Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
MENO 3,4% RISPETTO AL 2017… MA MEGLIO ATTENDERE FINE MESE, SE NON LI FANNO AFFOGARE PRIMA
Nonostante le urla all’invasione, i migranti sbarcati ad oggi in Italia sono meno di quelli di un anno fa.
Questo perchè a luglio, quando il codice per le ONG non era ancora stato promulgato da Minniti, si sono registrati la metà degli sbarchi rispetto all’anno scorso.
Non solo: anche ad agosto la (contro)tendenza prosegue nella prima decade (-76%). Dati che, spalmati sui primi sei mesi dell’anno, segnalano un meno 3,4%.
Dino Martirano sul Corriere della Sera ricorda però che presto potrebbe scatenarsi l’inferno come è successo negli ultimi giorni del mese nel 2016.
Un’unica ondata notturna con 20-25 megagommoni, messi in mare dai mercanti di esseri umani sulle spiagge ad ovest di Tripoli, capaci di trasportare in sole due ore ai limiti delle 12 miglia libiche 3.000-4.000 immigrati.
Infatti il grafico degli arrivi giornalieri – che evidenzia le ondate di 20-25 gommoni pervolta messi in mare in una sola notte – sta a testimoniare come le organizzazioni criminali si siano adattate rapidamente al nuovo dispositivo navale di Ricerca e soccorso che si è spostato più a Sud: tanti piccoli battelli capaci di raggiungere le navi delle Ong, e non solo, in una manciata di ore e non più il lungo viaggio pieno di insidie fino a Lampedusa a bordo di vecchi motopesca fatiscenti.
Fino alla metà di luglio, il dato degli sbarchi era in crescita e questo faceva prevedere che a fine anno sarebbero arrivati in oltre duecentomila.
(da agenzie)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
NEL 2011 L’ESECUTIVO AVEVA SOSPESO LA RISCOSSIONE DEI TRIBUTI SULL’ISOLA, COLPITA DALL’EMERGENZA PROFUGHI… IL SINDACO: “PRONTI ALLE BARRICATE”
Dovranno presentare le ultime sette dichiarazioni dei redditi. E a un certo punto
dovranno quindi pagare le tasse che per sette anni il governo aveva congelato: tutte insieme, tutte in una volta. O al massimo con una rateizzazione.
È una tegola pesante quella che rischia di cadere sulla testa degli abitanti di Lampedusa. Una tegola che probabilmente molti cittadini dell’isola più a Sud d’Europa ignorano. Distratti dal mare cristallino e da una stagione turistica finalmente tornata agli splendori di un tempo, non si saranno accorti di un provvedimento pubblicato il 7 agosto sul sito dell’Agenzia delle Entrate.
Un documento con cui il direttore Ernesto Maria Ruffini dispone entro il 31 gennaio del 2018 la “ripresa degli adempimenti tributari, diversi dai versamenti, non eseguiti per effetto delle disposizioni emanate in seguito all’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa nell’isola di Lampedusa”.
Era uno dei cosiddetti risarcimenti concessi da Roma agli abitanti dell’isola siciliana, nel 2011 unico punto d’arrivo dei migranti in fuga da Libia e Tunisia.
In quei mesi migliaia di profughi sfuggiti dalle conseguenze della Primavera Araba approdavano sulle coste lampedusane a ritmo continuo.
Una situazione caotica che aveva praticamente cancellato la stagione turistica locale, di gran lunga prima fonte di reddito per i lampedusani.
Per questo motivo l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi aveva concesso la sospensione delle imposte ai cittadini dell’isola per un anno.
Una sospensione che negli anni è stata poi rinnovata con appositi emendamenti inseriti nei vari decreti milleproroghe: ogni dicembre l’Agenzia delle Entrate si preparava a riscuotere ma da Roma posticipavano la moratoria con norme ad hoc inserite nelle leggi di Bilancio.
L’ultima scadenza era fissata per il 15 dicembre del 2016. Sono i giorni convulsi successivi alla vittoria del No al referendum costituzionale, con Matteo Renzi che si dimette da premier ma solo dopo aver portato in Parlamento la legge di Bilancio.
Che per la prima volta non contiene alcun emendamento sulle tasse dei lampedusani. Poco male, però. Basterà aspettare l’arrivo del nuovo governo di Paolo Gentiloni e la conversione in legge del decreto Minniti dell’aprile scorso.
Al Senato, infatti, un maxiemendamento del governo inserisce l’agognata norma nel provvedimento.
“In considerazione del permanente stato di crisi nell’isola di Lampedusa, il termine della sospensione degli adempimenti e dei versamenti dei tributi è prorogato al 15 dicembre 2017. Gli adempimenti tributari di cui al periodo precedente, diversi dai versamenti sono effettuati con le modalità e con i termini stabiliti con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate”, recita l’emendamento presentato in commissione Affari costituzionali dal senatore Bruno Mancuso e poi recepito nel maxi testo del governo.
“È stata un’iniziativa di noi senatori siciliani di Ap e del Pd per aiutare i lampedusani”, dice il parlamentare alfaniano, che non è a conoscenza del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate arrivato questa volta a sorpresa in piena estate. “Onestamente — ammette — non ho notizia di questa disposizione anche perchè mancano cinque mesi alla scadenza dell’ultima proroga: certo proveremo ad attivarci con una qualche interrogazione. Il tempo c’è tutto”.
Chi invece conosce molto bene la vicenda è Totò Martello, albergatore e sindaco di Lampedusa dal giugno scorso.
“Subito dopo la mia elezione — racconta — ho chiesto un incontro al viceministro delle Finanze, Enrico Morando, per provare a risolvere questa situazione che si trascina ormai da anni: ho provato ad ottenere una cancellazione anche parziale o uno sgravio ma il governo sembra disposto a concedere soltanto una rateizzazione“.
A Lampedusa, in pratica, l’esecutivo è tornato a battere cassa all’improvviso dopo sette anni di proroghe.
“Una situazione davvero incredibile — dice il primo cittadino — Come incredibile è l’atteggiamento dell’Agenzia delle Entrate nei nostri confronti. Chiederò un altro incontro per capire se è normale questo accanimento ma spero che il governo trovi una soluzione altrimenti è chiaro che qui siamo pronti ad azioni eclatanti. Nel resto d’Italia devono capire che i lampedusani non hanno pagato le tasse, non perchè sono speciali: qui la crisi del settore turistico è durata per tre anni dopo la Primavera Araba. E non è che quando uno riprende a lavorare, riparte di nuovo ai livelli precedenti: è impossibile pensare che i lampedusani paghino le tasse degli ultimi 7 anni”.
Ma come mai il governo si è svegliato ad agosto per chiedere agli abitanti dell’isola gli ultimi sette anni di tributi?
A Lampedusa circola una ricostruzione puramente politica dei fatti.
Una sorta di retroscena che collega l’emendamento del governo al decreto Minniti — con il quale viene concessa l’ultima proroga — alle elezioni amministrative del giugno scorso. È il turno elettorale in cui la sindaca uscente, Giusi Nicolini, vicinissima a Matteo Renzi e componente della direzione nazionale del Pd, viene sconfitta a sorpresa da Martello, ex comunista ed ex bersaniano, ora sostenuto da una lista civica appoggiata da pescatori e albergatori.
Insomma l’ennesima sospensione dei tributi era una sorta di favore alla Nicolini, premiata dall’Unesco, considerata un simbolo dell’accoglienza dal segretario dem che se l’è portata persino a cena da Barack Obama alla Casa Bianca.
Poi, dopo la sconfitta alle amministrative, ecco che da Roma si sono ricordati delle tasse di Lampedusa addirittura in un lunedì d’agosto: una vera e propria bastonata per il nuovo sindaco Martello, acerrimo nemico dell’ex sindaca.
“Beh, è chiaro che una ricostruzione del genere non posso essere certo io a smentirla“, dice il neo primo cittadino, eletto dopo una campagna elettorale dai toni molto simili a quelli di una faida locale: da una parte i sostenitori di Nicolini, dall’altra i suoi detrattori a darsele di santa ragione.
E anche ora che i lampedusani hanno votato, la guerra intestina che contrappone le due anime dell’isola non può certo dirsi conclusa. “Non si riesce a capire che fine abbiano fatto i 26 milioni di euro che avrebbe concesso il governo di Silvio Berlusconi: ho scritto una lettera al dirigente per capirlo. Idem per i 20 milioni del Cipe quando il premier era Enrico Letta: risultano impegnati solo 500 mila euro per uno studio del ministero, ma non c’è nessun progetto esecutivo. E poi ovviamente le consulenze”, si lamenta Martello. Che al suo ingresso in municipio racconta di aver trovato una sorpresa: “Tutti i computer dello staff del sindaco erano stati formattati: dentro non c’era più nulla”.
Insomma oltre alle tasse degli ultimi sette anni i lampedusani hanno anche altri problemi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
IL CARRETTO PASSAVA E QUELL’UOMO GRIDAVA “GELATI”: LA FARSA GRILLINA CHE HA PORTATO UN CONSIGLIERE IN OSPEDALE E UN ASSESSORE A DIMETTERSI
Alessandro Pirrone ieri ha dato le sue dimissioni da assessore ai lavori pubblici del IV Municipio, dopo l’episodio dello schiaffo al consigliere M5S Domenico Milano.
Oggi Pirrone si sfoga con i giornali e spiega le “ragioni” del suo gesto. E conferma che lo schiaffo lo ridarebbe ancora, visto che racconta di essere stato provocato.
Pirrone infatti racconta a Laura Mari di Repubblica Roma com’è andata la faccenda: «Ero vestito di bianco e quando sono passato in corridoio Milano ha iniziato a deridermi dicendo ‘cornetti, bibite, gelati’, come se fosse vestito da cameriere. Può sembrare una sciocchezza, lo so. Ma quando gli ho chiesto perchè si comportasse così, lui mi ha guardato con un atteggiamento di sfida. A quel punto gli ho dato uno schiaffo».
Insomma, il carretto passava e quell’uomo gridava “Gelati”, come cantava Battisti nei Giardini di Marzo.
Pirrone sostiene di aver dato uno schiaffo a Milano «come farebbe un papà con un figlio indisciplinato».
Milano invece dal giorno dello schiaffo è sparito da Facebook e ha ristretto la privacy dei suoi post per rendere visibili soltanto agli amici, senza rispondere ai messaggi che gli chiedevano la sua versione dei fatti.
Un comportamento totalmente afferente al concetto di #trasparenzaquannocepare che guida il cammino della Giunta Raggi e dei grillini nei municipi.
Repubblica fa notare che all’origine dei dissidi con i consiglieri potrebbe esserci il fatto che lui è un Lombardiano mentre Milano è più vicino a Virginia Raggi.
Pirrone nega che ci sia questa motivazione all’origine dei fatti ma poi spiega una cosa della quale un po’ tutti già cominciavamo ad avere contezza: «La base dovrebbe farsi un esame di coscienza. Non tutti quelli che sono stati eletti meritano di restare al loro posto. Se davvero vogliamo cambiare l’Italia, chi non ha le capacità di amministrare dovrebbe lasciare l’incarico».
Con il Messaggero l’ex assessore è ancora più netto: «In questo gruppo non c’è gente leale, la maggioranza difende un uomo con dei problemi, il consiglio più volte ha chiesto di farmi fuori, quanta invidia c’è tra coloro che non hanno le capacità per emergere». Insomma, il M5S è un coacervo di invidiosi e incapaci: «I migliori se ne sono andati. I capaci che volevano davvero cambiare Roma sono stati emarginati. Il sindaco Raggi è sola. Non ha intorno persone capaci, mentre nel IV Municipio manca irrimediabilmente la lealtà , ci sono cellule impazzite qui dentro».
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
PER RISPARMIARE 122 MILIONI IN TRE ANNI SI E’ CREATO UN CAOS BUROCRATICO
Due riforme bocciate (dalla Consulta quella sulla pubblica amministrazione; dal
referendum popolare quella sulla costituzione) e una terza — sul riordino delle forze di polizia con lo smembramento della Forestale — che sta mettendo in ginocchio l’Italia prigioniere delle fiamme.
Mettere in relazione l’aumento degli incendi con l’abolizione del Corpo Forestale è un azzardo, ma la gestione del dicastero della pubblica amministrazione da parte del ministro Marianna Madia non è certo esente da colpe.
E se molti degli elicotteri un tempo in dotazione alla Forestale oggi sono fermi a terra, la responsabilità non è certo di Carabinieri o Vigili del Fuoco.
Eppure governo e parlamento erano stati messi in guardia sui rischi dell’estate a inizio anno dall’ormai responsabile della protezione civile, Fabrizio Curcio: “In audizione al Senato — spiega la senatrice 5 Stelle Paola Nugnes — aveva rilevato che ci sarebbe stato un vuoto organizzativo dovuto al passaggio di uomini e mezzi dalla Forestale ai Carabinieri. Di certo si sarebbe potuto ovviare ai problemi aggiustando il tiro per tempo anche perchè l’iter della riforma è partito due anni fa. E da sempre è noto che i Vigili del fuoco hanno competenza sui centri urbani e la forestale sui boschi”.
Basti pensare che entro lo scorso 12 novembre avrebbe dovuto essere pubblicato un decreto interministeriale (Pubblica amministrazione; Interno e Politiche agricole) per individuare “le risorse finanziarie, i beni immobili in uso ascritti al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato, gli strumenti, i mezzi, gli animali, gli apparati, le infrastrutture e ogni altra pertinenza del Corpo forestale dello Stato che sono trasferiti all’Arma dei carabinieri, al Corpo nazionale dei vigili del fuoco, alla Polizia di Stato e al Corpo della guardia di finanza”.
Un dettaglio che all’esecutivo — impegnato nella battaglia referendaria — deve essere sfuggito e così come da italica tradizione alla legge non hanno fatto seguito i necessari decreti lasciando la riforma ferma a metà .
A farne le spese è l’intero Paese che per risparmiare 122 milioni di euro in tre anni, nell’estate più calda di questo inizio millennio, si trova scoperto sul fronte degli incendi.
Dal rapporto stilato a fine luglio da Legambiente — sulla base di dati raccolti dalla Commissione europea nell’ambito del progetto Copernico: “In meno di sette mesi del 2017 sono andati in fumo, in Italia, ben 74.965 ettari di superfici boschive, pari al 156,41% del totale della superficie bruciata in tutto il 2016 (47.926 ettari)”, il 96,1% degli incendi si è verificato tra maggio e luglio.
“In un anno particolarmente caldo e complicato i boschi sono rimasti scoperti lasciando più margine d’azione ai piromani” dice Riccardo Boriassi del Conapo, sindacato autonomo dei Vigili del Fuoco.
Come a dire che la transizione dopo l’assorbimento della Forestale nei Carabinieri non è stata gestita a dovere. Piuttosto sono stati dispersi uomini, mezzi e competenze fondamentali nella lotta alle fiamme.
Il mistero dell’abolizione dei Forestali
D’altra parte è anche bizzarro che si sia deciso di cancellare un corpo di polizia completare, quando è all’interno delle altre struttura che che c’è un sovrapporsi di competenze.
I Vigili del fuoco, prima della riforma, erano competenti per gli incendi urbani e quelli d’interfaccia, mentre i forestali per quelli boschivi: una distinzione che spiegava la presenza dei primi nei centri urbani di ogni dimensione e degli altri in caserme sparse sul territorio.
Dopo lo scioglimento del corpo forestale le competenze in materia di fiamme sono passate integralmente ai Vigili del Fuoco che — tuttavia — non hanno ereditato l’intero patrimonio dei ranger italiani.
Dei quasi 8mila effettivi, infatti, 7.200 sono passati ai carabinieri, 200 circa sono stati suddivisi tra ministero delle politiche agricole, polizia e guardia e di finanza e 390 sono passati nei pompieri.
Un numero risibile “considerando che secondo il ministero prima dell’accorpamento, ai vigili del fuoco mancavano già 3.500 uomini” spiegano dal Conapo.
Non ci sono uomini a sufficienza per combattere gli incendi
Per motivi ad oggi incomprensibili, la ripartizione di uomini e mezzi è stata fatta male. Con il solo risultato di tagliare le gambe a chi lotta contro gli incendi boschivi. Sapere quanti fossero realmente gli operativi per la lotta alla fiamme è impossibile, ma secondo quando ricostruito da Lavoce.info tra i forestali erano 1.056 gli operatori forniti di competenza Dos (direttori delle operazioni di spegnimento): di questi — secondo il Conapo — solo 260 sono passati ai vigili del fuoco (gli altri 130 sono in gran parte elicotteristi).
I carabinieri forestali non possono spegnere i fuochi
Il paradosso è che adesso i carabinieri hanno tra le loro fila 800 ex forestali esperti nella lotta agli incendi boschivi, ma non possono aiutare i loro colleghi perchè il 7 luglio è arrivato perentorio l’ordine del generale dell’Arma Antonio Ricciardi sulle “procedure operative per gli interventi nel caso di incendi boschivi”: “Competenze esclusive dei vigili del fuoco per lo spegnimento degli incendi”, è permesso ai carabinieri ex forestali “soffocare ‘piccoli fuochi’ solo se muniti di mezzi idonei allo scopo e di adeguati dispositivi di protezione individuale”.
È raccomandato, però, di svolgere “attività di prevenzione del fenomeno degli incendi boschivi”. E così mentre l’Italia brucia i carabinieri ex forestali non possono intervenire, “mentre i vigili del fuoco — dice con rammarico la senatrice Nugnes — stanno lavorando per imparare una cosa per loro nuova. L’incendio boschivo è profondamente diverso da quello urbano. E così servono altre competenze”
Mezzi antincendio a terra
Più difficile invece è comprendere perchè nel frattempo che i pompieri acquisiscano le necessarie competenze — attraverso corsi tenuti da carabinieri ex forestale — la legge non abbia previsto che l’arma passasse ai vigili tutti i mezzi necessari allo spegnimento del fuoco rimasti in sua dotazione (dalle divise alle autobotti fino agli elicotteri).
A maggior ragione oggi che la fallimentare spending review dell’esecutivo ha lasciato a terra molti dei mezzi — aerei ed elicotteri — che sono a disposizione dei vigili: per omologare gli ex forestali sono necessari lunghi passaggi burocratici e servono costosi lavori di manutenzione, ma senza i decreti attuativi non si possono indire gare d’appalto.
E così con i fondi azzerati e i vigili del fuoco ridotti all’osso le Regioni — che pure hanno perso tempo e stipulato in ritardo le convenzioni antincendio — si trovano costrette a rivolgersi ai privati.
“E’ mancata una cabina di regia che coordinasse questa fase di transizione” chiosa Nugnes.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
HANNO FORSE PAURA DI QUALCHE MITRAGLIATA?… I PORTI TUNISINI NON VOGLIONO INFAMI… NELLA ZONA SAR L’ITALIA SEQUESTRA SOLO LA NAVE ONG E NON QUELLA RAZZISTA CHE VIOLA LE LEGGI INTERNAZIONALI?
Da tre giorni la nave razzista C-Star è ferma in acque internazionali al largo di Sfax, in Tunisia.
Nessuno vuole consentire l’attracco di infami: «A tutti gli agenti e impiegati dei porti tunisini: non lasciate la nave razzista C-Star contaminare i porti della Tunisia. Espelletela come hanno fatto i vostri fratelli a Zarzis e Sfax”, ha scritto su Facebook il sindacato Ugtt, premio Nobel per la Pace 2015, assieme ad altre tre organizzazioni.
Finora l’unica azione umoristica di cui sono resi protagonisti i mercenari è stata quella di occupare abusivamente il canale 16, destinato alle emergenze marittime, per sparare cazzate nei confronti della nave Aquarius di Sos Mediterranèe.
Questo il dialogo:
Equipaggio C-Star: «Abbiamo iniziato la nostra operazione davanti alla costa libica. Vi consigliamo di abbandonare la Search and rescue area (Sar), perchè state agendo come un fattore d’attrazione per i trafficanti d’esseri umani, che guadagnano milioni. Vi seguiremo, i vostri giorni di azioni senza controllo sono finiti».
Aquarius non li considera neppure: «Grazie per l’informazione. Ben compreso».
Inseguimento teorico, visto che dopo poche miglia sono stati seminati.
Ma strano che nessun “identitario” si chieda: “Perchè non fate rifornimento a Tripoli dai vostri compagni di merenda della Guardia Costiera libica, di cui fate le guardie bianche e i delatori prezzolati? Forse non apprezzano la vostra intromissione perchè hanno paura di dover dividere con altri le mazzette che prendono per far imbarcare i profughi?”
O a Tripoli non ci sono cingalesi da imbarcare con documenti falsi? come è accaduto a Misurata?
O forse avete paura che i libici non vogliamo rotture di coglioni e magari scappi loro qualche mitragliata?
Restiamo sempre in attesa di sapere dal governo italiano se nella zona Sar intende consentire (ammesso che gli eroi identitari abbiano le palle di entrarvi) la presenza di una nave che compie una attività contraria alle norme internazionali, esistendo (lo ricordiamo alla magistratura) il reato di omissione di atti d’ufficio.
Altresì Minniti ha provveduto a richiedere i documenti relativi ai nomi dei finanziatori della nave razzista come ha chiesto alle Ong o se ne è dimenticato?
O Defend Europe ha protezioni in alto e gode di immunità ?
Nel frattempo la nave razzista resta al largo della Tunisia, la meta turistica dei bagni è stata raggiunta, lo spot continua.
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
LA FNSI: “UNA BRUTTA PAGINA, IL NEMICO NON E’ IL GIORNALISTA”… TOTI, PERCHE’ NON LO INVITI A GENOVA? VEDRAI CHE CAMMINARE SUL RED CARPET LO REALIZZA
Un “non rispondo” ci può stare. Una sorta di “Daspo” per i giornalisti che mercoledì si
sono presentati a Piale, la frazione di Villa San Giovanni dove si stava commemorando l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, è francamente troppo. Arriva il ministro dell’Interno Marco Minniti e ai giornalisti è stato vietato non solo fare domande ma anche solo pensare di avvicinarsi a una distanza tale da essere sentiti dall’esponente del governo Gentiloni.
Quella di mercoledì, alla fine, è stata una cerimonia per pochi intimi. O meglio per alcuni.
A un certo punto, sembrava quasi che l’unica preoccupazione degli agenti di polizia in servizio alla commemorazione del 26esimo anniversario della morte del magistrato calabrese, fosse quella di allontanare i giornalisti e le telecamere.
I più fortunati sono finiti in mezzo agli alberi in una balconata lontana che ha richiesto gli straordinari agli zoom dei vari cameramen presenti.
Impensabile tentare di ascoltare le parole di chi è intervenuto o quelle del “blindatissimo” ministro del Partito democratico.
“Ordini dall’alto”, hanno riferito gli agenti della polizia. E più in alto di tutti, nella scala gerarchica del ministero dell’Interno, c’è proprio Minniti.
Regolarmente invitati, con tanto di mail da parte di un’agenzia di comunicazione alla quale è stato affidato l’annuncio dell’evento, ai cronisti che si sono lamentati del trattamento ricevuto è stato risposto: “Vi sono ragioni di sicurezza per cui l’area deve essere bonificata”.
Chi pensava ci fosse un attentato in corso o motivi che mettevano a rischio la vita delle persone fortunatamente si è sbagliato.
I problemi di sicurezza, evidentemente, avevano la forma del tesserino dell’ordine dei giornalisti e per questo alla stessa cerimonia off-limits per la stampa hanno partecipato un centinaio di persone, tra politici, forze dell’ordine, esponenti della Regione, sindaci, assessori comunali e magistrati.
Tutti a pochissimi metri dal ministro Marco Minniti, tranne i giornalisti, qualche esponente di Libera e un testimone di giustizia che, dopo aver parcheggiato l’autoblindata con cui è arrivato a Piale, si è accorto di non essere nell’elenco delle “autorità ” ed è rimasto sulla balconata a guardare da lontano.
Anche ad alcuni cittadini della zona è stato impedito di assistere alla cerimonia avvenuta nel punto esatto dove nel 1991 è stato ammazzato il magistrato Scopelliti che avrebbe dovuto rappresentare in Cassazione l’accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra.
Un omicidio del quale si è discusso anche recentemente sulle pagine di cronaca dei giornali locali e nazionali dopo l’operazione ‘Ndrangheta stragista, secondo la quale non è escluso che dietro il delitto ci possa essere stato un accordo tra la mafia siciliana e le cosche calabresi.
Argomenti che, dopo il ricordo dell’uomo Antonino Scopelliti, potevano essere oggetto di domande a Minniti il quale avrebbe potuto rispondere anche su altri temi di carattere nazionale se gli “ordini dall’alto”, o romani a questo punto, non avessero trattato i giornalisti quasi come dei “disturbatori” non graditi.
Carlo Parisi, il segretario generale aggiunto dell’Fnsi, ha definito l’episodio “spiacevole”.
“Una brutta pagina — ha sottolineato l’esponente del sindacato dei giornalisti — che dovrebbe indurre seriamente a riflettere sia gli organizzatori di queste iniziative, sia chi è deputato a garantire la sicurezza: il nemico non è certo il giornalista e, soprattutto, senza il lavoro dei giornalisti (che va rispettato da tutti) nessuno avrebbe probabilmente neppure saputo che il 9 agosto 2017 a Piale di Villa San Giovanni un ministro della Repubblica e una pletora di deputati, amministratori, politici, magistrati, forze dell’ordine e chi più ne ha ne metta, ha celebrato il 26° della scomparsa di un magistrato che ha pagato con la vita il coraggio di combattere la ‘ndrangheta. Una guerra che il giudice Scopelliti ha combattuto con i fatti e non con le passerelle”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
A ROMA LA CRISI PIU’ GRAVE… I MEDICI DEL SOCCORSO: “IL NUOVO SISTEMA E’ DA CAMBIARE”
Un incendio di sterpaglie e la centrale inizia a zoppicare, cinque o dieci incendi e va in tilt.
Il 112, numero unico che doveva cambiare in meglio i sistemi di emergenza, è ancora lontano dall’aver portato una svolta. Non solo perchè è attivo solo in alcune regioni ma anche perchè dove è presente talvolta sembra aver peggiorato le cose.
Venerdì scorso al Viminale c’è stata una riunione straordinaria per discutere del caso Roma, dove a tanti cittadini sono toccate estenuanti attese prima di parlare con un operatore.
La riforma Europea
Lo chiamano uno-uno-due per distinguerlo dal 112 dei carabinieri.
È il Nue, “numero unico di emergenza” che da anni l’Europa ha chiesto all’Italia di attivare per gestire le chiamate di chi ha bisogno dell’ambulanza, dei vigili del fuoco o della forze dell’ordine.
Una sala operativa di primo livello che smista poi le telefonate a quelle di secondo. La prima ad istituirla, nel 2010 quando già il nostro Paese era stato sanzionato per i ritardi, è stata la Lombardia.
Adesso la Regione, con 3 centrali, è il punto di riferimento. Nel 2015 è partita Roma, nella zona del prefisso 06, poi quest’anno Liguria, Piemonte, Sicilia orientale, Trentino e Friuli.
A cosa serv
Dove il Nue è attivo, chi fa un qualunque “vecchio” numero di emergenza viene indirizzato automaticamente alla centrale unica, che dovrebbe servire soprattutto a tre cose: localizzare la richiesta grazie al Ced (centro elaborazione dati) del Viminale, compilare la scheda anagrafica di chi chiama, tagliare le richieste improprie.
L’ultimo punto è fondamentale, si stima infatti che il 30-40% delle telefonate ai numeri di emergenza sia per avere informazioni o comunque per motivi non urgenti. A 112, 113, 115 e 118 dovrebbero essere girate solo chiamate per le quali l’intervento è necessario. In Lombardia in media la centrale unica fa tutto in 50 secondi.
Il caso Rom
Quest’estate i tracolli del Nue della capitale sono frequenti. Le attese per chi telefona certi giorni sono lunghissime per due motivi.
Il primo ha a che fare con il numero degli operatori, che non sarebbe sufficiente. E infatti si è deciso di assumere.
Il secondo, il più grave a detta degli esperti, sono gli incendi. Come sottolineano dalla centrale, nelle altre stagioni arrivano in media 350-400 chiamate al giorno da girare al 115. Quest’estate si è saliti in certi casi a ben 5mila.
In un’ora i telefoni possono squillare anche 1.200 volte. Questo perchè tanti di coloro che passano vicino a un incendio, anche 100 alla volta, telefonano per segnalare.
Il sistema così va in tilt, perchè la centrale del Nue non è in grado di rispondere a tutti subito, e a cascata entra in crisi anche il 115.
Centinaia di chiamate restano in attesa e ne fanno le spese gli altri servizi di emergenza, a partire dal 118. Alla riunione del Viminale si è deciso di non passare più ai pompieri tutte le telefonate che arrivano per lo stesso evento, come si faceva fino ad ora, e di liquidarle prima possibile.
Le Altre aree critiche
Forse Lombardia a parte, nessun Nue ha evitato polemiche riguardo a problemi e falle. A Torino a fine luglio l’annegamento di un bambino di 10 anni ha fatto partire all’attacco il sindacato autonomo dei pompieri Conapo: “I vigili del fuoco sono stati avvertiti ben 15 minuti dopo la richiesta di soccorso al 112”. Il dato è contestato dalla Regione.
In Sicilia lo Smi, il sindacato dei medici più forte nei 118 descrive una situazione delicata. “I cittadini ci dicono che i tempi di risposta si sono allungati parecchio con la centrale unica – dice Emanuele Cosentino – Ci vogliono anche 4 minuti per passare la chiamata dal 112 al 118. E poi talvolta ci vengono dati interventi non di nostra pertinenza, magari risse per le quali ci vogliono i carabinieri. Il numero unico andava fatto ma così, anche nel resto d’Italia, è un’esperienza negativa”.
Punta sulla formazione degli operatori Felice Romano, segretario del sindacato di polizia Siulp. “Ci sono problemi con i centralinisti “laici” – dice. Insieme a loro in centrale ci vorrebbero anche persone formate per i vari tipi di emergenza, da vigili del fuoco a sanitari e forze dell’ordine. Solo loro hanno l’esperienza per inquadrare i vari casi. Senza una formazione specifica finisce che è come se rispondesse un disco e basta”. Disco che purtroppo in molti conoscono bene.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
CON LA STESSA LOGICA AVREBBERO INCRIMINATO ANCHE CHI HA SALVATO GLI EBREI DALLO STERMINIO
Oskar Schindler ben avrebbe potuto essere indagato, imputato, condannato dalla
Germania nazista per avere salvato più di mille ebrei dallo sterminio.
Carlo Angela, papà del giornalista televisivo Piero, dando rifugio nella sua clinica a tantissimi ebrei, li salvò dalla furia nazista e dunque dalla morte.
Moussa Abadi era un ebreo siriano e, insieme al vescovo di Nizza, Paul Rèmond, salvò centinaia di bambini ebrei nascondendoli da chi li rastrellava.
Don Mussie Zerai è un sacerdote di origine eritrea. Nel 2015 è stato candidato al Nobel per la pace. Da tanti anni vive nel nostro Paese.
Ha aiutato, attraverso il suo telefono, immigrati disperati che rischiavano la morte in mare. A ogni squillo proveniente dal mare aperto avvertiva la guardia costiera e poi le ong che prestano soccorso in mare.
Il cerchio è oramai chiuso: don Mussie Zerai è indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Male, anzi malissimo.
Ma è questo il ruolo del diritto penale? Ma è questa la funzione della giurisdizione?
In questa vicenda paradossale, le istituzioni si sono chiuse in se stesse, ignorando quale debba essere la funzione del diritto in una democrazia.
La giustizia è qualcosa di più importante e nobile che incriminare don Mussie Zerai o i responsabili delle ong che non firmano i protocolli governativi.
È incredibile che tutto questo avvenga in terra di mafia, dove gli apparati della sicurezza e della repressione avrebbero ben altri terreni investigativi su cui cimentarsi.
Don Mussie Zerai è accusato di favorire un reato che andrebbe abolito, ossia il reato di immigrazione clandestina.
Il Parlamento aveva dato mandato al governo di farlo, ma la delega non è stata esercitata poichè a prevalere è stata la “percezione di insicurezza”.
Va ricordato che l’abrogazione di quel reato ignobile fu promossa da un parlamentare del M5s, lo stesso Movimento oggi in prima linea nella criminalizzazione delle ong e di chi presta aiuto umanitario.
Ci vorrebbe in Parlamento un blocco umanitario-civile che non abbia paura di urlare che chi salva vite è un eroe e non un criminale.
E che non abbia paura di urlarlo così ad alta voce da poter essere sentito anche a Trapani. La più banale, la più ovvia delle verità , oggi sovvertita da questa follia, da questo incubo, da questa tragedia che stiamo vivendo.
Susanna Marietti
Coordinatrice associazione Antigone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
“SFIDUCIATO” DAL CONSIGLIO COMUNALE IL SINDACO DA MESI SOTTO SCORTA DOPO L’INCENDIO DELLE SUE ABITAZIONI… VINCONO I DELINQUENTI, MA MINNITI DEVE PENSARE AL CODICE DI CONDOTTA DELLE ONG
“Credo che abbiano i numeri per sfiduciare”. Alle otto di sera di quello che è stato il suo ultimo giorno da sindaco, nell’aula del consiglio comunale di Licata, Angelo Cambiano, il sindaco “demolitore”, come lo hanno ribattezzato per la sua fermezza nel far abbattere case e ville dei suoi concittadini che sentenze ormai definitive hanno giudicato abusive, aveva già capito come sarebbe finita.
Tre ore e mezzo dopo, il Consiglio comunale di Licata lo ha sfiduciato con 21 voti, uno in più dei 20 che servivano.
Cambiano ha pagato cosi la sua lotta alle case abusive che da decenni occupano la fascia entro i 150 metri del litorale di Licata.
“Mi accusano di non aver fatto arrivare al Comune risorse e finanziamenti, ma non è vero perchè ho portato oltre 52 milioni di euro. Il vero motivo lo sanno tutti, qual è ma non hanno il coraggio di dirlo. Io me ne torno al mio mestiere di insegnante di matematica, ma la politica qui dovrà assumersi le sue responsabilità : quella di dire alla gente che un sindaco che fa niente di più che il suo dovere viene cacciato meno di due anni dopo l’inizio del suo mandato”.
Sedici i consiglieri che avevano sottoscritto la mozione di sfiducia nei confronti del sindaco espressione di una lista civica di sinistra, venti i voti necessari per far passare la sfiducia, ventuno quelli che hanno defenestrato il sindaco che, dopo gli incendi di due case di famiglia, minacce e intimidazioni, vive sotto scorta.
Cambiano ha già fatto sapere che impugnerà l’atto perchè “le motivazioni riportate nella mozione sono solo bugie”.
Nei giorni scorsi anche Ficarra&Picone erano intervenuti a favore del sindaco, con un tweet, in cui lo hanno paragonato al sindaco protagonista del loro ultimo film, ‘L’Ora Legale’.
“Il film ‘L’ora legale’ sembra rappresentare correttamente l’ attuale società , questo con sincero dispiacere…”.
E’ soltanto uno dei post pubblicati sulla pagina di Facebook di Angelo Cambiano. A paragonare su Facebook la vicenda di Cambiano all’ultimo film di Ficarra&Picone è Marco Bartolomeo.
Sui social, dalla notte scorsa, sono tanti i post di cittadini dispiaciuti per la sfiducia. Giusi Castrogiovanni scrive: “Il tornaconto politico ha vinto sul bene di Licata. Esprimo tutta la mia solidarietà al sindaco e non ho nessun problema a dichiarare che per me Angelo Cambiano è stato il miglior sindaco di Licata degli ultimi 20 anni. Io non devo rendere conto a nessuno delle mie affermazioni o azioni, non so se chi ha votato la sfiducia può affermare di essere parimenti libero”.
Antonio Cammarata scrive lapidario: “Paese di ignoranti e raccomandati. Siamo abusivi e resteremo abusivi. E devo sentir parlare persone che non sanno nemmeno cosa significhi. Grazie di tutto”.
Mentre Carmelo Professo dice: “Grazie sindaco, non è colpa sua se molti vogliono rimanere nel 1800”.
Paola Giovanni invece spiega: “Adesso tra qualche mese ci saranno le solite pecore in cerca di voti. Fate schifo. Stima per Angelo Cambiano che ha fatto di tutto per migliorare la nostra città “.
Lo Stato non c’è più, è impegnato a raccattare i voti razzisti .
(da agenzie)
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