Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile
IL DELIRIO DI POLITICI CHE SI VANTANO DI AVER BLOCCATO CONTRIBUTI A UNA ASSOCIAZIONE CHE AIUTA LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA
Giorgia Meloni si è pubblicamente vantata ieri di aver bloccato un contributo statale destinato alla Casa delle Donne, associazione che protegge tra l’altro le vittime di stalking, quindi pure lei, perchè “di sinistra” e addirittura ubicata nel collegio in cui si candida il Ministro Gualtieri.
Secondo la Meloni, dunque, Gualtieri avrebbe pensato di aiutare le vittime di violenza al solo scopo di ottenerne i voti.
Una teoria in sè aberrante ma anche numericamente poco sostenibile: se le donne vittime di violenza riescono addirittura a ribaltare il voto, vuol dire che sono tantissime. Dunque sarà meglio fare qualcosa.
Ma se si fa qualcosa, diminuiscono, e Gualtieri perde le elezioni. Non regge.
La Casa delle Donne ha già subito le (dis)attenzione della sindaca Virginia Raggi, sempre lesta a comunicare quando cambia un sanpietrino, quasi sempre lo stesso, ma incapace di trovarle una sistemazione dopo averla sfrattata.
Un’altra donna contro le donne. Ringrazio comunque Raggi e soprattutto Meloni perchè grazie a loro ho sentito il bisogno di risarcire la Casa delle Donne con una piccola donazione.
Ove vogliate farlo anche voi, il sito è lacasasiamotutte.it.
(da la Repubblica”)
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Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile
C’E’ CHI ADERISCE A UN GRUPPO AUTONOMO FONDATO DALL’EX COORDINATORE E CHI VA VERSO FRATELLI D’ITALIA
A poco più di dieci giorni dall’ultimo minitour, Matteo Salvini torna in Calabria. Motivazione
ufficiale “ringraziare gli elettori perchè è la prima grande regione del Sud ad avere quattro consiglieri regionali della Lega”.
Problema ufficioso, strigliare le truppe, in primis quelle aree assai ben definite ancora interne alla Lega, che con Fratelli d’Italia sembrano andare d’amore e d’accordo e più di uno dice pronte a portare in dote al partito di Giorgia Meloni consiglieri e forse assessorati.
Non a caso la maggior parte della visita del leader della Lega in Calabria se ne va per una riunione interna e blindatissima. In un noto albergo reggino si danno appuntamento neoconsiglieri, grandi elettori, militanti, aspiranti assessori, portatori d’acqua e sottobosco di partito. E la cosa si prolunga ben oltre il previsto.
Le truppe si stanno sfaldando, c’è chi in campagna elettorale ha giocato su più tavoli e più liste, mentre un pezzo di Lega, che faceva capo all’ex coordinatore del reggino, Michele Gullace, si è già trasferita armi e bagagli in un nuovo micropartito, la Lega per l’Italia. Troppe variabili impazzite per Salvini, che in Calabria ha il primo test della strategia di apertura a Sud decisa all’ultimo congresso.
Una linea che alla vecchia guardia non piace per nulla, come ha detto a chiare lettere il Senatur Umberto Bossi, e su cui Salvini si sta giocando la leadership. E non si può permettere passi falsi.
Traduzione, il messaggio per tutti è che il Capitano è uno e la linea si decide in via Bellerio, dunque nessuno sogni di giocare da solista. E poco dopo, sul palco, nessuno ha facoltà di parola, salvo il commissario regionale, Cristian Invernizzi. A fare da scenografia muta ci sono eletti e non eletti, l’unico deputato leghista calabrese, Domenico Furgiuele, che compare ma nessuno nomina.
Quello di Salvini è un one man show. E tocca a lui lanciare il guanto di sfida alla neopresidente della Regione Calabria, Jole Santelli.
Nonostante la Lega abbia mancato l’obiettivo di primo partito della coalizione, non sembra intenzionata a cedere il passo a Forza Italia o Fdi. Per questo alza la posta, lanciando pubblicamente sulle imminenti comunali di Reggio Calabria. “Alle prossime elezioni del Sindaco e del Consiglio comunale di Reggio Calabria – dice Salvini – parteciperemo con una nostra lista e contiamo di avere un buon risultato”
Per il resto, Salvini procede spedito con l’edizione riveduta e corretta del disco da campagna elettorale.
Dal palco urla contro i clan e dice “dove ci sarà un procuratore come Nicola Gratteri ci sarà la Lega, dove ci saranno i mafiosi noi saremo pronti a prenderli a calci”. Non tutta la platea reagisce con caldi applausi, ma si infiamma quando il Capitano si lamenta “ci sono giudici come Gratteri che ripuliscono la Calabria e altri che vogliono processare me”, con tanto di chiamata al tesseramento a sostegno (finanziario) del partito. “Sono dieci euro a tessera, ma sono un messaggio importante anche per me. Significa che mi sosterrete”. E poi ci sono debiti da ripagare in ottanta anni di comode rate. Ma questo Salvini non lo dice.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 7th, 2020 Riccardo Fucile
HA 29 ANNI E SI ERA FERMATO IN CINA UN SOLO GIORNO
Il primo italiano contagiato dal Coronavirus è un ricercatore di ritorno da Wuhan che si trovava in isolamento alla Cecchignola ieri.
Ha 29 anni, è emiliano e in Cina si era fermato solo un giorno. Da ieri pomeriggio è all’ospedale Spallanzani. Ieri sera l’Istituto superiore di sanità ha comunicato alla task force del ministero della Salute l’esito positivo di conferma del coronavirus. Il paziente è ricoverato«con modesto rialzo termico e iperemia congiuntivale».
L’emiliano è uno dei 56 connazionali rimpatriati solo lunedì scorso da Wuhan con un volo speciale dell’Aeronautica.
Scrive oggi il Corriere della Sera che in quel momento non presentava sintomi e tutti gli accertamenti medici ai quali era stato sottoposto erano negativi.
Per questo motivo, al contrario ad esempio del 17enne di Grado tuttora in Cina che aveva qualche linea di febbre (si è poi scoperto solo per una normale influenza), era stato accettato a bordo del Boeing sul quale con medici e militari c’era anche il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri.
Il gruppo era poi giunto a Roma dopo 12 ore di volo e sottoposto a una visita medica preliminare nell’ospedale da campo attrezzato in un hangar. Anche allora, altrimenti sarebbe scattato subito il trasferimento allo Spallanzani, il ragazzo era in buone condizioni di salute, anche se come tutti gli altri lo aspettava la quarantena alla Cecchignola. Dall’aeroporto militare di Pratica di Mare era stato portato con gli altri rimpatriati alla Cecchignola con pullman guidati da autisti con le mascherine e con i sedili avvolti nel cellophane, scortati da personale medico con le tute.
Per nessuno di loro era stato necessario il bio contenimento, proprio perchè così sembrava non c’erano sintomi particolari.
In mattinata il ricercatore emiliano non stava male, ma a pranzo non ha partecipato come sempre al ritiro del pasto nel locale comune allestito al pianterreno delle due palazzine alloggi degli atleti dell’Esercito riservate adesso agli italiani in quarantena, che hanno l’obbligo di indossare sempre mascherine e guanti protettivi quando si trovano insieme. Adesso non si escludono controlli e quarantena anche per tutti coloro che hanno partecipato all’operazione di rimpatrio in Cina e per chi ha avuto contatti con gli italiani al loro ritorno a Roma.
Secondo il direttore del reparto Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità , Giovanni Rezza, l’italiano invece viveva a Wuhan: “E’ il primo caso italiano ma era un italiano che viveva a Wuhan. Nel momento in cui si e’ deciso di rimpatriare i 56 italiani sono state prese tutte le precauzioni possibili proprio perche’ non era una ipotesi da escludere”. “La quarantena di 14 giorni — ha spiegato sottolineando anche che l’uomo si era infettato mentre era in Cina — era stata stabilita proprio per questo motivo”. Rezza ha rassicurato che “la probabilita’ di contagiare gli altri e’ bassissima”.
Il sindaco di Luzzara Andrea Costa ha confermato su Facebook che la persona contagiata dal coronavirus e ricoverata allo Spallanzani è del suo paese:
Confermo la notizia che il primo italiano contagiato dal #coronavirus è un ragazzo di Luzzara. Ho sentito il padre che mi ha dato, fortunatamente, notizie confortanti: il ragazzo sta bene ed è asintomatico.
Era in Cina per motivi di svago e da lì è stato direttamente rimpatriato con tutte le misure precauzionali del caso. Al momento si trova in isolamento allo Spallanzani di Roma. Un abbraccio grande a lui e a tutta la sua famiglia.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 6th, 2020 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO DI MILANO: “CHI PRESENTA DOMANDA ESERCITA UN DIRITTO FONDAMENTALE DELL’INDIVIDUO”… LA LEGA DOVRA’ PAGARE 10.000 EURO
Lo sapevamo: un conto è dire fesserie in libertà senza contraddittorio e un altro conto è poi
provare che quello che si dice è vero: non possono essere classificati con il termine di “clandestini” gli stranieri che hanno chiesto l’asilo politico in Italia.
E’ sulla base di questa argomentazione giuridica che la Corte d’Appello di Milano ha condannato la Lega Nord per la “valenza discriminatoria” dell’utilizzo della parola “clandestino”.
I giudici d’appello hanno in sostanza confermato la sentenza del primo grado di giudizio in cui il Carroccio era stato condannato al pagamento di un risarcimento per danni non patrimoniali di 5 mila euro a favore di ciascuna delle due associazioni Asgi (Associazione degli studi giuridici sull’immigrazione) e Naga (Associazione volontari di assistenza socio-sanitaria e per i diritti di stranieri rom e sinti) che si erano rivolte al Tribunale per denunciare il contenuto discriminatorio dei manifesti esposti durante una manifestazione organizzata dalla Lega a Saronno nell’aprile 2016.
Manifesti che contenevano dichiarazioni come “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni e aumentano le tasse”, e ancora “Renzi e Alfano complici dell’invasione”.
Un’espressione, “clandestini”, che secondo i giudici milanesi in questo contesto è inappropriata e dunque discriminatorie.
Perchè “nel caso in esame – si legge nelle motivazioni della sentenza d’appello – il termine clandestini è stato riferito a persone straniere che hanno presentato allo Stato domanda di protezione internazionale, esercitando in tal modo un diritto fondamentale dell’individuo”. Siccome si tratta di “soggetti che hanno chiesto l’accertamento del diritto a permanere nel territorio dello Stato a fronte di dedotte situazioni di pericolo di persecuzione nel caso di rientro nel Paese d’origine o di rischio effettivo di danno grave alla persona”, secondo i giudici milanesi “non è ammissibile l’utilizzo dell’espressione clandestini” proprio perchè è un termine “individua la posizione di chi fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato in violazione di disposizioni normative che regolano l’immigrazione”.
E’ dunque evidente, si legge ancora nel provvedimento, che “nella pendenza del procedimento di valutazione della domanda di protezione internazionale il cittadino straniero non può ritenersi clandestino” proprio perchè “si trova nella posizione di chi esercita un diritto costituzionalmente tutelato. E infatti in tale situazione è rilasciato allo straniero dalla Questura un permesso di soggiorno per richiesta di asilo, grazie al quale può essere svolta attività lavorativa”.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2020 Riccardo Fucile
LE RAGIONI DEL SEQUESTRO DI 500.000 EURO… LA CONSULENZA AL MARITO DELLA CUGINA E I SOLDI CHE SPARIVANO DAL CONTO
Qualche giorno fa Matteo Salvini era in visita a Palermo, nella Sicilia governata dal centrodestra con la Lega. Da quando però è esploso lo scandalo Tony Rizzotto — l’ex deputato leghista dell’Assemblea Regionale Siciliana al quale, assieme al suo collaboratore Alessandro Giammona, sono stati sequestrati complessivamente 500 mila euro — Salvini non ha detto una parola su quello che sta succedendo sull’Isola.
E non hanno detto nulla nemmeno i leghisti siciliani, che pure esistono
I leghisti probabilmente contano sul fatto che Rizzotto non è più della Lega (non è stato espulso, se ne è andato lui a luglio causa della “poca democrazia”).
Ma è indubbio il fatto che nel 2017 sia stato candidato (ed eletto) nella lista Fratelli d’Italia-Noi Con Salvini e che sia stato eletto con oltre quattromila preferenze. E le accuse non sono certo poca roba.
Rizzotto è accusato — assieme al suo collaborator Alessandro Giammona — di peculato per aver sottratto somme di denaro dalle casse dell’Istituto formativo per disabili e disadattati sociali (Isfordd) del quale era presidente. «Ha amministrato l’associazione come fosse una cosa propria», ha scritto il Gip Guglielmo Nicastro nell’ordinanza di sequestro di mezzo milione di euro dai conti di Rizzotto.
Il quale — dopo due anni — è stato dichiarato ineleggibile proprio perchè non ha presentato le dimissioni dalla carica che ricopriva all’Isfordd entro il termine di 90 giorni dal termine della precedente legislatura regionale.
Scrive oggi Repubblica che quando nel 2013 una delle dipendenti dell’Ente, la responsabile amministrativa Josephine Minà , si accorse che i fondi che avrebbero dovuto essere destinati ai disabili finivano invece sul conti di Rizzotto e Giammona provò a chiedere spiegazioni al presidente.
Ma per tutta risposta venne venne degradata al ruolo di collaboratore amministrativo.
Nel frattempo i dipendenti dell’Ente non ricevevano lo stipendio. Su un totale di un milione e mezzo di euro incassati dall’Isfordd per l’organizzazione di corsi di formazione nel periodo tra il 2012 e il 2015 un terzo sarebbe finito sui conti dei due indagati: 32.520 su quello di Rizzotto e 457 mila su quello del “responsabile esterno delle operazioni”, Giammona il quale però «non risultava avere alcun rapporto di lavoro con l’ente ».
Scrive Salvo Palazzolo sull’edizione palermitana di Repubblica che Rizzotto «convocato in procura, ha ammesso candidamente che Giammona “è il marito di mia cugina, l’ho inserito io nell’Isfordd presentandolo all’ex rappresentante, mio cugino omonimo”».
Ai Pm Rizzotto ha anche provato a spiegare come mai quei soldi siano finiti sul suo conto dicendo «Pagavo in nero la signora delle pulizie, e poi c’erano le spese dell’affitto». Riguardo alle consulenze affidate a Giammona la decisione è stata invece presa in virtù di «approfondite conoscenze in materia informatica», ma di tutto questo non c’è traccia nel contratto perchè non c’è. Si sa invece che Giammona aveva le credenziali d’accesso ai conti correnti dell’Istituto e grazie a queste avrebbe movimentato l’ingente somma di denaro.
Rizzotto ha anche provato a scaricare la responsabilità sul suo ex collaboratore facendogli una causa civile e dichiarando «secondo me le parcelle esibite dal Giammona nel procedimento civile sono state create ad hoc dal Giammona stesso per giustificare gli indebiti prelievi dai conti dell’ente e comunque io non le ho autorizzate ne mai vistate a differenza di come ho riferito per le buste paga dei dipendenti dell’ente che mi venivano sempre sottoposte per il visto».
Ma secondo il Gip «c’era un accordo fra i due per appropriarsi dei fondi» erogati dalla Regione (tramite contributi europei) in favore dell’Isfordd.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 6th, 2020 Riccardo Fucile
NESSUN PROGETTO COMUNE, UNITI SOLO DAL RAZZISMO E DALL’ANTAGONISMO ALLA SINISTRA… ESTREMIZZANO I LORO FANS, LI PORTANO AL LIMITE DELLA GUERRA CIVILE PER POI SCOPRIRE CHE UN PASSO PIU’ IN LA’ LI ASPETTANO I CARABINIERI
L’incontro internazionale in corso a Roma delle sedicenti destre mondiali è un fatto positivo che
permette di fare chiarezza: i relatori italiani sono un professore ex socialista, Marco Gervasoni (autore con Simona Colarizi di ottimi libri sul socialismo), e una giornalista ex comunista, Maria Giovanna Maglie.
Non siano stati convocati fior di pensatori conservatori di cui non faccio i nomi per non coinvolgerli in un rassemblement che probabilmente non gradiscono (e infatti non hanno aderito)
Hanno scelto, quindi, di far rappresentare gli italiani da due personaggi assai attivi nella comunicazione quotidiana mostrando ancora una volta come il tema del sovranismo sia l’apparenza piuttosto che la profondità del pensiero.
Non c’è dubbio che questa Internazionale xenofoba veda la competizione tutta italiana fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I due ormai sono in gara esplicita anche perchè gli elettori hanno dato una spinta alla leader di Fratelli d’Italia e le hanno consegnato il titolo di competitrice del capo leghista.
A favore della Meloni ci sono due fattori.
Il primo è la maggiore freschezza. Rispetto a Salvini, che appare sempre più una minestra riscaldata, una specie di Re Mida alla rovescia per il suo mondo, la Meloni, in politica da tempo immemore e nota sostenitrice di Ruby come nipote di Mubarak, è riuscita a darsi una immagine talmente antica da sembrare nuova.
Meloni infatti gioca al limite della nostalgia per un fascismo da avanspettacolo senza retroterra di approfondimento storico e culturale.
Non ha la nettezza nella chiusura del passato che ebbe Gianfranco Fini, ma accompagna proclami di amore per la democrazia a “sentiment” che galvanizzano l’elettore di destra che da decenni cerca casa.
Il vero inganno del raduno sovranista sta nel fatto che generalmente le Internazionali, pur rispettando le fisionomie nazionali, hanno punti in comune.
Non si capisce che cosa unisca l’Ungheria guidata da Viktor Orban alla Francia che Marion Marèchal—Le Pen vorrebbe guidare.
Il loro sovranismo dovrebbe prevedere un primato della nazione rispetto a una economia globalizzata, ma non c’è un solo atto, dichiarazione, proposta di legge che faccia intendere che abbiano un contenzioso con chi comanda sul mondo. I loro nemici sono i poveri.
Il vero tratto comune è la contrapposizione alla sinistra che viene colta nel difficile passaggio dalla tragedia blairiana all’attuale indefinita collocazione in uno schema riformista annaffiato da sentimenti di sinistra.
Quel che appare certo è che questa Internazionale sovranista non ha parentele con il grande mondo conservatore che ha ispirato autorevoli presidente statunitensi o capi di governo britannici o leader italiani e francesi. Non c’è Alcide De Gasperi, non c’è Charles De Gaulle, c’è la Lepen e ci sono Salvini e Meloni, per l’appunto.
Tuttavia sottovalutare questi tentativi di dare un’anima ai “reazionari” mondiale non vanno sottovalutati perchè attorno a essi si raduna un popolo.
“Un” popolo, non “il” popolo, perchè fra le tante stupidaggini di questi tempi vanno catalogate non solo la fine di destra e sinistra ma anche l’idea che il popolo sia sovranista..
In realtà c’è un altro popolo che talvolta è maggioranza che ha la forza inclusiva che i sovranisti non hanno e che va da destra a sinistra,
il paradosso Salvini sta nell’estremizzare il proprio popolo, portarlo al limite della guerra civile e poi scoprire che un passo più in là arrivano i carabinieri.
(da Lettera43)
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Febbraio 6th, 2020 Riccardo Fucile
LA STUPIDA REPRESSIONE DI STATO NEI CONFRONTI DI CHI NON HA COMMESSO ALCUNA VIOLENZA
Arrestata lo scorso 30 dicembre, la “pasionaria” Nicoletta Dosio confida a Open che, dietro le sbarre, «legge, scrive e impara all’università del carcere»
«La grazia del Presidente della Repubblica? Rivendico quanto ho fatto, lo rifarei e lo rifarò. Non chiedo nè accetto grazie di sorta perchè implicherebbero un “pentimento” che non ho», a scrivere a Open è Nicoletta Dosio, l’attivista No Tav della Valle di Susa, che dal 30 dicembre si trova nel carcere delle Vallette di Torino.
Nicoletta Dosio, insegnante in pensione di greco e latino, simbolo della «repressione giudiziaria» del movimento No Tav, è stata arrestata a 73 anni lo scorso 30 dicembre. Su di lei pende una condanna in via definitiva a un anno di reclusione per una protesta, con circa 300 partecipanti, risalente al 3 marzo 2012 al casello di Avigliana dell’autostrada Torino-Bardonecchia.
In quell’occasione ha bloccato la barra di uscita dall’autostrada, facendo passare auto senza pagare, insieme ad altri manifestanti No Tav. Violenza privata e interruzione di pubblico servizio sono i reati contestati. Nicoletta Dosio non ha mai chiesto le misure alternative, quindi i domiciliari.
Per la Cassazione, deve essere considerata colpevole per «l’apporto materiale e morale alla manifestazione» e per la «condivisione del progetto», anche se non si è resa autrice di episodi di violenza o di minacce. Nella ricostruzione viene sottolineato che la “pasionaria” «resse lo striscione “Oggi paga Monti”» e «impedì fisicamente il transito degli automobilisti occupando, insieme ad altri la corsia del telepass».
Nel video dell’arresto si mostra sorridente, nonostante tutto, e viene circondata dall’affetto degli attivisti No Tav. «L’arresto era semplicemente la conseguenza, da me volutamente portata fino in fondo, dei tre gradi di giudizio ingiusti alla fonte: dove non viene esercitata la giustizia, ma la vendetta e la repressione per fermare la giusta lotta di liberazione» ci scrive nella lettera inviata dal carcere.
«In quei momenti ho provato rabbia e gioia insieme. Rabbia contro la degenerazione della giustizia che il movimento No Tav conosce da 30 anni, gioia perchè intorno a me si erano riunite le donne e gli uomini del movimento. Sorridevo perchè la nostra lotta è gioiosa e poi so, fin dal ’68, che alla fine “sarà una risata che li seppellirà ”».
Dietro le sbarre «legge, scrive e impara all’università del carcere». «Sono più che mai convinta della mia scelta, il carcere in questo momento è la barricata che ho scelto per questa lotta comune con le donne e gli uomini della mia valle. Credo che, contro l’ingiustizia del potere, la resistenza sia diritto e dovere» ci spiega. «La Tav è un’opera inutile, devastante e costosissima economicamente e socialmente» conclude.
(da Open)
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Febbraio 6th, 2020 Riccardo Fucile
“NON MI PIACE NESSUN POLITICO DI OGGI”
Rita Pavone era una delle artiste più attese a Sanremo 2020 e sin da subito la sua partecipazione
era stata vista in modo divisivo, ma la cantante ha subito chiarito: “Non sono sovranista, ma solo una liberale. Sono per il libero pensiero e se sono d’accordo con quello di un altro politico per un particolare argomento lo dico senza problemi. C’è un errore di base, io sono una persona liberale. Non ascolto se destra, sinistra o centro. Mi piace quello che dicono le persone e non metto i paraocchi come i cavalli. Io non ho mai bussato in 58 anni di carriera alla porta di un politico”.
Poi sul tweet di due anni fa incriminato: “Io non ho detto nulla su Pearl Jam. Io vado in giro per il mondo ma non mi sono mai permessa di giudicare la politica degli altri, è giusto che se faccio una cosa qualificata dica la mia opinione. Ma se vengo ingaggiata per fare un concerto non vuol dire se la penso in modo diverso offendere qualcuno. Ridirei ancora oggi la mia opinione”.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2020 Riccardo Fucile
AVEVA CONSACRATO LA SUA VITA ALLA CURA DEGLI ULTIMI… DOPO LA LAUREA HA SALVATO MIGLIAIA DI PERSONE IN UGANDA, ERITREA, ETIOPIA, CAMERUN E ZIMBABWE… “QUELLO CHE HA FATTO RIMARRA’ PER SEMPRE”
Carlo Spagnolli, medico di 70 anni che aveva consacrato la sua intera vita, non solo professionale, alla cura dei più poveri in Africa, è morto domenica pomeriggio in una clinica di Rovereto, in Trentino Alto Adige.
Da tempo era malato di cuore: aveva avuto un infarto nel 2012 in Zimbabwe e da allora una gravissima cardiopatia l’aveva tenuto lontano dal “continente nero”, in cui era potuto tornare per brevi periodi solo fino al 2018.
Quella del dottor Spagnolli è stata una vita interamente dedicata ai più bisognosi e spesa in gran parte in alcuni tra i paesi più poveri del mondo.
Nato a Roma nel 1949, dopo la laurea — nel 1975 — si è recato in Uganda per svolgere il servizio civile rimanendoci poi per altri 14 anni.
Nel 1989 deciderà di spostarsi in Eritrea, poi Etiopia e Camerun. Dal 1996 ha infine prestato la sua opera in Zimbabwe, grazie anche al sostegno dei tanti amici trentini e in particolare dell’Associazione Lifeline Dolomites di Claudio Merighi.
In Zimbabwe, nell’ospedale Luisa Guidotti di Chinoy, ha coordinato i reparti di chirurgia e ginecologia.
La lotta all’Aids è poi diventata il suo principale impegno, riuscendo ad aprire il “Villaggio San Marcellino” per i bambini orfani a causa dell’HIV, ma anche una scuola per infermiere e la “Casa della gioia Mariele Ventre” — dedicata alla famosa fondatrice dello Zecchino d’oro — per la riabilitazione di bambini affetti dall’Aids.
L’Africa gli aveva permesso anche di incontrare la donna che sarebbe diventata sua moglie, Angelina, infermiera caposala ugandese prematuramente scomparsa nel 2010.
Spagnolli lascia tre figli: Francesco, Giovanni ed Elisa, determinati a portare avanti l’opera del padre: “Non sarà facile onorare la memoria di papà magari aprendo qualcosa, che può essere un centro medico o una struttura per ragazzi, in suo nome con l’aiuto di qualche associazione che lo sosteneva, ma lo faremo. La forma e la sostanza le troveremo…”, dicono al Giornale del Trentino. “Quello che ha fatto papà rimarrà per sempre. Ed anche noi ci sentiamo caricati di questo impegno che onoreremo secondo le nostre possibilità . Non sarà facile, ma glielo dobbiamo per tutto quello che ci ha insegnato”.
(da “Fanpage“)
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