Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
POI SI SCOPRE CHE GLI ASSISTITI SONO APPENA 30, LO SPOT E’ UNA TANTUM E LA SPESA E’ PER UN PASTO… SOLO PANE, PASTA, POMODORO, OLIO E TONNO: PERCHE’ NON LI INVITANO AD ARCORE E NON LI OSPITANO A CASA LORO?
Il centrodestra a Bologna ha scoperto che esistono i poveri, quelli che normalmente scansano quando li vedono per strada e magari chiedono una moneta.
Ma nell’Italia dell’avanspettacolo uno spot val bene il rischio di farsi contaminare dalla società reale.
L’iniziativa è di Forza Italia, e le due associazioni “Centrodestra per Bologna” e “Riprendiamoci Bologna”, ed è destinata a chi è talmente povero “da non potersi garantire i viveri essenziali come pane, pasta, pomodoro, olio e tonno”.
Destinato ai poveri, “ma solo se italiani”: chi se ne frega se hanno la cattiva abitudine di mangiare una volta al giorno anche gli altri.
Per fare del bene – ha puntualizzato il consigliere comunale di Forza Italia Marco Lisei – non è necessario occupare delle caserme”, riferendosi al centro sociale Là bas, sgomberato ieri dalla ex caserma Masini di via Orfeo, che aveva creato iniziative per i bisognosi.
E qui viene da ridere: ma come, avete votato una candidata sindaca leghista che ha frequentato per anni, servendo pure la birretta, il centro sociale Link, e state a polemizzare con le vostre origini?
Ma quanti sarebbero i beneficiari? Dopo una grande diffusione di volantini e mail, appena trenta.
Moltiplicato per il costo del kit di sopravvivenza per un giorno ( pane. scatola pelati, olio, pacco di pasta e scatoletta di tonno) che non arriva a 10 euro, lo spot costa a essere generosi 300 euro, meno di un spazio in una Tv locale.
La chiosa finale è una chicca: “una volta consegnata la prima scatola di alimenti saranno i volontari a decidere se continuare ad aiutare le persone che ne fanno richiesta”.
Come dire: arrivederci a mai più.
Era meglio un invito a cena ad Arcore, almeno c’era il risotto.
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
CONTINUA IL BRACCIO DI FERRO NEL GOVERNO, MA ANCHE RENZI NON APPREZZA LA MANIA DI PROTAGONISMO DEL MINISTRO DEGLI INTERNI
“Ha vinto la mia linea perchè di fatto è la linea del governo». All’indomani dell’incidente
più grave della breve vita del governo Gentiloni, risolto con l’intervento del capo dello Stato, il ministro dell’Interno Marco Minniti, prima di salire sul palco della Festa dell’Unità di Certaldo, minimizza gli attriti con il collega delle Infrastrutture Graziano Delrio, ma rivendica ancora una volta la sua posizione: «Il regolamento delle Ong lo vuole il governo: per questo è inevitabile che la Guardia costiera in futuro non possa che tenerne conto».
Che è come avvertire Delrio: le Ong ribelli devono essere autorizzate a intervenire solo in caso di estrema urgenza.
Nell’esecutivo torna un’apparente calma dopo la tempesta: il premier Paolo Gentiloni va al Tg1 delle 20 e tenta di chiudere la vicenda ricordando come «il codice dei migranti è un pezzo fondamentale di una strategia d’insieme sull’immigrazione» che «sta producendo pian piano risultati», per cui «vince lo Stato e perdono gli scafisti».
Peccato che Mattarella non dica nulla sull’obbligo dell’Europa di accogliere 40.000 profughi entro il 31 agosto come da accordo sottoscritto due anni fa, peccato che non dica nulla sull’uso dei finanziamenti alla Libia da parte di una Guardia costiera tangentara, peccato che non dica nulla sulle violenze nei sedicenti centri di accoglienza libici
Il ministro degli Esteri Alfano prende le distanze dichiarandosi contrario «al derby tra rigore e umanità », mentre il presidente della Repubblica Mattarella, omaggiando le vittime di Marcinelle, sottolinea le sofferenze dei migranti di ieri e di oggi, e a qualcuno della “linea Delrio” pare un tentativo di dare una carezza anche alla loro sensibilità . Ma da quelle parti resta una diffusa irritazione per l’atteggiamento del titolare del Viminale.
«Io faccio il tifo per Minniti e sono contento se diventerà più popolare: ma se lui insegue la popolarità , io sono diverso», si lascia andare il titolare delle Infrastrutture Graziano Delrio a qualche battuta tagliente con i collaboratori.
«Condivido l’importanza del codice per le Ong: ma è frutto di un approccio all’emergenza che viene dal governo Renzi e continuato poi da Gentiloni», si sfoga, come a sottolineare che non può essere il solo capo del Viminale a intestarsi ogni merito di un lavoro lungo e collettivo.
Quello che ieri altre fonti renziane nel governo ripetevano: i due decreti che portano il nome del titolare dell’Interno, su immigrazione e sicurezza urbana, hanno iniziato la loro gestazione con il suo predecessore Alfano, e rispetto alla prima versione “minnitiana” sono stati depurati e rivisti perchè considerati a rischio incostituzionalità .
Così come i fondi per l’Africa o il lavoro con la Guardia costiera libica.
Lui, sottolineano, guarda con piacere a una certa attenzione mediatica, «la popolarità », la definisce Delrio: «Io sono diverso, ho una vita privata che mi soddisfa grazie alla quale sono riuscito a stare vicino a Renzi in questi anni».
Nel merito poi il titolare delle Infrastrutture si è sgolato in questi giorni a spiegare che la chiusura dei porti non è contemplata dal regolamento per le Ong, un protocollo che deve coesistere con il soccorso in mare, e che il ministero dell’Interno non può dare ordini alla Guardia costiera.
Non solo: pure sull’ormai famoso trasbordo di migranti dalla nave di Msf alla Guardia costiera, qualche sera fa, insiste a dire che il Viminale era avvisato con anticipo.
«Io sono consapevole e orgoglioso di essere cattolico e terzomondista — l’ha sentito dire qualche amico ieri — ma ciò non toglie che voglio una lotta dura e seria agli scafisti».
Una posizione che gli sarebbe piaciuto spiegare al collega dell’Interno, se solo si fosse presentato al Consiglio dei ministri di lunedì.
Il premier aveva fatto sapere a entrambi che avrebbe preferito evitare la discussione nel mezzo della riunione di governo, ma era disponibile a “mediare” dopo: solo che, come ormai noto, Minniti ha preferito non presentarsi.
Una scelta inspiegabile per Delrio, che aspettava ieri una telefonata chiarificatrice del collega. Non è arrivata: solo una ricostruzione a distanza, dal palco della Festa dell’Unità .
(da agenzie)
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO IRONIZZA SUL CURRICULUM DI FLICK, MA LO PREVEDE LO STATUTO DEL COMUNE
Ieri, dopo aver pubblicato il magnifico scatto pensoso tra gli incendi di Castel Fusano in pieno stile Rossella ‘O Hara, Virginia Raggi ha annunciato una querela per il quotidiano Libero.
La colpa del quotidiano di Feltri è aver ironizzato sulla richiesta di curriculum a Giovanni Maria Flick, ex papabile per Zètema.
Spiega la sindaca:
Si vuole mettere alla berlina una normale procedura di legge, ovvero la richiesta di un curriculum per una eventuale collaborazione con l’amministrazione capitolina. L’autore dell’articolo vuol far credere che non abbia conoscenza della fama e degli altissimi meriti acquisiti dall’ex presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. Suggerisce di esimermi dal rispettare lo Statuto di Roma Capitale che mi obbliga a chiedere un CV per qualsiasi procedura relativa ad una nomina di questo tipo. Perciò confonde l’obbligo con la volontà .
È un esercizio di autentico giornalismo disinformato, fazioso e mistificatorio. Un giornalista ha il preciso dovere di informarsi e verificare quanto sostiene prima di metterlo nero su bianco, sono regole basiche per qualunque professionista degno di questo nome: in questo caso, invece, ci troviamo di fronte ad affermazioni di sprezzo e di sdegno che nascono se non direttamente dalla malafede, almeno dalla più completa ignoranza dell’esistenza stessa dello Statuto di Roma Capitale e di regole amministrative che esistono da anni.”
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
QUESTA TESTIMONIANZA PERCHE’ NESSUN ALTRO FIGLIO, MARITO O PADRE POSSA MORIRE CON UNA VOCE CHE TI DICA “RIMANGA IN ATTESA”
“Rimanga in attesa”. Una cordiale voce di donna me lo ripete in italiano, inglese e
spagnolo. Il telefono è tra orecchio e spalla, mentre con tutta la forza cerco di sollevare mio padre che è mezzo steso a terra, una gamba piegata sotto l’addome, l’altra tesa indietro.
Respira, si lamenta e dal viso scendono a terra gocce di sangue.
“Rimanga in attesa”.
Dentro di me sono convinta di poterlo rialzare, ma il solo sforzo per impedirgli di scivolare ancora è enorme, soprattutto per me che sono uno scricciolo e lui un omone. Gli dico che gli voglio bene, che andrà tutto bene e che arriverà presto qualcuno ad aiutarci.
“Rimanga in attesa”.
Sono passati più di due minuti ed è la seconda chiamata al 118. Attacco e riprovo a chiamare: “Rimanga in attesa “.
La terza chiamata la faccio dal mio cellulare e parte alle 3:19. Nel frattempo arrivano mio fratello e la compagna.
“Rimanga in attesa “.
Lo sollevano, lo poggiano sul letto e vedo mio padre che si sta spegnendo. La chiamata è ancora aperta, sotto le grida di mia madre sento la voce registrata: “Rimanga in attesa”.
Non so cosa fare, vorrei solo un’ambulanza, qualcuno che ci aiuti. Urlo contro la voce registrata.
Prendo una spugnetta bagnata e gliela passo sul viso, provo a mettergli qualche goccia d’acqua in bocca. Poi il dubbio: “Forse non dovevo farlo, forse non può ingoiare. E se soffoca?”.
Ma a suggerirmi cosa fare non c’è nessuno, al telefono ho solo la voce di donna. Mio fratello nel frattempo va in cerca di un’ambulanza al pronto soccorso di Albano Laziale, il paese in provincia di Roma in cui ci siamo trasferiti per fuggire dal caos della Capitale.
La cosa buffa è che da casa mia si può quasi vedere nelle camere per la degenza perchè abitiamo nella via proprio sotto l’entrata principale della struttura.
In totale ci separano 300 metri, praticamente un minuto di macchina. Mio fratello però torna a mani vuote, dal pronto soccorso dicono che “non hanno ambulanze a disposizione al momento”.
“Rimanga in attesa”, continua la voce.
Questa volta però decido che in attesa non rimango più: lascio la chiamata aperta e corro fuori. Intanto, alle 3:26 parte un’altra chiamata al 118 dal telefono della ragazza di mio fratello. La sua attesa si aggiunge alla mia.
Fuori, scalza, suono ai vicini. In casa c’è solo la figlia minore. Le chiedo di aiutarmi a chiamare i soccorsi e anche lei ci prova. Poi, d’improvviso la vocina dal mio smartphone si interrompe, mi rispondono.
All’operatore dico dove abito, gli spiego del rumore tremendo che mi ha svegliata e di come ho trovato mio padre.
Gli dico che è ancora vivo, ma che sta per morire. Gliel’ho visto in faccia. Serve un’ambulanza urgentemente. Mi dice “Ok, trasferisco la chiamata alla centralina del 118 più vicina a lei”.
E anche qui la beffa, uno dei punti da cui partono è a pochi minuti da casa. Ritorno in attesa, di nuovo la voce cordiale di donna.
Urlo, mi sembra un incubo. Al telefono della vicina risponde un altro operatore: gli spiego tutto di nuovo.
Sottolineo che ho già parlato con loro, che mi hanno già messo in attesa con il 118, ma che mio padre non ha più tempo, morirà se non si sbrigano.
Torna la voce di donna. Mollo il telefono con la chiamata aperta alla vicina, le dico di non riagganciare e di ripetere cosa ho detto io casomai qualcuno dovesse rispondere. Corro in mezzo alla strada e comincio a urlare aiuto.
Anche la vicina urla, vede un uomo uscire dalla casa di fronte. Lo raggiungo gli dico di entrare in casa mia, che deve correre perchè papà sta morendo e il 118 non risponde e devo portarlo al pronto soccorso.
“Rimanga in attesa”, continua la voce dal telefono della mia vicina.
Quella del mio cellulare si è zittita, non so se ho riagganciato io o lo hanno fatto loro. Continuo a urlare ed esce un altro uomo. Imploro aiuto anche a lui mentre alla vicina il numero per l’emergenza sanitaria riaggancia il telefono.
L’attesa è finita, ma in tutti i sensi: papà è morto.
Alle 3:34 e alle 3:36 mi chiama un numero privato: “Signora se la vuole ancora, le mando un’ambulanza “.
Volevo aiuto e ho avuto solo una voce registrata.
L’autopsia forse dirà che si è trattato di un ictus o di un’ischemia, in ogni caso darà una spiegazione a quel tonfo che ho sentito.
Forse però non saprò mai perchè ho atteso così tanto una risposta dal centralino unico del 112, perchè abbiamo dovuto chiamare in tre, perchè mi hanno rimesso altri minuti in attesa dopo aver parlato con l’operatore.
Mi domando se fosse accaduto mentre non c’era mia madre che correva a prendere il telefono o mentre non c’ero io che mi sono svegliata e che, dopo averla calmata, le ho detto di prenderlo quel telefono.
O se non ci fossero stati, nella casa accanto, mio fratello e la ragazza. Mi chiedo a quante persone quella vocina abbia detto di rimanere in attesa, a quanti quei minuti sarebbero potuti servire per non perdere la vita.
Per mio padre forse non avrebbero potuto fare nulla, ma una voce umana mi avrebbe almeno aiutata, guidata, supportata. Ho dovuto caricare mio padre in macchina.
Mio fratello ha dovuto guidare con le gambe tremolanti. Alle 3:34 o alle 3:36, quell’ambulanza a noi non serviva più. Eravamo già al pronto soccorso, qualche minuto più tardi ci hanno ufficializzato la morte.
Mio padre si chiamava Gianfranco e faceva il cameriere, era un uomo devoto al suo lavoro. Un padre e un marito con i suoi pregi e i suoi difetti.
E questo racconto è perchè nessun altro padre, marito o figlio, nessun altro amico o cugino, possa morire con una voce che ti dica “Rimanga in attesa”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DI UN COMMERCIANTE TORINESE SIMPATIZZANTE NON A CASO DI “DEFEND EUROPE”
“Per me puoi uscire anche con il mostro di Firenze, ma non affido la cassa di un negozio a chi divide la sua vita con un africano“.
Questa è la risposta che si è vista recapitare su Messenger una ragazza in cerca di lavoro su un gruppo Facebook.
La sua “colpa” è di avere una relazione con un ragazzo nigeriano e di avere nel suo profilo una foto con lui. Cosa che non è piaciuta a Claudio, in cerca di una commessa per il suo negozio di musica a Torino, che le ha consigliato di “cambiare la foto e di non evidenziare il tuo rapporto“.
“Non so se mi spiego”, la chiosa dell’uomo. Che come immagine di copertina del profilo Facebook ha una foto di Defend Europe, l’iniziativa di Generazione identitaria per bloccare i migranti nel Mediterraneo.
Chiara ha risposto con rabbia. “Non ci ho visto più — spiega al telefono con ilfattoquotidiano.it — non puoi discriminarmi per la relazione che ho”.
Chiara vive vicino Chivasso, a meno di 30 chilometri da Torino, e ha “un disperato bisogno di lavorare”. È fidanzata con il 19enne della foto da più di un anno.
Ha lasciato il liceo senza diplomarsi per problemi familiari. E proprio per aiutare la sua famiglia ha pubblicato su un gruppo di vendo-scambio nella provincia torinese un annuncio per cercare lavoro.
“Accetto consigli sul curriculum da tutti — si sfoga la 18enne — ma mai avrei pensato di non avere un impiego come commessa perchè ho un ragazzo di colore”.
La notte del 7 agosto Chiara scriveva: “Sono una ragazza di 18 anni con la licenza media e un urgente bisogno di lavoro!”.
All’annuncio ha risposto Claudio: “Mandami il tuo c.v. in pvt, ho un negozio”.
La ragazza era al settimo cielo, salvo poi ricevere un messaggio privato: “Scusa ma ho guardato bene il tuo profilo. Non credo che tu sia la persona che sto cercando”.
Poi quel “piccolo consiglio” di cambiare la foto del profilo. Chiara non ci ha girato intorno: “Se lei è una persona razzista io non lo sono. Sono una normale 18enne con un fidanzato, quasi marito. Non le permetto di dire cosa posso mettere o non mettere nel mio profilo”.
Ma Claudio insiste e abbandona l’ambiguità chiarendo appunto di non voler “affidare la cassa” del suo negozio ad una ragazza che ha una relazione con una persona africana.
Le risposte a caldo di Chiara sono piene di rabbia e indignazione. Claudio le ha pubblicate su altri gruppi di ricerca di lavoro, omettendo però il motivo che ha scatenato la reazione della 18enne: l’essere stata discriminata per il colore della pelle del suo ragazzo.
“Attenzione alla dolce Chiara — scrive l’uomo nel gruppo pubblico — Le ho detto che non avevo interesse ad una sua collaborazione per via delle sue frequentazioni e mi ha risposto così”. Oltre al danno la beffa. Chiara adesso ha paura di essere penalizzata, di non trovare lavoro per colpa di queste voci. E minaccia di denunciare l’uomo.
Sotto l’annuncio della ragazza in tanti le hanno dimostrato solidarietà quando ha reso pubblico lo scambio di messaggi con il commerciante torinese.
Una conversazione che sta facendo il giro dei social anti-razzisti. “Insisti. Non tenerne conto”, la spronano in tanti.
Il caso di Chiara è avvenuto a pochi giorni dall’episodio di Ravenna, dove un ragazzo italiano non è stato assunto perchè aveva “la pelle nera”.
Ovviamente le istituzioni non hanno provveduto a denunciare il soggetto nè a fargli visita.
(da Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
UN ALTRO ESEMPIO DI VALORI IDENTITARI DA TUTELARE… SOTTO ACCUSA I SERVIZI SOCIALI DEL COMUNE: “MAI NESSUNA DENUNCIA”
Il 2 agosto giorni fa, per una 16enne barese è finito l’incubo delle continue violenze inflitte
da due vicini di casa.
Solo qualche ora prima, era toccato ad una 15enne confessare di aver subito abusi, nel porto della città , da alcuni coetanei.
Ad un’altra bambina, appena 12enne, la stessa sorte: violenza di gruppo.
Tre storie, tremende, scoperte e denunciate nel giro di un mese, tutte a Bari. Ma nella realtà sono molte di più e in costante aumento. La responsabilità , per il procuratore della Repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, è indiscutibilmente una: “I servizi sociali latitano”.
Il procuratore, convocato nella riunione d’emergenza della task-force regionale sulla violenza, ha portato, a supporto della sua tesi, i dati degli ultimi anni: nel 2014 i casi di pedofilia registrati dalla Procura barese erano 34, nei primi sei mesi del 2017 sono saliti a 57.
Stesso trend per la prostituzione minorile: 115 casi nel 2014, 157 sino a giugno del 2017.
Il Telefono Azzurro completa il quadro, circoscrivendo i reati di abusi sui minori, nel 68,9 per cento dei casi, all’interno delle mura domestiche.
“Non c’è nessuno che a quella porta va a bussare — ha detto chiaro il procuratore poco prima dell’incontro — La situazione è preoccupante ma ci sono due costanti: le forme di maltrattamento peggiori si verificano in ambito familiare e in situazioni di trascuratezza materiale ed affettiva. Questo vuol dire che non la scuola, che con noi collabora, ma gli assistenti sociali non ci sono. Devono essere più presenti nelle situazioni di disagio. Mai abbiamo ricevuto denuncia di violenza sessuale su minori dai servizi sociali. L’assessorato al Welfare deve intervenire anche sulle competenze comunali in questo settore”.
La carenza di assistenti sociali è una difficoltà ben nota al Comune di Bari, guidato da Antonio Decaro.
Il rapporto è di 1 ogni 5mila abitanti “quando sono tutti al lavoro”, tiene a precisare l’assessore al Welfare, Francesca Bottalico.
Insomma, il personale manca, come spesso accade nei Comuni e nemmeno i progetti di front office, segretariato sociale e pronto intervento sociale possono dare una svolta alla situazione. “Questo non giustifica certamente gli atti di violenza — tiene a precisare la responsabile del Welfare cittadino — Siamo consapevoli che queste atrocità hanno bisogno di una risposta concreta e immediata che potremo dare se lavoriamo in maniera integrata e sinergica”.
Conclusione a cui è giunta anche la Regione convinta che “nel sistema ci sia qualche falla”. Ciò vuol dire, per l’assessore regionale al Welfare, Salvatore Negro, che il servizio sanitario “dovrebbe intervenire con più incisività sui soggetti che abusano e che trovano nell’abuso la propria soddisfazione. La scuola, dal canto suo, può insistere nell’eliminare certi stereotipi che vedono il ruolo della donna o del bambino un po’ obsoleti”.
Il problema, naturalmente, non è solo circoscritto alla città di Bari.
Dei 513mila minori pugliesi monitorati dalle strutture regionali, il 4,7 per cento ha subito violenze e maltrattamenti.
La violenza sessuale riguarda solo l’1,9 per cento di questi, poco rispetto alla media nazionale del 4,2%.
Ma in questo dato non c’è nulla di positivo perchè, secondo il report della Regione Puglia, al suo interno racchiude solo una amara certezza: il resto è sommerso.
(da agenzie)
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
A CHIAVARI VA IN SCENA UNA RISSA DOPO LA MORTE DI UNA ANZIANA DI 90 ANNI… MENO MALE CHE DOBBIAMO PRESERVARE L’IDENTITA’ DALLE CONTAMINAZIONI DEGLI INCIVILI
Dopo la zuffa davanti alla camere mortuarie dell’ospedale lavagnese di mercoledì, i nipoti di una donna siciliana di novant’anni morta nei giorni scorsi nel Tigullio sono tornati ad affrontarsi l’altra sera in viale Kasman a Chiavari.
Accesi da una faida famigliare, due gruppi che si scontrano con accuse reciproche sulle cure che sarebbero state date o meno alla donna e sul luogo in cui questa dovrebbe essere seppellita.
In mezzo gli agenti del commissariato di Chiavari e, in appoggio, i carabinieri.
La rissa dell’altra sera è stata sedata, ma gli agenti e i militari ieri pomeriggio sono andati al funerale della signora a San Bartolomeo, a Sestri Levante, con la speranza di scongiurare altre tensioni.
E quando la cerimonia si è conclusa senza problemi, un’auto della polizia stradale ha scortato la bara sino a Staglieno, dove la novantenne sarà cremata.
In queste ore gli agenti del commissariato diretto da Luca Capurro stanno tirando le fila di quello che è accaduto in questi giorni, per decidere se e chi denunciare per questi episodi assurdi.
Stando a quanto ricostruito sinora, l’anziana era arrivata a Sestri Levante da alcuni parenti una ventina di giorni prima di morire in ospedale. Da Bagheria, dove viveva. Ha 11 figli e già in precedenza c’erano state ruggini interne alla famiglia.
Quando è deceduta, una parte dei figli, che vive in Sicilia, ha accusato gli altri, che abitano a Sestri e nel Tigullio, di non averla curata come avrebbero dovuto.
A quel punto, i famigliari dalla Sicilia sono arrivati nel Tigullio, chiedendo di poter seppellire l’anziana a Bagheria.
Mentre gli altri hanno deciso di farla cremare e lasciarla a Sestri Levante.
Un affronto per entrambe le formazioni, che ha scatenato la rabbia in primis dei nipoti dell’anziana, alcuni dei quali già conosciuti dalle forze dell’ordine per altri reati e pronti ad affrontarsi.
(da “Il Secolo XIX”)
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
LA SUB-CULTURA DELLA TV COMMERCIALE IMPORTATA DA TOTI IN LIGURIA
Nella Liguria, ceduta senza colpo ferire al ForzaLeghismo dai rimasugli burlandiani in
rotta, prosegue il singolare esperimento che potremmo definire “berlusconismo in una sola Regione”: governare un territorio virando ogni problema a trovata comunicativa (la comunicazione come sinonimo di promo-pubblicità imbonitoria) e promuovendo a ideologia la sub-cultura da televisione commerciale, in cui “bello” diventa sinonimo di smaccata ostentazione del lusso. L’antico messaggio dei serial americani — da Dinasty a Dallas — padanizzato in Billionaire.
Non per caso, la cabina di regia allestita ai piani alti nella sede genovese dell’Ente regionale (la reggia, a suo tempo affittata da Claudio Burlando e predisposta ad accogliere la cara Raffaella Paita, ora oggetto di una trattativa d’acquisto — appunto, milionaria — da parte del nuovo governatore) vede impegnati nell’operazione in atto due giornalisti di provenienza Mediaset: Giovanni Toti e l’ex collega assessore alla Cultura Ilaria Cavo.
La prima mossa ad alto tasso mediatico si è tradotta nella cafonata di stendere passiere, denominate hollywoodianamente red carpet, lungo i sentieri degli antichi borghi della costa; da Santa Margherita a Portofino e nelle Cinque terre.
Luoghi dalla bellezza (montalianamente) “scabra ed essenziale”, violati da una presunta spettacolarizzazione tipo serata degli Oscar e dal fasullo in cartongesso da Disneyland. Non per niente l’iniziativa è stata presentata con l’epigrafe da parvenu provinciale “emozioni da star”.
Un pensiero retrostante, ormai incistato nella testa della borghesia cafona, attualmente egemone in questo tempo e in questa Italia, che ha proseguito nella sua opera di uniformare a sè il paesaggio sociale circostante ridisegnando il vertice della massima istituzione culturale di territorio: la Fondazione Palazzo Ducale, per otto anni affidata alla presidenza di un intellettuale schivo e generoso come Luca Borzani, ora passata alle cure di un altro Luca: il cabarettista Bizzarri.
E a noi liguri è andata pure bene, visto i nomi che erano stati fatti (il dannunziano coprolaliaco Vittorio Sgarbi) e quelli che non erano stati fatti (Barbara d’Urso? Simona Ventura? Paolo del Debbio?).
Difatti, il neo-presidente è un giovanotto simpatico e probabilmente sveglio (il modo con cui, insieme al fido Paolo Kessisoglu, ha sostituito l’insostituibile Maurizio Crozza nella cartolina a Di martedì è stato certamente intelligente e apprezzabile).
Il problema è un altro, e sta tutto nel viatico della Cavo alla sua candidatura: “Vogliamo un Ducale più glamour“. Tradotto, la sconfortante concezione di cultura come intrattenimento.
Perchè l’antico palazzo del Doge non è solo un contenitore da 600mila visitatori annui; non è soltanto una serie di mostre pittoriche spesso giocate sul sicuro.
Il Ducale del mio amico Borzani è stato un luogo aperto al dibattito cittadino, stimolato dalla fertile presenza di quanto il panorama intellettuale europeo e mondiale aveva da offrire.
Se vogliamo, l’intelligente rivisitazione di due antichi modelli — il sabato letterario e la Casa della cultura — aggiornata grazie a un profondo radicamento nelle problematiche cittadine.
Perchè il vecchio presidente sapeva tenere insieme la discussione mondiale e il cantiere locale. Lo dico da organizzatore dell’ultimo ciclo di conferenze della passata gestione: il tema della “città come laboratorio di democrazia”, che ha visto discutere con i genovesi architetti dello studio Bohigas di Barcellona o star parigine di Science Po come Patrick Le Galès.
Dunque, l’unico embrione di spazio pubblico al servizio della riflessione civica che aveva bisogno di nuove energie per restare in vita, non di una figura mediatica per catturare sponsor e (dio santo) “fare immagine”.
Con tutta la simpatia per Bizzarri, che rischia di finire stritolato da un precedente un po’ fuori portata per le sue forze. Mentre avanza la banalizzazione all’insegna dello showbiz parrocchiale che ha già colpito quel Festival della Scienza novembrino, che coinvolgeva nel suo prezioso endutainment un 170mila partecipanti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile
I SONDAGGI DANNO UN AMPIO MARGINE: CDU 39%, SPD 25%, LIBERALI, SINISTRA E XENOFOBI APPAIATI AL 9%, VERDI AL 7%
A 45 giorni dal voto, la sensazione è che non c’è competizione. La Cdu vincerà le elezioni e Angela Merkel sarà il prossimo cancelliere tedesco per il quarto mandato.
Alle elezioni del prossimo 24 settembre, Merkel si presenta con l’ottimismo e la soddisfazione della stabilità , quella del non cambiamento.
La Cdu ha svelato il manifesto della campagna elettorale: una fotografia della cancelliera sorridente e la scritta “Per una Germania nella quale viviamo bene e volentieri”.
Serenità , stabilità , esperienza. “La gara per la poltrona principale è finita – sostiene Christian Lindner, il leader dei liberali tedeschi (Fdp) – Angela Merkel rimarrà cancelliera”.
Nelle ultime elezioni locali, la Cdu ha sempre vinto.
Gli ultimi sondaggi vedono la Cdu al 39%, la Spd solo temporaneamente ravvivata dalla candidatura di Martin Schulz al 25%, la destra di AfD, la Fdp e Linke affiancati al 9%, i Verdi al 7%.
Per quanto riguarda il gradimento dei leader, Merkel con il 42% doppia Schulz (al 22%).
(da agenzie)
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