Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
I DATI DI OGGI CONFERMANO CHE IL PULL FACTOR ESISTE SOLO NELLA FANTASIA CRIMINALE DEI RAZZISTI: NEGLI ULTIMI 50 GIORNI PARTITE 3.962 PERSONE E SOLO 431 SOCCORSE DALLE NAVI UMANITARIE
Quasi 4mila persone in neanche due mesi. E con le Ong oramai fuori dalle rotte.
La smentita alla teoria del “pull factor”, cioè delle navi umanitarie che attirerebbero i migranti, arriva proprio dalla Libia. Tra l’1 maggio e il 21 giugno sono partite almeno 3.926 persone, quelle soccorse dalle navi umanitarie sono state 431.
Le medie giornaliere forniscono una lettura ancora più precisa.
Dal 1° al 21 giugno sono partiti dalle coste libiche 94 migranti al giorno quando le navi delle organizzazioni di soccorso non erano in navigazione; 26 al giorno quando invece le Ong si trovavano nell’area di ricerca e soccorso libica.
Complessivamente, nel periodo dall’1 maggio al 21 giugno, sono salpate dalle spiagge controllate dai trafficanti di uomini 62 persone al giorno in presenza delle navi umanitarie e 76 in loro assenza.
I dati sono stati esaminati da Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto di studi politici internazionali di Milano (Ispi), che ha elaborato le informazioni ufficiali dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) e dell’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim).
Le agenzie Onu riassumono quotidianamente gli arrivi in Europa che sui migranti intercettati dalla cosiddetta Guardia costiera libica e riportati a terra
Che cosa significhi venire respinti lo spiega l’inviato Onu in Libia, del quale è stato divulgato nei giorni scorsi il contenuto del suo ultimo intervento al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
«Le condizioni per migranti e rifugiati in Libia erano già terribili prima del conflitto, queste condizioni sono andate di male in peggio», ha scritto Ghassam Salamè che ricorda come richiedenti asilo, rifugiati e altri migranti «sono intrappolati in centri di detenzione esposti o in prossimità dei combattimenti».
L’Acnur nel suo ultimo aggiornamento sulla Libia «ha notato un aumento degli eventi di sbarco dal maggio 2019 rispetto ai dati raccolti nei mesi precedenti», segnala l’agenzia delle Nazioni Unite.
In particolare viene segnalata la moltiplicazione dei porti da cui salpano i barconi, a distanza di oltre 300 chilometri l’uno dall’altro, proprio come avveniva in passato.
La riprova che i trafficanti non sono stati fermati nè sconfitti, e che sono ancora in grado di mobilitare risorse in tutto il Paese. In particolare gli operatori dell’alto commissariato hanno segnalato il riaccompagnamento di stranieri intercettati in mare, nella base navale di Tripoli, Al Khums e Zawyah e l’area di Zuara.
Proprio qui sarebbero operative due figure controverse.
Il primo è “Bija”, il capo della polizia marittima di Zawyah, indagato dalle Nazioni Unite ma ancora attivo e sostenuto, finanziariamente e con equipaggiamenti, dal governo di Tripoli.
E poi Ayman al-Kafaz, tra i capi della polizia di Zuara che secondo alcuni testimoni, come riporta anche una recente sentenza del Tribunale di Trapani, è anche tra i capi dei clan di scafisti. Al-Kafaz è a capo di una milizia che «si poneva quasi fosse una forza di polizia».
(da “Avvenire”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
CI VORRA’ TEMPO, MA SOTTO PROCESSO CI FINIRA’ SALVINI (E I SUOI SERVI) E NON CAROLA
La Corte europea dei diritti dell’uomo non interverrà per applicare quelle misure che
consentirebbero ai migranti ancora a bordo della Sea Watch di sbarcare. Ora rimane tutto nelle mani della comandante Carola Rackete, che già in mattinata si era detta pronta a sfidare il divieto di Matteo Salvini che le impedisce di entrare in acque italiane.
Ecco spiegato perchè stiamo dalla sua parte.
Ogni governo appartenente ad uno Stato sovrano può decidere di negare l’approdo ad un’imbarcazione presso i propri porti. Ma è un divieto che va motivato.
La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata a Montego Bay nel 1982 e ratificata dall’Italia nel 1994, specifica che l’attracco ad una nave può essere impedito solo in casi particolari, fra cui il “pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”.
Proprio a questo trattato fa riferimento il Decreto sicurezza bis, nel nome del quale Matteo Salvini ha firmato la proibizione di entrare, transitare e sostare in acque italiane alla nave Sea Watch, che rimane da ormai 13 giorni in balia del mare a largo di Lampedusa.
Tuttavia, non è chiaro a quali motivi stia facendo riferimento il Viminale fra i pericoli sopra citati: per quali ragioni le 53 persone inizialmente a bordo (di cui 11, fra donne incinte, bambini e malati sono poi sbarcate per questioni sanitarie) rappresentano a priori una minaccia per la pace, l’ordine o la sicurezza dell’Italia
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha deciso di respingere il ricorso chiesto dalla Sea Watch e non applicare quelle misure che avrebbero permesso ai migranti che rimangono a bordo della nave di sbarcare.
La Cedu “conta sulle autorità italiane affinchè continuino a fornire l’assistenza necessaria alle persone a bordo di Sea Watch 3, che sono vulnerabili a causa della loro età o delle loro condizioni di salute”, ma il leader leghista ha sempre affermato che per quanto lo riguarda l’imbarcazione della Ong “può restare lì fino a Natale”.
Uno sblocco della situazione rimane ora nelle mani della capitana Carola Rackete, che già in mattinata aveva affermato di essere pronta a forzare il blocco, nonostante le conseguenze che la potrebbero colpire. In questa eventualità , la sua azione sarebbe sì in contrasto con quando ratificato dal ministro Salvini, ma starebbe dalla parte dei diritti umani.
L’incostituzionalità dei porti chiusi
Il Decreto sicurezza bis conferisce al ministero dell’Interno, “di concerto con il ministro della Difesa e con il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il presidente del Consiglio”, il potere di emanare provvedimenti che vietino l’attracco a quelle navi (“salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale”) che intendono sbarcare illegalmente “persone in violazione delle leggi di immigrazione”.
Un altro riferimento ad un’indicazione contenuta nel trattato sul diritto del mare e strumentalizzata ai fini della politica dei porti chiusi. La Convenzione di Montego Bay infatti, così come il resto della normativa internazionale in materia, in primis sottolinea sempre l’obbligo di soccorrere la vita umana in mare.
Dovere a cui non può essere anteposta nessuna delle clausole sopra citate. Il diritto alla vita, all’integrità e alla dignità della persona, che viene protetto da tutti quegli attori che salvano persone vulnerabili nel Mediterraneo, non può in alcun modo venire subordinato dalle azioni politiche dei singoli Stati.
La direttiva nazionale italiana e le ordinanze di un ministero non possono risultare incompatibili con i doveri affermati dal diritto internazionale marittimo: non possono quindi essere in contrasto con le Convenzioni Unclos, Solas e Sar, i principali trattati che nel dettare la normativa internazionale da seguire in mare mettono al primo posto l’obbligo di prestare soccorso e portare i naufraghi in un porto sicuro.
Non solo, le delibere di un governo non possono contrastare la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati e il principio di non respingimento.
Intimando alla Sea Watch di riportare i migranti soccorsi in Libia, Matteo Salvini ha contraddetto quanto affermato dalla comunità internazionale, che ha spesso documentato le atrocità a cui vanno incontro i migranti che vengono intercettati dalla Guardia costiera di Tripoli. La Libia non è un porto sicuro non solo a causa della guerra civile che ormai da mesi ha investito il Paese, ma anche in quanto non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951.
Non assicura quindi la protezione internazionale a cui potrebbero aver diritto le persone al momento a bordo della Sea Watch.
Il ministro dell’Interno, decretando un diniego di attracco e incalzando per un ritorno verso la Libia, di fatto, sta violando l’articolo 33 della Convenzione, in cui si afferma il principio di non respingimento
Una pioggia di critiche per il Decreto sicurezza bis
È per questo motivo che il Decreto di Salvini è stato bocciato da Unhcr, Onu e Consiglio d’Europa, organizzazioni internazionali che hanno criticato le delibere del Viminale, prendendo invece le parti di chi ogni giorno si opera per garantire la salvaguardia delle vite umane in mare.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha sottolineato che le disposizioni del Decreto sicurezza “potrebbero penalizzare i soccorsi in mare di rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale, compresa l’introduzione di sanzioni finanziarie per le navi delle Ong ed altre navi private impegnate nel soccorso in mare. Salvare vite umane costituisce un imperativo umanitario consolidato ed è anche un obbligo derivante dal diritto internazionale. Nessuna nave o nessun comandante dovrebbe essere esposto a sanzioni per aver soccorso imbarcazioni in difficoltà “.
Le Nazioni Unite, quando il testo era ancora in fase di discussione, aveva richiamato l’Italia: “Esortiamo le autorità a smettere di mettere in pericolo la vita dei migranti, compresi i richiedenti asilo e le vittime della tratta di persone, invocando la lotta contro i trafficanti. Questo approccio è fuorviante e non è in linea con il diritto internazionale generale e il diritto internazionale dei diritti umani”. Era poi stata la volta del Consiglio d’Europa, che si era detto fortemente preoccupato per “l’atteggiamento del governo italiano nei confronti delle Ong che conducono operazioni di salvataggio nel Mediterraneo”, chiedendo agli Stati membri di interrompere qualsiasi collaborazione con la Libia, un luogo che non può essere considerato un Paese sicuro.
Non si può multare chi salva vite in mare
La capitana della Sea Watch, Carola Rackete, ha affermato di essere cosciente di quanto succederà se deciderà comunque di entrare nel porto di Lampedusa. Verrà accusata di favorire l’immigrazione clandestina. La sua nave verrà confiscata e arriverà una multa salata.
Infatti, il Decreto sicurezza afferma: “In caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane, notificato al comandante e, ove possibile, all’armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi, salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000. In caso di reiterazione commessa con l’utilizzo della medesima nave, si applica altresì la sanzione accessoria della confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare”.
Tuttavia, al tempo stesso la normativa italiana in materia di sanzioni specifica che non risponde della violazione chi sta adempiendo ad un dovere.
E il dovere di prestare soccorso rimane comunque in cima alla lista degli obblighi per qualsiasi natante.
In primis viene stabilito dall’Articolo 98 della Convenzione Unclos, firmata a Montego Bay, e dall’Articolo 10 della Sar, firmata invece ad Amburgo, che impongono al comandante della nave a salvare le persone che si trovano in mare in condizioni di pericolo, e condurle presso un place of safety, dove siano garantiti i loro diritti. Nemmeno l’accusa di operare a fianco dei trafficanti può far valere una sanzione, in quanto secondo il testo non sta commettendo infrazione “chi ha commesso il fatto nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità “: ammettendo anche il fatto che i migranti siano stati messi in condizioni di vulnerabilità in mare da parte di scafisti, come ha documentato un video dell’Agenzia Frontex appena qualche giorno fa, la necessità di salvare delle vite in pericolo deve essere riconosciuta prima di qualsiasi accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina.
(da FanPage)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
GIUDICI IPOCRITI E CON LA PANCIA PIENA HANNO MESSO IL SIGILLO ALL’INFAMIA
La sentenza di oggi è uno spartiacque, una data che segna un confine, un giudizio che pesa come un fardello, gravido di responsabilità morali.
Adesso anche la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo mette il suo sigillo all’infamia, rifiutando il ricorso della SeaWatch
Dal 12 giugno i profughi salvati dalle acque stanno in mezzo al mare. Da tredici giorni una mano lava l’altra e a nessuno importa nulla.
Da sei giorni un solo uomo, Don Carmelo La Magra, 38 anni, insieme ai suoi parrocchiani dorme sul sagrato di una chiesa per condividere in mondo solidale la condizione delle 42 persone — uomini e donne — che la vigliaccheria degli eurogoverni, e l’arroganza del nostro, hanno trasformato in carne da macello, lasciata a marcire sulle punte di una nave.
Che Salvini si danni l’anima per impedire a questi naufraghi di mettere piede a terra è fin troppo chiaro. Ma che adesso gioisca, perchè considera questa sentenza una avallo della sua politica, è una piccola infamia aggiuntiva per le belle animelle che pretendono di difendere i diritti umani, ma lo fanno con un moto di trasporto emotivo da impiegati del catasto che si applicano alle visite di una planimetria.
Perchè, poi, alla fine, il punto è sempre questo: in una scatola di latta in mezzo al mare, ci sono 42 persone senza approdo e senza prospettiva: molti sono giovani, molte sono donne, e tutte queste persone, che hanno rischiato la vita, non possono sbarcare.
Stanno al largo, sotto il sole dell’estate che picchia, e non è una bella vita. Dicono: non rischiano di morire, però. Si, certo, per ora, però sono in una condizione umana drammatica, e forse non ce ne accorgeremmo nemmeno, forse ce ne dimenticheremmo molto facilmente, se non ci fossero questi corpi che si mettono di mezzo bloccando l’ingranaggio dell’indifferenza.
Il corpo di un parroco e dei suoi fedeli, che hanno deciso di mettersi in parallelo con quelli di chi sta con la vita sospesa al largo. I colori di coloro che dicono: “Finchè non scendono loro, noi resteremo qui”.
Poi ci sono il coraggio di una donna — un giovane capitano donna di trent’anni, Carola Rakete — e del suo equipaggio. E poi, da stasera, c’è il nulla. O meglio: ci sono le pance piene e le coscienze belle dei politici a pancia piena che fanno la morale ma non muovono un dito.
Ma, da stasera, al corteo degli ignavi si è aggiunto anche il piccolo collegio di legulei che hanno voltato la testa da un lato.
Lo so, lo so, che il sentimento di opinione che apparentemente prevale nel nostro Paese è un altro: so che l’umore collettivo è quello di chi tende a dire chi se ne frega. So che adesso questo giudizio diventerà l’alibi di molti: come se scappare dalle carceri libiche non fosse una motivazione sufficiente per ottenere il diritto di asilo, riconosciuto da tutte le convenzioni internazionali.
Viviamo in un tempo barbaro in cui pietà l’è morta. Questa sentenza di oggi è uno spartiacque, una data che segna un confine, un giudizio che pesa come un fardello.
Ed è per questo che stasera stiamo con i cuori al fianco del vite sospese e al fianco di chi resiste: Don Franco, Carola — che minaccia di forzare il blocco e probabilmente lo farà domani -, i fedeli che si impongono le notti sul sagrato.
Perchè ci sono momenti in cui chi vince ha la forza, ma non la forza della ragione. I momenti bui, il tempo delle deportazioni, dei golpe e dei desaparecidos.
Eppure alla Corte europea dei sette nani bisognerebbe ricordare proprio questo. Che i diritti non possono essere cancellati.
E che le coscienza non possono essere spente a maggioranza semplice. Almeno finchè qualcuno troverà la forza di mettersi con il corpo dalla parte dei più deboli, anche senza sapere se si vince o si perde.
Luca Telese
(da TPI)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
IN PRATICA BISOGNA ASPETTARE CHE ENTRINO IN COMA O SI BUTTINO IN MARE, FORSE ALLORA I GOVERNI CRIMINALI NE RISPONDERANNO… IL GARANTE DEI DETENUTI PRESENTA ESPOSTO ALLA PROCURA DI ROMA PER “VERIFICARE SE CI SONO ASPETTI PENALI RILEVANTI NEL COMPORTAMENTO DEL GOVERNO ITALIANO”
La Corte europea per i diritti umani di Strasburgo, pur avendo respinto la richiesta delle persone a
bordo della Sea Watch 3, ha comunque “indicato al governo italiano che conta sulle autorità del Paese affinchè continuino a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave”. L’ha reso noto in un comunicato stampa la stessa Corte.
I ricorrenti, cioè il capitano della Sea Watch 3 e una quarantina di migranti, avevano invocato gli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione, chiedendo di essere sbarcati subito con un provvedimento provvisorio d’urgenza per poter presentare una richiesta di protezione internazionale. La Corte ha rivolto alcune domande alle parti e ha chiesto loro di rispondere lunedì 24 giugno. Al Governo è stato chiesto quante persone erano state già sbarcate dalla nave, il loro possibile stato di vulnerabilità , le misure previste dal Governo, nonchè la situazione attuale a bordo della nave.
Le domande rivolte ai richiedenti riguardavano le loro condizioni fisiche e mentali il loro possibile stato di vulnerabilità .
Oggi, dopo aver esaminato le risposte ricevute, la Corte ha deciso che non c’erano sufficienti motivazioni per chiedere al Governo italiano di applicare un provvedimento provvisorio di sbarco.
Tale provvedimento viene infatti concesso, precisa la Corte, “nei casi eccezionali in cui i richiedenti sarebbero esposti – in assenza di tali misure – a un vero e proprio rischio di danni irreparabili”.
L’esposto del Garante dei detenuti
I migranti a bordo in un video hanno parlato delle loro condizioni allo stremo, e hanno paragonato la loro permanenza a bordo della nave come una “prigione”.
Il Garante dei detenuti, che in un esposto alla Procura di Roma chiede una verifica su “eventuali aspetti penalmente rilevanti” nell’attuale blocco della nave. Il Garante, spiega una nota, “non può nè intende intervenire su scelte politiche che esulano dalla propria stretta competenza. Tuttavia, è suo dovere agire per fare cessare eventuali violazioni della libertà personale, incompatibili con i diritti garantiti dalla nostra Carta, e che potrebbero fare incorrere il Paese in sanzioni in sede internazionale“.
In particolare, l’Autorità ribadisce che “le persone e loro vite non possono mai divenire strumento di pressione in trattative e confronti tra Stati. Ritiene inoltre che la situazione in essere richieda la necessità di verificare se lo Stato italiano, attraverso le sue Autorità competenti, stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave”.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
“LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA NON HANNO PREZZO, QUALCUNO E’ FINITO SULLA CROCE PER QUESTO E NON AVUTO APPLAUSI”… “I SEDICENTI CATTOLICI CHE ISTIGANO ALL’ODIO NE RISPONDERANNO DAVANTI A DIO E ALLA LORO COSCIENZA”
“C’è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c’è sofferenza non posso voltare le spalle”: a parlare al Sir è il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento. La cosa “più logica” sarebbe far sbarcare le 42 persone ancora bloccate in acque internazionali sulla nave Sea-Watch 3 e poi decidere dove accoglierli: “L’Europa è così grande, non credo che così poca gente possa mettere in crisi un continente”.
Per il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, le leggi “dovrebbero essere fatte per rispettare gli uomini, invece a quanto pare ci dimentichiamo di avere davanti a noi degli esseri umani”.
E’ il suo commento alla vicenda della nave Sea-Watch 3 bloccata da dodici giorni in acque internazionali, al largo delle coste di Lampedusa, con 42 persone a bordo, alcuni dei quali in condizioni fisiche molto precarie a causa delle torture subite nei centri libici.
“Che esseri umani debbano vivere così, in attesa chissà di chi o cosa, soltanto perchè ci sono dei “no” mi sembra incomprensibile. Perchè va contro ogni logica: della sicurezza, della difesa… Si resta proprio senza parole.
E’ una società incattivita? Non riesce più a considerare l’altro, il diverso da sè, un essere umano?
Oramai stiamo cavalcando il cavallo dell’odio. La cosa più triste è che se una persona ha un’idea tutti possono permettersi il lusso di insultare, invece di avere un sereno confronto delle idee su qualsiasi argomento. Oggi ti intimoriscono perchè tu non parli però loro possono gridare. Ma questa è convivenza, società civile, cercare il bene comune? Ci stiamo incamminando verso la via della prepotenza e del far west. Quello che ha la pistola più veloce spara per primo.
Inoltre sui migranti vengono diffuse fake news a scopo di consenso.
Mi sembra assurdo dover massificare così la gente, le categorie di persone, gli esseri umani. La mia terra ha 155.000 migranti all’estero. Se avessero trovato porte chiuse cosa avrebbe significato per questa gente? Se dovessero rimandarli tutti indietro — qui non c’è lavoro, non ci sono industrie — come farebbero?
Intanto nella sua diocesi, il parroco di Lampedusa dorme da diverse notti sul sagrato per dimostrare solidarietà ai migranti della Sea-Watch e chiedere lo sbarco.
Ho mandato un messaggio, sono con loro. E’ una protesta silenziosa che non insulta nessuno. Ci si mette accanto a chi soffre. Il Vangelo ci insegna questo.
Il gesto del parroco ha colpito molto ed è stato imitato anche in altre località .
E’ chiaro. Il problema non è la critica, mi meraviglierei se non ci fosse. Noi abbiamo il dovere di vivere le beatitudini. Il Vangelo o lo prendo tutto o lo lascio tutto. Non posso scegliere solo le pagine che mi piacciono.
Però la comunità cattolica sul tema migranti è divisa: c’è chi non accetta proprio le pagine che invitano all’accoglienza dello straniero.
Ognuno dovrà vedersela con la propria coscienza. Escludere l’altro, che sia un profugo o il disabile o il povero o l’anziano, vuol dire costruire una società dell’esclusione.
Pochi fortunati che decidono mentre la maggioranza deve sottostare alle decisioni di pochi. Dove c’è un uomo che soffre là ci dobbiamo tutti fermare. Il Signore ha fatto scrivere la pagina del Buon Samaritano e davanti a quella dobbiamo interrogarci: e io?
Qual è il dunque il suo appello oggi?
C’è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c’è sofferenza non posso voltare le spalle.
Nemmeno altri Paesi europei hanno dimostrato disponibilità all’accoglienza.
Con queste vicende abbiamo avuto la prova di cosa è l’Europa. L’Europa non esiste. Se serve solo come banca è una cosa. Se invece deve unire delle nazioni allora può dichiarare fallimento, perchè non sta affrontando i problemi. Se ognuno pensa per sè perchè insistono tanto sull’Europa unita? La somma di tutti egoismi non fa mai una comunità .
Una soluzione potrebbe essere farli sbarcare a Lampedusa e poi decidere dove accoglierli?
Sarebbe la cosa più logica. L’Europa è così grande, non credo così poca gente possa mettere in crisi un continente. Saperli ripartire, magari non tutti vogliono stare in Italia perchè hanno parenti altrove. E’ possibile che non ci si riesce ad organizzare? Oramai il tema immigrazione è diventato un modo per non parlare di altri problemi. Ma questo non è costruire il futuro.
Il paradosso è che, in questo caso, stiamo parlando di 42 persone a fronte di 500 milioni di abitanti. Invece si usa sempre il termine invasione.
In Europa siamo stati tutti invasori e invasi. Mi chiedo se, a furia di stare solo tra noi, ce la faremo a sopravvivere? Se le statistiche sono vere ci dicono che nel 2050 saremo dai 7 ai 10 milioni in meno di italiani. Allora dovremo telefonare a questa gente e dire: venite, vi paghiamo il viaggio? Possibile che non vogliamo cominciare a costruire il futuro già da adesso?
Il problema è che, per effetto del decreto sicurezza bis, la nave rischia il sequestro e una multa molto salata.
Poi ci sarà il decreto ter e quater… faremo una somma di decreti, tutte forme più o meno pulite. Sono leggi che dicono: qui non devi mettere piede. Quando diciamo “aiutiamoli nella loro terra” chiediamoci cosa ha fatto l’Occidente per aiutarli.
Questo per dire che la legalità non sempre va di pari passo con la giustizia?
C’è stato qualcuno che per la verità è finito sulla Croce, non ha avuto applausi. Perchè la verità e la giustizia hanno sempre un prezzo alto. Anche la misericordia ha un prezzo alto.
Qual è il suo auspicio?
C’è da augurarsi che certe cose non succedano più.Io amo gli animali e li rispetto. Ma ho davanti agli occhi un poster con il volto di un cane e la scritta “Non mi abbandonare”. Perchè un uomo questa frase non può scriverla?
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
SI CHIUDE LA STALLA QUANDO I BUOI SONO SCAPPATI, MAI PRIMA
“Finchè non sarà chiarita la sua posizione, Giuseppe Caruso è sollevato da ogni incarico e non può
essere più membro di Fratelli d’Italia“: così Giorgia Meloni in una nota annuncia la sospensione del presidente del Consiglio comunale di Piacenza oggi arrestato per ‘ndrangheta perchè, secondo gli inquirenti, faceva parte dell’organizzazione criminale che operava tra le province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza e che aveva ai vertici soggetti considerati di primo piano come Salvatore Grande Aracri, Francesco Grande Aracri e Paolo Grande Aracri.
Dopo la notizia degli arresti la Meloni e Fratelli d’Italia sono stati in silenzio fino all’uscita della nota, dove però si fa sapere che “Il coinvolgimento di Giuseppe Caruso, anche se non legato alla attività politica ma al suo ruolo di funzionario dell’Agenzia delle Dogane che fa capo al Ministero dell’Economia, ci lascia sconcertati”, senza peraltro precisare se invece il ruolo di funzionario dell’Agenzia delle Dogane non abbia per caso contribuito al suo approdo in politica.
Di certo il presidente del consiglio comunale di Piacenza aveva le idee chiare su come aiutare la ‘ndrangheta.
A un altro indagato, secondo un’intercettazione dell’8 settembre 2015 agli atti dell’inchiesta Grimilde diceva “Perchè io ho mille amicizie, da tutte le parti, bancari… oleifici… industriali, tutto quello che vuoi… quindi io so dove bussare… quindi se tu mi tieni esterno ti dà vantaggio, se tu mi immischi… dopo che mi hai immischiato e mi hai bruciato… è finita”.
Nel dialogo intercettato Caruso, che secondo il Gip ha un ruolo “non secondario nella consorteria”, spiegava a Giuseppe Strangio che, in relazione alla funzione che all’epoca rivestiva all’ufficio delle Dogane di Piacenza, avrebbe dovuto cercare di mantenere un certo distacco da Salvatore (per gli inquirenti Salvatore Grande Aracri) perchè questi, come il padre Francesco, era controllato dalle forze dell’ordine.
Sarebbe quindi stato più utile per la consorteria, ricapitola il Gip, che Caruso non apparisse all’esterno come un associato, “al fine di poter agire nell’interesse del sodalizio con più efficacia”.
“Ultimamente — si legge nella conversazione di Caruso, intercettata — Salvatore stesso (sottinteso: mi dice) ‘stai a casa, lasciami stare, vediamoci poco’. Perchè? Perchè è giusto che sia così… nel senso che io dal di fuori se ti posso dare una mano te la do, compà , perchè al di fuori mi posso muovere… guardo, dico, se c’è un problema, dico: ‘stai attento’. Altrimenti, dopo che si viene ‘bruciati’, “la gente ti chiude le porte, la gente mi chiude le porte… che vuoi da me… se tu sei bruciato non ti vuole… hai capito quello è il problema… quindi allora se tu ci sai stare è così… loro invece a tutti i cani e i porci è andato a dire che io riuscivo… che a Piacenza io riuscivo a fare i libretti, le cose”.
E c’è anche altro. Mentre parlava con il fratello Albino, anche lui arrestato, era ancora più esplicito: “Io con Salvatore gli parlo chiaro, gli dico… Salvatò, non la dobbiamo affogare sta azienda, dobbiamo cercare di pigliare la minna e succhiare o no?”. Secondo il Gip Alberto Ziroldi, che ha per lui disposto la custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, Caruso con quelle parole stava “illustrando in modo assolutamente genuino quale fosse il reale intento e scopo dell’organizzazione criminale nell’aiutare la società Riso Roncaia Spa”.
In un altro passaggio dell’ordinanza, il giudice sottolinea come i fratelli Caruso abbiano fornito “in più occasioni la confessione stragiudiziale della loro appartenenza al sodalizio criminoso, comportandosi di conseguenza”.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
LA CASSA E’ NATA E HA SENSO SE RIMANE FUORI DAL PERIMETRO PUBBLICO, COSI’ LA SI INDEBOLISCE
La decisione del ministero dell’Economia, guidato da Giovanni Tria, di chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), controllata all’82,7%, la distribuzione di un dividendo aggiuntivo di 952 milioni di euro, è legittima ma allo stesso tempo pone una serie di problemi da non sottovalutare, tra cui la permanenza della stessa Cdp al di fuori del perimetro dell’amministrazione pubblica.
Vediamo perchè.
Essendo la richiesta del dividendo arrivata esplicitamente dal Tesoro — come tra l’altro recita il comunicato stampa della Cdp — ed essendo il miliardo destinato esplicitamente a contenere il deficit pubblico, insieme ad altre risorse che il ministero di Tria sta cercando di raggranellare in questi giorni, implicitamente si sta mettendo a rischio una delle caratteristiche che ha contraddistinto la Cassa da metà degli anni Duemila fino a oggi: la sua permanenza al di fuori dal recinto del bilancio pubblico.
Una connotazione che permette alle sue attività e passività di non essere incluse nel conteggio del debito pubblico e che ha consentito, in più di un’occasione, di trasferire partecipazioni importanti dal Mef alla Cassa destinando il corrispettivo all’abbattimento del debito pubblico.
L’attuale architettura della Cdp era stata pensata dal ministro Tremonti agli inizi degli anni Duemila: una Spa controllata dallo Stato (Mef ha l’82,7%), con la presenza nell’azionariato delle fondazioni bancarie a segnalare un baluardo di mercato alla sua gestione, il tutto posto al di fuori dell’amministrazione pubblica.
Applicando anche all’Italia l’esempio della francese Caisse des Dèpot et Consignations e della tedesca Kfw che, benchè controllate al 100% dallo Stato venivano considerate entità esterne all’amministrazione pubblica e quindi non contribuivano a peggiorare i parametri del debito pubblico.
Un beneficio molto utile per due paesi che si apprestavano a sforare il 3% di rapporto deficit/pil senza però incorrere nelle procedure di infrazione che al contrario oggi si stanno abbattendo sull’Italia.
Dunque con la Cdp incastonata in un delicato equilibrio fatto di controllo pubblico e comportamenti privati e di ‘mercato’, anche per non incorrere negli strali degli aiuti di stato, bassa patrimonializzazione ma rispetto volontario delle regole di Basilea per le banche, il Tesoro nel corso degli ultimi 15 anni ha condotto una serie di operazioni che hanno portato al trasferimento di asset fuori dal suo perimetro ricevendo in contropartita dalla Cassa risorse finanziarie che sono andate ad alleviare la montagna del debito pubblico.
Così fu per le dotazioni iniziali di azioni di Eni, Enel, Stm, Terna che uscirono dal recinto del Tesoro e così fu anche nel 2012, sotto il governo Monti e con Vittorio Grilli ministro dell’Economia, quando il Tesoro trasferì a Cdp un pacchetto di attività formato da Sace, Simest e immobili del valore di 10 miliardi.
Tornando a oggi, il blitz del Tesoro volto a convocare in fretta e furia un’assemblea di Cdp per deliberare un dividendo aggiuntivo da circa un miliardo rispetto a quello già importante di 1,55 miliardi distribuito a maggio, rischia di mettere a rischio il fragile castello costruito negli anni intorno alla Cassa e offrendo un’arma di potenziale revisione a Eurostat che aveva certificato la bontà dell’architettura ai tempi di Tremonti.
La destinazione delle risorse a riduzione del deficit, infatti, su richiesta diretta del Mef, può rappresentare la prova che Cdp non è effettivamente estranea ai conti dell’amministrazione pubblica.
E anche la tempistica molto stretta tra la richiesta e la necessità di far quadrare i conti della prossima manovra di bilancio mette in stretta correlazione il bilancio della Cdp con i conti pubblici.
A ben vedere il Tesoro poteva anche battere un’altra strada se voleva ‘estrarre’ benefici finanziari dalla partecipata Cdp. Come è noto, infatti, la Cassa deposita circa 160 miliardi di risparmio postale presso il conto corrente di tesoreria, ai fini di stabilizzazione del debito pubblico.
Il rendimento di questo conto corrente è stato innalzato durante il governo Renzi e con Padoan ministro del Tesoro, pur in un periodo di tassi calanti, per consentire alla Cdp di avere munizioni adeguate a gestire partite importanti, dalla Saipem, al fondo Atlante per il salvataggio delle banche a Open Fiber.
La remunerazione del c/c tesoreria è il vero bazooka nel bilancio della Cassa la quale da una parte deve pagare alle Poste una commissione di collocamento dei propri strumenti finanziari ai risparmiatori postali, pari a circa lo 0,6%; dall’altro lucra il rendimento garantito dal Tesoro frutto di un tratto di penna del ministro.
Poichè i tassi di interesse sono ancora ai minimi e rimarranno bassi ancora per molto, come annunciato da Draghi, il ministro Tria poteva ridimensionare il proprio esborso per interessi abbassando la remunerazione del conto corrente di tesoreria.
Ma evidentemente questa mossa avrebbe mostrato i suoi benefici a partire dall’anno prossimo mentre il ministro ha bisogno di soldi subito per far quadrare i conti della prossima legge di Bilancio. Di qui l’incursione diretta sul dividendo che però lascia le impronte digitali del Tesoro sparse ovunque.
Vi è poi una seconda questione da segnalare: è noto che i rapporti personali tra il vertice della Cassa, formato dal presidente Massimo Tononi (indicato dalle Fondazioni bancarie azioniste con il 15,9%) e dall’amministratore delegato Francesco Palermo (indicato, dopo un duro braccio di ferro con la Lega, dal Movimento 5 Stelle) e la struttura del Mef capitanata dal ministro Tria, non siano tra i più fluidi.
Anzi, le occasioni di scontro si sono susseguite nei mesi scorsi, tanto che più volte sono state ipotizzate dimissioni in segno di protesta, come dimostrano anche gli svariati tentativi (almeno quattro) di nominare il nuovo vertice della Sace, al momento ancora senza esito positivo.
Quindi la scelta di far pagare quasi un miliardo di dividendo straordinario dalla Cdp al Tesoro può anche essere interpretato come un segnale della volontà di togliere munizioni importanti dal tavolo di Palermo e per via indiretta al M5s i quali vorrebbero invece la Cassa sempre più impegnata, anche finanziariamente, a risolvere alcune importanti partite industriali, da Tim ad Alitalia.
Nelle prossime settimane si potranno misurare meglio le conseguenze di questa scelta e se vi saranno interventi di qualche tipo da parte di Eurostat o Bruxelles.
(da “Business Insider“)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
PRIMA PROVOCA E MINACCIA LE DONNE, POI SCAPPA
Un giovane e “coraggioso” omofobo ha tentato di intrufolarsi nel corteo del Pride di Bologna di
sabato scorso. Le cose però non sono andate come sperava (in realtà non è nemmeno chiaro cosa sperasse di ottenere) perchè è stato allontanato senza che nessuno si facesse del male.
O meglio, è stato messo in fuga da un gruppo di manifestanti che non ha dovuto nemmeno sfiorarlo.
Eppure il nostro eroe era lì per fargliela vedere a quegli invertiti e a quelle pervertite del Pride. Una volta individuato e costretto a rifugiarsi sotto i portici il prode difensore della famiglia naturale non ha certo smesso di minacciare e insultare i presenti prendendosela in particolare con le donne.
Il tutto mentre una piccola folla di persone gli urlava “scemo, scemo”.
Ad un certo punto ha anche puntato contro una delle ragazze che lo fronteggiavano invitandola a fare a pugni. Perchè naturalmente picchiare una donna è il massimo del machismo.
Quando però gli si sono fatti sotto due uomini barbuti il simpatico omofobo prima ha rifilato un buffetto sulla guancia, uno di quelli che non fanno nulla e poi se l’è data a gambe levate lungo i portici, rincorso da un tale che brandiva come unica arma un ombrello arcobaleno (quel giorno a Bologna ha piovuto molto).
Non una ritirata virile e maschia, ma una fuga precipitosa perchè dopo aver preso di mira una ragazza un uomo si è fatto avanti dicendo “ma che cazzo fai”.
È possibile che l’anonimo omofobo non si fosse reso davvero conto di essere circondato da una folla di persone e che pensasse di poterne uscire con onore.
Quando si è messo a scappare sotto i portici però non sembrava molto preoccupato di uscirne in maniera onorevole quanto di non prenderle.
Forse la prossima volta imparerà che è molto più semplice rispettare le preferenze sessuali altrui. Molti poi hanno notato che quando sono da soli e non assieme al branco generalmente questi sgradevoli personaggi sono poco propensi a sfoggiare tutte le loro abilità belliche.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
IL MUTUO DA 600 MILIONI CONCESSO DALLA BANCA DI SAN MARINO CON GARANZIE ZERO
Prima che la tempesta giudiziaria li levasse di torno, Armando Siri ed Edoardo Rixi erano i gemelli del goal del Capitano Matteo Salvini.
Poi uno dei due è stato acquistato dalla procura di Roma e l’altro dal tribunale di Genova e così la coppia di governo è scoppiata.
Ma rimane l’amore, direbbero i sentimentali.
E infatti il Fatto Quotidiano ci fa oggi sapere qualcosa sulla strana storia del mutuo di Siri a San Marino — perchè ci venne finanziato il 100% dell’immobile e perchè non c’erano le garanzie — sulla quale adesso c’è l’ipotesi di autoriciclaggio:
È autoriciclaggio l’ipotesi di reato contestata nell’indagine della Procura di Milano sul caso dell’acquisto da parte dell’ex sottosegretario leghista Armando Siri di una palazzina a Bresso, nel Milanese, attraverso un mutuo di 585 mila euro acceso con una banca di San Marino. L’inchiesta è ancora agli inizi e sarebbe a carico di ignoti, quindi senza indagati.
Al centro della vicenda c’è la compravendita da parte di Siri di una palazzina per la figlia a Bresso grazie a un mutuo di circa 600 mila euro concesso “senza garanzie” dalla Banca Agricola Commerciale di San Marino.
Una compravendita alla quale la trasmissione Report oltre un mese fa ha dedicato una puntata e che la Banca d’Italia ha incasellato come operazione sospetta e “girato” alla Guardia di Finanza che ha redatto un’informativa.
L’ex sottosegretario della Lega non è indagato per questa vicenda, mentre è sotto inchiesta a Roma per corruzione per aver tentato di promuovere provvedimenti per favorire l’imprenditore Paolo Arata in cambio di 30 mila euro, dati o promessi.
(da “NextQuotidiano”)
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