Destra di Popolo.net

IL GIUDICE DI MATTEO: “LE RIVELAZIONI DI GRAVIANO SU BERLUSCONI? QUANDO LO DICEVO IO MI DIEDERO DEL FANATICO”

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

“RICOSTRUITI RAPPORTI STABILI E DURATURI TRA BERLUSCONI E COSA NOSTRA, SEMBRA CHE IN QUESTO PAESE CERTE COSE NON POSSANO NEMMENO ESSERE RICORDATE”

In merito alle nuove dichiarazioni di Giuseppe Graviano, il boss mafioso che ha deciso di parlare oggi dopo tanti anni di silenzio su Berlusconi, sono state così commentate dal consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura Antonino Di Matteo, ex pm del processo trattativa Stato-Mafia: “Non entro nel merito delle nuove dichiarazioni di Giuseppe Graviano. È certo, però, che anche nella sentenza definitiva di condanna del senatore Marcello Dell’Utri sono stati ricostruiti rapporti stabili e duraturi tra Berlusconi e Cosa nostra. Sembra che in questo Paese certe cose non possano nemmeno essere ricordate e che chi si ostina a farlo sia destinato, come è capitato a me ed ai miei colleghi, per queste indagini, ad essere additato come un visionario fanatico”.
Le intercettazioni tra Graviano e il boss Umberto Adinolfi furono depositate al processo sulla trattativa Stato-mafia.
Secondo i pm che rappresentavano l’accusa del dibattimento ”le parole del boss di Brancaccio evocano un rapporto di natura paritaria con Berlusconi”.
”In quelle intercettazioni tutti i riferimenti portano a Berlusconi, una persona che aveva deciso di entrare in politica – avevano ribadito i pm in aula – Graviano dice che Berlusconi nel 1992 voleva scendere in politica tramite Dell’Utri, e poi ancora dice ‘ci vorrebbe una bella cosa’ e ‘mi ha chiesto sta cortesia’. Nel proseguo Graviano dice che a causa del suo arresto non hanno potuto definire gli accordi”.

(da Globalist)

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IL BOSS GRAVIANO: “VIDI BERLUSCONI ALMENO TRE VOLTE DA LATITANTE, GIA’ NEL 1992 DISSE A MIO CUGINO DELLA DISCESA IN CAMPO”

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

PARLA IL BOSS MAFIOSO AL PROCESSO: “VENTI MILIARDI DI LIRE CON IL 20%”

“Nel dicembre 1993, mentre ero latitante, incontrai Berlusconi a Milano. Berlusconi sapeva come mi chiamavo. E sapeva che ero latitante da dieci anni. Alla riunione ha partecipato anche mio cugino Salvo e con Berlusconi c’erano persone che non conoscevo. Dovevamo discutere dell’ingresso di alcuni soci nelle società  immobiliari di Berlusconi”.
A rivelarlo, deponendo in videoconferenza al processo sulla ‘ndrangheta stragista a Reggio Calabria, è il boss mafioso Giuseppe Graviano che ha deciso di parlare oggi dopo tanti anni di silenzio su Berlusconi.
I due si sarebbero incontrati, non una ma tre volte. Il capomafia ricostruisce i contatti della sua famiglia con l’imprenditore. E parla di un’ingente somma di denaro: “Venti miliardi di lire con il venti percento. Mio nonno si rivolge a mio papà  e mio papà  dice: io non faccio queste cose”, dice il boss, che poi precisa: “Quindi quando Di Carlo dice che mio papà  aveva queste società  a nord Italia dice una bugia: era mio nonno”. E ancora: “Fu mio nonno ad avere i contatti con gli imprenditori milanesi. Poi, quando è morto mio padre, mi prese in disparte e mi disse ‘Io sono vecchio e ora te ne devi occupare tu’. Poco dopo mio nonno, che aveva più di 80 anni, morì”.
Gli incontri. La ricostruzione continua: “Verso la fine del 1993 – spiega rispondendo alle domande del pm Giuseppe Lombardo – si tenne una riunione a Milano 3, per regolarizzare questa situazione. Siccome Berlusconi aveva detto di sì mio cugino ha detto di andare a incontrarlo. ‘Vediamo che intenzioni ha’, disse, ed così è stato fissato l’appuntamento a Milano 3. Fino a quel momento questi soggetti che dovevano entrare in affari con Berlusconi non apparivano”.
“In quell’occasione fu programmato un nuovo incontro, per febbraio, ma io il 27 gennaio 1994 venni arrestato a Milano. un arresto anomalo…”, dice ancora Graviano.
Poi il riferimento al periodo di latitanza: “Io ho condotto la mia latitanza nel milanese tra shopping in via Montenapoleone e teatri, insomma facevo la bella vita”.
L’annuncio della discesa in campo. Berlusconi, secondo Graviano, disse a un esponente della famiglia che aveva intenzione di entrare in politica: “Già  nel 1992 Berlusconi annunciò a mio cugino Salvo che voleva entrare in politica”. “Io non lo incontrai – dice – ma lo incontrò mio cugino Salvo a cui Berlusconi parlò di questo progetto di entrare in politica”.
La difesa di Berlusconi: “Affermazioni prive di fondamento”. Niccolò Ghedini, legale di Silvio Berlusconi, smentisce categoricamente le affermazioni del boss: “Sono prive di fondamento”, accusandolo poi di avere “astio” nei confronti del Cav a causa delle leggi contro i mafiosi approvate durante il Governo Berlusconi.
“Le dichiarazioni rese quest’oggi da Giuseppe Graviano sono totalmente e platealmente destituite di ogni fondamento, sconnesse dalla realtà  nonchè palesemente diffamatorie. Si osservi che Graviano nega ogni sua responsabilità  pur a fronte di molteplici sentenze passate in giudicato che lo hanno condannato a plurimi ergastoli per gravissimi delitti”. Lo precisa Niccolò Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi e parlamentare di Forza Italia.
“Dopo 26 anni ininterrotti di carcerazione, improvvisamente -sottolinea Ghedini- il signor Graviano rende dichiarazioni chiaramente finalizzate ad ottenere benefici processuali o carcerari inventando incontri, cifre ed episodi inverosimili ed inveritieri. Si comprende, fra l’altro, perfettamente l’astio profondo nei confronti del presidente Berlusconi per tutte le leggi promulgate dai suoi governi proprio contro la mafia. Ovviamente saranno esperite tutte le azioni del caso avanti l’autorità  giudiziaria”.

(da “Huffingtonpost”)

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COS’E’ IL “LODO CONTE BIS”: L’ACCORDO SULLA PRESCRIZIONE CHE HA DIVISO LA MAGGIORANZA

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

PREVEDE LA DISTINZIONE TRA CONDANNATI E ASSOLTI CON LO STOP DEL DECORRERE DELLA PRESCRIZIONE SOLO PER I PRIMI E UNA SOSPENSIONE BREVE PER I SECONDI

Alla fine l’accordo sulla prescrizione è stato raggiunto, ma ha avuto come effetto quello di spaccare la maggioranza. A dire sì al cosiddetto “Lodo Conte bis” sono stati Pd, M5s e LeU. È mancato, invece, l’appoggio di Italia Viva.
L’accordo — che è stato chiamato “Conte bis” non in riferimento al presidente del Consiglio, ma all’avvocato Federico Conte, deputato di LeU — stabilisce una distinzione tra condannati e assolti con lo stop del decorrere della prescrizione solo per i primi.
Nel dettaglio, per gli assolti in primo grado, la prescrizione continua a correre; per i condannati si ferma dopo il primo grado di giudizio mentre il processo va avanti.
Se il condannato subisce una nuova condanna, la prescrizione si blocca in maniera definitiva.
Se viene assolto (ed è questa la grande novità ), può recuperare i termini di prescrizione rimasti nel frattempo bloccati.
In altre parole, il blocco scatterebbe, in via definitiva, solo per la doppia condanna, in primo e in secondo grado di giudizio.
Intanto lunedì 10 febbraio dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri la riforma del processo penale. L’ipotesi più accreditata è che la riforma sulla prescrizione, già  in vigore, venga modificata subito con un decreto legge (che contenga il nuovo accordo Pd—M5s-LeU) o al massimo venga introdotta con il decreto Milleproroghe, soluzione che però sembra essere più difficile.
Ma i renziani non ci stanno e chiedono il rinvio di un anno, a gennaio 2021 della riforma sulla prescrizione. Dunque, il lodo Annibali da votare alla Camera, nel decreto Milleproroghe, oppure il ritorno della legge del forzista Enrico Costa, che cancellerebbe del tutto la riforma di Bonafede.
La battaglia si giocherà  soprattutto in Senato dove l’esecutivo giallorosso rischia di non avere la maggioranza senza i voti di Italia Viva.
«Il Pd ha mollato Orlando e il riformismo (una sospensione della prescrizione di 36 mesi, ndr) per difendere Bonafede e il giustizialismo, ma noi votiamo contro i giustizialisti per ripristinare la nostra legge», hanno concluso i renziani.

(da Open)

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SALVINI E I SOVRANISTI PERDONO IL REFERENDUM CONTRO SANREMO: ECCO PERCHE’

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

BOOM DI ASCOLTI, PUNTE MASSIME DI SHARE PER LE CANTANTI CHE ANNUNCIANO IL CONCERTO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE, GABBANI CON IL TRICOLORE INSIEME AD ALTRI “ASTRONAUTI” DI ETNIE DIVERSE, ACHILLE LAURO ALLA DAVID BOWIE

Archiviata la terza puntata del Festival di Sanremo, quella dei duetti e delle cover dei 24 big in gara. Gli ascolti continuano a premiare l’edizione condotta da Amadeus con una punta di 15,4 milioni di spettatori quando sono salite sul palco Alessandra Amoroso, Gianna Nannini, Emma, Elisa, Laura Pausini, Fiorella Mannoia e Giorgia, le sette artiste che hanno annunciato un grande concerto contro la violenza sulle donne. Durante l’esibizione di Mika invece c’è stato il record dello share che ha toccato il 60.9%.
Il Festival che nessuno dei sovranisti doveva guardare a quanto pare lo stanno guardando quasi tutti (tranne Salvini).
Gli italiani guardano Sanremo, ma chi sono “gli italiani”?
I casi sono due, o quelli che hanno promesso boicottaggi vari — da quello contro Rula Jebreal a quello contro Junior Cally — se ne sono dimenticati oppure alla fine tutti si sono fatti prendere dalla curiosità  di guardare quello che succede sul palco dell’Ariston.
E forse ieri sera di sorprese ne hanno avute parecchie. A cominciare dall’esibizione di Francesco Gabbani, che ha cantato una cover de L’Italiano vestito da astronauta (ieri il cosmonauta italiano Luca Parmitano è tornato sulla Terra) sventolando una bandiera dell’Italia.
Una performance che molti hanno etichettato come sovranista ma che in realtà  aveva un significato diametralmente opposto. Perchè ad un certo punto con Gabbani sono saliti sul palco sei sbandieratori, anche loro vestiti da astronauti.
E tutti di etnie diverse, diverse età  e diverse provenienze geografiche ma ugualmente italiani. Perchè come ha scritto Gabbani su Twitter: «siamo tutti italiani, anche sulla Luna». E gli italiani veri della canzone di Toto Cotugno non sono solo quelli nati qui da genitori italiani da non so quante generazioni.
Gli italiani sono quelli che si sentono tali, che vivono nel nostro Paese o che sono dovuti emigrare all’estero. Sono italiani anche quelli che qualcuno non vorrebbe fossero tali: i figli degli immigrati, gli “stranieri” che lavorano assieme a noi e vivono in mezzo a noi.
La pacata reazione dei sovranisti per la presenza di “ballerini non connazionali” non si è fatta attendere. Come facciano a sapere che i ballerini non hanno la cittadinanza italiana non è dato di saperlo. O meglio, lo sappiamo bene come fanno a saperlo: hanno la pelle, gli occhi o chissà  cos’altro che non è quello dell’italiano vero, tradizionale, DOCG.
Ma non c’è stato solo Gabbani. Ieri sera Junior Cally ha bellamente perculato i leghisti cantando «in mezzo a questi pesci grossi preferisco le sardine» mentre Vito Dell’Erba, il cantante dei Viito che lo accompagnavano nella cover di Vado al Massimo di Vasco, ha sfoggiato un messaggio che ha fatto inorridire la Redazione di Libero: «ok boomer».
C’è stato l’impacciato tentativo di bacio tra Elettra Lamborghini e Myss Keta, una citazione di quello tra Madonna e Britney Spears ai VMA del 2003? Non importa, sono cose non fanno scandalo per il pubblico di questi cantanti.
Achille Lauro, che già  aveva “sconvolto” tutti con la sua tutina dorata ieri è salito sul palco con un omaggio a Ziggy Stardust, uno dei più famosi e amati alter ego di David Bowie che su Facebook il trapper ha definito «anima ribelle simbolo di assoluta libertà  artistica espressiva e sessuale e di una mascolinità  non tossica».
È la classica paraculata? Una scelta di marketing? Citazionismo? Qualcuno ha scambiato Sanremo per la settimana della moda? Può essere tutto e niente e tutto assieme. Chiamatelo come volete, tanto sono giorni che dicono che Achille Lauro “copia” Bowie (o Renato Zero). E se lo fa lo fa da   un bel po’.
Ma il suo duetto con Annalisa con la cover de Gli uomini non cambiano di Mia Martini (una, tanto per restare nel tema del sessismo, che per colpa degli uomini ha sofferto molto, troppo) è andato oltre la maschera di Ziggy Stardust/David Bowie. A partire dalla scelta di rispettare il testo e cantare la canzone lasciandola al femminile. E non è solo perchè Achille Lauro, se ne frega, è una questione di lasciare un messaggio.
Un messaggio che — al netto di tutte le trovate per attirare l’attenzione — è chiaro ed è stato capito. Non dai boomer ma da quella generazione che ascolta Achille Lauro da ben prima di Sanremo o di Rolls Royce.
Persone che hanno letto il suo libro o vanno ai suoi concerti e che se ne fregano se è tutto costruito, se non sa cantare bene (ieri però è stato uno dei migliori nonostante non abbia le doti vocali per competere con l’originale). E che se ne fregano anche del fatto che il messaggio possa essere visto come rivoluzionario.
Anzi, ridono di noi, dei vecchi, che pensano che Achille Lauro stia facendo davvero qualcosa di rivoluzionario. Perchè per loro, le nuove generazioni, la generazione Z sono cose abbastanza normali, quotidiane o scontate.
I ragazzi e le ragazze di oggi non hanno bisogno di Achille Lauro per scardinare la società  eteronormativa. Non hanno bisogno di Gabbani per sapere che il compagno di banco “cinese” è italiano quanto loro.
E forse ci guardano con compassione quando scriviamo e diciamo che a Sanremo sta succedendo una mezza rivoluzione perchè uno ha portato sul palco “ballerini non connazionali” e un altro si esibisce en travesti.

(da “NextQuotidiano”)

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TRENO DERAGLIATO, FONOGRAMMA COL VIA LIBERA: “ERRORE UMANO”

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

LE INDAGINI PROPENDONO PER LO SBAGLIO DI UN TECNICO

Alle 5.34 di ieri il Frecciarossa AV 9595, partito da Milano e atteso a Salerno in tarda mattinata, sta viaggiando a 292 chilometri all’ora. Sul monitor del tablet nella cabina comandi, i due macchinisti Giuseppe Cicciù e Mario Di Cuonzo, hanno ricevuto un fonogramma: segnala che un evento anomalo sulla loro linea è stato sistemato.
Via libera, dunque. Il treno ha già  fatto una fermata, a Rogoredo: sono saliti dei passeggeri e, per fortuna, a bordo sono in pochi.
La prossima è Reggio Emilia, dove contano di arrivare in venti minuti, e dove invece non arriveranno mai. Alle 5.35 è già  tutto finito.
All’altezza di Ospedaletto Lodigiano, in un tratto dove alle rotaie dell’Alta Velocità  si affiancano altri binari di servizio, il locomotore giace in un groviglio di lamiere e polvere con il muso rivolto nella direzione opposta a quella di marcia. Il resto del treno è fuori dal tracciato.
Percorrendo a ritroso le rotaie per circa trecento metri appare l’imputato numero uno di questo disastro che è costato la vita a Cicciù e Di Cuonzo: uno scambio ferroviario nella posizione sbagliata.
Lo scambio sbagliato e il fonogramma delle 4.45
Il procuratore di Lodi Domenico Chiaro, pur con tutta la cautela che il caso richiede ed escludendo per certo soltanto le ipotesi dell’attentato e del gesto volontario, lascia intendere che è su quel deviatoio d’acciaio che si concentra l’indagine del Nucleo operativo incidenti ferroviari della Polfer. “Stiamo verificando l’errore umano”, dice Chiaro.
Gli elementi raccolti da testimoni diretti e da fonti investigative, nonchè il fonogramma delle 4.45 visionato da Repubblica, fanno pensare esattamente a quello. All’errore di un tecnico. Lo scambio, infatti, è stato oggetto nella notte di un intervento di manutenzione da parte di una squadra tecnica composta da cinque operai di Rete Ferroviaria italiana, inviata dal Posto di movimento di Livraga, non lontano da Ospedaletto.
Lo scambio doveva essere chiuso nella posizione che consente di proseguire dritto, invece era aperto, e ha deviato il treno nel pieno della sua corsa sul binario secondario dove era in sosta il carrello giallo usato per la manutenzione da Rfi, l’ente che gestisce tutta l’infrastruttura ferroviaria.
Gli operai, al momento dell’impatto, erano ancora nei paraggi. Ed è assai probabile – ma solo l’esame della scatola nera del Frecciarossa potrà  accertarlo – che i sistemi di frenata siano entrati in funzione quando il treno è deragliato.
L’intervento di manutenzione
Stando a quanto si apprende da Rfi, l’intervento di manutenzione su quello scambio era ordinario e programmato, i sensori disposti lungo la rete non avevano segnalato alcun guasto. I tecnici dovevano soltanto sostituire un pezzo del deviatoio, così come prevedono la prassi di sicurezza sull’usura dei materiali.
Intorno alle 4 di ieri notte, l’intervento si è concluso e il caposquadra informa la sede di Livraga, la quale a sua volta riferisce alla Direzione territoriale di Bologna responsabile del traffico su quel tratto di linea dell’Alta Velocità .
Ecco quindi che nel sistema Ertms (European Rail Traffic Management System) utilizzato dal gestore della Rete per comunicare con i treni, viene inserito questo fonogramma, intestato al Posto di Movimento di Livraga: “Dev.05 disalimentato e confermato in posizione normale come da fono 78/81 fino a nuovo avviso”.
Fuori dal gergo tecnico significa che l’impianto elettrico dello scambio di Ospedaletto Lodigiano, che ne permette l’apertura e la chiusura da remoto, è stato disattivato, probabilmente per esigenze di manutenzione, ma che lo scambio – ecco il punto cruciale – è stato lasciato “in posizione normale”.
I due macchinisti del 9595 leggono il fonogramma, il treno può viaggiare tranquillamente a 292 km all’ora che è la velocità  consentita in quel tratto dal sistema Ertms. Se anche volessero superare il limite, il sistema li frenerebbe perchè è totalmente automatizzato. Pur avanzato che sia, però, il computer non vede, e non può vedere, l’eventuale errore umano degli operai lungo la linea.
“Non abbiamo fatto errori”
Su quel binario non ci sono telecamere di sorveglianza, ma il Frecciarossa 1000 ha un circuito interno video che potrebbe essere utile. Il caposquadra e i quattro tecnici di Rfi sono stati già  sentiti dagli investigatori, ma, a quanto si apprende, hanno negato di aver sbagliato il posizionamento dello scambio.
“L’abbiamo lasciato nella posizione normale, non riusciamo a spiegarci”. La procura di Lodi, che indaga per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni multiple, per adesso non ha iscritto nessuno nel registro degli indagati. Al netto di eventuali ammissioni, solo una perizia potrà  accertare come, e perchè, quello scambio era aperto.

(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A STEFANIA PRESTIGIACOMO: “SONO D”ACCORDO CON LAMORGESE, L’ODIO E’ STATO SDOGANATO, SERVONO NUOVE LEGGI PER LA RETE”

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

“SI E’ PERMESSO CHE SI DIFFONDESSE UNA CULTURA DELL’AGGRESSIVITA'”… ANCHE A DESTRA QUALCOSA SI MUOVE

Non solo governo e maggioranza. Pure fra le fila del centrodestra inizia a montare una certa preoccupazione per il clima pesante che si va diffondendo nel Paese.
Testimoniato anche dalle intimidazioni contro il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, e il direttore Carlo Verdelli. La deputata di Fi Stefania Prestigiacomo lo dice chiaro: “Viviamo in un Paese che purtroppo ha sdoganato la violenza. Credo sia arrivato il momento di intervenire”
Onorevole Prestigiacomo, la ministra Lamorgese ha detto a “Repubblica” che l’odio in Italia sta diventando un’emergenza. Lei è d’accordo o pensa che esageri, come sostengono Salvini e Meloni?
“Non amo il Conte due, credo sia una sventura per il Paese, ma in questo caso concordo appieno con Lamorgese. La violenza verbale e purtroppo, sovente, anche fisica, è stata sdoganata, derubricata a espressione “normale” di dissenso, di opinione. Non voglio fare sociologia a buon mercato, ma certo la rete ha contribuito ad alimentare un fenomeno che ovviamente non è solo italiano”.
Negli ultimi tempi i messaggi che incitano all’odio si sono moltiplicati. Spesso a farne le spese sono i giornali che denunciano questa pericolosa deriva antidemocratica. Lei come se lo spiega?
“Negli ultimi anni s’è diffusa una cultura dell’aggressività  contro i media che in passato non esisteva. Io sto dentro Forza Italia dal ’94, sono stata ministra dei governi Berlusconi: non sempre con la stampa abbiamo avuto buoni rapporti, ma mai, dico mai, in quegli anni da parte nostra è venuto un incitamento all’odio nei confronti dei giornalisti. Diventati un bersaglio con l’avvento dei grillini, che li vedono come nemici da colpire e come tali li additano ai militanti. Anche se poi si sono presi i Tg pubblici e ci hanno messo a capo gente a loro vicina”.
I 5S avranno pure responsabilità , ma neanche il leader della Lega scherza in quanto a toni e metodi aggressivi. Cosa pensa della citofonata al presunto spacciatore?
“Mi è parsa una cosa di pessimo gusto”
“L’indifferenza è complice dei misfatti peggiori” avverte Liliana Segre. Ma ormai è come se ci fossimo assuefatti: minacce e insulti sono considerati “normali”. Con quali rischi?
“Di perdere un elemento fondamentale delle democrazie: la libertà  di espressione, di parola, di pensiero. Vale per tutti, ma specie per la stampa. Continuando così temo possa passare, pian piano e silenziosamente, l’idea che in fondo i giornalisti ‘se la sono cercata’”.
Come si combattono gli odiatori?
“Con la cultura, l’educazione, l’esempio. Ma anche con una gestione attenta e moderna dei social network, in grado di evitare che diventino strumenti di odio e di violenza. Ripetendo sempre e ovunque – fra i banchi di scuole e università , nei luoghi di lavoro, in tv, sulla rete – che i giornalisti sono “intoccabili” perchè sono strumenti fondamentali della democrazia”.
Cosa devono fare le istituzioni?
“Perseguire e sanzionare chi diffonde messaggi d’odio, ormai veicolati da canali diversi e molto più veloci rispetto al passato. Ma anche, se necessario anche con interventi legislativi, individuare e punire aspramente chi inneggia alla pulizia etnica, al genocidio, ai campi di sterminio. Qui siamo oltre l’odio, siamo alla esaltazione degli omicidi di massa. Una barbarie intollerabile”.

(da agenzie)

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LA MELONI SOSTIENE CHE NON C’E’ EMERGENZA ODIO PERCHE’ ANCHE LEI E’ VITTIMA DI ODIO, CONTRADDICENDOSI

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

PER LEI NON ESISTE NEANCHE IL RAZZISMO… PRIMA ISTIGANO AL’ODIO E POI SI LAMENTANO SE NE RIMANGONO VITTIME

Il mondo è diviso in quattro: c’è chi condanna qualsiasi tipo di odio, chi solo quello di questa o quella fazione politica, chi — come Vittorio Feltri — che lo difende dicendo che quel sentimento è «il motore del mondo».
Poi c’è Giorgia Meloni che, per sminuire l’alto tasso di eventi di cronaca legati all’odio — verbale e fisico (spesso fortemente collegati) — sostiene che tutto questo sia una montatura e non ci sia alcuna emergenza. E per fare ciò dice che anche lei è «vittima di odi».
«In Italia non c’è alcuna emergenza odio. Tanto meno razzismo — ha detto Giorgia Meloni da Washington, come riportato da La Repubblica -. Alla ministra Lamorgese vorrei ricordare che anche io sono vittima di odi di ogni genere e ogni giorno».
La domanda nasce spontanea: come si fa a dire che non c’è alcuna emergenza se poi, nella frase successiva, ci si lamenta di essere attaccati continuamente con frasi offensive e che incitano all’odio?
Perchè la leader di Fratelli d’Italia ha ragione a portare in auge la sua causa. Sotto i suoi post social, e non solo, ci sono centinaia di messaggi censurabili che ammiccano (per usare un eufemismo) all’odio contro Giorgia Meloni.
Quindi, questo è un dato di fatto. Non si capisce, però, come si porti in alto questa legittima accusa nel tentativo di sminuire l’emergenza odio evidenziata dal ministro Lamorgese nei giorni scorsi. Insomma, un bel controsenso.
Secondo la deputata e segretario di FdI, le vere emergenze sono la sicurezza e il lavoro, facendo eco alle parole pronunciate da Matteo Salvini. Non l’odio, così come non il razzismo.
Perchè anche su questo tema — nonostante le pagine di cronaca quotidiana siano piene di episodi deplorevoli con persone presi di mira per il loro orientamento sessuale, religioso o per il colore della propria pelle — lei è sicura. Tutto questo non esiste.

(da agenzie)

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VITTORIO FELTRI DIFENDE L’ODIO: “E’ IL MOTORE DEL MONDO”

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

POI SOSTIENE CHE IL “LINGUAGGIO SPORCO” NON E’ COSI’ MALE

Poche settimane fa, era il 19 dicembre del 2019, Vittorio Feltri su Twitter aveva rivendicato la legittimità  di odiare.
Oggi, a distanza di quasi due mesi, il direttore di Libero ribadisce questo concetto sottolineando come questo sentimento, che poi definisce acredine (anche se il termine è riduttivo), sia il «motore del mondo» fin dagli albori della storia dell’essere umano. Il concetto è stato articolato attorno all’intervista rilasciata giovedì dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a La Repubblica.
Secondo Vittorio Feltri, dunque, non si tratta di un malcostume da censurare perchè vanno condannati solamente i gesti concreti di violenza e non l’uso di un vocabolario. Il tutto non sottolineando come i proclami a base di parole al vetriolo, insulti e commenti di ogni sorta siano le vere fondamenta che, nella maggior parte dei casi, generano comportamenti censurabili, condannabili e di violenza non giustificata. Spesso e volentieri in base a pre-concetti politico-ideologici e razzisti (come dimostrano i fatti di cronaca).
«Finchè il cosiddetto odio si limita a esprimersi oralmente non produce danni — scrive Vittorio Feltri nel suo editoriale -, se viceversa si traduce in azioni violente si richiede l’intervento della magistratura, la quale però il più delle volte se ne fotte, perchè temo faccia il tifo peri presunti progressisti».
Insomma, il direttore di Libero trova una chiave politico-polemica anche su questo aspetto. Poi, però, il suo discorso sulla legittimità  dell’odio prosegue.
«In sintesi, l’acredine, quanto l’invidia, essendo il motore del mondo non mi fa paura, considerato che con essa convivo da che sono nato — si legge ancora su Libero -, semmai temo i conformisti che l’hanno trasformata in una sorta di moda utile per rompere le palle ai cittadini, i quali hanno ben altri dilemmi e sono in ben altre faccende affaccendati». Quindi, secondo Feltri, dato che l’odio esiste fin da tempi biblici, questo viene utilizzato a mo’ di oppio dei popoli.

(da agenzie)

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IL GIUDICE CACCIA DI CASA I RAZZISTI

Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile

DA ANNI PERSEGUITAVANO LA FAMIGLIA GHANESE CHE ABITA ACCANTO CON INSULTI E AGGRESSIONI FISICHE… IL GIUDICE HA STABILITO IL DIVIETO DI DIMORA

Una famiglia di Vicenza è stata allontanata da casa su ordine del giudice: da anni, infatti, perseguitavano la famiglia ghanese che abita lì accanto con insulti razzisti e anche vere e proprie aggressioni fisiche.
Per questo il giudice ha stabilito per loro il divieto di dimora. La storia la racconta oggi il Corriere del Veneto:
Insulti razzisti ai vicini stranieri, minacce di morte e aggressioni fisiche, anche con lo spray al peperoncino.E pure ossa di pollo fatte ritrovare nella cassetta della posta, immondizia scagliata nell’orto condominiale, acqua gettata dal balcone e l’intero palazzo lasciato volutamente senza energia elettrica.
Abbastanza per il giudice di Vicenza per cacciare di casa gli stalker di turno, particolarmente insofferenti e irrispettosi verso alcuni condomini, in particolare stranieri, che hanno pure mandato all’ospedale in diverse occasioni.
Protagonisti in negativo due coniugi di Vicenza, zona Stanga: lui, operaio cinquantenne, lei collaboratrice scolastica di dieci anni di meno e la loro figlia. La coppia risponde di stalking, atti persecutori, e di lesioni aggravate dall’odio razziale. Per ora sono stati «sfrattati» dalla propria abitazione con provvedimento del giudice ma molto probabilmente si troveranno ad affrontare presto anche un processo e i vicini presi di mira potrebbero chiedere loro i danni.
Dal 2017, per l’accusa, i coniugi vicentini hanno tenuto in ostaggio di continue aggressioni verbali e fisiche genitori e due figli minori ghanesi.
E si sarebbero sbizzarriti con orribili frasi come «Scimmia africana di m.., torna al tuo Paese», «Se apri finestra ti ammazzo, sei in Italia per rubare», «Mio nonno è mafioso e te la farà  pagare» e cimentati in attacchi violenti, con l’intento di fare del male.
Come quando, a novembre 2017, l ‘operaio ha scagliato dei calci all’addome della figlia minore dei vicini, o quando, a marzo 2019, ha colpito con una ginocchiata il padre di questa, di 48 anni. La bidella quarantenne, invece, un mese dopo ha ferito al volto con una chiave la moglie e mamma ghanese di 43 anni.
Da qui la decisione del giudice.

(da agenzie)

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