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ULTIMO TANGO A POMIGLIANO: DI MAIO ORMAI E’ UN CAPO POLITICO FINITO

Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile

IL LEADER GRILLLINO E’ DIVENTATO CONTE

Il MoVimento 5 Stelle è una cosa strana. Qualche sera fa l’assemblea parlamentare ha dato “per acclamazione” il mandato a Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva per condurre una trattativa con il Partito Democratico.
Ma Luigi Di Maio è il Capo Politico, lui che fa? Di Maio rema contro, e non perchè ha cuore l’interesse del Paese o quello del suo partito, ma perchè è preoccupato di rimanere tagliato fuori.
Ieri l’assemblea portavoce dei portavoce pentastellati si è riunita di nuovo, ma il vicepremier non si è fatto vedere. Perchè? Nei gruppi parlamentari del M5S sta montando la fronda contro Di Maio, con gli eletti che vorrebbero il vicepremier e i ministri Bonafede e Fraccaro fuori dal nuovo governo.
Per tutta la giornata di ieri invece Di Maio ha puntato i piedi chiedendo un ministero importante (si è detto del Viminale o della Difesa) e il ruolo di vicepremier. L’insofferenza nei confronti del Capo Politico, considerato responsabile dei disastri elettorali ma salvato da un voto su Rousseau è tanta.
A difenderlo ci sono però quelli che vorrebbero una riedizione del governo gialloverde, in testa Alessandro Di Battista (che però è fuori dal Parlamento e dagli incarichi di vertice del M5S).
Se il Partito Democratico ha accettato la possibilità  di un Conte-bis è Di Maio che non vuole essere tagliato fuori. «Non accetto di essere umiliato così e non accetto che lo sia il Movimento. Conte è un premier terzo, io sono il capo politico del M5S che deve entrare nell’esecutivo come vicepremier», avrebbe detto durante una telefonata con il Segretario del PD Nicola Zingaretti.
Il capo politico non si accontenta del Ministero della Difesa, vuole essere vicepremier, un ruolo dove negli ultimi 14 mesi non ha certo brillato per acume politico e competenza.
E il motivo è chiaro: lasciare Conte da “solo” a Palazzo Chigi significa cedere potere all’Avvocato del Popolo che potrebbe così continuare a scalare il partito, forte anche dei consensi che i sondaggi accreditano alla sua persona.
Dall’altra parte continua a levarsi il canto delle sirene leghiste che promettono a Di Maio la premiership e non vogliono Conte a Palazzo Chigi in caso di ritorno del M5S con la Lega (come vorrebbe proprio il fratello Dibba).
Giuseppe Conte è riuscito nella manovra politica di presentarsi come il “nuovo”, anche se in questi quattordici mesi esattamente come Di Maio ha avallato le peggio schifezze in salsa leghista, addirittura auto-accusandosi per il caso Diciotti per salvare Salvini. D’altro canto invece Di Maio, acciaccato dalle molte sconfitte elettorali (Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata e la batosta delle europee) appare sempre di più come un leader bollito.
Alla tenera età  di 32 anni è naturale che il grillino rampante non abbia alcuna intenzione di abbandonare la scena politica o fare un passo indietro. Men che meno di accettare il fatto che Conte non è più una figura “terza” ma un esponente del M5S a tutti gli effetti e quindi non necessità  di un doppio vicepremier.
Le conseguenze per Di Maio sono disastrose: non è più il Capo Politico che concede il potere a Conte, è Conte che sta per diventare il vero Capo Politico del M5S.
Eppure un vero leader è anche quello che è in grado di capire quando è il momento di mollare e cedere su personalismi che non fanno bene nè al partito nè al Paese, visto che condizionano la nascita del Governo.
Di Maio tratta con il PD sulle poltrone, proprio lui che fa parte del partito degli anti-poltronari, e lo fa da una posizione di forza. Ma quella forza non gli appartiene perchè un capo politico che non gode della fiducia del suo stesso partito non ha le spalle sufficientemente coperte per farlo.
Salvini voleva i pieni poteri, Di Maio ha coltivato il sogno di mantenere il potere che già  aveva ma è Conte che alla fine raccoglie attorno a sè il consenso dei parlamentari del MoVimento.
Certo, ora (FORSE) si voterà  su Rousseau, una soluzione gradita a Di Maio che la userà  per raffreddare lettera d) dell’articolo 4 dello Statuto del M5S lo scontro interno al M5S e togliere il potere decisionale dalle mani dei gruppi parlamentari che gli sono diventati ostili e che infatti hanno visto la mossa come un tentativo di esautorare la democrazia parlamentare (del resto è il Parlamento che dà  la fiducia al nuovo esecutivo, non poche migliaia di iscritti ad un sito).
Anche sul fatto che gli iscritti di Rousseau possano avere l’ultima parola non è del tutto vero. Ai sensi della «il Garante o il Capo Politico possono chiedere la ripetizione della consultazione, che in tal caso s’intenderà  confermata solo qualora abbia partecipato alla votazione almeno la maggioranza assoluta degli iscritti ammessi al voto».
Insomma non è mica vero, e il Capo Politico (cioè Di Maio) può sempre sparigliare le carte. Ma sono le ultime che gli rimangono da giocare.
Anche a Pomigliano — racconta il Mattino — ormai i suoi concittadini non lo sostengono più come un tempo. Il parroco prega per lui «affinchè faccia le cose giuste» e citando San Pietro lo esorta a «governare come colui che serve, che deve lavorare per il bene di tutti». Chi ha orecchie per intendere, intenda.

(da “NextQuotidiano”)

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GLI ELETTI M5S VOGLIONO DI MAIO, BONAFEDE E FRACCARO FUORI DAL GOVERNO

Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile

E IERI SERA DI MAIO NON SI E’ PRESENTATO ALL’ASSEMBLEA DEI PARLAMENTARI PER EVITARE DI ESSERE CONTESTATO

Ieri Luigi Di Maio non si è presentato all’assemblea degli eletti del MoVimento 5 Stelle, preferendo restarsene con i fedelissimi Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede a trattare al telefono con Zingaretti sul suo posto nel governo M5S-PD.
Federico Capurso sulla Stampa racconta il periodo non felicissimo dell’Indiscusso Capo Politico M5S:
Il nodo della nomina di vicepremier e ministri è il terreno di battaglia più aspro perchè è lì, nella trattativa sui nomi, che le sempre più folte truppe di oppositori di Di Maio vedono il tentativo del loro capo di salvare se stesso. Mentre il desiderio è quello di vederlo in un ruolo minore, se vorrà  rimanere nel governo. E una volta chiuso l’accordo, depotenziarlo all’interno del partito.
Da una parte mettendo in soffitta gli uomini a lui più vicini, tra cui Pietro Dettori, Alessio Festa e Cristina Belotti; dall’altra, affiancandogli un direttorio allargato, costruito sulla falsariga dei vertici di questi giorni, quando insieme ai capigruppo di Camera e Senato si sono seduti al tavolo i capigruppo delle commissioni parlamentari.
La corrente interna che spinge per cancellare il nome di Di Maio dalla rosa degli aspiranti vicepremier si sta ingrossando e ha abbandonato quell’inedia coltivata nei 14 mesi di convivenza con la Lega. Adesso c’è spirito di iniziativa.
Tanto da avviare, in questi giorni, vere e proprie trattative parallele con gli uomini del Pd. Con alcune telefonate intercorse nelle ultime ore è stato avviato un lavoro silenzioso per portare l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli al ministero dell’Interno, la poltrona sulla quale si diceva avesse posato gli occhi il capo politico del Movimento.
E si cercano convergenze con i nuovi alleati per evitare che il ruolo di vicepremier, qualora Pd e M5S ne chiedessero uno per parte, venga ricoperto proprio da Di Maio o da uno dei suoi due uomini di fiducia, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.

(da “NextQuotidiano”)

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GOMMONE DI BAMBINI ALLA DERIVA SOCCORSO DALLA MARE IONIO, SEI ERANO GIA’ ANNEGATI, SALVATI 98 NAUFRAGHI

Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile

MI RACCOMANDO, INFAMI, VIETATE L’INGRESSO A LAMPEDUSA ANCHE A QUESTI “PRESUNTI MINORENNI” PERICOLOSI PER LA SICUREZZA NAZIONALE

Ancora bambini in mezzo al mare, a rischio della loro vita mentre sono stati bloccati i voli degli aerei delle organizzazioni umanitarie che dall’alto pattugliano in cerca di naufraghi.
Un gommone in avaria pieno di bambini sotto i dieci anni (molti anche di pochi mesi) è stato soccorso infatti   questa mattina dalla Mare Jonio, la nave della piattaforma umanitaria italiana Mediterranea.
“Siete arrivati appena in tempo. Il gommone stava per collassare, la scorsa notte ha cominciato a sgonfiarsi. Un’onda l’ha piegato e molti di noi sono caduti in acqua. Sei di noi non sapevano nuotare e sono morti”, hanno detto i migranti.
Il salvataggio è avvenuto all’alba, a circa 70 miglia a Nord di Misurata. Avvistati sul radar alle prime luci del giorno, i migranti – in tutto erano   98, provenienti da Costa D’avorio, Camerun,Gambia e Nigeria –   sono stati trasportati tutti a bordo del rimorchiatore dopo un’operazione durata più di due ore.
“Abbiamo individuato il loro gommone, sovraffollato – informa la ong – alla deriva e con un tubolare già  sgonfio con il nostro radar, e per fortuna siamo arrivati in tempo per portare soccorso”, che è stato completato alle 8.35 di questa mattina.
E adesso l’imbarcazione umanitaria, che ha immediatamente contattato le autorità  italiane, sta navigando alla velocità  di otto nodi verso Nord Ovest.
Dopo un iniziale approssimativo censimento risultano a bordo 26 donne di cui 8 incinte, e 22 bambini sotto i dieci anni. In piu sono stati individuati 6 minori non accompagnati. I numeri sono ancora provvisori.
A seguito di una prima visita del medico di bordo, la dottoressa Donatella Albini, sono stati individuati casi di ipotermia e malessere soprattutto tra i bambini.
Molti ospiti avevano segni evidenti di tortura (le donne anche mutilazioni genitali) nonchè parecchie ustioni sul corpo dovute al prolungato contatto con la benzina. I migranti hanno raccontato di essere partiti tre giorni fa e di aver trascorso almeno due notti a bordo del gommone.
“Restiamo ora in attesa di istruzioni dal centro di coordinamento marittimo italiano, cui ci siamo riferiti mentre ancora il salvataggio era in corso, in quanto nostro Mrcc di bandiera” , hanno detto dalla Mare Ionio.
“La Libia non è un porto sicuro, dateci istruzioni rispettose delle normative, e intanto fanno rotta verso nord ovest dove si trova Lampedusa

(da agenzie)

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TUTTI NON NE POSSONO PIU’ DI DI MAIO: E’ LUI A METTERE I BASTONI TRA LE RUOTE AL NUOVO GOVERNO CONTE

Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile

TRA RIVENDICAZIONI E TRAPPOLE IN UN DELIRIO DI PRESUNZIONE E ARROGANZA

Nei panni del sabotatore di un governo tra grillini e Pd, Luigi Di Maio non si riconosce.
Eppure, negli ultimi giorni sono cresciuti i sospetti che sia proprio lui, orfano dell’alleanza con Matteo Salvini, a mettere i bastoni tra le ruote a un nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte.
Forse non ha capito, o magari ha capito tutto. Ma la sensazione è che non si sia accorto che la crisi di Ferragosto aperta dal suo ex alleato era un campanello di allarme anche per lui; oppure che non voglia rassegnarsi all’evidenza.
Di certo, Di Maio ha continuato a parlare e a muoversi come se non si fosse aperta una fase nuova: dentro e fuori dal M5S.
Al punto che è sembrata la sua ultima battaglia per sopravvivere: personale, prima che politica. Nell’incontro a quattr’occhi dell’altra sera col segretario del Pd, Nicola Zingaretti, gli ha chiesto senza troppi complimenti Viminale e vicepremierato: cariche da agitare come simbolo del suo immutato potere.
Per alcune ore ha bloccato la trattativa, provocando malumori nello stesso Movimento. E ancora ieri non era chiaro se la voglia di conservare almeno il ruolo di vicepremier ritarderà  un’operazione già  complicata.
Il Pd ha deciso di trattare direttamente con Conte.
E da Palazzo Chigi è arrivata la precisazione che ha smentito la vulgata grillina secondo la quale Di Maio non aveva chiesto nulla. «In presenza del premier Conte», hanno riferito fonti della presidenza, «non è mai stata avanzata la richiesta del Viminale per Di Maio».
Come dire: se lo ha fatto in altra sede non possiamo saperlo.
Di Maio sembra deciso a rimanere nell’esecutivo battendosi contro un ridimensionamento; e con la macchia di chi ha dimezzato i voti del M5S alle Europee, dopo la grande vittoria alle Politiche del 2018.
Chi continua a sostenerlo dice che «nel governo Luigi ci deve stare. Altrimenti il Movimento si spacca».
Avversari come Roberta Lombardi sussurrano velenosamente: «Sono sicura che il nostro capo politico non antepone se stesso al Paese…».
Eppure, era da dicembre che i vertici lo vedevano affaticato dal doppio incarico di ministro e «segretario» del M5S; e ossessionato dal protagonismo leghista.
L’ascesa progressiva di Conte è stata figlia di un calcolo: «Luigi» si fa mangiare in testa da Salvini. Va puntellato. Formalmente reggeva lo schema dei «dioscuri» che dettavano l’agenda al premier.
In realtà , era cominciata un’emancipazione dai due contraenti del populismo di governo. «Se cade Conte, cadono anche Di Maio e Salvini», si sentiva dire a Palazzo Chigi all’inizio del 2019. E il successo in extremis nelle due trattative con la Commissione europea sui conti pubblici ha fornito al premier credito internazionale.
Di Maio e il suo alter ego leghista, invece, hanno continuato a sottovalutare la proiezione continentale: sebbene Di Maio abbia appoggiato Conte quando ha contribuito in modo decisivo all’elezione della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Tutto è stato oscurato dalle continue liti e rappacificazioni tra i due vice, col portavoce grillino Rocco Casalino che confessava di essere «geloso del rapporto profondo tra Luigi e Matteo». Quando però a ridosso di Ferragosto si è consumata la crisi in Senato, Di Maio è sembrato una comparsa enigmatica.
Salvini, a destra di Conte, scuoteva la testa e mandava bigliettini, annichilito dalle bordate di quell’«avvocato del popolo» scelto per ubbidire e eseguire; e trasformatosi di colpo in un nemico, interlocutore del Quirinale e delle cancellerie.
Quando ieri il capo leghista ha definito Conte e il suo possibile esecutivo «un governo di Mario Monti bis», non sapeva di fargli un complimento involontario.
Ma quella definizione maliziosa ha confermato anche che non sarà  lui a prendere in mano i Cinque Stelle; che la leadership di Di Maio sarà  risucchiata sempre più all’esterno dell’esecutivo, tra tensioni interne crescenti.
In fondo, il suo tentativo di prendersi il Viminale mirava a perpetuare vecchi rapporti di forza. Inseguiva il miraggio di recuperare milioni di voti «facendo come Salvini». Sarebbe stata la vendetta per il «tradimento» del leader leghista
Lo strappo del Carroccio ha sgualcito anche il vicepremier grillino. Ha reso velleitaria l’opa sul ministero dell’Interno: quasi fosse un piedistallo per moltiplicare i voti, e non un dicastero di garanzia da proteggere dal sospetto di essere al servizio di un leader.
La richiesta di crisi, elezioni e pieni poteri da parte di Salvini, a guardare bene, è l’equivalente dell’ipoteca di Di Maio sul futuro governo.
Errori di valutazione simmetrici; e elementi di riflessione su quanto possa essere effimero e volatile il potere dei populisti perfino nell’era dei populismi.

(da “il Corriere della Sera”)

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