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IL PESANTE ATTO DI ACCUSA DELLA FEDERAZIONE DEI MEDICI LOMBARDI CONTRO FONTANA E LA REGIONE LOMBARDIA

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

TAMPONI, ZONE ROSSE, ANZIANI ABBANDONATI NEGLI OSPIZI: UNA SERIE IMPRESSIONANTE DI ERRORI CHE RIVELANO LA MANCANZA DI STRATEGIA DEI VERTICI POLITICI DELLA REGIONE

Una lettera forte e sette esempi che fanno luce sulle mancanze della Regione Lombardia nella gestione dell’emergenza sanitaria: «La presa d’atto degli errori occorsi nella prima fase dell’epidemia può risultare utile per il futuro»
“Gli anziani morti nelle Rsa non sono numeri. I medici e gli infermieri deceduti dopo aver contratto il Coronavirus non sono numeri. Sono persone, sono storie di familiari che non hanno potuto dire addio al proprio caro e di salme cremate chissà  dove”. Tuttavia, «non è questo il momento dell’analisi delle responsabilità , ma la presa d’atto degli errori occorsi nella prima fase dell’epidemia può risultare utile alle autorità  competenti per un aggiustamento dell’impostazione strategica, essenziale per affrontare le prossime e impegnative fasi».
Inizia così il j’accuse della Federazione regionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri della Lombardia e firmata dai responsabili degli ordini di tutte le province lombarde.
Una lettera scritta da chi indossa ogni giorno il camice per affrontare l’emergenza sanitaria e rivolta a politici e dirigenti della Regione.
I primi della lista, l’assessore al Welfare Giulio Gallera e il presidente Attilio Fontana: «È evidente l’assenza di strategie relative alla gestione del territorio — scrivono dall’ordine, nonostante — l’ottimo intervento sul potenziamento delle terapie intensive e semi intensive, per altro reso possibile dal sacrificio dei medici e degli altri professionisti sanitari».
Il testo racconta di morti che si sarebbero potute evitare, di personale sanitario che sarebbe potuto sfuggire dal contagio, e di «una situazione disastrosa in cui si è trovata la nostra regione, anche rispetto a realtà  regionali vicine, che può essere in larga parte attribuita all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà  si trattava di un’emergenza di sanità  pubblica». Tradotto? Gli amministratori regionali sarebbero stati abbagliati dalla carenza di terapie intensive e non si sarebbero concentrati sul resto.
Uno sbaglio riconducibile anche a politiche scellerate: «La sanità  pubblica e la medicina territoriale — scrive l’ordine dei medici — sono state da molti anni trascurate e depotenziate nella nostra regione».
Dopo un elenco di errori commessi e relative proposte per cercare di recuperare il tempo perso, la federazione si congeda con amarezza nei confronti delle istituzioni regionali: «Nell’esprimere queste considerazioni, la FROMCeO ritiene di svolgere le proprie funzioni di organo sussidiario dello Stato ed esprime disponibilità  a un confronto costante con le istituzioni preposte alla gestione dell’emergenza. Spiace rimarcare come tale collaborazione, più volte offerta, non sia ad oggi stata presa in considerazione».
Ma quali sono state le pecche imputabili a Regione Lombardia? «Ricordiamo a titolo di esempio non esaustivo», si legge sempre nella lettera:
«La mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, legata all’ esecuzione di tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale. I dati sono sempre stati presentati come “numero degli infetti” e come “numero dei deceduti” e la mortalità  calcolata è quella relativa ai pazienti ricoverati, mentre il mondo si chiede le ragioni dell’alta mortalità  registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati, che sottostima enormemente il numero dei malati e discretamente il numero dei deceduti».
«L’incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio».
«La gestione confusa della realtà  delle Rsa e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane. Nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6000 ospiti in un mese».
«La mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio (Mmg, Pls, Ca e medici delle Rsa) e al restante personale sanitario. Questo ha determinato la morte di numerosi colleghi, la malattia di numerosissimi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia».
«La pressochè totale assenza delle attività  di igiene pubblica, ad esempio negli isolamenti dei contatti, nei tamponi sul territorio a malati e contatti, eccetera».
«La mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà  delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio».
«Il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità  di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero».
La federazione degli ordini dei medici non rivolge alle istituzioni un semplice documento che evidenzia gli sbagli, ma offre anche alcune proposte che partono dal particolare ruolo ricoperto dagli operatori sanitari durante questa emergenza. «Sottoporre tutti a test rapido immunologico, una volta ufficialmente validato, e, in caso di riscontro di presenza di anticorpi, sottoporre il soggetto a tampone diagnostico».
E aggiungono: «In caso di positività  in assenza di sintomi potrebbe essere da valutare la possibilità , in casi estremi con l’attribuzione di specifiche responsabilità  e procedure, di un’attività  solo in ambiente COVID, sempre con protezioni individuali adeguate. Il test immunologico andrebbe ripetuto con periodicità  da definire negli operatori sanitari risultati negativi».
Verifiche che, in misura minore, andrebbero estese ai «soggetti che si possono riavviare al lavoro». La raccomandazione dei medici lombardi è di potenziare il più possibile l’attività  diagnostica e di testare quanto prima tutti quei soggetti che lavorano nelle cosiddette attività  essenziale. «La ripresa del lavoro dovrebbe essere subordinata all’effettuazione del test immunologico».
«È evidente come tale procedura comporti un rilevante impiego di risorse, soprattutto umane, ed è altresì evidente come la stessa, al momento, sia l’unica atta a consentire la ripresa dell’attività  lavorativa in relativa sicurezza — e concludono -. A tale scopo Regione Lombardia dovrà  mettere in campo tutte le risorse umane ed economiche disponibili».

(da agenzie)

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LA FACCIA DI LUIGI DI MAIO QUANDO GLI FANNO NOTARE CHE LE PERSONE ALLE SUE SPALLE NON SONO A DISTANZA DI SICUREZZA TRA LORO

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

DISCORSO TRA SORDI AD AGORA’, DI MAIO POCO REATTIVO NON CAPISCE

«Stavate parlando di me?». I fan della trasmissione cult di qualche anno fa, Camera Cafè, ricorderanno senza dubbio la battuta con cui il responsabile vendite Paolo Bitta — interpretato da Paolo Kessisoglu si inseriva in tutti i discorsi che, in realtà , non avevano nulla a che fare con lui.
Prendiamo in prestito questa citazione per raccontare il siparietto andato in scena questa mattina ad Agorà , su Rai 3. Il protagonista di questa gaffe è stato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Il capo della Farnesina si trovava all’interno dell’Aeroporto di Fiumicino dove sono arrivati gli aiuti sanitari donati dagli Emirati Arabi.
Durante la sua intervista con Serena Bortone, la giornalista fa notare al ministro Di Maio come alle sue spalle ci siano numerose persone che non stavano mantenendo la distanza di sicurezza di almeno un metro l’uno dall’altro. Ma l’ex capo politico del Movimento 5 Stelle pensava che il tutto fosse riferito a lui.
«Faccia distanziare le persone dietro di lei», ha detto Serena Bortone facendo riferimento a quell’assembramento — con mascherina — alle spalle del ministro degli Esteri. Ma Luigi Di Maio non ha capito e, voltandosi verso la gente alle sue spalle, dice: «Sì sì, guardi sono a cinque-sei metri se vuole faccio i passi e li misuriamo». L’amaro commento della conduttrice, prima proseguire è stato: «Ma no, anche tra di loro». Parole al vento.
Insomma, alle spalle di Luigi Di Maio c’erano persone (almeno una ventina) facenti parte delle forze dell’ordine e del personale al lavoro nell’aeroporto di Fiumicino. Tutte con la mascherina, ma nessuno a distanza.
La conduttrice ha provato a far notare tutto ciò al ministro, ma lui ha pensato che stesse facendo riferimento alla sua persona.
Come diceva Paolo Bitta? Ah: «Stavate parlando di me?».

(da agenzie)

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APPROVATO IL DECRETO SCUOLA, NELLA VALUTAZIONE FINALE PESERA’ ANCHE L’IMPEGNO IN DIDATTICA A DISTANZA

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

SE NON SI TORNA IN AULA, MATURITA’ SENZA SCRITTI E TUTTI SARANNO AMMESSI ALL’ANNO SUCCESSIVO

Il Consiglio dei ministri in corso ha dato il via libera al dl scuola, con tutte le misure per finire l’anno scolastico alle prese con l’emergenza Covid-19. §
Confermate alcune delle anticipazioni date nei giorni scorsi: sono due gli scenari previsti, a seconda che riprendano le lezioni in presenza, oppure, come è più probabile, gli studenti per quest’anno non tornino più in classe.
In via eccezionale quest’anno tutti gli alunni saranno ammessi all’anno successivo, anche quelli con insufficienze registrate nel primo quadrimestre, ma come ha più volte detto la ministra Azzolina non ci sarà  “nessun 6 politico”: infatti i ragazzi saranno valutati con voti finali corrispondenti all’impegno dimostrato durante l’anno e nella didattica a distanza.
La data spartiacque è quella del 18 maggio: nel caso si tornasse in classe entro questa data, e si avessero quindi quattro settimane di lezione, l’esame di maturità  verrebbe assimilato alla prova che conosciamo, ma con qualche differenza.
Il 17 giugno si parte con il tema di italiano, una prova nazionale uguale per tutti. La seconda prova scritta invece “non sarà  a carattere nazionale, ma predisposta dalla singola commissione di esame affinchè sia aderente alle attività  didattiche svolte nel corso dell’anno scolastico”.
Il decreto stabilisce che le commissioni di esame siano composte dai professori interni e da un presidente esterno.
Toccherà  quindi ai prof interni, che conoscono bene la classe e il programma svolto, scegliere l’argomento della seconda prova scritta.
A fine giugno si parte con la prova orale. Per gli esame di terza media – si legge nella bozza “è prevista l’eliminazione di una o più prove rimodulando le modalità  di attribuzione del voto finale”. In pratica verrebbe prevista una versione più “facilitata” dell’esame.
L’ipotesi più probabile però è che l’attività  didattica in classe non possa riprendere entro il 18 maggio per ragioni sanitarie.
In questo caso i maturandi salteranno entrambi gli esami scritti, italiano e seconda prova. La valutazione finale verrà  affidata a un esame orale, “un unico colloquio, spiega la bozza, articolandone contenuti, modalità  anche telematiche e punteggio, per garantirne la completezza e la congruità  della valutazione”. L’esame resterà  comunque ‘serio’, ha assicurato la ministra Azzolina.
Salteranno anche gli esami di terza media. Prevista, si legge nella bozza “la sostituzione dell’esame di stato conclusivo del primo ciclo di istruzione che tiene conto altresì di un elaborato del candidato”. Per gli alunni che hanno lacune formative, è prevista la possibilità  “dell’eventuale integrazione e recupero degli apprendimenti relativi all’anno scolastico 2019-2020 nel corso dell’anno scolastico successivo, a decorrere dal 1 settembre 2020, quale attività  didattica ordinaria”.
Via libera anche alle assunzioni chieste dal ministero dell’Istruzione per recuperare parte dei posti liberati nell’estate del 2019 da quota 100.
Si attua, dunque, una norma inserita nel decreto scuola approvato in autunno fortemente voluta dalla Ministra Lucia Azzolina.
Si tratta di 4.500 posti che andranno ad altrettanti insegnanti, vincitori di concorso o presenti nelle Graduatorie ad esaurimento, che non hanno potuto occupare questi posti lo scorso settembre perchè non erano stati messi a disposizione

(da agenzie)

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“LA PROTEZIONE CIVILE CI HA MANDATO SOLO BRICIOLE, NON E’ VERO CHE CI HA MANDATO 6,8 MILIONI DI MASCHERINE”: MA IL DUO FONTANA E GALLERA E’ STATO SMENTITO CLAMOROSAMENTE DALLA RICEVUTA

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

LA DELEGATA DELLA REGIONE AI RAPPORTI CON LA PROTEZIONE CIVILE CON UNA MAIL DI RISCONTRO HA DATO CONFERMA CHE TUTTO IL MATERIALE INVIATO E’ STATO RICEVUTO

La Protezione Civile ha deciso di mettere online una mappa detta “Ada” (Analisi distribuzione aiuti) che giorno per giorno riporta ogni singolo prodotto consegnato dallo Stato alle Regioni nell’ambito dell’emergenza Coronavirus dal 1° marzo in poi.
Il fenomeno ass. regionale al bilancio Caparini ha risposto: “Sto leggendo dal sito del governo la lista del materiale che presumono di averci inviato. O si è perso qualcosa tra Roma e Milano o hanno sbagliato l’indirizzo del destinatario”.
Il soggetto e’ stato subito smentito dalla protezione civile
Peccato che quella lista di oltre 10 milioni di pezzi — tra cui 6,8 milioni di mascherine di vari tipi e 458 ventilatori per terapia intensiva e sub-intensiva, oltre un terzo di quelli distribuiti — sia stata vidimata dalla stessa Regione: “Evidentemente Caparini non è informato che domenica 29 marzo, alle ore 21.59, la dottoressa Maddalena Branchi (delegata della Regione Lombardia alle relazioni con gli Uffici del commissario) con una mail ha dato conferma dei materiali inviati dal governo nell’intero mese di marzo alla Regione”.
E’ possibile che la protezione civile deve stare a perdere tempo con le minchiate che raccontano i fenomeni Fontana presidente, Gallera ass. regionale e Caparini ass. regionale?
Con una regione mezza infettata questi hanno ancora tempo per raccontare cazzate facendo perdere tempo a chi e’ impegnato seriamente a lavorare?

(da agenzie)

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SUGLI ANZIANI MORTI AL TRIVULZIO IL MINISTERO MANDA GLI ISPETTORI

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

LO SCANDALO DELLA STRUTTURA MILANESE CHE HA OCCULTATO LA DIFFUSIONE DEL VIRUS… LA MAGISTRATURA HA APERTO PIU’ FASCICOLI

Riflettori accesi sulle case di riposo e sul numero reale delle morti tra i ricoverati, a cominciare da uno dei suoi simboli, la “Baggina”, il Pio Albergo Trivulzio.
Ieri, dopo l’articolo di Repubblica, il viceministro alla Sanità , Pierpaolo Sileri, annuncia che «Sul Trivulzio ho aperto una pratica interna, attendo una valutazione dei Nas e una risposta da parte della Regione Lombardia. Voglio anche consultarmi con il ministro Speranza, credo che un’ispezione sia utile».
E’ vero, come dice un sindacalista, che «gli ospiti morivano e divevano che erano solo bronchiti»?
E’ vero quello che dice il professor Luigi Bergamaschini, che al Pat vietavano le mascherine e che quando lui le autorizza, viene «esonerato»?
E che hanno voluto tenere «sotto silenzio la grave situazione nelle nostre strutture», con settanta morti e non i diciannove di cui parlavano i comunicati ufficiali?
Come spiega il procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano, «Abbiamo vari fascicoli aperti sulle case di riposo, compreso il Trivulzio, e la don Gnocchi, la Casa famiglia ad Affori, la Sacra famiglia di Cesano Boscone, la Casa di riposo del Corvetto. Nascono da denunce di parenti, congiunti, da soggetti estranei che hanno appreso di situazioni. L’intero sesto dipartimento della Procura sta lavorando sulle varie segnalazioni».
Sul tema Rsa (residenze sanitarie assistenziali) nei giorni scorsi c’era stato, tra i sindaci dem e il presidente della Regione Attilio Fontana, uno scontro duro.
E se Fontana assicurava come tutto fosse «sotto controllo», ieri l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera ha affermato che il numero complessivo dei deceduti è in calo, anche se «la drammatica verità  è che il numero reale è sicuramente più ampio, sul territorio, nelle Rsa per anziani, perchè si riferisce alle persone decedute che avevano fatto il tampone». Questo il quadro. Non rassicurante.
L’8 marzo la Regione Lombardia affida al Pat il compito di fare da centrale unica delle dismissioni dei pazienti Covid. Al Pat cercano, cioè, quale, tra le varie strutture, possa ospitare la “quarantena” di chi, uscendo dalle Terapie intenve, è ancora «positivo».
Nel frattempo, cominciano al Pat e non solo le contestazioni dei parenti dei ricoverati, che non possono più sapere che cosa accade «dentro» le antiche mura.
La nota ufficiale del Pat, diffusa ieri sera, insieme con una diffida a Repubblica, sostiene che «il dato del primo trimestre 2020, che tiene conto anche dei decessi di ospiti trasferiti ai Pronto Soccorsi, è in linea con i decessi avvenuti al Pat nel corrispondente trimestre 2019 (170 contro 165), mentre nello stesso periodo sono risultati 15 contro 13 alla RSA Principessa Jolanda. Nel mese di marzo 2020 al PAT sono risultati 18 decessi in più rispetto al corrispondente mese del 2019. Una situazione che non si configura come strage nascosta ma conferma che al Pat non vi sia una situazione fuori controllo».
Esistono però altri dati. Uno è oggettivo.
Per la prima volta, le bare erano collocate nella chiesa, perchè l’obitorio non aveva più posto. La stessa scena nella sede di Merate Frisia.
Esiste anche una raccolta non ancora ufficiale, che sarà  vagliata dalla magistratura milanese. Nella struttura di cui è direttore sanitario il dottor Pier Luigi Rossi, il reparto riabilitativo Pio XI (isolato) conta quattro decessi più due malati terminali; il reparto Barnovano registra un decesso; c’è il reparto riabilitativo Sant’Andrea (isolato) con quattro decessi e due terminali; il Reparto Primo intervento geriatrico (isolato, ed è da questi corridoi che probabilmente è partito il contagio) con quattro decessi e un medico infettato; il reparto di pneumologia con vari morti, ma non si sa il numero preciso a oggi. Poi, nell’edificio del Trivulzio ci sono alcune Rsa: l’Rsa Fornari, con i cronici a pagamento, conta sei decessi più un ricovero per Covid; l’Rsa Bezzi, con dodici decessi; l’Rsa Schiaffinati, con otto decessi e sei malati critici. Si sommano i nove decessi al Principessa Jolanda e alla struttura di Merate Frisia altri trentacinque decessi. La somma supera gli ottanta.
Si capisce dunque perchè «ci attende — dice il sottosegretario alla Sanità  Sileri – una battaglia lunga e dobbiamo tutelare ospedali e Rsa».
Infatti per Luca Degani, presidente lombardo dell’associazione Uneba: «Le Rsa sono state lasciate sole da Regione Lombardia». E a stabilirlo sarà  anche il procuratore aggiunto Siciliano: «Le indagini si stanno concentrando sulle posizioni documentali, per ora, ma stiamo seguendo tutte le varie situazioni connesse alle Rsa».

(da agenzie)

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L’ASSESSORE GALLERA SMENTITO DALL’INCHIESTA DELLA GIORNALISTA DI VALSERIANA NEWS

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

“AD ALZANO COME A CODOGNO, OSPEDALE CHIUSO SOLO DUE ORE”… “NON E’ VERO, A CODOGNO CHIUSO PER GIORNI”

Alla luce della risposta dell’assessore ci pare doveroso ripercorre le testimonianze raccolte e chiedere ancora una volta una risposta con prove certe che l’ospedale sia stato sanificato e che tutti siano stati messi in condizione di continuare la propria vita in sicurezza.
Questa sera Valseriana News ha dato voce ai dubbi e allo sconcerto su quanto accaduto all’ospedale di Alzano Lombardo relativamente alla gestione del Coronavirus.
In collegamento su La7 a “Non è l’arena”, il programma condotto da Massimo Giletti, con la nostra giornalista Gessica Costanzo, l’assessore al welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera che, incalzato dal conduttore, ha risposto per la prima volta pubblicamente su quanto accaduto nell’ospedale della Val Seriana. Ricordiamo infatti che l’azienda ospedaliera ASST Bergamo Est non ha mai rilasciato dichiarazioni a riguardo.
“Ad Alzano il 23 febbraio l’ospedale è stato chiuso per due ore per sanificare i locali e abbiamo tamponato tutte le persone lì — dichiara Gallera -. La zona rossa l’abbiamo chiesta e non è stata attuata”.
L’assessore inoltre ha aggiunto: “L’ospedale di Alzano è rimasto chiuso due ore e sanificato così com’è successo a Codogno” ma le cronache locali ci raccontano che a Codogno l’ospedale è stato chiuso per giorni
Giletti ha così ribattuto: “E’ evidente che qualcosa a livello territoriale non ha funzionato” e grazie anche all’intervento di Gessica Costanzo e delle numerose segnalazioni da noi raccolte nelle ultime settimane, è risaputo che non è andata così.
A partire dal personale sanitario che a più voci ha dichiarato di essere tornato a casa quella sera senza particolari indicazioni per continuare con le numerose voci di parenti dei pazienti che hanno dichiarato di non essere stati nè tamponati nè messi in quarantena.
Alla luce della risposta dell’assessore ci pare doveroso ripercorre le testimonianze raccolte e chiedere ancora una volta una risposta con prove certe che l’ospedale sia stato sanificato e che tutti (personale medico e pazienti) siano stati messi in condizioni di continuare la propria vita in sicurezza.
Tra le testimonianze raccolte anche quella di Francesca, nipote di una donna di un paese dell’hinterland di Bergamo ricoverata a metà  febbraio e deceduta, sempre in ospedale ad Alzano Lombardo il 5 marzo.
Il racconto di Francesca è lucido e dettagliato: “Io stessa andavo a fare assistenza a mia nonna di 90 anni che si trovava ricoverata nel reparto di Medicina dell’ospedale di Alzano Lombardo dal 17 febbraio. Quello che posso dire per certo è che fino al pomeriggio di sabato 22 febbraio nessuno, nè medici nè infermiere, avevano le mascherine. Poi quel pomeriggio il personale comincia ad indossarle. Io in quel momento ero in ospedale con mia cugina. Entrambe ci siamo subito preoccupate, visto il caso di Codogno. Abbiamo chiesto se ci fossero stati dei rischi e ci è stato detto di no. L’indomani, quando vengono accertati i primi casi, mio zio è con mia nonna. Viene fatto uscire senza particolari accorgimenti, nonostante mia nonna e lui fossero in Medicina, il reparto dov’è stato trovato il Covid-19, oltre al Pronto Soccorso. Nei giorni successivi non abbiamo più potuto andare dalla nonna. E nessuno ci ha controllati. Nonostante tutti eravamo transitati da lì. Io ho addirittura fatto un viaggio in Egitto. Poi ci siamo ammalati tutti ma nessuno ci ha fatto il tampone. La nonna è morta nella nonna tra il 4 e il 5 marzo. Erano passate quasi 2 settimane dal 23 febbraio ma io stessa ho potuto accedere all’ospedale senza essere controllata e senza nessun dispositivo di protezione. Non è possibile che gli errori siano continuati nel tempo. Noi non sappiamo ancora di cosa sia morta nostra nonna, fino a due giorni prima ci avevano detto che stava meglio. Poi le è salita la febbre ed è morta. In 2 giorni”.

(da Valseriana News)

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QUANDO LA REGIONE LOMBARDIA RIAPRI’ GLI OSPIZI DURANTE L’EMERGENZA CORONAVIRUS

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

500 MORTI, IL 10% DEGLI ANZIANI OSPITI

Ieri abbiamo parlato della delibera della Regione Lombardia che ordinava di ospitare i malati di COVID-19 nelle case di riposo.
La delibera della giunta — la numero XI/2906, 8 marzo 2020 — chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità , di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti COVID-19 a bassa intensità .
Oggi ci sono cinquecento morti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali del Bergamasco, il dieci per cento degli anziani ospiti. E oggi spunta anche l’invito a riaprire le RSA da parte di Regione Lombardia.
Forse si sarebbe potuto salvarli se il 23 febbraio, quando arrivò la notizia dei primi due contagi all’ospedale di Alzano, poi rivelatosi uno dei più grossi focolai della Val Seriana, quelle Rsa fossero state blindate, come avevano già  deciso di fare. Ma la chiusura durò appena 24 ore: poi dalla Regione Lombardia sarebbe arrivato l’invito a riaprire.
A raccontare questa strage di invisibili, nella nuova puntata che Report di Sigfrido Ranucci (in onda questa sera su Rai3) dedica all’esplosione dei contagi da coronavirus nel Bergamasco, è la direttrice di una delle Rsa.
Melania Cappuccio, direttrice sanitaria di Casa Serena, una delle più importanti residenze per anziani della Val Seriana, afferma che quando i pazienti con evidenti sintomi da coronavirus si sono ammalati non sono mai stati sottoposti a tampone.
«Sicuramente questi morti non risultano da nessuna parte». E ricostruisce così quel che avvenne il 23 febbraio quando, per tutelare la fragilità  dei residenti, tutte le case di riposo decisero di sigillare le strutture e chiudere l’accesso al pubblico.
«Però poi c’è stato un po’ un qui pro quo. La Regione Lombardia non voleva chiudere i centri diurni che noi abbiamo e quindi ci ha un po’ consigliato vivamente di riaprirli. Non lo so, magari non volevano creare il panico».
Le Rsa, dunque, riaprono dopo un giorno e anche quando il virus comincia la sua corsa nessuno dà  il contrordine, nè arrivano i tamponi e le mascherine. E pazienti e personale sanitario cominciano ad ammalarsi.
Ieri abbiamo raccontato la storia della delibera di Regione Lombardia che ha portato il Coronavirus nelle case di riposo: Luca Degani, presidente di Uneba, l’associazione di categoria che mette insieme circa 400 case di riposo lombarde, in un’intervista rilasciata al Quotidiano del Sud ha accusato la Regione di aver infettato le case di riposo con la delibera della giunta — la numero XI/2906, 8 marzo 2020 — che chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità , di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti COVID-19 a bassa intensità .
«Chiederci di ospitare pazienti con i sintomi del Covid-19 è stato come accendere un cerino in un pagliaio: quella delibera della giunta regionale l’abbiamo riletta due volte, non volevamo credere che dalla Regione Lombardia potesse arrivarci una richiesta così folle», ha detto Degani nell’intervista rilasciata a Claudio Marincola.
«Dipendiamo per un buon 30% dai finanziamenti della Regione — ha continuato Degani — logico che molti abbiano paura di perderli. Non parlano e io li capisco, Ma noi, che facciamo parte del Terzo settore e siamo no profit, certe cose dobbiamo dirle: i nostri ospiti hanno una media di 80 anni, sono persone con pluripatologie. Come potevamo attrezzarci per prendere in carico malati spostati dagli altri ospedali per liberare posti-letto? Ci chiedevano di prendere pazienti a bassa intensità  Covid e altri ai quali non era stato fatto alcun tampone. Il virus si stava già  diffondendo. Stavamo per barricarci nelle nostre strutture, le visite dei parenti erano già  state vietate».
In quei giorni l’assessorato alla Sanità  aveva avviato una ricognizione dei posti letto. Con la delibera dell’8 marzo si disponeva il blocco, da lunedì 9 marzo, dell’accettazione di pazienti provenienti dal territorio, l’anticipo delle dimissioni verso il domicilio dei pazienti ricoverati e del 50% del turn over nelle Rsa in grado di offrire assistenza medica e infermieristica H24 e presenza di medici specialisti. Tra le richieste, anche la capacità  di garantire ossigenoterapia.
Anche per i sindacati   “la convivenza di anziani fragili con pazienti affetti Covid è inaccettabile, così come lo è lasciare alla libera scelta delle singole Rsa ricevere o meno pazienti infetti come unica risposta alle oggettive difficoltà  economiche delle strutture”

(da “NextQuotidiano”)

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SEI GIORNI FATALI PER ALZANO E NEMBRO

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DEL “CORRIERE DELLA SERA” SULL’ECATOMBE NELLA BERGAMASCA… IL COMITATO SCIENTIFICO PROPOSE LA “ZONA ROSSA” MA NON FU ASCOLTATO…I RITARDI DELLA REGIONE NELL’ALLERTARE LA PROTEZIONE CIVILE

Perchè non è mai stata istituita una zona rossa nella provincia di Bergamo?
Perchè attorno ai Comuni di Nembro e Alzano, focolai del virus già  a metà  febbraio, non è stato costruito quel cordone di sicurezza che invece ha subito blindato dieci paesi del Lodigiano?
Nel caso della provincia di Bergamo, per sei giorni – dal 3 al 9 marzo – nessuno si è assunto l’onere di farlo.
A quei sei giorni fatali è dedicata un’inchiesta del Corriere della Sera che scava nelle responsabilità  della politica regionale e nazionale.
La corrispondenza privata governo-Regione, e una nota interna a Palazzo Chigi, consentono di ricostruire quanto è avvenuto. E aiutano a capire come mai per istituire la zona rossa intorno a Codogno ci siano volute meno di 24 ore, con l’ordinanza firmata dal presidente della Lombardia Attilio Fontana e dal ministro dalla Sanità  Roberto Speranza che blindava in entrata e in uscita dieci paesi del lodigiano, mentre per la provincia di Bergamo non sia bastata una settimana, a fronte di dati molto più allarmanti.
Ciò che emerge dall’inchiesta del Corriere è innanzitutto un ritardo, da parte delle autorità  lombarde, nell’allertare la Protezione Civile sui dati della Bergamasca:
I primi cinque report quotidiani che a partire dalla mattina del 21 febbraio la Regione Lombardia invia alla Protezione civile non fanno alcun cenno alla situazione della provincia di Bergamo.
Per quasi una settimana, in calce al documento verranno indicati i focolai identificati fino a quel momento. Ne sono sempre citati quattro, tutti nel lodigiano.
Eppure già  il 27 febbraio appare evidente che in provincia di Bergamo qualcosa sta andando come peggio non potrebbe. Settantadue nuovi casi di positività , diciannove dei quali, e tre decessi, fanno di Nembro il quarto Comune più colpito di Lombardia, alla pari con Casalpusterlengo, che insieme agli altri tre è nella zona rossa.
Il 3 marzo il Comitato tecnico scientifico “propone di adottare le opportune misure restrittive già  adottate nei Comuni della “zona rossa” al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”.
La stretta sembra essere a un passo, eppure non succede nulla, e così sarà  fino alla decisione di far diventare tutta Italia “zona arancione” a patire dal 9 marzo. Il parere degli scienziati, però, era chiaro
La sera del 5 marzo il presidente dell’Iss Brusaferro sottolinea in nota scritta a Palazzo Chigi: “Pur riscontrandosi un trend simile ad altri Comuni della Regione, i dati in possesso rendono opportuna l’adozione di un provvedimento che inserisca Alzano Lombardo e Nembro nella zona rossa”.
Venerdì 6 marzo Conte va di persona alla Protezione civile, dove incontra i membri del Comitato scientifico per la decisione definitiva. Ancora una volta, non se ne fa nulla.
Passa infatti la linea di “superare la distinzione tra “zona rossa”, “zona arancione” e resto del territorio nazionale in favore di una soluzione ben più rigorosa”.
Si arriva così al 7 marzo, con l’annuncio alle due di notte della chiusura dell’Italia intera, e il decreto firmato la sera dell’8 marzo ed entrato in vigore il giorno seguente, quando Alzano conta 55 contagiati, Nembro 107, la provincia di Bergamo 1245, per tacere dei morti. La Lombardia è zona rossa, come il resto del Paese. Da quella prima richiesta sono passati ormai sei giorni.

(da “Huffingtonpost”)

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CORONAVIRUS A MILANO, I NUMERI DELL’EMERGENZA

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

E I FARMACISTI SMENTISCONO FONTANA SULLE MASCHERINE: “DISPONIBILI SOLO DALLA PROSSIMA SETTIMANA”

I numeri di ieri del Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 regalano qualche ottimismo per il resto d’Italia ma in Lombardia e a Milano la situazione è ancora di piena emergenza.
Ieri sono stati 411 i nuovi casi registrati in provincia. E 171 nel capoluogo.
Cifre che possono apparire contenute visto che si parla di una popolazione di 3,2 milioni di abitanti. Ma che, proprio per la densità  abitativa dell’area metropolitana, allarmano un po’ di più esperti e istituzioni.
I casi in provincia sono ormai 11.230 con un trend che viaggia stabilmente tra il 3 e il 4% di crescita. Non è l’impennata intravista la scorsa settimana quando si andava tra il 10 e il 20, ma è comunque preoccupante.
Intanto ieri è cominciata la distribuzione delle mascherine rese obbligatorie da un’ordinanza della Regione Lombardia:   il numero di pezzi consegnati è stato definito in proporzione alla popolazione delle province lombarde, spiega Repubblica:
Milano ne avrà  900 mila, Bergamo 360 mila, Brescia 370 mila, Como 178 mila, Cremona 126 mila, Lecco 109 mila, Lodi 95 mila, Mantova 131 mila, Monza e Brianza 250 mila, Pavia 160 mila, Sondrio 67 mila e Varese 249 mila. Si tratta di una prima tranche.
Una parte di queste mascherine «serviranno a rispettare meglio la nuova ordinanza – assicura Fontana – le successive saranno offerte al prezzo di costo».
Il prezzo di produzione delle mascherine “made in Lombardy” è 0,45 centesimi al pezzo. Le 400 mila che sono già  state distribuite nei giorni scorsi costano alla Regione 0,26 centesimi l’una.
Della partita si sta occupando l’assessore regionale al Bilancio, Davide Caparini. L’operazione è stata realizzata con i volontari della Protezione civile, i comitati del volontariato in coordinamento con le prefetture e l’Anci, l’associazione dei comuni. Spetterà  poi alle farmacie decidere di consegnare il materiale alle persone che vivono in condizioni più fragili.
Ma c’è un però: “In relazione alle voci diffuse oggi dell’imminente distribuzione delle mascherine nelle farmacie, si informa che le stesse saranno disponibili in farmacia non prima della prossima settimana”, scrivono Federazione degli Ordini della Lombardia, Conferservizi e Federfarma Lombardia in una nota inviata ai membri dell’assemblea regionale Federfarma, alle associazioni provinciali titolari di farmacie in Lombardia e all’Ordine dei farmacisti lombardo. Oggi, il presidente della Regione Attilio Fontana aveva annunciato che domani sarebbe iniziata “una distribuzione gratuita alla gente”.

(da “NextQuotidiano”)

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