non altera la visione entro cui si è mossa la riforma Fornero e non ne risolve i problemi, se non in misura molto limitata”. L’unica novità  interessante potrebbe arrivare solo dall’Ape social, che si avvale del contributo pubblico, mentre l’anticipo volontario ha dei costi.
“Un pensionato che avesse maturato un assegno mensile di mille euro netti e volesse anticipare il pensionamento fino al massimo di tre anni e sette mesi — si ricorda — potrebbe vederlo ridotto fino a 700 euro”.
IL MERCATO DEL LAVORO
Secondo il rapporto l’Italia “ha risentito particolarmente delle modalità  controproducenti della costruzione europea e della grande recessione”. I loro effetti si sono sovrapposti e mescolati con le cause di un declino che va avanti da un quarto di secolo.
Il tutto mentre le differenze territoriali continuano ad aumentare. “Tra il 2008 e il 2014 — si legge nel rapporto — il valore aggiunto del settore manifatturiero è calato del 14% nelle regioni del Nord e del 33% in quelle del Sud; nelle prime i consumi delle famiglie sono diminuiti del 5,5% mentre nelle seconde del 13%”.
Nel Meridione, inoltre, il calo degli investimenti ha raggiunto il picco del 38% e nel settore manifatturiero è arrivato al 59,3%. Dall’inizio della crisi sono stati persi 576mila posti di lavoro, aggravando una situazione occupazionale già  molto critica. “Nel nostro Paese — rileva il rapporto — la strategia di cercare la competitività  nella riduzione del costo del lavoro e nella flessibilità  del suo impiego, è stata attuata con diverse misure, tra cui la riforma Fornero del 2012 e il cosiddetto Jobs Act del 2015”.
L’effetto principale dell’azzeramento totale dei contributi sociali prevista per un triennio dal Jobs Act “a totale vantaggio dei datori di lavoro” non è stato quello immaginato di rilanciare la crescita e l’occupazione a tempo indeterminato, “ma di modificare i tempi e le modalità  provvisorie delle assunzioni che le imprese avrebbero in gran parte comunque fatto”.
Prova ne è il forte calo di nuovi occupati a tempo indeterminato successivo alla riduzione dello sgravio contributivo.
Un dato che fa anche capire come “tagli di pochi punti del cuneo fiscale (come i 4-5 che il governo attuale vorrebbe ridurre stabilmente) siano del tutto inadeguati a stimolare assunzioni nel contesto irrisolto dell’attuale grande depressione”.
Le analisi della nuova occupazione creata (momentaneamente) dalle misure di riduzione del costo del lavoro introdotte dal Jobs Act mostrano, secondo il rapporto, che oltre ad essere “caratterizzata da bassi livelli di specializzazione” è anche diffusa in settori a scarsa intensità  tecnologica ed è costituita prevalentemente da lavoratori di età  superiore ai 55 anni. “Nell’insieme — spiega il rapporto — questi risultati accentuano anzichè attenuare le carenze strutturali del nostro sistema economico-sociale”.
LA DIMENSIONE EUROPEA
Quest’anno nel rapporto è dedicata attenzione particolare alla dimensione europea. Secondo il rapporto l’inferiorità , tra l’altro persistente, delle performance economiche che si registrano in media nei Paesi dell’Unione rispetto alle grandi aree economiche sono da attribuire a diverse cause.
Tra queste “le politiche di bilancio restrittive e particolarmente vincolanti per le economie nazionali già  più deboli e la carenza di politiche industriali tese all’ammodernamento delle strutture produttive e a ridurre le disomogeneità  geografiche esistenti”, ma anche “il contenimento delle risorse rese disponibili a fini sociali, specialmente per le regioni più bisognose”.
La ricetta economica indicata dagli organismi comunitari e seguita nei singoli Paesi è stata la flessibilizzazione del mercato del lavoro, con la diffusione di contratti temporanei e a tempo parziale e la riduzione dei vincoli al licenziamento.
Secondo il rapporto “si tratta di una strategia competitiva miope, opposta a quella fondata sull’innovazione e lo sviluppo qualitativo dei sistemi produttivi. Una dinamica che ha penalizzato maggiormente le economie già  in ritardo, allargando ulteriormente le differenze territoriali”. Ma non solo.
Dall’inizio della crisi, ci sono forti segnali d’indebolimento della globalizzazione. “Si riduce la propensione e anche la disponibilità  al coordinamento economico, sociale e internazionale — spiega il dossier- e si prospetta un ritorno a politiche protezionistiche”.
A cosa si va incontro? “A un approccio alla crisi di tipo regressivo: il rischio è che ai gravi problemi economici e sociali generati dai processi di globalizzazione privi di governance seguano quelli, dagli esiti imprevedibili e minacciosi, del rafforzamento delle frontiere, trasformate in muraglie ostili e del ritorno ai già  sperimentati pericoli dei nazionalismi”.
Una prospettiva di cui già  ci sono i primi segnali.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’EUROPA SI ERA IMPEGNATA AD ACCOGLIERE DA ITALIA E GRECIA 160.000 PROFUGHI, NE HA PRESI SOLO 18.000

Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile

ULTIMATUM UE AI PAESI DELL’EST: O PROVVEDONO ENTRO GIUGNO O SCATTANO LE SANZIONI

Gli arrivi sulle coste italiane, come è facile intuire, rappresentano solo un capo del problema; l’altro è il ricollocamento dei richiedenti asilo nell’intero territorio della Ue, che anche nell’ultimo anno è andato avanti con estrema lentezza (18mila trasferimenti da Italia e Grecia contro i 160mila preventivati).
Ma ora la Ue minaccia sanzioni contro gli Stati inadempienti .
«Gli Stati che non hanno ancora accolto» richiedenti asilo da Italia e Grecia, «o quelli inattivi da quasi un anno», inizino i trasferimenti «entro il prossimo mese», si legge nella dodicesima relazione sui ricollocamenti.
«Se non lo faranno, a giugno» la Commissione discuterà  sulla possibilità  di aprire le procedure di infrazione.
Ungheria, Austria, e Polonia non hanno ancora accolto un singolo profugo, mentre la Repubblica Ceca è inattiva da quasi un anno.
La Commissione Ue concentra le sue raccomandazioni su Ungheria, Polonia e Austria, unici Stati a non aver accolto un solo profugo.
Ma sollecita anche la Repubblica Ceca, inattiva da un anno circa, a riprendere i trasferimenti, e chiede a Bulgaria e Slovacchia di mostrare più flessibilità  sulle preferenze dei profughi da accogliere.
Irlanda e Estonia, vengono invitate a trovare soluzioni con l’Italia per soddisfare le esigenze aggiuntive di sicurezza.
Spagna, Belgio e Croazia devono aumentare i loro impegni mensili nei confronti di Italia e Grecia.
Germania, Romania, Slovacchia devono impegnarsi di più verso la Grecia, mentre la Francia e Cipro di più con l’Italia.
Tutti i Paesi devono accrescere la capacità  di trattare le richieste, evitare preferenze troppo selettive che provocano ritardi, e dare la priorità  alle persone più vulnerabili, come i minori non accompagnati. L’Italia, dal canto suo, deve urgentemente accelerare le procedure per le registrazioni ai fini delle candidature.
«Non è un ultimatum, è una scadenza», ma «le due parole hanno lo stesso significato dal punto di vista legale», ha detto il commissario europeo all’immigrazione Dimitri Avramopoulos.
«Abbiamo esaurito tutti gli altri mezzi. Abbiamo aspettato la loro risposta per un anno e siamo sulla linea di arrivo» del programma di relocation.
«È una questione di credibilità  istituzionale e politica, anche rispetto a chi ha rispettato le regole», ha spiegato Avramopoulos.

(da agenzie)

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IL SENATO ASSOLVE ALL’UNANIMITA’ LE ONG: “NESSUNA INDAGINE SU DI LORO, SVOLGONO OPERA MERITORIA”

Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO TRE SETTIMANE DI FANGO PROFUSO DAGLI SCIACALLI XENOFOBI, LA COMMISSIONE DEL   SENATO CONCLUSE LE AUDIZIONI, CERTIFICA CHE NON ESISTE ALCUNA COLLUSIONE DELLE ONG CON GLI SCAFISTI… E ORA CHI LE RIPAGA DALLA DIFFAMAZIONE SUBITA?

“L’azione dei volontari sul mare resta meritoria: lo conferma il fatto che non esiste alcuna indagine della magistratura su violazioni commesse dalle Ong”. E’ la conclusione a cui è giunta all’unanimità  la commissione difesa del Senato al termine di del lungo tour di audizioni che hanno visto deporre, tra gli altri anche il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, il primo a ipotizzare un legame tra scafisti e Ong (legame per il quale Zuccaro stesso ha ammesso non esistono prove)
Come il recente dibattito ha messo in mostra un ruolo oggettivo nel soccorso e nel trasferimento dei migranti è svolto dalle navi delle Ong che incrociano nel mediterraneo e operano sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana.
Le audizioni di queste settimane in Senato (magistrati, vertici delle forze dell’ordine, responsabili delle associazioni private) hanno portato la commissione difesa di Palazzo Madama innanzitutto a un punto fermo: «Non vi sono indagini in corso a carico di Organizzazioni non governative in quanto tali ma solo un’inchiesta della Procura di Trapani concernente, tra gli altri, singole persone impegnate nelle operazioni».
E’ il passaggio chiave del documento conclusivo della commissione, approvato all’unanimità .
Il traffico di esseri umani attraverso il Mediterraneo resta comunque un problema senza sosta e anzi si sta scaricando per intero sull’Italia.
La conferma arriva dai dati più recenti di Frontex. Il numero dei migranti arrivati illegalmente in Ue nei primi quattro mesi del 2017 è stato di 47.000, l’84% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016, ma l’Italia continua a vedere numeri in crescita.
Ad aprile sono stati 12.900 i migranti sbarcati in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, con un aumento del 19% rispetto a marzo.
In tutto sono oltre 37.200 i migranti arrivati in Italia nei primi quattro mesi dell’anno, il 33% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Chiusa dunque la rotta terrestre che attraversa i Balcani (anche per via della «barriera» dei campi di accoglienza in Turchia), l’unico percorso praticato resta quello che dal Nord Africa arriva in Italia.

(da agenzie)

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LA STORIA DEL CARA DI CAPO RIZZUTO RIVELA CHE DA ANNI NON C’ERA ALCUN CONTROLLO SUI SERVIZI EROGATI

Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile

LEONARDO SACCO OPERAVA TRAMITE SUBAPPALTI, DA DUE ANNI ERA STATO SCARICATO DALLA “MISERICORDIA” NAZIONALE… GLI UNICI CHE NON SI SONO MAI ACCORTI DI NULLA SONO I PARTITI, SIA DI GOVERNO CHE DI OPPOSIZIONE

Al di là  degli aspetti penali, la storia del Cara di Capo Rizzuto è interessante proprio per capire i meccanismi di finanziamento che hanno portato all’indebito arricchimento di alcuni, in danno dell’assistenza fornita ai migranti.
Ecco dunque i fatti . La Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia il 22/11/2012 aveva stipulato con la Misericordia di Isola di Capo Rizzuto una scrittura privata per l’affidamento dell’organizzazione e la gestione dei servizi socio-sanitari ed assistenziali in favore dei clandestini extracomunitari ospitati presso i centri suddetti.
Decine di milioni di euro a scrittura privata.
Per il raggiungimento degli scopi indicati, nella scrittura privata si afferma che la Confederazione nazionale “partecipa a gare pubbliche e gestisce servizi, ove richiesta da uno o più Associati nei soli casi in cui vi siano ragioni oggettive che impediscano agli Associati stessi di concorrere all’affidamento di servizi, avvalendosi nell’espletamento delle attività  delle capacità  tecniche degli stessi previe apposite intese…”.
Di particolare interesse per i magistrati sono risultati i seguenti punti estrapolati dal documento: “La Misericordia si impegna a produrre alla Confederazione una relazione trimestrale inerente: a) gli elementi salienti della gestione operativa ed organizzativa, comprendente quanto esplicitamente previsto dalla “convenzione” nonchè eventuali intese su specifici aspetti del servizio concordati con la stazione appaltante ed anche eventuali suggerimenti ritenuti utili e necessari per il miglioramento del servizio; b) la situazione relativa ai costi e ricavi, articolata secondo quanto previsto dalla “convenzione”, indicando le ragioni di eventuali scostamenti da quanto preventivato”.
Il 5 per cento dei Fondi del Ministero dell’Interno alle Misericordie.
E poi c’è il sistema di retribuzione, diciamo così del lavoro delle Misericordie, sia nazionali che locale. “Per gli impegni assunti nell’ambito della presente scrittura, la Confederazione trasferisce alla Misericordia, a titolo di rimborso spese, il 95% dell’importo lordo ricevuto dal Ministero dell’Interno nei termini previsti dalla “Convenzione”.
La Confederazione tratterrà  – a titolo di recupero dei propri esborsi relativi agli adempimenti previsti dalla “convenzione” — una percentuale che viene quantificata forfettariamente al 5%”.
Ed ancora: “La Confederazione si impegna a trasferire alla Misericordia (di Isola, ndr) le somme sopra indicate entro il termine di 7 giorni dall’effettivo accredito sui propri conti correnti; la Misericordia si impegna a fornire nel più breve tempo possibile — e comunque non oltre il successivo accredito — idonea documentazione inerente ai versamenti relativi a retribuzioni, ritenute fiscali e previdenziali sui redditi di lavoro dipendente e dell’Iva, se dovuta”.
La ripartizione .
Questo 5 per cento veniva poi così ripartito, sempre secondo l’ordinanza ed in base a quanto affermato da Strucchi: “La Confederazione Nazionale tratteneva il 5%, che veniva ulteriormente ripartito alla territoriale Federazione Regionale e Provinciale. Quindi la Confederazione Nazionale tratteneva il 2%, la Regionale (Calabria) di cui il presidente è Leonardo Sacco il 2%, e il coordinamento zonale (Crotone) di cui è coordinatore don Edoardo Scordio l’1%”.
Nessun controllo sui servizi erogati negli ultimi 5 anni.
Trucchi dichiara ai magistrati di non sapere “se la scrittura privata era stata trasmessa alla Prefettura; le offerte per le gare d’appalto relative alla gestione dei campi profughi di Isola di Capo Rizzuto venivano predisposte da Leonardo Sacco; quando questo non accadeva, le procedure si impantanavano.
Lo stesso Leonardo Sacco selezionava, sempre in via esclusiva, le imprese subappaltatrici del servizio mensa e pulizie”.
Leonardo Sacco veniva insignito della carica di Vice Presidente della Confederazione Nazionale dal 2012 e la manteneva fino all’autunno 2015. Trucchi – continua l’ordinanza – “escludeva che la Confederazione Nazionale avesse mai verificato l’effettività  della prestazione resa dai subappaltatori. Per quanto riguarda la rendicontazione della Misericordia di Isola di Capo Rizzuto, alla Confederazione Nazionale pervenivano le note di debito in funzione delle presenze e dei servizi effettivamente resi per come previsto dalla gara d’appalto. Le note di debito venivano emesse con cadenza mensile e distintamente per le presenze da capitolato e per le eccedenze”.
Le dimissioni di Sacco da dirigente nazionale. Nell’autunno 2015, le dimissioni di Sacco da vicepresidente nazionale “sono state una mia sollecitazione – ricorda Trucchi- perchè veniva meno il mandato fiduciario in conseguenza della notizia che avevo ricevuto circa la partecipazione di un suo parente, un certo Mario Gemelli, nella società  Quadrifoglio S.r.l., società  sub appaltatrice per la fornitura dei pasti nel capo di accoglienza di S. Anna.
Al riguardo gli avevo chiesto chiarimenti e lui mi aveva dichiarato che si trattava di un caso di omonimia. Tuttavia, con documenti alla mano, gli ho smentito le sue affermazioni, in quanto era emerso che Gemelli Mario era suo cognato per aver sposato Sacco Maria Greca e quindi l’ho invitato a dimettersi.
Per tali motivi ho ritenuto che il Sacco avrebbe potuto avere un interesse occulto all’interno della Quadrifoglio S.r.l. utilizzando il Gemelli Mario come mero suo prestanome. Da questa sua estromissione ho rilevato un raffreddamento dei nostri rapporti”.

(da agenzie)

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