Maggio 8th, 2017 Riccardo Fucile
“IL GIORNALE” ATTACCA I SOVRANISTI, INIZIA LA RESA DEI CONTI…. LA MELONI SI AMMORBIDISCE, SALVINI TACE E PENSA A PARARSI IL CULO ALL’INTERNO DELLA LEGA
Il silenzio tombale con cui i populisti italiani hanno accolto la sconfitta di Marine Le Pen alle elezioni per la presidenza della Repubblica in Francia riflette le difficoltà dell’ala sovranista del centrodestra italiano.
Che ieri ha toccato con mano la difficoltà nell’ambire alla vittoria con la “sola destra”. Un concetto ribadito anche dal Giornale di Berlusconi (Paolo), che oggi apre proprio ricordando la “lezione di francese” ai sovranisti italiani.
E Sallusti rigira il coltello nella piaga:
Il dato politico, interessante anche per le vicende italiane, è proprio questo: i partiti radicali hanno un senso se completano un’offerta politica più ampia ma non possono, nè loro nè i loro leader, candidarsi ad esserne la guida. Per quanto ampio sia il malcontento, per quanto modesta e deludente sia la classe politica tradizionale, nell’elettorato prevale la paura del salto nel buio. Altrimenti in Francia i non pochi voti raccolti al primo turno da Fillon con i Repubblicani(partito equivalente alla nostra Forza Italia) sarebbero confluiti su Marine Le Pen.
Non è accaduto, come difficilmente la maggioranza dei voti di Berlusconi potrebbero finire a Matteo Salvini o a Giorgia Meloni. Il che non significa che i loro partiti debbano essere rottamati. Anzi, la loro funzione di costante pungolo, la loro capacità di intercettare senza pregiudizi i sentimenti e i bisogni più profondi può contribuire — come insegna la storia del centrodestra italiano— a non fare perdere alla coalizione il contatto con la realtà .
E la realtà è sempre la solita: la guida del centrodestra deve andare a un moderato.
E la formula deve essere quella che spiega oggi Giorgia Meloni al Corriere della Sera: «Divisi potrebbe essere conveniente, Ma io voglio governare, non sopravvivere. Siamo gli unici – Berlusconi, Salvini e io – che possiamo dare ai cittadini una proposta credibile”
Per il sovranismo di lotta è eloquente il silenzio di Salvini.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: LegaNord | Commenta »
Maggio 8th, 2017 Riccardo Fucile
E ANCHE LUI DIVENTA EUROPEISTA: “NON VOGLIAMO USCIRE DALL’EUROPA, VOGLIAMO CAMBIARLA”
“Noi stiamo dalla parte dei francesi, prima di tutto: hanno scelto il loro Presidente della Repubblica e
da parte nostra a lui vanno tutti i nostri auguri di buon lavoro. Detto questo, è chiaro che si continua a ragionare per destra e sinistra, si perde”.
Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e leader del MoVimento 5 Stelle, ai microfoni di RTL 102.5 è aperturista nei confronti di Emmanuel Macron dopo la vittoria alle elezioni.
“Il partito di Le Pen è considerato, ed è, una destra, e i partiti di sinistra francesi sono fuori dal ballottaggi; ricordo che il PD francese e la Forza Italia francese hanno perso al primo turno. Quanto alla questione dei poteri forti e le cose che si dicono su Macron è sempre la prova dei fatti che dimostra le cose, vediamolo all`opera e vediamo se veramente manterrà fede a quelli che sono i suoi impegni”, dice Di Maio. Che poi traccia una nuova linea di demarcazione nel rapporto tra i 5 Stelle e l’Europa: “Quando abbiamo un capo di Stato dobbiamo ragionare con la cultura delle relazioni internazionali, siamo uno Stato che deve avere relazioni e un interlocutore che è il Capo di Stato di un`altra nazione, e nel caso della Francia che è un Paese del Direttorio europeo, spero si possa fare squadra per cambiare un`Europa che se non cambia muore. Noi non vogliamo uscire dall`Unione Europea, la vogliamo cambiare, che significa prima di tutto un`Europa che inizi ad occuparsi della disoccupazione dei cittadini europei e della povertà in Europa”.
(da “NextQuotidiano“)
argomento: Grillo | Commenta »
Maggio 8th, 2017 Riccardo Fucile
“STANNO PER RISCRIVERSI I NUOVI EQUILIBRI EUROPEI LA FRANCIA HA PRESO UN GROSSO VANTAGGIO”
“Come ha ricordato l’ex ministro greco Yanis Varoufakis e come posso testimoniare in prima persona, a Macron si deve il fatto che la Grecia non sia finita fuori dall’euro, come voleva il ministro tedesco Schà¤uble”.
È l’ex premier Enrico Letta, in un’intervista a La Stampa, a parlare così del neo presidente francese, Emmanuel Macron.
“Una linea – aggiunge Letta – che definirei, di solidarietà responsabile, che dal 2015 si è fatta strada, consentendo a Paesi come Italia, Francia, Portogallo, Spagna di godere di più ampi spazi di flessibilità e a Draghi politiche espansionistiche che prima non aveva potuto svolgere. Tutto questo fa sperare in una svolta”.
“La sua linea – sottolinea l’ex premier – è quella di una Ue a più velocità . Germania e Francia daranno un forte impulso all’area-euro”.
Ecco come Letta legge ancora il successo di Macron
“Davanti al rilancio di Macron, l’Italia non può rispondere con la palude. O continuando a cullarsi nella speranza del ‘too big to fail’, troppo grandi per fallire. Ricordo che dopo la caduta del muro di Berlino si infilarono nella ‘nuova’ Europa paesi vitali e con forti leadership come la Spagna. Ora, per l’effetto congiunto di Trump e Brexit, della vittoria di Macron e quella degli europeisti in Germania, stanno per riscriversi gli equilibri europei. La Francia, europeizzandosi, ha preso un grosso vantaggio”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 8th, 2017 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DI MAHJPUBI, CAPO DEL TEAM DIGITALE… E SUI SOCIAL VINCE UNA RESISTENZA INGEGNERIZZATA
à€ la guerre comme à la guerre. La vittoria elettorale di Emmanuel Macron si accompagna a un secondo
successo, nella guerra segreta contro gli hacker.
La Francia li stava aspettando da marzo, hacker e leaker.
Come in una caccia in cui gli attaccati si spostano di lato, alle spalle degli attaccanti, e li combattono nello spazio cibernetico.
Sapevano di aver ricevuto un attacco (perchè l’hanno individuato per tempo): potrebbero aver marcato le mail sotto attacco, e averci inserito anche dati falsi. Mounir Mahjoubi, capo del team digitale di Macron, ha dichiarato al Daily Beast: «Puoi inondare le mail sotto attacco con password multiple e login veri, o anche falsi, così chi è dietro l’attacco perde tempo a capire».
Una guerriglia è certo contenuta nel botta e risposta con Wikileaks, cioè uno dei due principali amplificatori su twitter del dossier hackerato (il primo è stato Jack Posobiec, un militante pro Trump che risulta profondamente inserito, sui social, nel network ingegnerizzato della destra americana).
Quando gli strateghi di Macron hanno dichiarato ufficialmente che il materiale hackerato mescolava cose vere e falsi – un modo per smorzarne effetti e credibilità – Wikileaks ha subito twittato polemica: «Noi non abbiamo ancora scoperto falsi nei #Macronleaks, e siamo molto scettici che la campagna Macron sia più veloce di noi». E se, scrive il Daily Beast, quei falsi fossero stati impiantati, come autodifesa, dalla campagna Macron?
Sarebbe il primo caso in cui l’attaccato è due passi avanti agli hacker.
Noi in Italia non siamo abituati a ragionare così; eppure siamo ormai nello scenario di una cyberguerra globale.
Questa cyberguerra – secondo moltissimi analisti terzi, da DSFLab a TrendMicro – vede la Russia di Vladimir Putin schierata contro pezzi di mondo democratico occidentale (aiutata da altri pezzi, e da forze politiche dentro l’Occidente).
Il gruppo di hacker dei Macronleaks sarebbe lo stesso che ha operato l’hackeraggio al comitato dei democratici Usa, danneggiando la campagna di Hillary Clinton (le mail hackerate, in realtà , non contenevano scandali, solo manovre politiche dentro il partito democratico per non far prevalere la candidatura di Bernie Sanders).
Con la vittoria di Trump, a Mosca è andata bene; in Francia il copione è stato diverso. Per due eventi, soprattutto.
La prima reazione che ha scompaginato le carte russe è stata la caduta di Franà§ois Fillon: impallinato dallo scandalo rivelato da Le Canard Enchaà®nè, la moglie pagata otto anni con soldi pubblici per non lavorare. In quel momento si profilava persino un possibile ballottaggio tra Le Pen e, appunto, Fillon, due candidati graditissimi a Mosca.
Chi gira quei documenti al Canard? Il mondo socialista? I servizi? Lo stesso campo repubblicano, in cui non mancano profondi antipatizzanti di Fillon, a partire dall’ex ministro Rachida Dati?
Nessuno lo sa, ma è quello il primo passaggio di una guerra non convenzionale che in questo week end ha visto la sua ultima (per ora) tappa: la novità più incredibile della storia dei #Macronleaks è che il fronte Macron – primo in Occidente – ha reagito con tecniche cibernetiche. Come c’è riuscito? Intanto, conosceva i nemici; e aveva visto l’attacco.
Il 25 aprile TrendMicro, nota azienda di cybersecurity, produce un report in cui annuncia che la campagna Macron è stata vittima a marzo di un attacco hacker, condotto con le stesse modalità di quello a Hillary Clinton, dallo stesso gruppo di hacker (noto con vari nomi, Apt28/Pawn Storm/Fancy Bear/Sednit/Sofacy/STRONTIUM), legato strutturalmente al Gru, il direttorato del servizio segreto militare russo.
Il fronte Macron si limita a dire: «Li abbiamo scoperti in tempo».
Se ne ha eco anche nella controffensiva dei macroniani nel giorno di sabato sui social. Le analisi sono spettacolari: inizialmente (venerdì notte) otto dei dieci tweet più ritwittati sul Macronleaks vengono da hub della destra Usa, e tre da WikiLeaks. Lingua inglese.
Dalla mattina di sabato, nota Ben Nimmo, lo scenario cambia: sette dei dieci tweet più ritwittati sono in francese (mentre due da WikiLeaks, e uno da Posobiec): sorpresa, dei sette tweet francesi, cinque non supportano l’hashtag (#Macronleaks), anzi lo fanno a pezzi.
Chi attacca Wikileaks (@gblardone), chi la Le Pen (@Cyrilefevre), chi (@LibeDesintox) fa notare che i Macronleaks sono spinti dagli stessi account che avevano pompato la bufala sui soldi alle Bahamas di Macron (rilanciata da Le Pen in tv).
Un cluster di tweet molto forte, a forma di mezzaluna, insiste intanto sulla provenienza russa dell’hackeraggio. L’account @MalcolmNance ne è stato il campione.
In sostanza, l’hashtag #Macronleaks, con mezzo milione di tweet in un giorno, ha dominato: ma è stato preso e rivoltato da una valanga di account dentro una nuova cyber-Resistenza francese.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 8th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO IL TERREMOTO IL LOCALE E’ RIMASTO APERTO PER I SOCCORRITORI
Potrebbero essere costretti a chiudere. Non per il terremoto ma per le mancanze dello Stato.
È la storia dell’unico ristorante rimasto aperto in mezzo alle rovine delle montagne maceratesi, di una famiglia che voleva resistere e di circa 150mila euro di crediti con lo Stato che ora fanno paura più di tutto quello che ha dovuto sopportare in questi lunghi sei mesi.
Nè le scosse, nè le macerie, la neve o il paese-fantasma che la circonda erano riusciti a far andare via Silvia Fronzi da Pieve Torina, uno dei borghi delle Marche piegati dal sisma del 30 ottobre scorso.
Con la mamma e la sorella di 26 anni gestiscono il ristorante “Il Vecchio Mulino” e hanno continuato a farlo anche quando sembrava solo una follia. È stata invece una scelta naturale, sostiene lei: «Sono stata fortunata, la casa era agibile, anche il ristorante. Abbiamo scelto di tenere aperto e continuare a lavorare. Se non l’avessimo fatto dove avrebbero mangiato i soccorritori?».
Dopo i crolli del 30 ottobre, mentre il paese si svuota, anche Silvia è costretta ad andare via in attesa dei controlli di agibilità , ma nemmeno allora interrompe l’attività . Ha una convenzione con il Centro Operativo Avanzato di Macerata da cui dipendono funzionari e operatori addetti al soccorso.
Per settimane ogni giorno percorre 200 chilometri in auto. «Dovevamo servire 200 pasti al giorno e non siamo mai venuti meno al nostro impegno, nemmeno durante le feste».
Sono gli assegni a venir meno all’improvviso. «Da dicembre non riceviamo nulla. Siamo arrivati a circa 150 mila euro di credito con lo Stato. Abbiamo retto finora grazie ai un mutuo che devo restituire alla banca e alla buona volontà dei fornitori ma tra qualche giorno inizieranno a non portarmi più la merce, dovrò chiudere».
Silvia sottolinea che il problema non sono i vigili del fuoco o gli altri operatori che mangiano nel suo ristorante ma «lo Stato, che considera normale non pagare e mettere in difficoltà chi lavora con onestà malgrado le condizioni proibitive».
La vicenda, però, sta diventando un caso istituzionale e politico.
Il problema della burocrazia e dei pagamenti è un tema particolarmente sentito in queste zone dove già riuscire a aprire ogni giorno è un gesto eroico. Beatrice Brignone (Possibile) e Donatella Agostinelli (M5s), hanno presentato interrogazioni parlamentari per chiedere spiegazioni.
«Riteniamo sconcertante che ogni volta che si verificano catastrofi come quella delle Marche, la macchina della burocrazia sia tanto lenta e farraginosa e che sia indegno che le spese, anche nel caso di specie, siano state sostenute solo grazie alle donazioni ricevute», scrive la deputata Donatella Agostinelli che chiede « al Governo una risposta pronta per evitare che persista questa situazione».
Anche la deputata Beatrice Brignone si è rivolta al premier per chiedere «quante sono a oggi le attività con sede nelle zone colpite dal terremoto cui deve ancora erogare i rimborsi per le spese da esse sostenute nell’ambito delle Convenzione pasti tra Stato e Vigili del Fuoco.
Il caso di Pieve Torina non è isolato purtroppo e molte persone non hanno nemmeno più la forza di reclamare un proprio diritto. Il Governo deve dare concretezza agli impegni presi con le popolazioni terremotate, tanto più che con l’avvicinarsi della stagione estiva, molti sfollati sono stati mandati via dalle strutture alberghiere che li avevano ospitati in inverno».
Dopo le interrogazioni la polemica è salita di tono. A Silvia sono arrivate molte critiche e anche qualche telefonata: «Ma certo che lo Stato pagherà , di che ti lamenti?»
Flavia Amabile
(da “La Stampa”)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 8th, 2017 Riccardo Fucile
QUANDO EMMANUEL NON SE LO FILAVA NESSUNO E NOI GLI DEDICAMMO DIVERSI ARTICOLI… NELLA SUA VITTORIA C’E L’INDICAZIONE DI UN MOVIMENTO “OLTRE LA DESTRA E LA SINISTRA” CHE RAPPRESENTA UN MODELLO A NOI AFFINE
I nostri lettori più assidui ricorderanno che, a differenza di molti “grandi intellettuali” della destra nostrana, abbiamo iniziato a seguire il neo-presidente francese quando era accreditato al massimo di un 5% e non se lo filava nessuno, liquidando “En marche” come un tentativo velleitario di “un ex ministro socialista”.
Con la mentalità tipica di chi è abituato a vivere di slogan e con l’unico obiettivo di raccattare voti piazzando filo spinato sul pianerottolo di casa, non è che da questi soloni ci aspettassimo molto di più.
Siamo riusciti a farci “scappare” le motivazioni di base che hanno originato il fenomeno grillino, figurarsi se qualcuno poteva “perdere tempo” a studiare Macron.
Più facile dipingerlo come “banchiere” e “uomo al servizio degli ebrei” che come innovatore con il suo “nè di destra, nè di sinistra”.
Abituati ai fancazzisti sovranisti che non hanno mai lavorato in vita loro, era diventato motivo di accusa a Macron persino di essersi laureato nell’università che forma i migliori cervelli di Francia nel campo dell’amministrazione dello Stato.
Se un giovane italiano andasse a lavorare in banca, qualcuno lo definirebbe forse banchiere?
Eppure Macron, di cui non condividiamo peraltro alcune parti del suo programma economico, qualcosa dovrebbe aver insegnato alla destra italiana.
1) Un movimento politico deve essere portatore di valori “coniugati” ai tempi e ai mutamenti della società civile. Fare politica non vuol dire fare testimonianza, ma innovare, in simbiosi con la comunità nazionale in cui si vive.
Macron, qualora qualcuno non l’avesse notato, è entrato nell’amministrazione statale francese per poi lasciarla ed entrare nello staff di una banca, ha lasciato la banca per entrare nello staff di un ministero statale, ha mollato il ministero e il partito per fondare un suo movimento e in un anno è riuscito a farlo diventare il primo partito in Francia.
Una capacità di “rimettersi in discussione” che dovrebbe essere alla base di una concezione della vita affine a certi nostri valori.
2) Ragionare in termini “oltre la destra e la sinistra” non è affatto un’eresia, è stato alla base del successo di tanti movimenti politici della nostra area all’inizio del Novecento, quando “certa destra” borghese e latifondista venne travolta da chi seppe portare, almeno nella fase iniziale, il vento “futurista” del cambiamento.
Anzi, semmai consente di recuperare certe origini che non sono contigue alla destra economica e speculativa, ma attenta ai bisogni sociali.
Adottare un programma che, coi criteri attuali, potrebbe essere definito liberale in economia e sociale nella protezione dei diritti dei lavoratori, è una sintesi perfettibile, ma non certo ostile a una destra moderna.
3) Il richiamo al patriottismo francese collegato a quello europeo è in perfetta linea con quello che dovrebbe essere il percorso ideologico di riferimento della destra post-fascista, quando per primi si rivendicava una Europa-Nazione a fronte degli imperialismi contrapposti Usa e Urss.
Macron ha fatto dell’Europa (da riformare, anche secondo lui) il suo cavallo di battaglia, mentre i sedidenti destri hanno rinnegato, in nome di un ridicolo nazionalismo protezionistico ottocentesco, decenni di battaglie.
Per la prima volta un candidato europeista (critico) batte i populisti che non hanno ancora neanche deciso se uscire dall’euro o meno.
Se i fenomeni politici venissero “analizzati” a tempo debito invece che pigramente cavalcare le fobie o mettersi sulla ruota di sgangherati gregari,, salvo perdere sempre la volata finale, certa sedicente destra avrebbe capito che il popolo non va sempre “assecondato” ma va guidato, che vanno sperimentate nuove forme di comunicazione (lo diciamo da dieci anni, quando ancora i Cinquestelle erano agli albori), che si cresce dicendo cose scomode e non confermando che Ruby fosse la nipote di Mubarak, che gli spazi per una destra reazionaria, razzista e bigotta, oltre a non essere conforme alla nostra tradizione, sono ormai inesistenti, perchè superati dal comune sentire della società civile.
Grazie a questa trasversalità avevamo scommesso da mesi che Macron sarebbe arrivato al ballottaggio, favorito indubbiamente anche dalla crisi di credibilità dei partiti tradizionali .
Emmanuelle ha saputo interpretare la “voglia di cambiamento” di fronte a vecchie cariatidi come Fillon, Hollande e Marine Le Pen.
Perchè nessuno potrà mai vincere per dinastia o intestandosi come madre di tutte le battaglie quelle di invocare il far west, di negare diritti civili agli altri o di affogare esseri umani, occorre metterselo bene in testa.
La deriva sovranista non va subita, va contrastata in nome dei valori di destra, la solidarietà non va lasciata alla sinistra perchè è rinunciare a un nostro valore etico, l’Europa si difende e si cambia, non la si vende a interessi stranieri, spacciando regimi indegni per punti di riferimento.
Quando l’elettore di destra deve scegliere tra una Le Pen e un Macron, sceglie in maggioranza Macron.
Ora forse qualcuno l’avrà capito.
argomento: destra | Commenta »
Maggio 7th, 2017 Riccardo Fucile
MARINE VOLEVA CHIUDERE LE PORTE, IL POPOLO FRANCESE HA SBATTUTO LA PORTA IN FACCIA A LEI… ORA AVRA’ TEMPO PER PRESENTARSI AI GIUDICI CHE INDAGANO SULLA SUA TRUFFA… E’ ORA CHE IN ITALIA NASCA UNA DESTRA LIBERA, EUROPEA, SOCIALE E POPOLARE
Emmanuel Macron è l’ottavo presidente di Francia. 
Nel ballottaggio per l’Eliseo, secondo tutti gli exit poll diffusi ormai perfezionati, il candidato di En Marche! ha ottenuto il 65,5% dei voti, mentre Marine Le Pen si è fermata al 34,5%.
A 39 anni, è il più giovane presidente della Quinta Repubblica: “Oggi inizia una nuova era di speranza e fiducia per la Francia”, ha detto. “È un onore e una grande responsabilità . Rispetto la decisione di chi ha avuto dubbi, proteggendo i più deboli, garantendo l’unità della Nazione. Dietro ogni parola che ho pronunciato ci sono volti, vite, voi. È a voi che mi rivolgo. Siamo eredi di una grande storia e di un grande messaggio da trasmettere. Difenderò la Francia, i suoi interessi vitali. E difenderò l’Europa”.
“Voglio tessere di nuovo i legami che uniscono gli interessi europei. Rspetterò gli impegni presi, anche la lotta per il clima. Sarò, saremo in prima linea contro il terrorismo, una battaglia che porteremo avanti senza debolezze. Si apre una nuova pagina, di speranza e di fiducia. Non mi lascerò fermare da niente, da nessuno. Mi batterò con tutte le mie forze e costruiremo un futuro migliore. Cari concittadini, rendo omaggio al presidente Hollande. Nei prossimi cinque anni la mia responsabilità sarà ritrovare l’ottimismo, servire la Francia a nome vostro”.
Macron aggiungerà tra poco i suoi sostenitori per festeggiare con loro sul grande palco installato al centro dell’esplanade che ormai è gremito, in festa, sopra ogni paura, nonostante l’allerta terrorismo e le misure di sicurezza, ingenti senza essere inquietanti.
Marine Le Pen ha telefonato a Macron per prima. Una chiamata breve e cordiale, dicono le agenzie. Il Front National “non avrà più lo stesso nome”, ha annunciato il numero due del partito Florian Philippot, parlando ai microfoni di Tf1 dopo la sconfitta.
(da agenzie)
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 7th, 2017 Riccardo Fucile
L’ANTICIPAZIONE DEI MEDIA BELGI DI TRE ISTITUTI DI RILEVAMENTO
Francesi al voto per il ballottaggio delle elezioni presidenziali fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Le operazioni di voto si concluderanno alle 19 in tutta la Francia metropolitana, un’ora più tardi a Parigi e in alcune delle altre città maggiori. Sempre alle 20 saranno diffusi i primi exit-poll.
Ma la radio tv pubblica belga Rtbf cita intanto exit-poll di “tre istituti” di sondaggi, secondo i quali Macron sarebbe in testa con oltre il 60% dei voti.
Sempre secondo quanto riporta Rtbf, Macron otterrebbe tra il 62 e il 64%i. Le Pen sarebbe AL 36-38%, al di sotto di quel 40% considerata la soglia indicata da alcuni osservatori come un buon risultato per il Front National.
Sono comunque tendenze non ufficiali da considerare con prudenza. Anche Le Soir riporta gli stessi dati, riferendo di molte schede bianche o nulle.
(da agenzie)
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 7th, 2017 Riccardo Fucile
FINANZIAMENTO PUBBLICO PER IL TEATRO DIRETTO E GESTITO DAL’EX PARLAMENTARE AN E FLI, ORA DIVENTATO RENZIANO
Cinquemila privati hanno messo mano al portafogli e donato 168 milioni di euro allo Stato per
interventi a sostegno di enti e beni culturali pubblici come teatri, fondazioni e monumenti. –
Evviva il “bonus art” e l’Italia dei piccoli mecenati. A un privato soltanto, Luca Barbareschi, è riuscita invece l’impresa di farsi assegnare ben due milioni di fondi pubblici per un solo teatro, anch’esso privato al 100%.
L’ex parlamentare e attore dal 2014 è direttore artistico e amministratore unico dell’Eliseo di Roma, teatro nazionale che perde 8mila euro al giorno anche quando sta fermo e rischia di chiudere i battenti proprio a ridosso del suo centenario (1918).
Il pericolo è però scampato. Il nero Barbareschi ingaggia una lunga battaglia, che lui stesso ha definito “politica”, e alla fine ottiene il soccorso rosso del governo: nella “manovrina” è spuntato infatti un comma in carta regalo da due milioni di euro che si aggiungono allo stanziamento ordinario proprio “al fine di garantire la continuità delle sue attività in occasione del centenario della sua fondazione”.
Alla notizia tremano i polsi dei contribuenti al pensiero che il partito della spesa pubblica si ricordi del lirico Farnese di Parma, la cui prima pietra fu posata 400 anni fa. E poi di tutti gli altri. Ebbene, niente panico: a questo giro incassa solo Barbareschi, forte di una vittoria molto “politica” per la quale si è speso in prima persona.
“Chiudiamo per l’inerzia delle istituzioni e per le promesse eluse” aveva denunciato il 15 marzo scorso in una conferenza stampa “convocata d’urgenza” per annunciare pubblicamente la chiusura del palcoscenico da due sale che ha rilevato due anni fa, dietro la garanzia — dice Barbareschi — di un contributo unatantum nel Milleproroghe di 4 milioni di euro.
Una cifra “promessa dal Ministero”, a suo dire, proprio per il centenario della sala con un emendamento “che ho seguito come un bambino, di sopra, di sotto — racconta — e che aveva tutti d’accordo, persino due presidenti della Repubblica e tutti i ministri coinvolti”.
Soldi, precisa “non per la ristrutturazione da 4 milioni di euro pagata di tasca mia, nè per le stagioni. Ma per andare a colmare un buco da 5 milioni di euro accumulato in tre stagioni da una struttura che anche ferma costa 4 milioni di euro l’anno, 8 mila euro al giorno”. La promessa però è infranta.
L’emendamento, che ”inizialmente avrebbe dovuto essere di 5 milioni”, è stato prima ritirato, ”poi qualcuno, per populismo, ha detto ‘diamoli ai terremotati’ e i soldi sono confluiti in un totale ‘fino a 12 milioni’ a disposizione del Ministro. I soldi li ha nelle sue casse e li può dare a chi vuole”.
Torna alla carica nei giorni dei ritocchi finali alla “manovrina” e mentre si avvicina l’appuntamento con le primarie del Pd. “Far chiudere l’Eliseo è una scelta politica”, sostiene allora Barbareschi, che ha esercitato l’arte sotto diverse insegne (An, Pdl, Fli e Misto) per approdare al renzismo (“con lui mi candiderei domani”) fra tanti complimenti a Franceschini (“Per fortuna ho trovato in lui un interlocutore serio…”) finchè non intravede il rischio di non incassare.
Perchè allora dice: “Non ce l’ho con Franceschini, che ritengo persona intelligente. Nè posso imporgli un amore per il teatro che non ha. Posso però riportarlo alle sue responsabilità di ministro, perchè chiudere un’istituzione come l’Eliseo è una coltellata alla cultura e a Roma, non a me: io sopravviverò”.
Il ministro sulle prime cerca di resistere all’assedio e fa emettere agli uffici del Mibact una nota che mette in fila le erogazioni a beneficio del teatro romano: “Il contributo all’Eliseo è stato incrementato nel 2016 a 514.831 euro più altri 250 mila euro per il progetto speciale Generazioni.
Si tratta — si legge — dello stanziamento in assoluto più consistente fra i 13 progetti speciali del 2016 che porta il sostegno del Ministero ad oltre 1,2 milioni di euro in due anni. Tali risorse nel 2017 potranno ulteriormente essere incrementate nella parte ordinaria e accresciute nell’ambito di eventuali altri progetti speciali”. Detto fatto.
Nel giro di pochi giorni si materializza l’assegno della pace: due milioni tondi. E non nel Milleproroghe che può essere modificato ma nella manovra correttiva che è blindata dalla fiducia e ormai in Gazzetta.
Per l’esattezza all’articolo 22 comma 8. Un articolo che per sette commi parla di disposizioni per le maestranze e di incarichi dirigenziali.
E all’ultimo ci mette il salva-Barbareschi. C’è chi si chiede perchè Pier Carlo Padoan e la Ragioneria si siano tanto impietositi per il destino di un singolo teatro (privato) e non per quello di tutti gli altri che sono patrimonio della nazione al pari dell’Eliseo.
E se più del grido di dolore di Barbareschi si sia sentito quello della moglie Elena Monorchio, figlia dell’ex potentissimo ragioniere generale dello Stato, che insieme a lui ha sposato la nobile impresa di rilanciare il palco calcato da Luchino Visconti. Impossibile chiederlo all’interessato, perchè “Barbareschi per ora non commenta”. Neppure un “grazie”.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Costume | Commenta »